Un nuovo libro per Piazza Grande

Il mio editore si ostina a pubblicarmi ed io mi trovo costretto a continuare a scrivere. Dopo Rotta a Levante, ecco Rotta a Ponente
Racconta la navigazione che ho fatto qualche tempo fa, dalla Sicilia al Portogallo: un piccolo assaggio di Atlantico per Piazza Grande, la mia amata barchetta, e me. Oltre ai porti e le città che ho toccato, ho cercato di descrivere l’emozione che piano piano è montata dentro di me uscendo per la prima volta dallo Stretto di Gibilterra, fuori da quella specie di guscio protetto che è il Mediterraneo. Insomma, un velista qualunque alle prese con la novità di un oceano sotto la chiglia.
Attenzione a fare battute tipo «Te li vuoi fare tutti i punti cardinali?» perché potrei essere tentato da questa cosa!
Chi vuole può leggersi il primo capitolo.

Acquistabile al momento solo su Amazon o presso l’editore. Presto anche su altri siti di vendita online (ibs, La Feltrinelli, Mondadori Store) e presso le librerie nautiche.
Altre informazioni qui:
Rotta a Ponente
Da Marsala a Lisbona
di Luciano Piazza

Edizioni il Frangente
ISBN 978-88-98023-79-0
Pagine 168 + inserto fotografico
Formato 170 x 240 mm

Rais – Simone Perotti


La storia, come è noto, la scrivono i vincitori, e spesso cominciano a scriverla molto prima di aver vinto. Quella dell’Impero Ottomano, vista con l’occhio occidentale, è stata molto spesso semplificata al punto da condensarla nell’espressione “Mamma, li turchi!”, una frase che evoca il terrore di invasioni e devastazioni piratesche sulle nostre coste. La realtà, non appena si cerca di documentarsi un po’, si rivela assai diversa. Innanzitutto, non si trattava di pirati ma di corsari, una differenza non lessicale ma di sostanza: pirati erano coloro che depredavano qualunque nave per tornaconto personale, mentre i corsari agivano su mandato del proprio sovrano e indirizzavano le proprie azioni solo nei confronti dei nemici istituzionali. Era la “guerra di corsa”, ed era combattuta da tutti gli schieramenti: la Superba e la Serenissima, cioè le repubbliche di Genova e Venezia, assalivano le coste anatoliche con le medesime cruente modalità dei corsari turchi.

Tra i più famosi pirati/corsari del Cinquecento c’è Dragut Rais, il protagonista di questo romanzo di Simone Perotti. All’autore va il merito di aver raccontato le vicende di quel periodo in modo onesto, senza alcun pregiudizio ideologico, rifuggendo quelle letture forzate della Storia in chiave contemporanea che vedono (o si sforzano di vedere) i conflitti dei nostri giorni come una riedizione dell’atavica contrapposizione fra Islam e Cristianità. È un libro che racconta di uomini, traccia la loro storia contestualizzandola nella Storia, ne mostra forza e debolezza, pietà e crudeltà, odio e amore, facendoli però sempre restare quello che tutti noi siamo: essere umani. Che non significa minimizzare i crimini o perdersi nell’indulgenza, ma piuttosto cercare di comprendere l’altro, il nemico, anziché limitarsi a demonizzarlo.

La ricostruzione storica è davvero eccellente: un libro così non si improvvisa, ma richiede che per anni si legga, si studi e, perché no, si vada personalmente nei luoghi che fanno da scenario al racconto che, in questo caso, è praticamente tutto il Mar Mediterraneo. Ci sono imperi, battaglie, trame di potere, scoperte geografiche; ma anche vicende amorose, personali e i dubbi esistenziali, questi, sì, decisamente attuali, dei protagonisti. Perché Perotti ha l’indubbia capacità di leggere nell’animo delle persone e di descrivere molto bene ciò che vede; ed ecco, allora, che in certe pagine fa interrogare il lettore su se stesso e quasi lo sprona a tentare nuove strade anziché restare imprigionato nelle proprie paure né, tantomeno, nei propri successi.

