Levitha, Kinaros e altri sassi

Sassi. Da calciare via, inutile intralcio, da lanciare in acqua cercandone il rimbalzo sulla superficie o lo spandersi di cerchi concentrici, sassi piccoli, grandi, sassi a punta o stondati, sassi da portare a casa, ricordo di un luogo che si è amato e che si vorrebbe proprio per sempre. I sassi non valgono niente, sono inutili, o forse sono semplicemente troppi per valere qualcosa, i grandi deserti della terra sono fatti di sassi. Ma a volte i sassi possono essere bellissimi, soprattutto quando la natura si è divertita a scolpirli, forgiandoli col vento, col tempo infinito, come infiniti sono i sassi. I sassi nel mare sono ancora più belli, a seconda della forma e della dimensione possono essere ciottoli, scogli, faraglioni, isolotti, isole, o promontori, capi, lingue di roccia che affiorano appena e che solo il frangere dell’onda su di esse rende evidenti ai naviganti.
 
E’ su una di queste lingue di roccia che ho deciso di dare ancora, è una secca scogliosa, il pericolo terribile che tutti i velisti temono e per il quale non cessano mai di controllare carte e portolani. Li consulto anch’io, mi dicono che c’è una sommità a circa un metro e mezzo ed intorno un pianoro piuttosto esteso che va dai quattro agli otto metri per poi precipitare nell’abisso. Sono all’estremita di un’isola quasi disabitata, un sasso enorme in mezzo al mare, ci sono dei ridossi ma sono troppo lontani dal punto che serve a me, a me servono sassi, sassi sul fondo. L’acqua è cristallina malgrado il mare sia piuttosto mosso, c’è più di un metro d’onda ma riesco a vedere perfettamente il pinnacolo di roccia da cui girare al largo. 
 

Levitha

Mi porto sottovento ad esso, aspetto di essere sui 4 o 5 metri, una profondità che mi consentirà, in caso di incaglio, di intervenire con una certa tranquillità, poi corro a prua ad aprire la frizione del salpancore per lasciare cadere una trentina di metri di catena. Attendo qualche minuto per controllare che non stia arando, poi inizio il rito della vestizione per entrare anch’io in acqua. Piazza Grande balla parecchio, non è un ancoraggio per velisti questo, è retaggio di anni di pesca subacquea dal gommone, un’esperienza che torna utile in questi casi. C’è Camilla a bordo con me, non ha paura malgrado la situazione sia tutt’altro che confortevole, è cresciuta a pane ed ancoraggi di questo tipo. Resterà sola, se l’ancora dovesse mollare, la barca se ne andrebbe a correre per le molte miglia di mare aperto sottovento, la prima cosa che faccio quindi appena entrato in acqua è controllare la presa dell’ancora. Come mi aspettavo, l’ancora è sul pianoro liscio, dove non potrebbe fare altro che scorrere via, ma la catena ha girato attorno ad un paio di sassi (sassi!) che la terranno ben ferma fino a quando deciderò io di liberarla manualmente. Carico l’arbalete ed inizio a pinneggiare. Lo scenario è spettacolare, l’acqua limpida, il sole che accende le rocce sul fondo, facilmente data la scarsa profondità, il brulicare di vita testimoniato dalla miriade di pesci e pescetti che nuotano ovunque. Faccio alcuni tuffi di riscaldamento sugli otto metri, giro intorno a qualche roccia, mi appoggio sul fondo cercando di mimetizzarmi e scrutando l’acqua in tutte le direzioni.
 

Stasera zuppa di pesce

Gironzolo un po’, ma non c’è nulla che mi interessi, metto la testa fuori dall’acqua, cerco Piazza Grande che appare e scompare a seconda che mi trovi sulla cresta o nel cavo dell’onda, poi mi allontano qualche decina di metri, dove la secca termina su un ciglio che precipita nel blu. Il bordo è sui quindici metri, mi preparo bene, chiudo gli occhi per cercare concentrazione e rilassatezza, faccio un respiro profondo comprimendo il diaframma, poi con una capovolta inizio la discesa. Pochi colpi di pinne ed il mio assetto diventa negativo, inizio quindi a cadere verso il fondo guardando avanti a me, man mano che mi avvicino appare una sagoma scura, è una grossa cernia che se ne sta a prendere il fresco, ignara del destino che l’aspetta da qui a pochi istanti. Proseguo la discesa mantenendomi il più immobile possibile poi, quando il pesce è a tiro, premo il grilletto e lo centro sul dorso, colpo non mortale ma quasi, allento la frizione del mulinello per tornare in superficie, poi penso che con un piccolo strattone potrei chiudere la partita ed evitare l’intanamento della preda e le conseguenti altre discese per recuperarla. Lo faccio funziona, ma che fatica risalire da quindici metri trascinando tutto quel peso! Mentre torno in barca, mi accorgo che l’arpione non è penetrato bene, se il pesce desse una scodata potrebbe liberarsi, mi affretto quindi e quando sono a pochi metri chiamo Camilla per farmi aiutare. Lei però non sembra molto propensa a prendere la cernia per gli occhi, l’unica presa veramente sicura, mi tolgo allora le pinne con una sola mano, afferro la scaletta e con uno slancio che quasi mi azzera le forze la tiro in pozzetto. Scattiamo qualche foto di rito, poi prendo il dinamometro, fa quasi 10 chili, niente male!
 

A cosa serviranno questi sassi?

Sistemo la cernia in pozzetto in modo che non sporchi dappertutto, poi torno in acqua per spedare l’ancora. Fatico un po’, prima per liberare la catena, poi per liberare l’ancora che nel frattempo è scivolata nell’incavo fra due sassi, ottima la scelta di ancorare in pochissimi metri, fossero stati anche solo 10, sarebbero stati dolori. Via di qui ora, via da questo ballo infernale, poche miglia e siamo in un bella baia ridossata di Levitha, un’isoletta, un sasso quindi, piuttosto sperduta ed abitata solo da una famiglia di pastori. Diamo ancora, poi Camilla si tuffa per portare due cime a terra che ci consentiranno di tenere la barca ferma e passare la notte in tranquillità. O quasi, perchè dieci minuti dopo arriva una barca a vela con a bordo due coppie, quattro ragazzini urlanti ed un anziano, che si piazza proprio vicino a noi. E’ il tramonto, prima che faccia buio voglio sfilettare la cernia per metterla in frigo. Anche i vicini, che mi diranno poi di essere greci, stanno pulendo dei pescetti. Scambiamo due parole, mi dicono che l’hanno pescati loro, gli dico che anch’io ho preso qualcosa. Davvero?, mi fanno, Fà vedere. Sollevo la cernia e loro non trattengono un urlo di stupore. Mi suggeriscono qualche ricetta, e di usare la testa per la zuppa. Lo so, ma la testa è troppo grande per conservarla, e poi siamo in due, già così abbiamo diversi chili di polpa da consumare in pochi giorni. Regalala a noi, allora! Detto fatto, gli porgo l’enorme lisca che farà almeno quattro chili, viene a prenderla a nuoto una delle signore, i bambini l’attendono curiosi, mi promettono un assaggio di zuppa, sarei molto curioso, ma quando mi chiamano siamo già alle prese con la nostra di zuppa, quindi gentilmente declino l’offerta. Dopo cena metto le stoviglie a mollo in mare, poi crolliamo sia Camilla che io in cuccetta, esausti per questa giornata pienissima.
 

Una piccola lapide per un soldato morto nel ’43

La mattina dopo scendiamo a terra col tender, c’è un piccolo molo dove un paio di pescherecci sono ormeggiati ed i marinai intenti a pulire le reti, setacciando il pescato dai sassi che lo strascico ha tirato via dal fondo. Il pesce è vita, i sassi no, ma il pesce senza i sassi non vive, quindi anche i sassi, apparentemente inerti, sono vita. La pesca subacquea è spesso malvista, eppure è la pesca più selettiva che esista, nessuna preda cade vittima accidentale di sistemi di prelievo ad altri destinati. Non nego che a volte, soprattutto i principianti, sparano a pescetti da frittura o a specie poco o per niente edibili, ma il pescatore esperto è coscenzioso, prende dal mare solo ciò che consuma, non distrugge l’habitat, non fa stragi indiscriminate. E poi uccide subito la sua preda, non la lascia agonizzante per ore, appesa ad un palamito o a soffocare fra le maglie di una rete.  A terra, la prima cosa che noto è una piccola targa in ottone posta su un sasso, ricorda un soldato neozelandese morto qui nel ’43, la famiglia, evidentemente venuta apposta per apporla, promette imperituro ricordo. Mi fa venire in mente De Andrè, Ninetta mia morire di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio. No, non si può partire dalla Nuova Zelanda per venire a morire a Levitha, perchè è un sasso, non vale la pena morire per un sasso, e poi perchè è bella, molto bella, e di bellezza si deve vivere, non morire.
Camminiamo alcuni minuti per raggiungere la fattoria, unica abitazione dell’isola, intorno a noi solo sassi, tanti, dappertutto, usati a migliaia per costruire lunghissimi e spessi muretti a secco, probabilmente recinti per capre e pecore. Mi sporgo oltre uno di questi muretti, oltre non vedo che altri sassi, sassi quindi che recintano sassi. Passiamo attraverso una piccola pianura, in mezzo qualcuno ha costruito un cerchio di sassi, pavimentandone l’interno con altri sassi. Mi chiedo a cosa serva o servisse, non trovo risposta, sembra uno Stonehenge greco, ai miei occhi inspiegabile e misterioso come l’omologo inglese. Proseguiamo, adiacente alla fattoria c’è un muretto di sassi con un piccolo cancello in legno, guardo oltre, alcuni uomini stanno sgozzando dei capretti. Posso?, chiedo all’anziano che osserva i giovani all’opera. Non è un bello spettacolo, mi risponde. Forse per me non è poi così brutto, replico. Già, a parte che ieri ho fatto lo stesso lavoro con la cernia, quello cui assistiamo è uno degli ultimi atti di una civiltà contadina prossima alla scomparsa, un evento normalissimo ovunque in Europa fino ad un paio di generazioni fa, prima che l’allevamento animale si trasformasse in industria e la carne fosse venduta al supermercato già incelophanata, quasi non avesse mai avuto le sembianze di un essere vivente.
 

Stasera abbacchio al forno

Scatto qualche foto, poi rimango ad osservare, ci sono un paio di bambine di una decina d’anni, tre generazioni assistono e compartecipano l’evento, un evento di morte, che però genera il loro sostentamento, quindi la vita. Salutiamo e passiamo oltre, la fattoria ha anche una piccola taverna, alcuni francesi, sbarcati anche loro da una barca a vela, si stanno informando su menù e prezzi. L’anziana donna che stanno interrogando, però, non capisce l’inglese, non capisce neanche il gesto poco elegante di pollice e indice sfregati fra loro, i francesi se vorrano cenare qui dovranno farlo con l’incognita di quanto gli verrà a costare. Ridiscendendo mi soffermo spesso a guardare il panorama, è bellissimo, fatto di sassi, di pochi arbusti non seccati dalla calura estiva, di terra selvaggia ed incolta e poi, poco più in basso, di mare blu spazzato dal vento.
 

I resti dell’antica agorà di Kos

Camilla è con me da qualche giorno, è salita a Kos, un’isola grande e molto affollata, comoda per imbarchi e sbarchi perchè ben collegata con Atene, comoda anche per la spesa o altri acquisti necessari per la vita di bordo, ma per il resto un posto da cui scappare, almeno per quanto mi riguarda. Il centro è carino, sul porto ci sono i bastioni di un’antica fortezza, poco oltre l’antica agorà, il centro della vita della Grecia antica, qui è nato Ippocrate, il padre della medicina, o almeno l’inventore della diagnosi come metodo terapeutico, ma più di una passeggiata di un paio d’ore la città non merita, molliamo le cime e ce ne andiamo a Pserimos, diamo ancora in una bella rada, poche barche, qualche allevamento ittico, molta tranquillità. L’indomani ci spostiamo a Kalimnos, dove ho appuntamento con Monica e Stefano, in giro anche loro per l’Egeo con il loro bel X512, una barca grande e piuttosto impegnativa da condurre in equipaggio ridoptto, ma direi che loro se la cavano molto bene, forse più di quello che dicono. Strada facendo, la traina ci regala un piccolo tonno, servirà per la cena, ci preparo gli spaghetti, gradiamo tutti, meno il tonno ovviamente. Passiamo la notte in una rada carina ma dove l’acqua è piuttosto torbida, come sempre dove sono presenti allevamenti di pesce. Ho già detto cosa ne penso, mangiate alici e dimenticate orate e spigole da supermercato, fatelo sia per voi che per l’ambiente. La mattina mi sveglio, faccio un tuffo e con poche bracciate raggiungo la riva. Poco dopo arriva Stefano, col tender però, sennò gli si bagnano le sigarette! Restiamo un po’ a chiacchierare sulla battigia, a confrontare idee, rotte, progetti, storie di vita, sogni e quant’altro. Poi di nuovo a bordo ed entrambi facciamo rotta per il porto. Il primo impatto con la cittadina di Kalimnos non è dei migliori, l’insenatura che la ospita ha due o tre piccoli insediamenti industriali, non è certo un bel vedere.
 

Le famose spugne di Kalimnos

Il porto è molto ben attrezzato, in banchina sia acqua che elettricità, ma le strade sono sporche, c’è confusione, tanta incuria, tanto disordine. In compenso c’è un bel museo archeologico, piccolo ma molto ben fatto, nuovissimo, aperto da pochi anni, paghiamo tre euro di ingresso e gustiamo veramente la visita, apprendendo che il figlio di Apollo si chiamava Asclepio e non Apelle e forse non faceva nemmeno palle di pelle di pollo. Uscendo ci fermiamo a comprare delle spugne, questa è l’isola dei pescatori di spugne, famosi in tutto il modo, il negoziante ci spiega la differenza di morbidezza e di capacità di assorbimento. Il prezzo dipende dalla profondità di prelievo oltre che dalla rarità della specie. Ciao Monica, ciao Stefano, è stato molto piacevole incontrarvi, ora ci spostiamo a Levitha, chissà che le nostre rotte non si incrocino di nuovo.
  Di Levitha, di cui ho raccontato sopra, mi resta il dubbio se appartenga alle Cicladi, come suggerisce il portolano, o al Dodecaneso, come lasciava intendere un cartello che segnalava opere realizzate con soldi pubblici. Dopo Levitha andremo ad Amorgòs, ma prima c’è una sosta da fare, c’è un sasso strada facendo che merita proprio un visita, so già che mi piacerà, mi piacciono i sassi piccoli, o grandi, dipende sempre dal metro di paragone. Il sasso si chiama Kinaros, noi lo ribatezziamo il Cinarone, l’amaro a base di carciofo, il vocabolarietto di greco ci rivela un etimo comune. Arriviamo dopo poche miglia di navigazione un po’ allegrotta, ci infiliamo in una delle due anse ridossate dal Meltemi, ma è occupata da una barca di francesi, è stretta e poi non ci piace. Giro la prua e ci infiliamo nell’altra, è piccola, un intaglio in un sasso, è molto profonda, mi addentro non senza qualche timore di sbattere su qualche scoglio sommerso, è veramente bellissima e poi c’entra una sola barca, nessuno ci disturberà. Metto la barca nel letto del vento mentre Camilla si tuffa in acqua per portare a terra le cime che terranno Piazza Grande ormeggiata in totale sicurezza. Dato che l’ancora non mi sembra aver bene agguantato il fondo, mettiamo delle cime anche a prua, con quattro dormiremo veramente sonni tranquilli.
 

