"Non è che se dici quello che pensi sei sincero. La sincerità non è un'emissione indiscriminata di parole a vanvera. Non è sfrontata, è timida. Non offende se non è offesa. La sincerità si esprime in modi che inventa di volta in volta. Appare. È un'improvvisazione poetica su un tema che ti sta a cuore. Ci vuole sensibilità, per essere sinceri."
Un nuovo episodio dell’avvocato Malinconico, che conferma la qualità della penna di Diego De Silva, il suo creatore, capace di muoversi agilmente fra digressioni acute e umorismo sottile che spesso spiazzano positivamente il lettore.
Stavolta l’avvocato è alle prese con un gruppo di delusi in amore che vorrebbero trasformare le loro ferite del cuore in una class action contro i partner per ottenere da questi un risarcimento economico per il dolore patito.
Il comico e il grottesco si mescolano abilmente nel consueto stile di De Silva che alterna dialoghi serrati e riflessioni sul mondo che circonda il protagonista, spesso fatte da lui medesimo con ironia sottile, rendendo divertenti anche situazioni altrimenti tragiche.
Nulla a che vedere con la serie TV che, seppure piacevole, ha reso il personaggio di Malinconico un imbranato, cosa che nei libri non è assolutamente. Davvero divertente, da leggere!
"Ci si abitua a vivere dipendendo dall'opportunità che non arriva, tranquilli in fondo, al sicuro e passivi, increduli in fondo che possa mai presentarsi."
Marías è uno di quegli autori che compro quando non ho le idee chiare su cosa ho voglia di leggere: perché so che non tradisce, so già che mi piacerà da morire, che mi trascinerà nei suoi racconti e nelle sue riflessioni. E con lo stile elegante della sua scrittura, una vera e propria esplosione di ipotassi.
Gli innamoramenti è una disamina profonda di alcune relazioni amorose che si intersecano fra loro (ma non nel senso del tradimento) e che l’autore fa assurgere a paradigma dei rapporti sentimentali che legano gli uomini e le donne fra loro, condendo la narrazione con una vicenda che assume i toni del giallo man mano che la lettura procede.
Marías sa, come pochi, scavare nell’animo umano più profondo per leggervi dentro e mostrarci, dopo tutto, noi stessi. E lo fa con un passo lento ma inesorabile, che ci cattura con le sue mille e acute digressioni, e ci fa quasi implorarlo di andare avanti, di svelarci l’evoluzione di una storia che fino all’ultima pagina resta aperta a tutte gli epiloghi possibili.
Intorno all’amore, in questo bellissimo romanzo, gravitano la gioia, la memoria, l’oblio, la vergogna, la colpa, le debolezze umane, il dolore, la sofferenza, la menzogna e anche la morte, che mescola le carte in modo più oscuro delle iniziali apparenze. Ad arricchire ulteriormente le pagine del libro, un’enorme quantità di citazioni letterarie che sono vere e proprie analisi critiche.
Una vera chicca di neppure cento pagine, un romanzo psicologico che parte con un gioco e termina con un dramma. Nel mezzo, l’arte oratoria, le piccolezze dell’animo umano, la giustizia castigatoria, il godimento dei sensi (soprattutto quelli gastroenterici), il senso di colpa.
Un processo farsa, anzi un processo per gioco, che si rivela una macchina persecutoria che evoca Kafka e il suo terribile Processo. Ma, a differenza di questo, tutto è appunto un gioco, che però rivela, non meno che nell’altro, tutta la sua tragicità.
Nessuno è innocente, sembra dire Dürrenmatt, e il castigo è dietro l’angolo, nascosto dietro una banale casualità che mai lascerebbe presagire il triste epilogo. Solo che, diversamente da Kafka, non sembra puntare il dito contro il lettore per instillare in lui il timore (terrore?) di essere il prossimo imputato di un tribunale spietato e cieco, ma lo lascia credere che a lui non potrebbe capitare. In Kafka è il processo che cerca il protagonista, in Dürrenmatt l’esatto contrario.
