
Quando navigo da solo cerco di evitare di entrare in porti piccoli e sconosciuti se c’è molto vento. Non si sa esattamente dove dirigere (qui non esiste assistenza, si ormeggia autonomamente in qualunque posto libero) né quanto spazio si avrà per manovrare o fare dietrofront se necessario. Stasera sono anche stanco, reduce da due lunghe giornate di vela, la seconda delle quali, oggi, è stata una bolina di quattordici ore con venti nodi. Ho una labile speranza: che ci sia un piccolo spazio ridossato esternamente al frangiflutti del porto di Læsø, un’isola al centro del Kattegat, fra la Danimarca e la Svezia, e potermi mettere all’ancora. Sulla carta sembrerebbe di sì ma quanto mi avvicino mi rendo subito conto che non è assolutamente possibile.



Allestisco allora tutto il necessario per l’ormeggio, che da queste parti può essere su briccole, su finger oppure all’inglese. A volte si riesce a saperlo prima, altre invece bisogna prepararsi a tutte le evenienze abbondando con le cime (ne predispongo in questi casi sei, tre per parte, tutte piuttosto lunghe); l’altezza a cui posizionare i parabordi, invece, non è prevedibile, diventando così una variabile di rischio. Quando passo fra i fanali rosso e verde ho l’onda al traverso e devo tenere una velocità di quasi sei nodi per mantenere il controllo, poi do un colpetto di retro per non schiantarmi sul moletto interno.
Il porto è inaspettatamente semivuoto. Individuo un posto per la mia lunghezza fuori tutto, faccio un cenno di richiesta di aiuto a una coppia che se ne sta beatamente in pozzetto e mi infilo di prua, con il sole dritto negli occhi che mi impedisce di vedere la distanza fra il musone dell’ancora e la banchina. Mi compiaccio con me stesso per la millimetrica precisione della mia cieca manovra e quando vado a prua a lanciare le cime terra, il tizio venuto ad aiutarmi alza una trappa: un gesto che non vedevo da più di un anno e che mi dà la piacevole senzazione di sentirmi a casa.






Il sistema di ormeggio con trappe e corpi morti si usa nei mari non soggetti ad escursione di marea, come il Mediterraneo e come appunto il Baltico. In realtà nel secondo possono verificarsi fenomeni di innalzamento anche di uno o due metri, dovuti però non alla marea astronomica ma a condizioni meteorologiche particolari. Un po’ come succede a Venezia con l’acqua alta, infatti da quelle parti si usano le briccole. Questo di Læsø è evidentemente un porto frequentato da barche di passaggio o di proprietà dei pochi residenti, neanche duemila, che possono intervenire prontamente sulle cime, se necessario, ed evitare che le imbarcazioni si ritrovino impiccate. Insomma, Mediterraneo e Baltico uniti nella trappa!
Chissà poi perché ritrovare qualcosa di familiare mi dà una sensazione piacevole, dato che il solo pensiero delle temperature che sta facendo in Italia quest’anno non mi fa certo provare nostalgia o rimpiangere di essere venuto quassù, dove di giorno si sta tranquillamente in maglietta e pantaloncini e la sera ci si copre apprezzando il tepore che la barca custodisce sottocoperta.
Faccio una doccia calda, una vera goduria dopo una giornata intensa di mare, consumo una cena leggera a base di hamburger e insalata, poi mi infilo anch’io sotto (la) coperta, ovvero in cuccetta, e buonanotte.






Mi sveglio dopo una bella dormita con il sole che splende nel cielo terso. È una giornata dall’aria frizzantina, settembrina come si diceva una volta: poi con il cambiamento climatico è diventata ottobrina, poi novembrina…
Læsø è famosa per due cose: la pesca degli scampi e le saline. Decido di affittare una bicicletta per fare un giro e il noleggiatore mi consiglia di andare alla sagra degli scampi: sono una ventina di chilometri (e altrettanti ovviamente a tornare), mi dice con nonchalance. Troppi per il mio desiderio di una passeggiata tranquilla, ripiego quindi sulle saline. La voglia di assaggiare gli scampi, oltre che dalla distanza, è mitigata dal costo medio di un ristorante da queste parti, praticamente quello di uno stellato in Italia.
Pedalando entro in un bosco di pini che esala odore di resina. Ogni tanto qualche casa con i muri intonacati a calce chiazza di bianco il verde degli alberi che, quando si diradano, lascia spazio al giallo intenso di ampie distese coltivate a frumento. Di nuovo un richiamo all’Italia: i pini, l’odore di resina, i campi di grano… uno parte per cercare l’altrove e prova piacere nel trovare sapore di casa? Strana assai la mente umana!






Le saline sono un paio di antiche costruzioni in legno dove si scaldava l’acqua per estrarre il sale. Ci sono alcuni cartelli che spiegano come avveniva il procedimento ma purtroppo sono solo in danese, devo lavorare di fantasia. Intorno c’è un’ampia area picnic dove diverse famiglie si dedicano a quella che sembra essere una delle attività di svago più in voga in Danimarca, ovvero il barbecu. Ce ne sono dappertutto, anche nei porti c’è sempre qualcuno che gira una griglia con carne e salsicce sulle graticole a disposizione dei barcaioli.
Sono curioso di vedere la costa da questo lato dell’isola, inavvicinabile dal mare per via dei bassifondi. Dalle saline sono circa tre chilometri di sterrato, faticoso perché coperto di brecciolino. In più all’andata mi ritrovo a pedalare controvento, faticando il doppio e avanzando alla metà della velocità: proprio come in bolina! È una zona fangosa, c’è un’aria un po’ spettrale, lunare, sottolineata dall’assenza di presenza umana eccetto il sottoscritto.





Quando riporto la bicicletta, il noleggiatore ha già chiuso i battenti. La lascio fuori in mezzo alle altre: già l’onestà in Danimarca è a tutt’altro livello che in Italia, figuriamoci su una piccola isola. Basti pensare che c’è l’usanza di mettere fuori della porta di casa un tavolino o una bacheca per vendere oggetti usati, piccoli manufatti o prodotti dell’orto. Chi vuole prende quello che gli serve e lascia i soldi in una scatola, qualcuno offre addirittura la possibilità di effettuare il pagamento elettronico. Potrebbe mai funzionare da noi un sistema del genere? E allora, nostalgia di cosa?
Ciao Luciano, mi stai facendo venire voglia di nord! (A Milano ora ci sono 36º) Però rispondo alla tua ultima domanda: si può fare anche
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