A volte i sogni diventano realtà

Scendiamo a terra con il tender, ci inerpichiamo fra i sassi, nel silenzio assoluto rotto solo dal sibilo incessante del vento. Ogni tanto si ode un belato, quasi un lamento, un pianto, forse un capretto che si è allontanato troppo dal gregge. La terra è rossa, costellata di sassi bianchi, un fantastico contrasto che si aggiunge al verde della macchia mediterranea e al blu, il blu meraviglioso di questo Egeo vivido. Scattiamo delle foto, al mare, ai sassi, poi restiamo in silenzio a godere questo incredibile spettacolo, tutto per noi, solo per noi. E’ un posto magico, un sasso fatato, so che lo porterò per sempre nel cuore, è uno di quei luoghi che sognavo quando da piccolo mi immaginavo a veleggiare per il Mediterraneo. Spero si mantenga sempre così, spero di tornarci, spero nessuno lo ferisca, lo deturpi, lo rovini, con la temibile superficialità degli stolti che non sanno capire la bellezza infinita dei sassi.

Lipsi, bella senz'anima.


Il sirtaki sparato dagli altoparlanti della psarotaberna, il ristorantino di pesce, mi ronza nelle orecchie mentre leggermente ebbro di Mythos, la marca greca di birra, alzo gli occhi dal piatto ormai vuoto di sarde arrostite per osservare la variegata umanità che popola i tavolini all’aperto di questa piacevole sera d’estate. Sono a Lipsi con Michela e Andrea, siamo seduti attorno ad un tavolo imbandito senza tovaglia, abbiamo scelto la taverna più spartana del porto, aveva il sapore più verace e l’odore di pesce arrosto più invitante. Alle mie spalle il vociare soffuso di alcune coppie di italiani che dissertano di moussaka e tsaziki, confrontano quello che hanno nel piatto con quello mangiato il giorno prima, l’estate prima, sull’isola prima.


Sulla porta del locale, verniciata a smalto azzurro, intravedo il proprietario, un uomo magro sulla sessantina, chino sul barbecue, intento a girare ed oliare i piccoli sgombri che ha sul fuoco. Li osserva, ne soppesa il grado di cottura, ogni tanto ne rivolta uno, poi al momento giusto li estrae dalla graticola e li mette sul piatto con cui li passa al cameriere per la consegna ai tavoli. Davanti a me un tavolo con tre uomini, presumibilmente tre pescatori a giudicare dall’aspetto e dall’abbigliamento. Sono grossi, tozzi, hanno braccia enormi e solchi sul viso, segni indelebili di una vita passata al sole, hanno ciascuno davanti a sè un boccale di birra, la sorseggiano interrompendo il loro parlare, poi passano il dorso della mano sulle labbra, sui baffi, sulla barba, riprendendo con una risata sonora il discorso lasciato in sospeso. Ignoro di cosa parlino, ma è evidente il tono cordiale che c’è fra loro.
 
Taverna a Lipsi

Il cameriere gli porta delle sarde arrostite, le aprono con le mani e le portano alla bocca con gesti poco eleganti ma di certo non se ne preoccupano. Uno di loro sposta il gomito sullo schienale della sedia stiracchiando la schiena all’indietro, si guarda attorno mentre con l’orecchio continua a prestare la dovuta attenzione ai suoi commensali, poi ad un tratto coinvolge nella discussione i due anziani che sono al tavolo accanto. Ogni tanto, visto che siamo praticamente sulla strada, passa qualcuno quasi per caso, butta un occhio ai piatti e ne soppesa con un occhiata il contenuto, in previsione di una scelta da definirsi previa consultazione con la propria compagnia. Mi diverto ad osservare la vita che mi gira attorno, questo spettacolo di varia umanità greca, autentica rappresentazione messa in scena spontaneamente ad uso e consumo mio e di tutti quelli che sanno coglierne la bellezza. Quando il cameriere mi poggia davanti il polpo arrosto vengo distratto da forze di causa maggiore e divento immediatamente prosaico, nulla più mi distingue dai greci che osservavo, se non l’uso della forchetta, attrezzo per me imprescindibile che accetta rarissime deroghe per pescetti fritti e poco altro (i gamberi, ad esempio, no). La musica continua a suonare e noi continuiamo a mangiare e bere, l’ouzo di fine pasto ci da il colpo di grazia, torniamo in barca e rapidamente crolliamo in cuccetta.
 

Lipsi

Lipsi è un’isola piccola, appena a est di Patmos, appena a nord di Leros, e, sulla carta, poco frequentata. Il porto è molto carino, dentro un’insenatura piuttosto ampia e ridossata dal Meltemi, che comunque qui arriva un po’ smorzato rispetto a Ikaria o alle Cicladi. La banchina per il diporto è abbastanza affollata, quasi esclusivamente barche a vela, quasi tutte fra i 10 ed i 14 metri, tante le bandiere italiane sulla poppa. Provo a mettermi in testa al molo, cosa che mi eviterebbe di dare ancora con vento laterale, non conoscendo la tenuta del fondale sarebbe una scelta prudente. Appena mi avvicino, però, l’orso bruno che è seduto alla guida del piccolo camion cisterna per l’acqua mi urla nopossibolìar, che interpreto come no possible here, non si può. Vabbè, Andrea risposiziona parabordi e cime e diamo ancora per infilarci nello spazio un po’ risicato fra due barche. Quando siamo a non più di dieci metri dalle prue già disposte in banchina, una barca, italiana, passa fra la nostra poppa e queste, li guardo malissimo. Tranquillo, continua pure, mi fai il timoniere credendomi forse capace di trapassarlo, sospetto sia un idiota, gli dico di togliersi immediatamente dalle scatole, in avanti o indietro, purche si tolga. Termino la manovra e sorpresa, l’orso bruno oltre a spacciare acqua è anche pusher di elettricità, ottima notizia, le batterie che ho comprato quasi venti giorni fa non sono mai state ricaricate a dovere, solo qualche bottarella con l’alternatore del motore e piccolissime solleticate col pannello elettrico, già da un po’ danno segno di arsura, sono assetate di energia. Ci facciamo passare anche il tubo dell’acqua per fare il pieno, l’orso bruno urla che fanno 9 euro fra elettricità ed acqua e appena accenno a dire una mezza frase (Un po’ caro eh!) grugnisce qualcosa che non ammette repliche, Michela passa lesta una banconota da 10 euro all’orsetto, il figlio tuttofare dell’orso padre vessato dal genitore, prima che la furia possa abbattersi su di noi. Il bimbo corre come Lucignolo da Mangiafuoco poi torna con una regolare ricevuta che ci garantisce 24 ore di serenità. In realtà poi scopriamo che l’orso è azzoppato, forse infortunato, e che il figlio è la sua longa manus. Sì, longa manus, definirli braccio e mente potrebbe rivelarsi uno scambio di ruoli.
 

Rifornimento d’acqua

Lo scenario è veramente carino, le solite case bianche sul porto, tutto molto ordinato, pulito, curato. Scendiamo a terra per un giro di perlustrazione, gironzoliamo senza meta fra i vicoli, è l’ora calda, poche le persone in giro, c’è una sorta di coprifuoco che termina verso le 6 di sera. Le poche facce che vedo in giro, però, non mi sembrano belle facce. Sarà un caso, penso fra me, quando improvvisamente Andrea mi fa: ammazza che faccette che girano! Allora non era impressione mia, non ero io, ormai non più abituato a grugni incazzosi, qui è pieno di orsi bruni, grossi, pelosi e con sopracciglia spesse due dita. Provo a fare un po’ di sociologia spicciola: quest’isola è chiaramente turistica, è piccola, soffre della concorrenza delle isole vicine, più grandi e meglio collegate, lo straniero qui è solo un turista, da spennare al meglio, inutile prodigarsi in sorrisi, nè genuini nè di circostanza, e dato che ai greci sembra mancare il savoir faire commerciale, il grugnito diviene il linguaggio universale dei negozi giuridici, vedere denaro, vedere cammello. Comprensibile, per carità, ma non apprezzabile, soprattutto per chi, come me, viene da due mesi di cordialità strepitosa, cessata, a quanto pare, insieme al Meltemi appena sotto Ikaria. La psarotaberna della sera, poi, ci ha riconciliato con gli autoctoni, ma lì eravamo clienti, la cordialità la verifichi quando non sei col portafogli in mano, e a dirla tutta, anche alla Guardia Costiera, quando abbiamo portato i documenti, ho avuto la sensazione di essere trattato in modo un po’ scortese, Andrea mi ha confermato la stessa sensazione, è la prima volta che mi capita andando a registrare il transito.
 

A Lipsi si parla italiano

A parte questo, italiani, italiani dappertutto, ristoranti e negozi vari hanno tutti scritte in italiano. Lo confesso, gli italiani all’estero non mi piacciono molto, soprattutto gli agostani, quelli che si catapultano dalla scrivania al luogo di vacanza nel volgere di poche ore e che camminano convinti di essere forieri di civiltà, ignorando che il mondo li ignora e che le loro infradito firmate, costate quanto mezzo stipendio di un lavoratore locale, denotano cafonaggine e non classe. Sono gli stessi che tornano a casa dicendo che hanno mangiato malissimo perchè gli spaghetti erano scotti e l’albergo scadente perchè il telecomando della TV aveva le pile scariche. Sia chiaro, gli italiani non sono tutti così, ma quelli così li trovi in giro spesso tra il primo e il venti agosto, dalla Sardegna alla Grecia, avidi consumatori di risorse, impermeabili a qualunque arricchimento culturale che possa derivargli dall’essere lontani da casa.
 

Polpi stesi al sole

La mattina dopo ci sveglia il pope, nel senso che alle 7 e mezzo attacca l’altoparlante della cattedrale a tutto volume per dire messa Lipsi et orbi, tentiamo di resistere, ma la funzione qui dura quanto una partita di calcio con i supplementari, ci dichiariamo sconfitti e ci spostiamo in una bella caletta fuori dal porto. Mentre do àncora rischiamo lo speronamento da parte di un grosso gozzo in legno con a bordo una quindicina di persone bene assortite per età, la tizia al timone mi dice che ha l’ancora incagliata, aspettiamo una decina di minuti ma non riescono a liberarla, nonostante l’aiuto di un paio di marinai di un ferro da stiro ormeggiato vicini, corsi in soccorso. Tranquilli ragazzi, arriva Normalman (610, ndr), inforco pinne e maschera, vado giù e restituisco la libertà all’ancora e alla barca ad essa vincolata. Tripudio di applausi, ribattezziamo il luogo Salvador Bay e ci riserviamo di apporre una targa sul fondo a futura memoria. Scherzi a parte, siamo in una rada bellissima, riparata e tranquilla, piazziamo le cime a terra e ci sbrachiamo completamente. Nel portare una cima a terra, Andrea vede un polpo e lo invita a salire a bordo.
Lipsi è bella, non c’è dubbio, ma è come la ragazza di Cocciante, senz’anima, non ha un’identità propria, è turistica ma non capisci se è un’isola per famiglie o per coppiette tranquille, ci sono dei pescatori ma di certo non è questa l’attività principale di cui vivono gli isolani. Si vede che girano più soldi che altrove, lo dicono a chiare lettere le tante case dipinte a nuovo, ma tutto appare senza personalità, come un qualcosa apparecchiato con molta professionalità ed altrettanta freddezza. No, Lipsi non è un posto dove lasciare il cuore, alziamo le vele senza rimpianti e ci spostiamo a Parthenion, lato nord di Leros dove ho appuntamento con Claudio, una vecchia conoscenza, un velista che naviga da anni da queste parti.
 

Riciclo creativo

La rada è un perfetto ridosso dal Meltemi, che però oggi non c’è, l’assenza di vento la trasforma presto in una palude divisa equamente fra alcune barche al gavitello e numerosi allevamenti di pesce che rendono l’acqua piuttosto torbida e, sospetto, ricca di colibatteri. Già, quando ci spacciano il pesce allevato come ecologico, dimenticano di dire che i luoghi dove viene allevato diventano malsani, a Gaeta tentarono con i tonni, le cui feci sono però per quantità assimilabili a quelle di una stalla industriale, mi pare che alla fine le vasche furono spostate con gran sollievo degli abitanti della città. Inoltre, questi pesci vengono generalmente allevati con farina di pesce, fatta con pesci di scarso valore commerciale, che in teoria sembra una cosa buona, nessun rischio di spigola pazza, dato che già in natura pesce grande mangia pesce piccolo, mentre mucca grande non mangia mucca piccola. Il punto è che per produrre 1 Kg di spigole o di orate ci vogliono 4 Kg di alici, il che è una follia da un punto di vista ecologico. Perchè non mangiamo direttamente le alici, sott’olio, marinate, fritte o come si vuole, che sono più saporite di un pesce allevato che spesso è anche pieno di antibiotici? La domanda è retorica, io a Roma mangio alici, 4 euro/kg contro i 10/15 euro/kg di una spigola allevata, soddisfo maggiormente il palato, la tasca ne risente meno e gli antibiotici me li lascio per quando ho la febbre alta.
 