Nel 1972 dal romanzo è stato tratto un film con Alberto Sordi, La più bella serata della mia vita, decisamente atipico per il grande attore. Con la regia di un altro grande, Ettore Scola, la pellicola si prende alcune libertà sul testo originario, soprattutto all’inizio e alla fine, ma nel complesso risulta fedele al romanzo. Memorabile la requisitoria del pubblico ministero.
"Ci infiliamo in un vestito, appendiamo una veste sui nostri corpi nudi, andiamo a lavorare e solo allora siamo esseri umani."
Davvero un capolavoro questo breve romanzo di Peter Flamm, pseudonimo di Erich Mosse, psichiatra di professione ma dotato evidentemente di grandissimo talento letterario, che come un fiume in piena travolge il lettore con uno stile serratissimo, quasi da flusso di coscienza, senza mai perdere il ritmo, annoiare o, al contrario, rendere affannoso lo scorrere delle pagine.
Un uomo, un affermato e noto medico berlinese, torna a casa alla fine del primo conflitto mondiale convinto di essere un’altra persona e di aver rubato documenti e identità a un soldato morto. Il racconto procede lungo un ondivago sdoppiamento di personalità del protagonista per concludersi con un colpo di scena che spiazza e che lascia la porta aperta a diverse interpretazioni.
Il tema è la ricerca di sé, una questione storicamente nuova in un’epoca in cui la vita di ciascun essere umano stava cessando di essere predestinata dalla nascita. Era da poco morto Nietzsche, il filosofo che, riprendendo Pindaro, aveva pronunciato il fatidico diventa ciò che sei. Prima, tutti diventavano ciò che il contesto in cui nascevano stabiliva: scoprire ciò che si è era una questione che semplicemente non si poneva.
Sottotraccia, un persistente senso di ambiguità: chi è davvero l’uomo che narra, quali sono i fatti reali, cosa è vero e cosa è falso. Si tratta, alla fine, di quegli interrogativi che spesso ci portiamo appresso per tutta la vita, a volte senza risolverli mai, a volte cercando negli altri quel riconoscimento che dentro di noi non riusciamo a trovare, spersi tra alienazione metropolitana e omologazione globale. Imperdibile!
Una serata davvero strepitosa al Mare sul Divano, il salotto culturale del mare.
Eravamo più di trenta ad ascoltare Matteo Miceli, personaggio di spicco della vela internazionale, navigatore oceanico, costruttore di barche e scrittore, che ci ha intrattenuto piacevolmente con i racconti delle sue incredibili avventure di mare e la sua grande carica di simpatia.
A fine serata Matteo ha firmato le copie dei suoi libri e si è fermato a lungo a chiacchierare in modo informale con tutti i presenti. Le abbondanti libagioni e il tanto cibo, sia salato che dolce, hanno fatto da contorno alle chiacchiere che sono seguite fra tutti i presenti.
Il Mare sul divano si conferma un’iniziativa di successo che riporta il dibattito e il confronto su tematiche di natura culturale e scientifica legate al mare dal virtuale al reale, e lo fa nel calore e nell’intimità di un salotto di una casa privata.
Grazie a Matteo, grazie a tutti quelli che sono venuti, e mi scuso con i tanti a cui purtroppo ho dovuto dire di no per ragioni imprescindibili di spazio.
Il prossimo appuntamento sarà il 5 dicembre con Jasna Tuta che racconterà della Polinesia. Per restare aggiornati seguire la pagina facebook.com/ilmaresuldivano.
"Il punto è in che misura una persona possa restare umana mentre è sospesa in uno stato di impotenza e degrado."
Una specie di autobiografia non cronologica, un diario di memorie, il racconto degli episodi salienti dell’esistenza dell’autore, quelli che l’hanno segnato, fatto crescere umanamente o letterariamente, una collezione di appunti sparsi resi in qualche modo organici.
La terza età è tempo di bilanci, soprattutto per una personalità riflessiva e intimista come Auster, che non si è sottratto al desiderio di fissare su carta la storia della sua vita e l’ha fatto con la sua grande capacità letteraria, dando la possibilità, a chi è interessato, di scoprire come ha vissuto e cosa macinava nella sua mente un grande scrittore.