Volare, oh oh…

Claudio arriva nel pomeriggio, si affianca a Piazza Grande con Adventure, il suo bel GS343, l’assenza di vento permette di stare sullo stesso corpo morto senza rischi. Ci raccontiamo le navigazioni fatte, quelle che faremo, poi facciamo onore al polpo che abbiamo in frigo tranformandone parte in sugo per la pasta, parte in insalata di mare. Vanno via un paio di bottiglie di vino bianco freddo, ma siamo cinque persone, ci sta. Sono sempre molto piacevoli questi appuntamenti in mare, a volte programmati altri casuali, ieri, ad esempio, ho incrociato di nuovo Alison e Philip, la coppia di inglesi con cui di fatto navigo di conserva da alcune settimane. Tutto per caso, ora che ci siamo dati appuntamento fra qualche giorno a Kalimnos magari sarà la volta che non riusciremo a trovarci.
Andiamo tutti a nanna, domani Claudio se na va verso Kastellorizo, l’isola di Mediterraneo, il film premio Oscar di Salvatores, io accompagnerò Michela e Andrea a Lakki dove li aspetta il traghetto per Atene, poi andrò di corsa verso Kos a prendere Camilla che mi farà compagnia per una decina di giorni; da un mese e mezzo le cabine di Piazza Grande sono più affollate che mai. Prima però ne approfitto per una passeggiata in testa d’albero col duplice scopo di fare un’ispezione generale e vedere per quale motivo la stazione del vento da qulche giorno non va. L’ispezione va bene, nulla da segnalare, la stazione del vento purtroppo no. Do una pulita ai contatti, ma la ghiera che la sostiene è spanata, impossibile rimontarla, si continuerà a navigare senza. Del resto, è ben noto tra i velisti che più roba c’è a bordo, più se ne rompe, in fondo le sole cose indispensabili sono lo scafo, la vela ed il timone, tutto il resto è un optional. O no? Beh, forse no.


Patmos, apocalipse now.


Lenta fra la nebbia, la lancia che trasportava il piccolo drappello di soldati americani con il compito di ritrovare ed eliminare il colonnello Kurtz, praticamente uscito di senno, risaliva il fiume Mekong per sfuggire alle imboscate dei vietcong, mentre la voce di Jim Morrison interpretava magistralmente l’emozione di quella che secondo il regista Coppola era l’Apocalisse adesso. Viceversa, il taxi che ci porta al monastero di San Giovanni e alla grotta dove la tradizione vuole che abbia scritto l’Apocalisse (allora, non adesso), procede a velocità sostenuta lungo i tornanti che conducono in cima alla collina dove l’imponente costruzione domina l’isola e le baie tutto intorno. Uno se ne sta in Grecia, convinto di trovare continui riferimenti alla cultura classica ed ellenistica, quando all’improvviso sbuca fuori un importante sito paleocristiano che più paleo non si può.

Chissà perchè Giovanni da Betsaida, località al confine delle attuali Siria ed Israele, ha scelto proprio Patmos per darsi alla letteratura religiosa (ok, aveva già scritto l’unico vangelo canonico non sinottico). In effetti, qualcuno mette in dubbio che Giovanni di Patmos e Giovanni l’evangelista e apostolo siano la stessa persona, mentre altri ritengono invece con certezza che sia così. Sia come sia, su questa piccola isola del Mar Egeo, dentro una grotta bassa e umida, un tal Giovanni ha scritto l’Apocalisse, dal greco apokalypsis che significa rivelazione. In realtà in questo libro l’autore rivela ben poco, preferendo l’allegoria al parlar chiaro e lasciando, volente o nolente, ampi margini interpretativi a lettori ed esegeti che possono così a tirare la coperta dal lato a loro più comodo. La grotta si visita dietro pagamento di 2 euro, dentro c’è un altare, qualche panca per ospitare i fedeli e poco altro. Mi ricorda molto la grotta della natività a Betlemme, che ho visitato tanti anni fa, anch’essa in mano alla chiesa ortodossa, stessi paramenti sacri all’interno, stesse icone, qualche pope in giro a fare coreografia. Uno di essi lo vedo dirigersi verso una ragazza seduta in terra in posizione yoga, gambe incrociate e dita pollice e indice unite: This is not a home, gli dice seccato, mentre la tipa, senza scomporsi troppo, si alza e va a sedersi su una sedia nella medesima posizione, riprendendo la meditazione bruscamente interrotta dall’ecclesiastico. Sarei quasi tentato di andare lì e dirle: Hey, stai facendo confusione, per lo yoga è la seconda porta in fondo alle scale, qui solo raccoglimento e preghiera. Poi però mi viene in mente che recentemente nella chiesa della natività i preti delle diverse confessioni cristiane si sono presi a randellate e penso che allora meglio un po’ di yoga che almeno si fa in silenzio e senza oggetti conduntenti in mano.
 

Il monastero

Il monastero è spettacolare, imponente, dominante, cupo, minaccioso, incombente; mille aggettivi si potrebbero trovare per definirlo. Dovunque ci si trovi, da ovunque si osservi la chora, la città vecchia arroccata sulla collina, lui è lì a dominare le case, la terra ed il mare attorno. E’ stato costruito verso l’anno mille, lo guardi e ti immagini monaci silenti e abati anziani e severi abitarlo ed animarlo, ti aspetti quasi di vedere Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk uscire fuori insieme dal portone principale per sfuggire ai sospetti del perfido Bernardo Gui, cattivo nel nome di Dio e della rosa. Ti immagini frotte di miserabili attendere sotto le finestre delle cucine che vengano loro gettati gli avanzi della mensa, briciole di risulta spacciate per carità. Abbazie e monasteri erano in antichità centri economici di incredibile potenza, avevano possedimenti terrieri sterminati che venivano dati in concessione ai contadini locali dietro pagamento di corrispettivi che lasciavano loro a stento di che sopravvivere, permettendo così all’ordine religioso di accumulare ricchezze enormi che venivano investite ora in opere di cultura, si pensi all’incredibile lavoro di amanuensi e miniaturisti, ora in addobbi religiosi che ricoprivano d’oro i vertici religiosi e gli edifici che li ospitavano.  All’interno del monastero c’è il museo, ci sono corone tempestate di pietre non meno della corona del re d’Inghilterra, abiti intarsiati di fili d’oro non meno di quelli dell’imperatore della Cina, affreschi e ori alle pareti non meno che nella reggia di Versailles. Insomma, è la solita storia, preti che si autoincaricano di redimere il mondo da quei peccati di cui loro stessi sono preda e che ovviamente per farlo hanno bisogno dei nostri soldi.  Loro sono 8, noi siamo 1000, 8 x 1000… lasciamo stare, va!
  

Da Cinecittà a Patmos

O forse no, non lasciamo stare, anche nel male c’è il bene, ying e yang, uscendo dalla grotta dell’ Apocalisse vediamo un vecchio monaco, su una sedia a rotelle, dietro un piccolo banco sotto un albero, che vende centrini ricamati da lui. Ci avviciniamo, scatto qualche foto al suo bel volto anziano, ci chiede di dove siamo, quanto diciamo italiani inizia a parlare in modo quasi perfetto la nostra lingua. Ho vissuto in Italia, ci fa, ho lavorato a Cinecittà, ho fatto per tanti anni il coreografo. Ci mostra il libro della sua autobiografia, putroppo solo in greco, lo sfogliamo, ci sono le sue foto con attrici e attori famosi degli anni ’60, c’è lui vestito da egiziano per il film Cleopatra con Liz Taylor, ci sono tanti altri aneddoti fotografati o raccontati per noi da lui in prima persona. Gli chiedo come sia arrivato a Patmos per farsi monaco. Ho avuto un’illuminazione, Dio mi ha detto di vendere tutti i miei beni e venire qui, ho costruito con quei soldi due piccole chiese su quest’isola. Beh, se c’è un posto dove chiesette e cappelle non mancano questo sono le isole greche, ma meglio così, meglio 2 chiese di tasca propria che 8 con i soldi di 1000, 8 x 1000… mannaggia, m’è scappato di nuovo! Comunque, bellissimo personaggio, affascinante, fosse anche solo per l’età, la lucidità che gli mantiene lo sguardo vivido e soprattutto per il coraggio di cambiare completamente vita e abbandonare gli agi, invece che lottare inutilmente contro il tempo, tingendosi e facendosi lifting fino a diventare la maschera ridicola di se stesso, come spesso fanno gli attori e, soprattutto in Italia, anche qualche presidente del consiglio.
   

I mulini di Patmos

Entrare nel porto di Skala, lo scalo principale dell’isola, ha per me il sapore del ritorno alla civiltà o meglio alla civiltà (o inciviltà) del turismo. Rivedo in giro barche, barchini, barconi, caicchi, yacht, gommoni e pedalò, rivedo gente in costume sulle spiagge, ombrelloni e chioschi, c’è perfino qualche moto d’acqua. Rivedo anche il mare calmo, liscio come l’olio, increspato appena dalla brezza termica del pomeriggio. Dopo 2 mesi di vento e solitudine mi chiedo quanto a lungo sopporterò tutto questo, per quanto tempo mi basteranno gli anticorpi che ho accumulato in queste settimane di navigazione in mari tanto belli quanto deserti. Durante la manovra di ormeggio aggancio con l’ancora un’enorme cima che giace sul fondo da chissà quanto, manovra da rifare, i vicini che mi dicono di aver spedato la loro ancora, in realtà penso che loro stessero agganciati inconsapevolmente alla cimona in condizioni  quanto mai precarie, prova ne è che quando tiro su l’ancora non c’è appesa nessuna catena altrui. In banchina tanti yacht enormi, ce n’è uno tutto grigio che sarà lungo 40 metri, lo vedo manovrare accanto ad una barchetta a vela delle dimensioni di Piazza Grande, vedo il proprietario con il terrore negli occhi mettere parabordi lungo la murata efficaci quanto una tendina di nylon contro una frana. Per fortuna alla fine nessun danno, solo generatori che staranno accesi tutta la notte per garantire l’aria condizionata ai ricchi ospiti del super panfilo. Ah già, qui fa caldo, si smorza il Meltemi e conseguentemente la temperatura si alza, è il momento di tirare fuori il mio asso nella manica, il tendalino autoprodotto con tessuto di MAS (Magazzini Allo Statuto, zona Piazza Vittorio) e l’opera sapiente di un sarto bengalese di Via Appia Nuova.
 

La chora

La cittadina alle spalle del porto è carina e gradevole anche se turistica, parecchi bar, ristoranti e negozi di paccottiglia Made in China ad uso turistico, ma anche utility di vario genere, dal supermarket alla lavanderia, approfitto di entrambe. Trovo anche il cambio della bombola Camping Gaz, Originale dotto’, anche se non c’è il marchio, non c’è il sigillo e macchie di ruggine tempestano un colore blu palesemente dato a pennello con mano frettolosa. Vabbe’, sempre gaz, o gas, è. Per le strade si parla praticamente solo italiano, tanti sono i nostri connazionali in vacanza qui, accenti soprattutto del centro-nord, piccoli gruppi di giovani, termine che nel nostro caso è spendibile fino ai 40 anni inoltrati, sandali e pantaloncini che vagano alla ricerca di una pastasciutta come fa mammà o di un paio di orecchini di corallo, fingendo o non sapendo che da queste parti si pescano spugne e non coralli e che le spugne ai lobi sono una moda ancora di là da venire.
E’ l’ultima sera per Roberta e Luciano, domani tornano a casa, direi soddisfatti del giro che abbiamo fatto insieme, dobbiamo fare un’ultima cena (tanto per restare in tema religioso) degna dell’evento. In realtà Luciano non ne può più di mangiare cernia, gliel’ho cucinata in tutti i modi possibili in barca, ma vista la mole dell’animale catturato ci abbiamo messo 3 giorni a smaltirla tutta. Con olive e capperi, scottata in un filo d’olio, a carpaccio con olio, sale e grani di pepe, a zuppa con patate, cipolle e tozzetti di pane bruscato, con le linguine, la mia fantasia si è esaurita giusto insieme all’ultimo filetto che tenevamo in frigo.
 

Antico palazzo nella chora

Un taxi ci porta alla chora per pochi euro, facciamo una passeggiata che ci svela un piccolo nucleo abitato di mirabile bellezza, case bianche e vicoli dove regna il silenzio assoluto, sprazzi di panorama sui golfi e sulle isole attorno che si aprono improvvisi oltre un muretto di pietra, porticati medievali e finestre barocche dove l’alluminio anodizzato non è ancora riuscito ad imporsi con la sue false promesse di vita eterna dell’infisso, una piazzetta che è un ricamo, piena di tavolini semplici ed eleganti, ricorda un po’ la piazzetta di Capri, solo meno fichetta e con un in incidenza di Rolex per metro quadro parecchio inferiore. Ai margini dell’abitato troviamo una panchina, è su un ciglio, domina la valle sottostante fino al mare, fino all’insenatura dove un paio di barche sono alla fonda immobili, ci fermiano ed immobili restiamo anche noi, seduti ad assaporare un’atmosfera che pare finta tanto è bella. Poi moussaka e calamari fritti su una terrazza panoramica di quelle che ti fanno quasi commuovere, pagando un conto equivalente ad un paio di tranci di pizza irranciditi di un qualsiasi bar turistico di Roma o Firenze. Torniamo in piazzetta per un ouzo, è stracolma, il bar ha messo la musica, ma siamo tutti lì a goderci il fresco, c’è un po’ di vociare ma nessuno urla, qualche coppia, rigorosamente italiana, lui tinto e abbronzato, lei con qualche decennio in meno di lui, forse fughe d’amore, certo che chi cerca atmosfere romantiche qui a Patmos ha solo l’imbarazzo della scelta.
 

Skala vista dal monastero

In porto arriva un grosso catamarano a vela con bandiera turca e skipper francese, punta lo spazio fra Piazza Grande e la barca fianco, a me pare che non c’entri, avanza lento, don’t panic mi fanno da bordo quando gli faccio segno che sono troppo grandi, eppure c’entrano, senza neppure spintonare troppo, bel manico il francese. Chiacchieriamo un po’, il turco che ha noleggiato è di Istanbul, fa il broker, la figlia studia italiano, mi dice, ma mi sembra che non vada molto oltre il ciao come stai. Molto simpatici e cordiali comunque, mi invitano da loro, mi offrono il caffè turco e quasi si commuovono quando mi gioco un altro asso nella manica, l’unica frase completa che so dire in turco: En buyuk Turkiye, la Turchia è grande, loro la prendono sul calcistico, mi rispondono con Forza Totti!, ma fa niente, l’importante è socializzare.
Patmos è il luogo che abbiamo stabilito per il cambio equipaggio, partono Roberta e Luciano, arrivano Michela e Andrea, arrivano in nave, partiti da Roma passando per Bergamo, Kalamata, Atene, e Leros, utilizzando tutti i mezzi terrestri, aerei e navali, hovercraft escluso, che la teconologia mette oggi a disposizione dei turisti. L’importante è che siano alfine arrivati, sono stato molto bene con Roberta e Luciano, non dubito che starò benissimo anche con Michela e Andrea.
La sera andiamo tutti insieme a cena in una taverna di Skala, carina, sotto una pergola, la cucina, però, non è delle migliori, ci consoliamo con un ouzo, che non va bevuto liscio ma con ghiaccio, aspettando un paio di minuti che si sciolga trasformando un liquore trasparente in un liquido biancastro. La nebbia è acqua e anice, cantava Renato Carosone, guardo il mio bicchiere di ouzo, anice dopo tutto, e penso che ha ragione, penso che in questa nebbia navigo nell’isola dell’Apocalisse, adesso.


Ikaria e Furnoi, la catabasi


Un forte scossone scuote Piazza Grande mentre siamo ancorati in una splendida e deserta caletta ridossata dai venti settentrionali. La barca sta brandeggiando, si sta muovendo cioè alternativamente a destra e sinistra sul fulcro dell’ancora, e ogni volta che arriva a fine corsa la catena va in tiro dando uno strattone che si ripercuote sullo scafo. Sono le 4 del mattino, dalla mia cuccetta sento le raffiche di vento scendere giù violente, rabbiose, dalla montagna che ci sovrasta, sento la cima che scarica la tensione della catena su una galloccia stridere ogni volta che va in tensione, sento lo sciabordio dell’acqua sulle murate, sento la fettuccia delle lifeline sbattere sulla coperta, sento il tintinnio della cimetta del tangone agitata come una piccola frusta, gli scricchiolii dei legni interni, amplificati dalla cabina fa da cassa di risonanza a tutti i rumori esterni.

Apro il passauomo di prua e metto la testa fuori, è ancora buio pesto, un paio di piccole luci sulla costa sono l’unica traccia di presenza umana, guardo il mare, bruno e parecchio increspato, penso all’ancora, mi rassicura averla controllata personalmente con pinne e maschera, calata su sabbia un po’ dura ma con un calumo piuttosto generoso. Ci saranno almeno 35 nodi di vento, non ho voglia di accendere l’anemometro, che fra l’altro da qualche giorno funziona a singhiozzo, ed uscire fuori a vedere e poi anche saperlo non cambierebbe nulla. Fra una raffica e l’altra, spesso il nulla, da 5 a 30 nodi in pochi secondi e per pochi secondi, poi di nuovo silenzio e quiete, fino alla raffica successiva.
 

Il Meltemi in azione

Il Meltemi soffia in estate, sempre da nord, a volte un po’ più da est altre leggermente più da ovest a seconda delle zone dell’Egeo. Pare sia la conseguenza della differenza di pressione fra il monsone asiatico e l’anticiclone delle Azzorre, quello che porta il bel tempo sul Mediterraneo occidentale e che rende il clima in Italia molto più mite che altrove a parità di latitudine. La sua intensità è variabile, generalmente fra i 20 ed i 30 nodi, a volte 35, raramente 40 ed oltre. Un vento molte forte, insomma, ma almeno sulla carta non devastante. Il problema sono le sue alterazioni locali dovute essenzialmente a due ragioni. La prima è l’effetto Venturi nei canali, negli stretti ed in tutti quei punti dove è costretto ad incanalarsi subendo delle accelerazioni decisamente notevoli. La seconda è l’effetto catabatico. Catabatico è la parola magica di chi naviga da queste parti, anche se questo fenomeno non è limitato al Mar Egeo. A scuola ricordo di aver studiato l’Anabasi di Senofonte, kata e ana sono due suffissi, i due termini sono quindi in qualche modo relazionati. Il vocabolarietto di greco che ho a bordo ci viene in aiuto, catabasis significa discesa, quindi un vento catabatico è un vento di discesa, vuol dire cioè che viene giù dai dirupi delle isole, tanto più quanto queste sono alte.   
 

Troppo vento per dare ancora qui dentro

Per capire meglio la questione ricorriamo ad un testo scientifico: il Manuale delle Giovani Marmotte. Ricordo un giochino simpatico che ho letto su quel sacro testo; prendete un foglietto di carta piccolo, meglio se cartoncino, delle dimensioni di un post-it, mettetelo davanti ad una candela accesa e poi soffiate. Magia, la fiamma si orienterà verso di voi. Riportiamo tutto su grande scala, il foglio di carta è una delle isole alte anche mille e più metri che ci sono qui, lunghe e piatte, quando il vento le colpisce viene deviato, separandosi in tre direzioni, destra, sinistra e alto (in basso c’è il mare). Ovviamente questo porterà ad un aumento di velocità che verrà scaricata violentemente una volta raggiunte le tre estremita, da dove tenderà a ricongiungersi al centro per riprendere il suo normale corso. Sottovento alle isole, quindi, c’è ridosso dal mare ma il vento è molto più forte e può soffiare da direzioni diverse da quella dominante, compreso dall’alto. L’Egeo pare fatto apposta per dare sfogo a questo fenomento, ci sono nel suo centro isole alte e piatte molto vicine fra loro, i canali che le separano possono trasformare facilmente una burrasca in tempesta, il Kafireas ad esempio, lo Stretto di Doro di cui ho parlato quando stavo risalendo verso nord e che ho preferito fare a motore aspettando un momento di tranquillità piuttosto che rischiare una bolina durissima quanto probabilmente infruttuosa se non addirittura impossibile.
 

Ikaria

Una delle isole che risente maggiormente di tutto quanto ciò è Ikaria, a sud della quale inizia il Dodecaneso, un passaggio quindi obbligato ed imprescindibile. Ikaria deve il suo nome ad Icaro, quello che si costruì delle ali di cera e volò così in alto che la vicinanza col sole gliele sciolse. Non voglio addentrarmi nei significati metaforici ed etici della storia, mi preme invece sottolineare un fatto che nessuno generalmente prende in cosiderazione, e cioè che il progetto era decisamente buono, funzionava e l’ha dimostrato, ha avuto il solo difetto di essere in anticipo con i tempi, un materiale più tecnologico e meno termosensibile, che so carbonio o titanio, avrebbe condotto Icaro al sicuro successo, un buon piano di marketing poi avrebbe fatto il resto rendendolo anche ricco, magari cedendo il brevetto alla Boeing, invece che famoso per essersi spiaccicato da queste parti. E sì, pare proprio che qui i mari siano dedicati a chi ci muore dentro: Egeo che si è buttato da Capo Sunio mentre aspettava Teseo, Icaro che vola e cade in acqua. Sono leggende, ma quanto fascino navigare sempre circondati da riferimenti mitologici, ogni isoletta, ogni angolo ha il suo aneddoto che riporta la mente a tante cose studiate, magari male e controvoglia, a scuola, è bello vederne l’ambientazione e confrontarla con la propria immaginazione di allora.
 

Ikaria

Arriviamo ad Ikaria dopo una navigazione al giardinetto a tratti allegrotta, a tratti più tranquilla. Il vento ha soffiato all’inizio sui 20/25 nodi per poi calare leggermente in vista dell’isola. Ma sto in guardia, non mi fido, m’aspetto la botta catabatica nel canale e poi una volta accostato sottovento, per questo mi tengo a quasi due miglia di distanza dalla costa. Avanziamo, vento pochissimo, vediamo il porto di Kyrikos in lontanza, anzi lo vediamo male perchè è esattamente controluce, ma ne intravediamo la sagoma. A non più di 200 metri dal molo foraneo arriva la prima botta. Una massa d’aria ci investe per alcuni secondi, Piazza Grande si inclina, prendo il timone e la rimetto in rotta, poi ammainiamo il fiocco, la sola vela a riva. Percorriamo a motore l’ultimo tratto continuamente investiti da raffiche sempre più forti, quando entriamo saranno sui 35 nodi. Il porto è piccolo, piuttosto affollato e gli spring generosi che hanno messo un paio di barche a vela ci impediscono di dare ancora là dove ci sarebbe posto. Alla fine ormeggiamo, non senza difficoltà, su un pezzo di banchina libero vicino all’attracco del traghetto, ma c’è risacca piuttosto forte, non è l’ormeggio dei miei sogni. Andiamo alla Guardia Costiera per le formalità di rito, poi passeggiando in paese troviamo una piccola taverna sotto un pergolato d’uva, un angoletto veramente delizioso, e ci gratifichiamo con birra, moussaka e altre specialità greche.
 

Furnoi, la prima rada

L’indomani facciamo una passeggiata scoprendo un paese veramente carino, poi la spesa, riempiamo i serbatoi d’acqua e diamo anche una sciacquata alla coperta incrostata di sale. Poi scappiamo prima che la risacca, aumentata ulteriormente, ci faccia sfracellare malgrado tutti i parabordi piazzati in posizione strategica. Andremo all’aragosta, così abbiamo battezzato Furnoi, la piccola isola contorniata da un paio di isolotti, che sulla carta nautica sembra avere il profilo di Sebastian, il personaggio della Sirenetta di Disney. Poche miglia di navigazione e siamo a destinazione, cerchiamo un buon ridosso dal Meltemi che oggi sembra in buona forma dando fondo in una baietta incantevole, un piccolo scrigno tra le rocce con in fondo una piccola spiaggetta ed una piccola cappella con sotto un piccolo molo di cemento: tutto formato mignon, tutto splendido! Siamo soli, come sempre, ma sarà una delle ultime volte che lo saremo. Dopo poco arriva una barca a vela turca con a bordo una famigliola, danno fondo e rapidamente calano il tender e vanno a riva. Entro in acqua per controllare la mia ancora e vedo qualcosa che non mi convince. Nuoto fino alla spiaggia, vado dal turco e gli dico: Sicuro che hai dato bene ancora? Si gira e finalmente si rende conto che la sua barca è scaduta al vento di alcune centinaia di metri. Mia figlia è a bordo, mi fa. Ottimo, perdere barca e figlia in un colpo solo non è da tutti! Salgo sul suo tender e corriamo, si fa per dire col motorino da 2,5 hp, all’inseguimento della barca fuggiasca. La raggiungiamo, saliamo a bordo, la ragazza non s’è accorta di nulla, forse meglio così per lei. Aiuto il turco a rifare la manovra, poi me ne torno a bordo. Il giorno dopo, tanto per cambiare aria, ci spostiamo ad una caletta mezzo miglio più avanti, stesso scrigno fra le rocce, stessa cappelletta, moletto eccetera. Manca solo il turco che speda. Per ovviare alla mancanza, arriva all’imbrunire un charter di italiani che spedano una dozzina di volte, ostinandosi a ripetere la manovra nel solito, sbagliato, modo. Mi chiedono consiglio, gli dico come fare, fanno in parte di testa loro e spedano di nuovo. Alla fine, a notte ormai calata, vedo le loro luci di via fermarsi poco sottovento a Piazza Grande, ce l’hanno fatta, bene!
 

Furnoi, la seconda rada, identica alla prima

A Furnoi trovo il tempo per un giretto subacqueo con il fucile, gironzolo un po’, poi mentre pinneggio verso il fondo vedo l’inconfondibile sagoma di una bella cernia che stimo sui 4/5 kg. La arpiono, poi torno su a riprendere fiato. Faccio un paio di tuffi per tentare di estrarla dalla tana in cui s’è infilata, ma non c’è verso, anzi dà uno strattone e rompe il filo di nylon che collega l’asta al fucile. Allarme rosso, rischio di perderla! Mi prendo dei riferimenti per essere sicuro del punto dove si trova, nonostante questo per 10 minuti faccio su e giù a vuoto, poi finalmente ritrovo il sasso dove si nasconde, infilo un braccio dentro e sento l’asta, è lei! Un altro paio di tuffi e riesco ad estrarla, il pericolo ora è che con una scodata se ne vada via con tutta l’asta, non essendo più vincolata al fucile in alcun modo. Afferro insieme ben saldamente fucile ed asta come fossero uno spiedino e mi avvio pinneggiando verso la barca. Però, sembrava più piccola quando le ho sparato. La passo a Luciano e Roberta, un po’ impacciati ed impauriti nel tirarla a bordo e buttarla al sicuro in pozzetto. Poi salgo anch’io, prendo il dinamomentro e, sorpresa, quasi 11 kg! Scatto un centinaio di foto per immortalare l’evento, poi si pone il problema di come conservarla, vista la mole. Alla fine opto, un po’ controvoglia, per sfilettarla, ricavandone quattro filetti delle dimensioni di un paio di bistecche fiorentine ciascuno. La dieta dei prossimi giorni sarà monotematica. Prima di togliermi la muta vado a dare un’altra controllata all’ancora e vedo una piccola anfora sul fondo. Vera? Falsa? La porto in superficie, facciamo un paio di foto, poi la rimetto al suo posto, che stia lì da 2 anni o da 2000, i greci sono severissimi con chi trafuga reperti storici, meglio non rischiare, per cosa poi?
 

Indovina chi viene a cena

In serata arrivano due barche del Centro Velico di Caprera, due barche scuola che ci ormeggiano vicino. Dopo settimane di navigazione senza barche in giro, rivedo per la prima volta qui, di nuovo, tracce di vita diportistica. Siamo su una linea di confine, a nord di Ikaria tanto vento e pochissimo turismo, a sud si aprono le porte del Dodecaneso, mediamente meno vento e tanto, tanto turismo. Sarà scioccante, penso, ritornare alla civiltà, o all’inciviltà, dipende dai punti di vista. Il turismo porta innegabilmente benessere, ma porta anche tante cose negative, dalla devastazione edilizia all’inaridimento delle persone, che smettono di vedere nello straniero una fonte di arricchimento culturale, per vedere un più prosaico arricchimento economico. La gentilezza ed i sorrisi che ho trovato finora nell’Egeo settentrionale, sia turco che greco, non credo che li ritroverò tanto facilmente. Mi godo questi ultimi momenti, è tutto buio intorno a noi, il cielo e pieno di stelle e, grazie ad una simpatica app che ha Luciano sul telefonino, giochiamo a identificarle, dando finalmente un nome almeno a qualcuno dei milioni di lumicini che abbiamo sulla testa. Poi, ad una cert’ora, accendo la luce di fonda in testa d’albero, aggiungendo una stella fra le stelle, e mi distendo in cuccetta. Domani si va ad Arki, poi Patmos, poi, ancora verso sud.

Katsari ed altre sorprese


In Grecia la sorpresa è sempre dietro l’angolo. E’ talmente ricco di posti incantevoli questo paese, da lasciarli spesso buttati là con noncuranza, come se si trattasse di qualcosa di ordinario, scontato, quasi banale. Invece capita spesso che oltre un promontorio, un capo, uno scoglio, ci sia una spiaggia deserta, un porticciolo o qualche ricamo roccioso di quelli che la natura confeziona con la pazienza infinita del tempo. Da parecchi giorni gironzolo intorno a Chios e Psara, isole madre e figlia a ridosso della costa turca. La seconda m’è entrata nel cuore, è la mia isola, il posto dove mi sento estasiato e felice come un adolescente di fronte all’innnamorata, appagato dal solo fatto esserci e di essere; chissà se le due cose sono conseguenti.