Non è la prima volta che Auster schiude l’uscio per lasciar vedere ciò che avviene dentro le sue giornate: memorabile il suo L’invenzione della solitudine, in cui racconta la morte del padre. Solo che in quest’ultimo la narrazione riesce ad assumere toni universali e dare al lettore spunti di riflessione per se stesso o comunque colpire per profondità di analisi, mentre nell’altro tutto si riduce spesso in elenchi freddi, come quello delle case in cui ha vissuto, delle donne che ha amato, delle cicatrici che ha sul corpo, delle malattie che l’hanno colpito.
E in effetti è proprio il corpo il filo conduttore di questo scritto che sinceramente, malgrado uno stile impeccabile, non riesce ad avvincere. Scorrendo le pagine ho avuto il sospetto che rispondesse soprattutto alla voglia dell’autore di fare una sorta di inventario della sua vita, di scrivere quindi principalmente per se stesso o per la ristretta cerchia delle persone con cui gli episodi narrati ha condiviso realmente.
"Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante."
Un libro triste che racconta la storia triste di gente triste. Al netto di questo, un romanzo sulla libertà di disporre autonomamente del proprio corpo e quindi della propria vita ma nella consapevolezza che le proprie scelte sono condizionate da questioni esterne a sé: dalle convenzioni familiari a, banalmente, il caso.
Non è un racconto sull’ortoressia, che nel caso della protagonista si accompagna a un profondo disturbo psichiatrico che la porta progressivamente a respingere qualunque tipo di cibo, ma piuttosto una riflessione sul male di vivere e sul rifiuto degli schemi sociali.
Colpiscono i rapporti interpersonali fra i protagonisti, legati da stretti vincoli familiari eppure rigidi, incapaci di comunicare in modo limpido e di scambiare emozioni sincere o semplicemente lasciarsi andare. Nessuno sembra essere libero, neanche chi detiene il potere all’interno del proprio ambito, e soprattutto nessuno sembra essere minimamente felice della propria vita.
La versione italiana è la traduzione della traduzione dal coreano all’inglese; impossibile quindi esprimere una qualche opinione relativamente allo stile che, nel testo nella nostra lingua, non appare particolarmente brillante.
“Non mettono al centro di tutto l'economia. Per loro l'essenziale è la demografia, e l'istruzione: il sottogruppo demografico che dispone del miglior tasso riproduttivo, e che riesce a trasmettere i propri valori, trionfa.“
Romanzo fantapolitico che immagina una realtà distopica in cui il candidato di un partito musulmano vince le elezioni presidenziali in Francia, avviando rapidamente il paese verso una shariah soft ma non per questo priva di tutti quegli elementi in tremendo contrasto con i valori occidentali, a cominciare dalla poligamia.
Il libro, pubblicato nel 2015, si svolge dal 2022 a seguire, in un futuro diventato ormai presente, dandoci la possibilità di verificare a posteriori l’esattezza di alcune analisi dell’autore sugli equilibri politici francesi e internazionali, a cominciare dalla marginalizzazione dei due schieramenti politico-ideologici che hanno dominato la scena politica mondiale degli ultimi decenni, sinteticamente la destra e la sinistra.
Quello che inizialmente appare come un attacco all’islam politico è in realtà una critica alla società occidentale, tema molto caro a Houellebecq e ricorrente in molti suoi romanzi; una società che appare gaudente ma amorfa e priva di valori, come spesso nella storia le società che costituiscono gli imperi prossimi al loro termine.
Il titolo altro non è che la traduzione letterale del termine islam, che significa appunto sottomissione. Il protagonista, un docente universitario tipicamente francese, si ritrova nel finale ad accettare la conversione religiosa, sottomettendosi, per il bieco interesse di riottenere la cattedra perduta e sposare un paio di giovani studentesse.
Amo Houellebecq e credo che come Philip Roth abbia saputo raccontare in modo magistrale i tormenti interiori dell’uomo (maschio) occidentale. Forse non è un caso che anche l’americano abbia scritto un eccellente romanzo di fantapolitica: Il complotto contro l’America, in cui, invece degli islamisti, vincono le elezioni del 1942 negli USA i filonazisti. Cambia la bandiera ma la sostanza è la stessa: la distruzione dei principi di libertà affermatisi con l’illuminismo e la rivoluzione francese.