Chios, invece, è un’isola grande, la cittadina principale ha un grande porto, collegato col Pireo, comodo per imbarchi e sbarchi, ma, come spesso i centri abitati greci di quest’Egeo settentrionale, poco interessante architettonicamente, soprattutto per noi italiani, abituati ai tanti artistici paesi della nostra penisola. A Chios è scesa Alessandra e sono saliti Roberta e Luciano, gli amici che navigheranno con me per un paio di settimane.
 

Oinoussa

Di Chios ho praticamente fatto il periplo, la costa è molto bella, ci sono molti piccoli nuclei abitati, a volte piccolissimi, appena un pugno di case, ciascuno col suo molo, non sempre però ben ridossato dal vento prevalente, vale a dire il solito Meltemi estivo. Si tratta in genere di piccoli villaggi di pescatori, di turismo neanche a parlarne, quasi sempre Piazza Grande è l’unica barca in giro e l’unica all’ormeggio o alla fonda, in questa stagione estiva eppure ormai avanzata. Ma sia chiaro, non sto certo qui a lamentarmene, anzi ogni tanto il pensiero mi va a una qualunque località italiana ed al consueto affollamento di barche e mi viene la pelle d’oca. Sì, ho scelto bene la mia destinazione, la mia rotta, è stato faticoso all’inizio, ma c’era Istanbul da raggiungere, i jeans da comprare, il nobile scopo faceva quasi scomparire la fatica o le difficoltà. La vela, a mio modo di vedere è questa, è una vela tranquilla, rilassata, senza ricerca di performance esasperate, è confort per l’equipaggio e non prestazione sportiva. Ora che sto navigando sempre alle portanti, spesso neanche apro la randa, vado di solo fiocco, anzi, giorni fa partendo da Psara con 30 nodi al giardinetto, ne facevo più di 4 a secco di vele, sono stato quasi tentato di andare così.
 

Il museo della marineria

Con Roberta e Luciano siamo stati a Oinoussa, una piccola isola a nord di Chios, per i turchi Koyun Adasi, l’isola delle capre, che ha dato i natali ad alcuni importantissimi e ricchissimi armatori; nomi a noi sconosciuti, ma un paio di megayacht che abbiamo ormeggiati di fianco ci hanno chiarito le dimensioni delle tasche di questi signori. Pare che detengano un numero di navi impressionante, centinaia di tonnellate di stazza e tonnellate di merci trasportate che generano fiumi di denaro. Come li spendono? Qualche spiccio il nostro vicino di banchina l’ha speso per le due macchinette elettriche con cui i marinai portano a spasso per l’isola lui e la sua famiglia, quelle macchinette che si vedono nei campi da golf o ai meeting dei presidenti americani. Il paese è molto carino, saliamo sulla collina dove è adagiato, ci perdiamo nei vicoletti, compriamo la frutta in una bottega cristallizzata agli anni ’60, scaffali in legno e una stadera per pesare l’uva che prendiamo. Poco oltre ci tarpa un tizio che sta sistemando la sua piccola veranda. E’ un capitano di lungo corso in pensione, abita ad Atene e torna qui in estate nella casa della sua infanzia. Ci attacca bottone, insiste per farci entrare, ci offre da bere, la moglie ci mostra le foto del nipotino appena nato, lo fermiano prima che  ci inviti a pranzo! Ringraziamo per questo ennesimo atto di cordialità che i greci ci regalano e ci congediamo per proseguire il nostro shopping alimentare. Entriamo nel forno, prendiamo il pane e ci offrono dei biscotti buonissimi. Ok, li prendiamo, diciamo subito. Mi dispiace, fa il proprietario, li ho finiti. Allora, risponde Luciano, prendiamo questi rimasti. Putroppo non posso darveli, è la replica. Mah, decisamente più filosofi che commercianti i greci, ti invogliano su una cosa che poi non hanno da venderti, mancano proprio delle basi del marketing. Torniamo in porto e, sorpresa, in banchina c’è anche la barca di Alison e Philip, la coppia scozzese, ma che poi si scoprirà essere inglese, che avevo vicino a Mitilene. Felici entrambi di incontrarci di nuovo, ci invitano per un aperitivo a bordo del loro bell’Hallberg Rassy, ricambiamo con un invito a cena su Piazza Grande: spaghetti alla puttanesca ed insalata greca, poi tante chiacchiere di mare, di vela, di vita di bordo.
 

Il porto di Oinoussa

Lasciamo l’isola per tornare a Psara, voglio mostrare quest’incanto ai miei amici. Passiamo la notte a Kardamilla, lato nord di Chios, dove Roberta ne approfitta per rompersi quasi un piede saltando in barca con un pizzico di leggiadria di troppo. Paese senza storia, sosta tecnica, l’indomani salpiamo per l’isola del mio cuore. Non bisognerebbe mai ritornare, canta Guccini, ma come si fa a non tornare in un posto così! Entriamo in porto, siamo l’unica barca, a parte quelle di Jimmy e Pakis, due greci che si piazzano fissi qui per qualche settimana in estate, ci mettiamo all’inglese, manovra perfetta, un applauso all’equipaggio! Un bagno, poi la sera quattro passi prima di un ouzo al bar. Camminiamo ed incontro gli accampati, quelli che vivono su una spiaggia a mezzo miglio dal porto, ci scambiamo cordialità come vecchi amici, poi il comandante di un grosso yacht che avevo di fianco giorni fa mi riconosce e mi saluta, poi una famiglia di milanesi già conosciuta giorni fa, poi Jimmy passa al tavolo dove ci siamo fermati, per fare con noi due chiacchiere sulle previsioni meteo e sulle batterie che mi ha fatto comprare lui a buon prezzo. Mi sento a casa, sorrisi ovunque e rilassatezza. Sembra di essere negli anni ’60, ci dice una coppia di ateniesi seduta al tavolo vicino. Hanno ragione, non ci sono rumori molesti, non c’è musica assordante nei bar, le rarissime macchine passano per andare non per andare a spasso, le persone chiacchierano serenamente a voce moderata, nessuno urla, nessuno ha bisogno di soverchiare il prossimo prima di essere soverchiato a sua volta. Incontro pure, ma non del tutto fortuitamente, Francesca e Giovanni, che hanno fatto con me la prime settimane di viaggio, fino a quando ci siamo divisi, loro verso la Calcidica, io verso i Dardanelli. Una cena insieme per raccontarci le esperienze che ciascuno ha vissuto, poi loro se ne vanno verso le Cicladi, io scenderò verso il Dodecaneso, forse ci troveremo ancora insieme per il rientro in Italia.
 

Oinoussa

Il giorno dopo, solita sosta al forno per i soliti dolcetti, buoni come al solito. La sola cosa non solita è il prezzo, non è mai lo stesso, chissà qual è la variabile che lo determina. Anche il resto è aleatorio, fanno 7 euro, mi dice la signora, ma alla banconota da 10 euro che le porgo restituisce solo 2 euro e mezzo di resto. Misteri dell’economia greca! Molliamo le cime e ci spostiamo ad Antipsara, la figlioccia disabitata di Psara, piccola ed incantevole, un’altra sorpresa dietro l’angolo, solo un paio di miglia distante. Ma non è la giornata adatta, ci sono 30 nodi di vento e si sentono tutti, il mare è molto mosso ed il ridosso che troviamo ben protetto ma di certo poco confortevole. Una sosta lunga per un bagno ed un giretto veloce col fucile, dopo poco l’acqua è fredda anche con la muta da 3 mm, prendo solo un paio di pescetti per lo spaghetto serale, poi torniamo in porto a Psara, trovandolo incredibilmente strapieno, sono arrivate ben 3 barche a vela, dicansi 3! Meno male che domani si va via, tutto quest’affollamento potrebbe urtare i nervi…
 

Oinoussa

Lasciando Psara facciamo una sosta a Volissos, uno dei citati porticcioli di Chios, altra sosta tecnica, dobbiamo fare nafta. Telefono allo spacciatore di idrocarburi: quanta je ne serve, dotto’? Me ne facci 100 litri, me ne facci. Immagino che arrivi la solita piccola autobotte, invece si presenta un tizio con 4 taniche da 25 litri nel bagagliaio dell’auto. Ovviamente non sono taniche per carburanti, siamo mica al paese dei precisini! Del travaso si incarica il benzinaio ambulante stesso, succhiando da un tubo di gomma come ai bei tempi, quando per fare il pieno al motorino… ma sorvoliamo, sono ricordi che non interessano nessuno! Siamo l’unica barca, ovviamente, intorno a noi alcuni pescherecci, proviamo a socializzare ma i marinai sono tutti egiziani e non parlano inglese. Uno di essi ha la radio a tutto volume che da un’ora urla e sbraita in arabo. Provo a domandargli cos’abbia lo speaker per essere tanto alterato e lui capisce che voglio che abbassi il volume. Mi guarda brutto e mi urla, tanto per sovrastare la radio, Time, time, facendo il gesto dell’orologio, come a dire che non è ora di riposo. Provo a spiegargli che non era quella la mia richiesta, gli sorrido, ma non riesco a farmi capire. Vado allora da lui con una bibita, rigorosamente analcolica, e due bicchieri, mi risponde con una mano sul cuore in segno di gratitudine dicendo con un sorriso: Ramadan. Con certe persone non ci si azzecca mai!
 

Aghios Stefanos

Notte tranquilla, poi via verso Mestà, altro porticciolo sul lato sud dell’isola, vicino ad un paese medievale che merita una visita. Putroppo la banchina altissima, a misura di traghetto, e la forte risacca ci impediscono di attraccare. Che fare? Il piano B prevedeva di andare ancora più a sud in una bellissima rada che ho già visto un paio di settimane fa, ma dando un’occhiata alla carta mi sembra di vedere un bel ridosso su un’isoletta piccolissima proprio qui di fronte, a neanche un miglio. Puntiamo lì e… l’ennesima sorpresa dietro l’angolo! La baia è bellissima e sull’isola c’è una minuscola chiesetta. Scendiamo a terra col tender per visitarla, fuori ci sono dei tavoli ed un enorme barbecue, forse ci fanno delle gran mangiate per la festa del santo.
 

Momento di regresso

Aghios Stefanos, Santo Stefano, dice la targa di benvenuto. Sempre cordiali i greci, vedendolo da lontano avevo temuto che fosse il cartello scacciacuriosi di qualche eremita tipo Dinamite Bla. Apprendiamo anche il nome dell’isola: Katsaro, isola del Katsaro. Fa ridere, lo so, ma da queste parti è un toponimo frequente, cerco sul vocabolario di greco, katsaro vuol dire riccio, quindi Isola del Riccio, in effetti ce ne sono tanti sugli scogli. Che incanto! Non paghi di essere l’unica barca all’orizzonte, ci siamo trovati anche un’isola tutta per noi, senza anima viva. Morta invece sì, vediamo infatti in per terra un bel sorcetto di campagna in formato cadavere, cosa che darà gli incubi a Roberta per tutta la notte, immaginando il ratto-zombi salire a bordo con abile maestria subacquea. Entriamo nella chiesetta, c’è la chiave nella toppa, è minuscola, dentro alcune icone sacre in stile ortodosso che sembrano i ritratti fatti dal tenente Montini nel film Mediterraneo. Abbiamo un attacco di infantilismo iconoclastico formato persone perbene: ci facciamo qualche foto sull’altare in posa non esattamente liturgica.
 

Aghios Stefanos

Torniamo in barca, portiamo una cima a terra per mettere Piazza Grande con la prua al mare e ci prepariamo per la cena. Mentre cucino odo dei tonfi in coperta: Roberta e Luciano stanno ballando a ritmo di musica, sinuosi e sculettanti come due adolescenti. Via i freni inibitori, accenno due passi anch’io, siamo soli nel mare, il cielo imbrunisce, venere appare come sempre per prima là dove è calato il sole. Poi… poi avrei voluto parlare del massacro di Chios, il terribile evento che ha segnato la storia greca, 20.000 persone trucidate dai turchi, un eccidio che ha avuto all’epoca, 1822, una risonanza internazionale e che è forse all’origine del detto: mamma li turchi! Avrei voluto parlare di Omero, alcuni storici sostengono sia nato qui. Avrei voluto dire tante altre cose, ma da qualche giorno sono in fase di pigrizia creativa, di rilassatezza totale, per non dire di svacco. Sarà la presenza dei due simpatici amici, del bel clima che si è instaurato a bordo, delle chiacchiere e delle risate. O anche, semplicemente dal fatto che bisogna vivere per raccontare, primum vivere deinde filosofari, visto che siamo in terra di filosofi. O, omaggiando gli inglesi dell’altro giorno: even the smallest feelings are more worth than the highest thoughts: l’ho letta sui muri di scuola tanti anni fa, la tengo in mente da allora, qui ci sta proprio bene.
 

Il cartello dell’equivoco

POST SCRIPTUM Parlando di katsari ho scritto una katsata! L’errore nasce dall’annoso problema della translitterazione delle parole da un alfabeto all’altro. Il suono di doppia Z (ZZ) dell’italiano risulta incomprensibile a molti per due ragioni: la Z non viene pronunciata in nessuno dei due modi in cui lo facciamo noi (zanzara, zuppa) ma bensi strusciata (inglese zed). La doppia, poi, non la conoscono proprio. Anni fa in Marocco ho fatto scrivere il mio nome da un artista in una calligrafia molto arabescata e la doppia Z del mio cognome l’ha scritta TS. Giorni fa sulla carta nautica ho letto Capo Katsari, non sapendo però come fosse l’originale greco, in fatti in greco ci sono due modi di scrivere quello che per noi è la doppia Z (ma che loro non comprendono), e cioè TS, ovvero tau-sigma (τσ), oppure con la lettera Teta (θ).

Katsari ovunque!

Bene, detto ciò, quando siamo sbarcati sull’isoletta, il cartello diceva benevenuti a Santo Stefano, che io ho preso per un riferimento alla chiesetta, poi sotto c’era una parola che non conosco e di seguito Nisi Katsaro, che ho preso per il nome dell’isola (nisi vuol dire isola), come era Katsari il capo. Ho cercato la parola sul dizionario di greco come TS ed effettivamente vuol dire riccio. La cosa quadrava perfettamente, Capo dei Ricci, Isola del Riccio. Quando poi, dopo aver scritto questo post, ho visto la foto che avevo fatto al cartello, mi sono accorto che katsaro (O cazzaro, se proprio vogliamo translitterare come si deve) era scritto col theta (καθαρός) e non con tau-sigma (κατσαρός). Ho cercato di nuovo sul dizionario e significa pulito. A quel punto m’è sorto il dubbio: vuoi vedere che la parola prima vuol dire tenere, mantenere? E infatti! Benvenuti a Santo Stefano, tenete l’isola pulita. Perdonatemi, sono passati 30 anni dal mio ginnasio, e poi qui di katsari c’è il pienone, ieri sera abbiamo cenato in una taverna che si chiamava Katsoura!   


Psara, silenzio e vento


In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
(F. De Andrè/E. Lee Masters)


La bellezza è negli occhi di chi guarda, è assiomatico. Ciò non significa che la bellezza è creata dalla fantasia dell’osservatore, ma che per apprezzarla bisogna avere l’animo predisposto a farlo. Passeggio lungo la strada che esce dal piccolo centro abitato di Psara, un’isola minuscola con circa 200 abitanti che si trova di fronte Chios, e costeggiando una spiaggia deserta osservo il vento sollevare la sabbia fina, pettinandola fino a formare le classiche piccole coste che connotano gli arenili non calpestati da piede umano. Ci sono solo io, è mezzogiorno, il sole è a picco ma il vento rende l’aria piacevole e fresca, oltre che secca. Guardo il piccolo vortice che si allarga fino a dissolversi e non vedo siccità nè desolazione, vedo piuttoso l’energia vigorosa di Madre Natura, odo il silenzio, l’assenza di rumori artificiali, meccanici o elettrificati, sento il sibilo del vento foriero di vita, il calore del sole sulla mia pelle, provo gioia.

Il porticciolo di Psara

A Psara non si arriva per caso, è fuori dalle rotte classiche, in questo Egeo settentrionale c’è pochissimo turismo, il poco che c’è è greco ed il più delle volte Piazza Grande è l’unica barca per mare o alla fonda. A Psara vai perchè scegli di andarci, perchè senti che un posto così ce l’hai dentro da sempre. Un pugno di case concentrate attorno al porto, per il resto rocce brulle e spiagge, contornate da un’acqua incredibilmente trasparente. E vento, tanto, costantemente da nord in estate. E’ un incanto guardare il mare frangere sulla costa sopravvento, oppure sollevarsi rapidamente anche a pochi metri dalla battigia sottovento. C’è chi passa le ore davanti alla TV, io trovo questo molto meno monotono e più interessante. La bellezza, si diceva, è negli occhi di chi guarda.
 

In navigazion e

Salpiamo per Psara alle 2 e mezzo di notte, il rollio dell’ancoraggio a sud di Lesvos non mi fa dormire, inutile restare qui, tanto vale andare. Salpo l’ancora e dico ad Alessandra di restare a dormire se vuole, mi metto in rotta, sono circa 45 miglia, non pochissime, ci vorranno diverse ore, il vento è a favore e spingerà con forza. Il mare non dovrebbe montare molto, ma se anche fosse sarebbe anch’esso a favore, non c’è quindi da preoccuparsi troppo. Quando sorge il sole ci sono più di 25 nodi, viaggiamo col solo fiocco a circa 6 nodi, il pilota automatico non fa una piega e pensa lui a condurre la barca. Osservo la scia che abbiamo dietro, bianca, spumeggiante, piena di energia. Psara è lì davanti, il suo profilo si fa sempre più marcato col passare delle ore, fino a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Appena doppiamo Capo Katsari (si chiama proprio così!) le onde improvvisamente si placano lasciandoci un mare liscio ed un vento intatto nella sua potenza. Ci fermiamo in una piccola baia nelle immediate vicinanze, per fare un bagno ma anche per iniziare ad assaporare questo posto. Manovra di ancoraggio lesta una volta individuato il punto giusto, 30 metri di catena su 4 di fondo, poi un tuffo per controllare di persona, con le raffiche oltre i 30 nodi è bene essere sicuri.
 

La rada degli accampati

Con poche bracciate arrivo sulla spiaggia, sono curioso, da bordo ho notato alcune persone bivaccare all’ombra di alcune capanne improvvisate. Mi tolgo maschera e pinne, saluto e vengo accolto cordialmente. Sono due famiglie di Atene, due coppie e quattro bambini di una decina d’anni, mi raccontano che da qualche anno passano sempre un paio di mesi qui, in questo modo, aggiungendo ogni estate un piccolo confort alle loro dotazioni. Hanno un bel gommone con cui vanno in porto per la spesa e per l’acqua, per il resto stanno qui, di giorno al sole e al vento, di notte sotto l’incredibile manto di stelle che solo l’assenza totale di inquinamento luminoso può offrire. Della coppia con cui chiacchiero all’ombra del loro bivacco, lui è costruttore, lei insegnante di yoga, hanno il viso sereno, così pure i loro figli. Anni fa sarei impazzito per una vacanza in questo modo, forse anche adesso, se non ci fosse Piazza Grande a moltiplicare per mille i posti così.
 

Paesaggio metropolitano

Torno a bordo, dopo quasi due mesi di navigazione è giunto il momento di dedicarsi un poco alla pesca sub. Per quanto andare in giro in barca significhi stare sempre nell’acqua, la barca a vela e la pesca subacquea si conciliano molto male. La ragione è che la prima predilige le baie tranquille, ampie e sabbiose, dove spingersi quanto più in fondo possibile per trovare il ridosso migliore, la seconda vuole i promontori rocciosi, dove la corrente si fa sentire maggiormente, portando allo stesso tempo vita e morte, una smuovendo le acque, l’altra sotto forma di predatori che si avvicinano alla costa alla ricerca di un pesce più piccolo di loro che gli fornisca il pasto di cui hanno bisogno. Anche l’uomo, per certi aspetti, rientra nella categoria. Giro un’oretta, sparo ad un pesce di circa 1 kg che non ho mai visto prima, ma lo prendo “basso”, sull’addome cioè, e nel recuperarlo lo perdo. Poi, all’ombra di una piccola tana scorgo l’inconfodibile profilo di una cernia, mi avvicino in silenzio e prima che possa capire che la sua ora è giunta scocco il tiro dall’altro centrandola in pieno appena dietro l’opercolo branchiale. Il suo destino è scritto: una saporitissima zuppa con la testa, i filetti invece, li preparo con pomodori, olive e capperi: semplice, saporito e rapido.
 

Barche per la piccola pesca, soprattutto aragoste

Il vento è aumentato ancora, per quanto l’ancora sia a posto, passare qui la notte vorrebbe dire ballare un pochino, meglio spostarsi in porto. Dentro, però, la piccola banchina è occupata da un paio di barche ormeggiate all’inglese, di fianco cioè, c’è solo un piccolo spazio dove posso entrare con la poppa dando ancora. Faccio così, con qualche difficoltà dato il forte vento, ma alla fine siamo sistemati. Si fa per dire, perchè un paio di locali vengono subito ad avvertirmi che il fondale non è buon tenitore. Mi tuffo per controllare, l’ancora è completamente scomparsa, provo a cercarla seguendo la catena, ma pare fagocitata da sabbia e fango. Ne deduco che ha preso bene e decido di restare come sto. Faccio male, perchè nelle 24 ore successive sono costretto a recuperare, un metro alla volta, circa un terzo del calumo, fino a quando mi tocca spostarmi ed ormeggiarmi a pacchetto su una barca di una dozzina di metri di un greco molto simpatico e cordiale. Quando gli dico che le mie batterie sono alla frutta, inizia a telefonare a destra e a manca fino a che mi da un riferimento a Chios, la prossima tappa, dove troverò tutto a buon prezzo. Perfetto, grazie!
 

Resti di vecchie case

La vita a Psara, inutile dirlo, è tranquilla e silenziosa. Ci sono poche auto, qualcuna di qualche sparuto turista che cerca la sua spiaggia, i 4 fra bar e ristoranti sul porto mettono a sera della musica ma ad un volume che ne limita la fruizione ai propri avventori, qualcuno chiacchiera pacatamente davanti ad una birra, l’agente della Guardia Costiera passa a chiedermi i documenti e mi dice di accomodarmi sul marciapiede, ci sediamo in terra mentre lui compila le scartoffie necessarie, i bambini corrono liberamente, qualche pescatore rammenda le sue reti, alcune anziane donne osservano sull’uscio il poco mondo che hanno davanti. Qui i turisti non ce li vogliono, mi dice un tizio, qui sono tutti ricchi, con la pesca delle aragoste o con comandi in marina mercantile, molto ben remunerati. Al ristoratore dove ceno, chiedo cosa faccia in inverno: Lavoro dando da mangiare ai soldati. Soldati a Psara? A fare cosa? Siamo vicini alla Turchia, mi fa serio, dei turchi non puoi mai fidarti. Mi viene quasi da sorridere al pensiero del potente esercito turco all’assalto di Psara, poi però mi vengono in mente gli americani che pochi anni fa hanno invaso Grenada o la recente querelle fra Spagna e Marocco per il possesso dell’Isola del Prezzemolo, uno scoglio praticamente, e comprendo le ragioni di chi nei secoli ha avuto dalla prossimità più dolori che gioie.
 

Il Meltemi da queste parti non manca mai

Sulla collinetta sopra il porto, un vecchio mulino a vento, forse un’antica macina, lo raggiungo inerpicandomi fra cardo e lentischio, poi proseguo fino sulla vetta, dove trovo l’ennesima cappella e l’ennesimo monumento ad un tizio con il turbante, mistero totale chi sia, la scritta in greco non mi aiuta a capire. Sotto, la spiaggia del Lazzaretto, toponimo presente spesso anche in Italia, evidentemente il luogo dove nell’antichità si concentravano gli appestati per evitare il contagio al resto della popolazione. Riscendendo trovo un piccolo forno che fa dei dolcetti strepitosi, la signora che li vende si compiace nel vedermi tornare per il bis dopo pochi minuti, poi la chiesa, azzurra, relativamnte moderna, poi una chiesa ancora più grande in restauro. E’ incredibile, un’isola così piccola con una chiesa, una cattedrale, un monastero e diverse dozzine di cappellette sparse dapperttutto, mi chiedo se a natale ognuno se ne va a pregare davanti al suo personale altare. Io, invece di pregare, guardo il mare davanti a me, guardo le onde che frangono sulla sua superficie, guardo Antipsara di fronte, pochi chilometri quadrati completamente disabitati, guardo i gabbiani planare senza bisogno di sbattere le ali, guardo il punto dove il cielo tocca l’orizzonte, guardo la sabbia sollevata dal vento e vedo la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.



Mitilene: Saffo perdonali.


Ille mi par esse deo videtur.


(Catullo, Carmina, 51)

Mi risuona nella testa il celebre carme di Catullo, riadattamento (o saccheggio) dei bellissimi versi di Saffo: lui mi sembra un dio. Sei parole in tutto, mezza frase che basta però per definire in modo chiaro un contesto di amore perduto, forse di gelosia, sicuramente di sofferenza. Mi risuona in testa oggi, qui, in questo mare che bagna Lesbo, il luogo dove Saffo è nata; ma mi risuonano in testa da decenni, dal ginnasio, i versi dei due autori classici che più ho amato negli anni delle superiori. Difficile per un qualunque giovane preda della furia ormonale dell’adolescenza non essere estasiato da una poetessa di 2500 anni fa che si dichiara “innamorata dell’amore”.

Ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit


Supera gli dei colui che siede di fronte a te e ti guarda e ti ascolta. Come dargli torto? Di cos’altro ha bisogno un innamorato se non di abbeverarsi alla fonte dell’amata?

Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo.


Chi, innamorato, non s’è mai sentito così?
  
E’ con una certa emozione che indirizzo la prua di Piazza Grande su Mitilene, città principale di Lesbo, o Lesvos, terza isola greca per estensione, dopo Creta ed Eubea. Dopo una notte rubata alla burocrazia turca che mi imponeva di lasciare le acque territoriali dello stato entro la mezzanotte, salpo l’ancora con tutta calma e in tarda mattinata mi avvio ad affrontare le poche miglia che mi separano dalla meta. Il mare è leggermente formato, strascico della sventolata di ieri, ma il vento è portante, arriva da poppa, sospinge, non frena, sull’onda si plana e non si sbatte. Sarà così d’ora in poi, dopo un mese e più di risalita verso nord, verso l’origine di uno dei venti più poderosi del Mediterraneo, il Meltemi, girata la prua ad Istanbul, è finita la sofferenza di barca ed equipaggio. Come cambia tutto! 30 nodi di prua sono quasi inaffrontabili, 30 al lasco sono poco più che una passeggiata. E allora passeggiamo, lasciamo che la barca plani sull’onda raggiungendo velocità altrimenti inarrivabili, il fiocco completamente aperto e la randa completamente chiusa, un po’ perchè ancora rotta, un po’ perchè in queste condizioni è, a mio modesto avviso, pressochè inutile. Faccio 6 o 7 nodi, aprire la randa non aggiungerebbe nulla in termini di velocità e creerebbe difficoltà in caso di strapoggiata. Se il vento aumenta, qualche giro di rollafiocco, se cala, ma non cala, si fanno 5 nodi, è comunque un bell’andare.
 

Punti cospicui a Lesvos

A metà strada ammaino la bandiera turca di cortesia, rimasta a riva quasi 3 settimane, e alzo quella greca. Belle entrambi, rosso vivo la prima, azzurra come il mare la seconda. Entrambe contengono simboli religiosi, ciascuna ha combattuto l’altra per secoli, sia sul piano politico che su quello della fede. Io, senza fedi, posso amare entrambe, posso amare entrambi i popoli che esse rappresentano, due popoli cordiali con gli stranieri, ospitali, generosi, sorridenti; forse con tutti, ma non fra loro. Durante la navigazione provo a calare la traina, ma sono troppo veloce ed il mulinello s’è mezzo rotto, un’altra avaria da aggiungere alla giù nutrita lista delle cose da riparare o ricomprare. Dopo circa due ore avvisto le due ciminiere che il portolano segnale come cospicue, poco oltre i resti di una fortezza ed infine le case che si stringono attorno al porto. Mitilene è lì davanti a me, Saffo, l’amore in versi.
 

Non è un bel posto per la notte.