"Nel profondo del cuore, ogni uomo, anche se non è un marinaio, sogna una donna che aspetta il suo ritorno sulla spiaggia.”
Incredibile la maestria con cui l’autrice, all’epoca appena trentenne, ha saputo confezionare questo bellissimo romanzo dal passo e dalla struttura pressoché perfetti. È l’opera che ha segnato il suo esordio una dozzina di anni fa, seguito poi da Svegliare i leoni con cui ha dato conferma del proprio valore letterario.
Ambientato tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, racconta le vicende di un gruppo di persone le cui vite si intrecciano in un susseguirsi di eventi, personali e storici, fitto e appassionante. Amore e odio, vita e morte, dolore e piacere, gioia e sofferenza: non manca nulla, neppure accennati sconfinamenti nel metafisico che evocano la penna di Alejandro Jodorowsky.
La scrittura è scorrevole e avvincente, e tiene incollato il lettore alle pagine in modo naturale, senza artifici di bassa lega, ma semplicemente grazie al talento narrativo della Gundar-Goshen. Colpisce, nel capitolo in cui il romanzo fa un salto temporale in avanti di dieci anni, la naturalezza con cui in modo semplice ma non sbrigativo viene spiegato che in quel periodo in effetti non succede nulla di particolarmente interessante, ma semplicemente si solidificano alcune realtà che si erano costituite nei capitoli precedenti.
Un finale doloroso ma poetico sugella il racconto lasciando una piacevole sensazione di amore e leggerezza che sembra indicare la strada per affrontare l’ineluttabilità dell’esistenza umana.
"Il bisogno di dissolvere la propria individualità all'interno di una corporazione che si legittimi richiamandosi a una legge superiore fu molto sentito [...] negli anni Venti e Trenta."
La Storia, come è noto, la scrivono i vincitori. Questo libro non tenta di riscriverla ma si propone di raccontarla dal punto di vista degli sconfitti, con lo scopo dichiarato di colmare una lacuna che, come spiega l’autore, quasi nessun intellettuale tedesco per decenni si è preoccupato di colmare, per ragioni che vanno dal comprensibile desiderio di andare oltre e ricominciare a vivere, al timore di venire accusati di tardive simpatie naziste.
Nel libro si raccontano gli effetti terribili e devastanti dei bombardamenti a tappeto sulle citta della Germania, durante la seconda guerra mondiale, da parte delle forze alleate. Sebald indugia a volte in descrizioni e particolari raccapriccianti sul modo atroce in cui circa seicentomila persone hanno perso la vita: arse vive dalle bombe incendiarie, soffocate dai fumi o imprigionate dentro i rifugi da cumuli di macerie.
Nel raccontarlo, si adombra l’ipotesi che non tutte quelle bombe fossero necessarie, che non servisse radere al suolo così tanti centri abitati, anche di secondaria grandezza. Ma se molti storici concordano sul fatto che l’atomica su Hiroshima sia stata semplicemente una sorta di vendetta americana per lo smacco di Pearl Harbour, senza alcuna utilità strategica, siamo sicuri che si possa dire lo stesso dei bombardamenti alleati? Siamo sicuri che ci fossero modi più indolore di fermare la terribile macchina di morte nazista che inizialmente sembrava militarmente invincibile?
Seicentomila civili morti è un numero certamente enorme, che però andrebbe rapportato ai numeri generali di quella che è la più terribile guerra mai combattuta sulla terra: sessanta milioni di morti, dieci milioni solo nei campi di concentramento, di cui sei milioni di ebrei, uccisi cioè senza alcuno scopo bellico. Non dimentichiamo inoltre che nel periodo 1942-1945, quello di cui si parla, la Germania bombardava Londra, faceva andare a pieno regime i campi di sterminio e scatenava battaglie terribili che provocarono milioni di morti (due solo a Stalingrado).
Forse la risposta sta proprio nei numeri. In un epoca, la nostra, in cui fortunatamente alla vita umana viene dato il valore che merita, certe cifre fanno impallidire, ma basti pensare che solo nei mesi successivi allo sbarco in Normandia le forze alleate hanno perso circa centocinquantamila soldati: civili, per lo più, che avevano forzatamente indossato una divisa per combattere una guerra scatenata non da loro.