Supero il frangiflutti e metto la prua sulla banchina in fondo, dove vedo gli alberi di alcune barche a vela ormeggiate, ma vengo subito intercettato dalla Guardia Costiera: un uomo in divisa blu mi chiama dal molo, mi avvicino e mi chiede da dove vengo. Potrei barare, dare il nome di un qualunque porto greco, ma non ho voglia di mentire, dico Ayvalik e questo avvia automaticamente la procedura di entrata nelle acque territoriali. Devo fermarmi su una banchina recintata, andare prima al controllo passaporti, poi alla dogana ed infine all’autorità portuale, il cui palazzo individuo grazie alle vaghe reminescenze del greco scolastico: Limenarkeio, dice l’insegna solo in lingua locale. Limen è porto, arkon è comandante, è questo sicuramente. Facile no? Riempo una risma di moduli riscrivendo mille volte i dati miei e di Piazza Grande, pago i 15 euro di entrata in Grecia, che ho già pagato arrivando dall’Italia ma essendo uscito devo ripagare, e dopo qualche timbro sono libero di andare ad ormeggiare. C’è parecchio spazio, il vento non è molto, dico ad Alessandra, che è ancora con me, di mollare l’ancora e lancio le cime in banchina, come sempre c’è qualcuno gentile a prenderle.
 

Plomarion

Il primo impatto è scioccante. Una fila di brutte palazzine, disordinate e sporche come disordinata e sporca sono la strada e il traffico automobilistico che la percorre. C’è odore di smog, l’aria è appiccicosa, sono le 2 del pomeriggio, i negozi sono chiusi, giro un po’ nei vicoli alla ricerca di un supermercato ed un posto dove comprare la batteria che mi serve, ma riaprono tutti alle 6. Alle 6? Però, che belli gli orari greci! Più cammino, più mi rendo conto che questa città non ha veramente nulla da offrire ad un turista, infatti di turisti stranieri in giro non se ne vedono. Per quanto cerchi, non riesco a trovare angoli carini, curati, o anche solo leggermente più aggraziati di una qualunque squallida periferia metropolitana. Saffo, dove sei? Cos’hanno fatto alla tua città? Dov’era il tuo tiaso, dove la casa di Alceo? Non voglio fare come quelli che arrivano a Roma e si aspettano di vedere i romani girare in biga, ma qui delle vestigia di un tempo non è rimasto veramente nulla. C’è solo il presente, un presente recente, senza storia e senza un minimo di cura per l’estetica. Non c’è nulla da fare qui, c’è solo da andare via. Anzi no, prima c’è da sopportare una notte con la musica a tutto volume dei bar sul porto. Don’t worry, they stop playing around 5 am, mi dice sorridendo l’inglese che sembra Asterix da bordo della sua bella barca in compagnia della moglie. Li incontriamo poi casualmente a cena in una taverna, sono partiti dalla Scozia 3 anni fa e non hanno nessuna intenzione di tornare. Fa freddo, mi dice lei, molto freddo, troppo freddo. Come darle torto.

La mattina successiva provo a fare nafta, come in tutta la Grecia si fa con l’autobotte. Sulla colonnina dell’elettricità ci sono 4 numeri telefonici, li chiamo tutti ed in sequenza ottengo le seguenti risposte:
1) ora ho da fare;
2) 70 litri sono pochi, non vengo;
3) Richiama nel pomeriggio;
4) vengo ma devi spostarti nella banchina della GC.
Mi gioco allora l’asso nella manica: il marina! Ti pare che un marina fichetto, incredibilmente gestito dalla Setur, la società turca che gestisce i marina in Turchia, non ha un modo di fornire la nafta ai suoi clienti. Telefono, mi risponde una signora molto gentile: certo che possiamo procurarle la nafta, ma deve pagarci una notte in marina. Accidenti, un affarone! I’m coming, le dico, but probably next year. Insomma, finisce che prendo le taniche e cerco una pompa in strada. E’ lontano, fuori città mi dicono. Prendo un taxi, mi sento unpo’ idiota  ad andare a fare nafta col taxi, ma d’altra parte di necessità virtù. Il taxi fa 500 metri e la pompa era lì, non lontano da dove avevo camminato ieri. Vabbè, due viaggi, tanto qui i taxi non costano come da noi, e ridò fiato al serbatoio ormai quasi vuoto.
 

Ma davvero siamo in Grecia?

Incontro per caso due finanzieri italiani, nel senso di Guardia di Finanza: mi fermo a chiacchierare, avevo notato una nostra motovedetta entrando in porto, sono qui per un servizio congiunto con i finanzieri greci, sono contenti di incontrare un italiano e devo dire che sono contento anch’io, vedere la divisa italiana in giro per il mondo per servizi di tutela e non di guerra fa piacere. Almeno spero che sia così, visto che questa zona è in pace. Alla batteria rinuncio, l’unico negozietto ha prezzi astronomici, via quindi da questa città che non è nemmeno il fantasma di sè stessa. Prima di mollare le cime, una ragazzino sporco ma con la faccia pulita e due occhiali sul naso che gli danno un’aria quasi dottorale, mi propone l’acquisto di una penna. Solo che lui vorrebbe che prendessi tutta la scatola, saranno 50 pezzi, che ci faccio? Alla fine ci accordiamo per un accendino, anche se pure di questo vorrebbe darmi la confezione intera. Leggo l’episodio come un segno della crisi, assolutamente invisibile nelle piccole isole, evidentemente, invece, assai più percepibile nei centri urbani anche di dimensioni modeste.
  
Giriamo un po’ attorno all’isola verso sud, la costa è bella, molto verde, qualche piccola spiaggia. Ci fermiano a Plomarion, un porticciolo carino ma talmente piccolo che preferisco non entrare. C’è una bella spiaggia proprio accanto, la carta nautica da un fondale buono per l’ancora, passeremo lì la notte. Sulla riva una casa che sembra uscita da un quadro di Hopper, sembra di stare a Cape Cod, dietro di noi solo la luna piena, con il suo riflesso d’argento frastagliato da un mare appena increspato. Domani si naviga ancora. Otium Catulle tibi molestum.

L'Eolia, 30 nodi di certezze


Se è vero, come spesso è vero, che nomina sunt consequentia rerum, il tratto di costa turca chiamata Eolia è tutto un programma. Ma siamo velisti, il vento ci è necessario come il pane, come l’acqua, come l’aria che respiriamo, è vento quello che ci entra nei polmoni, che ci accarezza la pelle o ce la fa accapponare quando soffia troppo forte per le misere forze nostre; perché siamo nulla di fronte al vento, siamo polvere spazzata via, siamo molecole che si mescolano all’acqua nebulizzata dal vento sulla superficie del mare. Il vento è vita, è energia, scuote gli animi, scompiglia le chiome degli alberi o ne plasma il fusto piegandolo al suo corso, vento rabbioso o gentile, vento di terra, di mare, vento che asciuga le lacrime di chi nel vento muore, di chi nel vento vive.

La costa dell’Eolia

La costa dell’Eolia va dall’ingresso est dei Dardanelli a Izmir, Smirne per noi, l’importante città turca dell’Anatolia, o dell’Asia minore che dir si voglia, che si affaccia sul versante orientale del Mar Egeo. E’ un tratto di costa piuttosto frastagliato lungo il quale sono adagiate le uniche due isole rimaste ai turchi dopo la disfatta dell’impero ottomano, Bozcaada e Goekceada, poste ai due lati dell’ingresso dei Dardanelli, quasi bastioni a protezione dello stesso, tanto è vero che su entrambe sono tutt’ora presenti presìdi militari con la mezzaluna. E’ terra e mare di confine, un confine che la storia ha spesso spostato ma i cui mutamenti non sempre tutti hanno ben digerito, spesso una coppia di aerei da caccia turchi sfreccia a bassa quota lungo il canale di Mitilene, fra l’Eolia e Lesvos, a ridosso di una terra già loro, non più loro. Meno male che entrambi gli stati sono nella NATO, altrimenti avrebbe tutto il sapore della provocazione, anche se in generale i greci non sembrano badare molto ai turchi, l’Europa li ha resi probabilmente un filino snob nei confronti dei vicini. I turchi, dal canto loro, hanno la consapevolezza di essere di più, più forti e con un’economia molto più florida, guardano quindi anche loro oltre il confine con un pizzico di sussiego. La guerra greco-turca è troppo recente, 100 anni evidentemente non bastano a cancellare le reciproche diffidenze.
 

Linee miste, antico e moderno

Partendo da Canakkale, ultimo porto lungo lo stretto dei Dardanelli, fino a Boozcaada sono circa 25 miglia, una passeggiata sfruttando gli ultimi sprazzi di corrente a favore e confidando in un vento che d’ora in poi promette di essere sempre in poppa e mai in prua. Oggi invece di vento ce n’è veramente poco, ammaino il fiocco, la randa è fuori uso, e alzo il gennaker, riuscendo a fare poco più di 3 nodi con quella che è praticamente una brezzolina leggerissima. Vedo a poppa, in lontananza, una barca a vela che ha rotta quasi parallela alla mia, mano mano che si avvicina la vedo meglio, ha un gennaker enorme, il doppio del mio, la randa, un bompresso a prua, due pale di timone e quattro ragazzotti a bordo con magliette e cappellini griffati: molto diversi da me. Se continuano su questa rotta mi speronano, per quanto siamo entrambi piuttosto lenti, non sarebbe una bella esperienza. Non amo resistere fino all’ultimo prima di cedere il passo, spesso modifico la mia rotta con largo anticipo per scongiurare abbordi anche quando non sarebbe dovuto. Questi però mi sembra proprio che cerchino rogna, io vado per i fatti miei, il pilota inserito, da codice della navigazione ho la precedenza, modificare la mia rotta per una barca che mi arriva da dietro non mi sembra proprio il caso, orzassero, poggiassero, passassero da dove preferiscono, ma io proseguo per la mia strada. Loro pure a quanto pare, quando sono a non più di 5 o 6 metri il timoniere mi fa un cenno con la testa, forse anche un mezzo sorriso, non so se è un saluto o cosa, ma la situazione è veramente ridicola, tanto che la mia anima romana, pregna del quotidiano sarcasmo della mia città, ha il sopravvento: Do you want to come on board for a beer?, gli dico con la faccia seria. Il timoniere si schermisce, si allontana qualche metro, poi mi fa: We have to go there, e con la testa indica un punto ipotetico un metro sopravvento a me. Mi incazzo, il mare è grande, questo vuol dire veramente rompere le scatole al prossimo! We are in a race, mi urla quello che probabilmente è il randista. Non ho voglia di litigare in mezzo al mare, con dei cretini per giunta, dicono di essere in regata, in effetti parecchie ore fa ho visto passare diversi spinnaker, ma non è che questo gli da diritto di speronarmi o cambia le regole della navigazione, per giunta senza che io possa capire in alcun modo che loro sono in regata. E poi, dalle le navi che passano per i Dardanelli avranno preteso la precedenza (comunque indebita) allo stesso modo? Ok, passate e toglievi di torno, gli grido mollando la scotta del gennaker per sventarlo.
 

La regata degli speronatori

Faticano a farlo, un po’ perchè non si passa una barca da sottovento, è la prima cosa che ti insegnano ai corsi di vela, infatti si piantano all’altezza del mio mascone, un po’ perchè devono essere veramente incapaci. Che una barca del genere abbia la stessa velocità di Piazza Grande che ha a riva una vela in meno, è carica come un asino da soma e con equipaggio sbracato a prendere il sole, la dice lunga. Mi prendo la piccola soddisfazione di vederli arrancare a 100 metri al mio traverso per un’ora buona senza che riescano a guadagnare acqua. A Bozcaada entriamo in porto praticamente insieme, mentre il resto della flotta ha già gli equipaggi in bachina a dare l’assalto al buffet. C’è la tentazione di spacciarsi per regatanti anche noi e scroccare la cena, ma il porto è strapieno, c’è musica a tutto volume in banchina e vogliono 70 lire turche per l’ormeggio. Hai presente quella baietta mezzo miglio più avanti?, dico ad Alessandra Sì, è perfetta per passarci la notte. Giro la prua e in 10 minuti siamo nella tranquillità totale, solo noi ed un Supermaramu con l’ovvia bandiera francese a poppa. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, non pare penetrare bene, il fondo è duro, meno male che c’è poco vento, ma per sicurezza la sposto di peso di un paio di metri dove c’è un piccolo scalino di roccia, alle brutte agguanterà quello.
 

Bozcaada

La mattina vediamo sfilare a vele spiegate tutte le barche della regata, ci saranno anche i nostri simpatici amici, li cerchiamo senza vederli, li abbiamo cercati ovviamente nelle ultime posizioni. Ne deduciamo che il porto si è svuotato e ci dirigiamo lì per fare due passi a terra, preceduti di poco dai francesi, accanto ai quali ci troveremo ormeggiati. Alle spalle del porto una meravigliosa fortezza antica con la cinta muraria perfettamente conservata. Pare sia un forte costruito dai genovesi (è bello trovare tracce di storia italiana un po’ dovunque in questo mare), anche se la didascalia scritta dai turchi trasuda nazionalismo e ne da un’origine incerta, relegando i liguri al ruolo di occupanti di un forte edificato da altri, al pari dei bizantini venuti in seguito. E’ certo che la storia di quest’isola è molto più antica e si intreccia con quella di Troia che si trova a poche miglia di distanza sulla costa anatolica, Omero la cita con il nome greco che aveva allora, Tenedos. Dopo vicissitudini durate secoli, a inizio ‘900 Bozcaada è nuovamente greca, ma viene ceduta col Trattato di Losanna ai turchi, malgrado la maggioranza della popolazione sia greca e si troverà a subire vessazioni continue nei decenni a venire, provocando l’emigrazione quasi totale della comunità.
 

La libreria dell’italofila

Oggi è un’isola tranquilla che vive di turismo e coltivazione della vite, producendo anche un vino piuttosto rinomato. La presenza dei militari è abbastanza discreta, anche se il portolano avverte che da alcune rade può capitare di essere mandati via dalle autorità. Il paese, a ridosso del porto, è veramente delizioso, fatto di stradine ricoperte di ciottoli e case graziose, spesso ingentilite con secondi piani leggermente aggettanti e ricoperti di assi di legno, come si vede spesso nei quartieri antichi di Istanbul. In un vicolo, una piccola libreria, arredata come fossimo ancora a metà del secolo scorso, e dentro, seduta a leggere, la proprietaria, una donna di Istanbul che vive qua 5 mesi l’anno ed è innamorata del cinema italiano. Quello di qualche decennio fa, le dico. , risponde, quando sale l’economia, scende la cultura. Penso che forse in questo momento da noi sono entrambe piuttosto in basso.
Che posto però! Potrebbe essere Provenza o Liguria, invece è Egeo, questo magico ed affascinante spicchio di Mediterraneo ricco di angoli nascosti ed incantevoli.
 

Per le strade di Bozcaada

In una piazzetta, un’enorme pergola è la sala all’aperto di un bar che ha l’aria di essere frequentato quasi esclusivamente dai locali. Famiglie, giovani coppie, vecchietti che chiacchierano oppure giocano a domino o backgammon (credo sia backgammon, da queste parti è una mezza mania). Ci sediamo, niente birra, durante il Ramadan poi, il cameriere mi propone una Coca ed un panino con la salsiccia. Ah, certamente di maiale, gli dico sorridendo. Capisce la battuta, mi sorride, gli dico di farmi il panino come vuole lui, mi fido. Quando me lo porta penso che forse avrei fatto meglio a non fidarmi, ma per non apparire scortese gli dico che è buonissimo. Mi chiede di dove sono, dice di aver amici italiani conosciuti all’Erasmus, parla un buon inglese, gli faccio i complimenti, stavolta sinceri. Come sempre in Turchia trovo una straordinaria benevolenza nei nostri confronti, l’Italia è un paese ammirato, da tanti, meno che dagli italiani.
 

Backgammon?

Tornando in barca ci fermiamo a chiacchierare con un turco che parla molto bene la nostra lingua. Abita ad Istanbul, lavora per un’azienda italiana ed ha qui una casa dove passa tutti i weekend. Adoro Istanbul, gli dico. Eh, fa lui, ma non è più come una volta, c’è stata molta immigrazione, si è riempita di… come dite voi, di terroni, di curdi, i curdi sono i nostri terroni. Ecco, lo sapevo, la colpa è sempre degli altri, terroni, extracomunitari, il diverso è sempre colpevole di qualcosa, a prescindere. Mi dice che la produzione locale di vino è ostacolata dal governo religioso, come lo chiama lui, cioè da Erdogan, che per scoraggiarne il consumo ha imposto delle tasse molto elevate sugli alcolici. Ecco sapevo anche questo, le religioni pretendono di piegare la società al loro credo trasformando il peccato in reato. Qui il vino, da noi procedure di divorzio estenuanti, la zuppa non cambia. Ma perchè se non vuoi bere o divorziare non lo fai e lasci liberi gli altri di agire secondo la propria coscienza anzichè secondo la tua?
 

Gente di Bozcaada

Saluto il turco ed incrocio i francesi, due chiacchiere anche con loro. Hanno un Amel 54 nuovo di zecca, una barca luccicante, strepitosa, gli faccio i complimenti mentre a mente calcolo quante decine di volte Piazza Grande costa, forse una 40ina! Anche la tua barca è bella, mi fa, è un Hallberg Rassy? Fantastica questa gente, vive su un’altro pianeta, un pianeta così in alto che con naturalezza e senza snobismo mette sullo stesso piano due barche che si somigliano come una Punto ed una Mercedes superaccessoriata. Puoi farlo solo se hai sempre girato in Rolls Royce da quando la tata ti portava ai giardinetti vestito alla marinara. Ok, si va, salutiamo tutti e ci dirigiamo sul lato sud dell’isola dove abbiamo deciso di passare la notte. Diamo fondo davanti ad una piccola spiaggia frequentata da famigliole tranquille, sicuramente all’imbrunire sarà deserta ed il mare tutto per noi. Buona la prima, alle 7 c’è solo un pescatore sulla battigia, non buona la seconda, alle nostre spalle una dozzina fra cargo e petroliere, ma a distanza sufficiente a non infastidire, se non visivamente.
 

Assos

Mi sveglio con molta calma dopo una dormita spettacolare e con molta calma ci prepariamo a salpare, quando succede il fattaccio: appena spingo il pulsante di avviamento del motore, lo sento che stenta e poi si blocca per mancanza di corrente. Ma non era la batteria servizi ad essere in crisi? Le metto in parallelo, e ritento l’avviamento, se non parte così sono dolori. Attimi di tensione, potrebbe sdraiarsi anche la batteria servizi e ritrovarmi senza elettricità a bordo, per fortuna tutto va per il verso giusto. Metto la barca in rotta, apro il fiocco, ci sono 20 nodi, con una sola vela filiamo ad oltre 5, non si sente la mancanza della randa, lascio il motore acceso per un paio d’ore per ricaricare le batterie, quando lo spengo sono entrambe ben sù di tensione, spero che almeno una delle due la mantenga. Siamo diretti, almeno teoricamente, ad Ayvalik, una cittadina sulla costa continentale dove contiamo di fare i documenti di uscita dalla Turchia, in realtà se troviamo un posto carino strada facendo ci fermiamo per la notte. Procediamo per rotta 175 per un paio d’ore, nulla da segnalare se non un assembramento di pescherecci in un punto dove la carta non riporta alcuna secca, evidentemente invece deve esserci qualcosa, mi segno le coordinate, può sempre servire.
 

Ayvalik

Dobbiamo passare Un piccolo promontorio chiamato Baba Burun. Burun in turco vuol dire naso, sarà la metafora con cui in questo paese chiamano i capi perchè è un toponimo molto ricorrente. Baba invece vuol dire papà, quindi Capo Papà. Avvicinandoci scorgiamo una piccola fortezza in pietra e poco oltre un porticciolo dal cui frangiflutti spicca l’altissimo albero di una barca che l’AIS mi dice essere lunga 28 metri. Entriamo a dare un’occhiata, il molo è deserto, in una darsenetta un paio di motoscafi e qualche piccolo peschereccio, alle spalle un pugno di case che costituisce l’abitato. C’è un silenzio fantastico, quasi irreale, rotto solo dal vento che non smette di fischiare fra le sartie. Un tizio in banchina mi fa segno di essere pronto a prendere le cime, ma con Alessandra decidiamo che preferiamo fare ancora un po’ di strada prima di fermarci, giro quindi la prua e riesco in mare. Passato il capo, orziamo decisamente per seguire il profilo della costa, il vento gira in senso sfavorevole e ci ritroviamo a bolinare con i soliti 30 nodi, ovviamente essendo ridossati il mare non si alza in modo sufficiente a dare molto fastidio, qualche ondata, però, arriva anche in pozzetto dopo essere rimbalzata sullo sprayhood.

L’albero ed io (F. Guccini)

Lungo la costa, molto bella, selvaggia, si alternano costoni rocciosi e lunghe spiagge deserte, i declivi sono ora brulli ora ricoperti di vegetazione bassa, ogni tanto qualche piccolo agglomerato cementizio, brutte villette a schiera o, peggio, piccole palazzine, concentrate in quelli che devono essere villaggi vacanze figli di una lottizzazione un po’ disordinata. C’è comunque pochissima gente a terra e nessuno in mare, siamo ancora una volta l’unica barca in giro, se penso al Mar Tirreno in questo periodo mi vengono i brividi. Improvvisamente ci troviamo in un buco di vento, per alcuni minuti siamo quasi abbonacciati, poi il vento riprende a soffiare col medesimo vigore che aveva fino a poco fa, ma notiamo che è molto più caldo, più secco, evidentemente due masse d’aria di provenienza diversa si scontrano in quel punto, comunque sempre da nordest, questa è una certezza. Vorremmo fermarci sotto le rovine di Assos, un importante città fondata nel I secolo a.c. dove ha studiato e si è sposato Aristotele (con la figlia del tiranno, oggi diremmo che s’è sistemato) e dove è passato, tanto per non farsi mancare nulla, pure Alessandro Magno. Il sito archeologico è in cima ad un picco che spicca dalle colline, ricorda un po’ Radicofani, Ghino di Tacco qui parlava greco e non toscano, ma suppongo adottasse la stessa politica vessatoria. In basso c’è un microscopico porto circondato da begli edifici in pietra antica, color terra di Siena, sembra davvero la Toscana, proviamo ad entrare ma appena infilata la prua oltre il frangiflutti vedo che è talmente piccolo che non avrei lo spazio per girarmi una volta dentro e considerato che ci sono sempre 30 nodi e le cime di alcuni corpi morti ben tese è il caso di soprassedere.
 

Ayvalik

Poco più avanti c’è la solita baietta deserta, diamo fondo in 4 metri d’acqua. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, dalla barca ho visto un fondale che potrebbe non tenere bene, meglio dare un’occhiata di persona. Altre due bracciate e sono sulla riva, una spiaggia di ciottoli scuri, guardo Piazza Grande in controluce col sole basso, l’acqua appena increspata, un piccolo branco di pescetti volanti salta sulla superficie del mare, ricordo le sere della mia infanzia a Capo Peloro, l’estrema punta settentrionale della Sicilia, davanti Messina, ed ho la stessa sensazione di tranquillità interiore. Sulla spiaggia un pezzo di cima impiombata, una boa rotta, brandelli di un canotto di gomma leggera e tanti pezzi di plastica di tutte le forme, avanzi di pseudociviltà vomitati dal mare durante qualche mareggiata. L’unica nota stonata di questo idillio sono le mosche, tante, fastidiose, a volte di quelle che pizzicano dolorosamente, ce le portiamo appresso da qualche giorno, ronzano attorno disturbando qualsiasi attività.
 

Gente di Ayvalik

E’ bello svegliarsi al mattino e dopo un caffe alzare le vele e correre nel mare che riluccica di un sole ancora non alto all’orizzonte. Il Meltemi da queste parti lo chiamano Poyraz, sarà lui a spingerci lungo il Canale di Lamna e poi lo Stretto di Mitilene, verso Ayvalik. Prima di entrare in città mi piacerebbe fermarmi in una rada del piccolo arcipelago di isolette, basse e disabitate, che c’è di fronte, ma anche stamattina la batteria motore era giù, non mi va di fare affidamento su quella dei servizi, anzianotta anche lei, bisogna ricomprale al più presto, soprattutto la prima, quindi via per queste 20 miglia verso il marina della solita catena Setur che ne gestisce parecchi un Turchia, tutti di buon livello e, purtroppo, prezzi adeguati, anche se non paragonabili a quelli italiani (ma qualsiasi marina italiano, anche il più sfigato, è più caro pure di Saint Tropez). Chiamo sul VHF per chiedere se c’è posto, arriva il gommone, mi indica un piccolo spazio fra due barche a motore, una delle quali ormeggiata di prua e con due enormi fuoribordo neri che sporgono dietro; il vento, ovviamente, è al traverso, i soliti 30 nodi, se sbaglio manovra farò la fine di una qualunque vittima di Caio Duilio, quello che abbordava le navi con i rostri sulla prora. Manovra lenta se il vento stenta, manovra lesta se il vento infesta, dice un vecchio adagio, prendo quindi la rincorsa e affondo la manetta a retromarcia, calcolando qualche metro di scarroccio sottovento, infilo lo stretto pertugio largo quanto Piazza Grande, poi a mezzo metro dal pontile do un affondo di marcia avanti e la barca si ferma. L’ormeggiatore nel frattempo, lesto anche lui, è saltato a terra per passare la trappa ad Alessandra e raccogliere le cime che gli lancio io. Manovra perfetta, il tizio ed io ci guardiamo e solleviamo all’unisono il pollice in segno di reciproca approvazione.
 

Seguimi, con le buone o…

Ayvalik si trova in fondo ad una baia cui si accede attraverso un canale dragato a circa sei metri, guai ad uscire dal tracciato segnalato dale mede, ci si ritroverebbe insabbiati in mezzo metro di fondo. E’ abbastanza stretto e per avere il nostro quotidiano brivido, entriamo con vento forte nel momento in cui parte l’esodo di tutti i caicchi che portano in gita giornaliera i turisti. Che emozione vederseli tutti a prua che ti puntano addosso, tutti insieme, con cronometrica armonia. La città è carina, non bella, ma una sosta la merita tutta, facciamo due passi, c’è un centro storico piuttosto trascurato ma interessante, ci sono tante botteghe di ogni genere, un paio di piccoli bazar, molti ristorantini per tutti i gusti, la sera ceniamo con 10 euro in due, un brodo di carne ed un piatto di polpette di carne. Quando chiedo se hanno la birra, cosa non scontata in Turchia specialmente nei posti dove servono cucina turca, il cameriere lascia sospesa per un istante la mia domanda, poi, prima che per rompere l’imbarazzo possa dirgli che non importa, mi risponde Ok, no problem, che traduco come: è un problema, ma posso risolverlo. Si allontana qualche minuto e torna con una bottiglia di Efes gelata che mi porge con un sorriso. Ecco, questo mi piace molto dei turchi, sono liberi interiormente, hanno le loro idee, il loro credo, la loro etica, ma non si ritengono depositari di una verita cosmica, non pretendono di piegare il mondo alla loro visione delle cose. Altri due passi per i vicoli, sotto il pergolato di un bar molti anziani che chiacchierano snocciolando fra le mani il loro immancabile rosario, un uomo scarica una capra viva da un’automobile e per costringerla a seguirlo gli prende le corna con una mano e gli infila l’altra nell’orifizio posteriore, sembra un sistema collaudato, l’animale, seppur recalcitrante, si sottomette al volere del suo padrone. 

All’ancora vicino Ayvalik

Un paio di giri in altrettanti uffici per espletare le formalità di uscita, l’acquisto della batteria motore ad un prezzo più alto di quello che avrei pagato a Canakkale, ma questa è una località turistica, era ovvio, poi la giornata può dirsi conclusa. In teoria avremmo tempo fino alla mezzanotte di oggi per lasciare la Turchia, come recitano i mille timbri sul passaporto e sul transit log, in reltà la voglia di passare la notte in qualche rada qui di fronte è forte e decido che per una volta delle rigide regole turche me ne frego, tanto fuori c’è il ventone, alle brutte dico che sono stato costretto a fermarmi per il meteo avverso. Ed è con i soliti 30 nodi, non senza prima una passeggiata in testa d’albero per raddrizzare il Windex piegato, che lasciamo il marina di Ayvalik, sono tranquillo, sorrido riflettendo su questa mia tranquillità, penso che fino a non molto tempo fa con 30 nodi avrei raddoppiato le cime in banchina e me ne sarei andato al bar. Si naviga, si cresce, si conosce meglio la barca, si sta conseguentemente più tranquilli. Troviamo la baia che fa per noi, ci sono un paio di caicchi che se ne vanno nel giro di due d’ore, siamo ancora una volta l’unica barca, di fronte a noi una piccola spiaggia popolata solo di gabbiani e lepri selvatiche così grosse che all’inizio pensavo fossero cani. Mi viene in mente che so fare un ottimo ragù di lepre, quasi quasi carico il fucile subacqueo… E invece no, dopo un bagno in un acqua così gelida da togliere il fiato, preparo una bella padella di cipolle, melanzane, peperoni e patate, pregustadone il sapore mentre il profumo si spande in aria. Domani si va via da questo bellissimo paese, ciao Turchia, ci rivedremo sicuramente, mi piaci troppo per non tornare. Benritrovata Grecia.