È un romanzo a più voci: quelle dei principali protagonisti, le cui vicende vanno progressivamente intrecciandosi in modo indissolubile. Cinquecento pagine che scorrono via senza intoppi, senza mai perdere il ritmo: incessante e ricco di avvenimenti, fatti storici, riflessioni. Quando un libro riesce a traslarti nel suo mondo e a trattenerti lì con la mente durante i giorni che lo hai fra le mani, credo che abbia raggiunto il più grande degli obiettivi. E questo lo fa in modo molto fluido, senza troppi artifici letterari, pur essendo, certamente, un romanzo strutturato in modo non casuale.

Ho conosciuto Simone a Cefalonia, in Grecia, alcuni anni fa, quando casualmente ci siamo trovati ormeggiati vicini con le nostre rispettive barche e abbiamo passato un paio di serate a chiacchierare. Oltre alla passione per il mare e la navigazione, ci accomuna l’amore per quelle terre, la Grecia e la Turchia innanzitutto, e per quelle genti, che continuano a considerare ciò che arriva dal mare come un’opportunità, malgrado dal mare abbiano ricevuto spesso dolore: un’apertura mentale che ha il sapore dell’acqua salata, quella che trasuda copiosa da queste pagine.

Controllo e Costanza


“Quando si ha la pancia vuota non ci si pone altro problema che quello della pancia vuota.”


(George Orwell)

I diversi siti meteo che consulto sono tutti concordi nel prevedere tredici nodi di vento da nord: bolina, quindi, per spostarmi da Balchik, in Bulgaria, a Mangalia, in Romania. Sono poche miglia, comunque, poche più di trenta, e tredici nodi di vento non dovrebbero alzare molta onda. Del resto è inutile aspettare che arrivi vento da sud: da queste parti, come mi hanno confermato alcuni pescatori locali, i venti estivi sono sempre dai quadranti settentrionali; e i pescatori locali, si sa, la sanno lunga. Con un cenno del braccio ringrazio il poliziotto e il doganiere che mollano le mie cime dalla banchina dove ho accostato per dichiarare l’uscita dal paese e poi me le lanciano in coperta. Le recupero, addugliandole e stivandole nel loro gavone, dopo di che tolgo i parabordi dalle draglie e metto Piazza Grande in rotta.

Quando arrivo in prossimità di Capo Kaliakra, ci sono almeno trenta nodi di vento e onda corta e ripida, altro che bolinetta tranquilla! Sperando di affrancarmi da alterazioni meteorologiche dovute alla morfologia della costa, mi allargo un paio di miglia dal promontorio e cerco l’andatura più stretta, anche se in queste condizioni, lo so, lo scarroccio è notevole e i bordi che faccio sembrano quelli dei tempi di Cristoforo Colombo, quando gli armi a vele quadre non consentivano di risalire il vento. Me ne dà conferma uno sguardo al tracciato che si disegna automaticamente sullo schermo del computer e così, dopo un’oretta di sofferenza, mi convinco a desistere.
  
Capo Kaliakra, oggi non si passa!
Giro la prua e cerco un ridosso per aspettare che la situazione migliori, cosa non è facile perché la zona a sud di Capo Kaliakra è sì ridossata ma ha per lo più fondali alti e rocciosi e nelle poche zone dove invece c’è sabbia la carta nautica segnala divieto di ancoraggio. Alla fine trovo un punto relativamente tranquillo davanti a una piccola spiaggia dove alcune macchine parcheggiate indicano la presenza di bagnanti. Calo l’ancora su un fondale di pochi metri e mi rilasso un po’, mentre raffiche di vento catabatico mi investono rabbiose come in Egeo. Certo che stare in una zona vietata e per di più senza documenti, visto che ho formalmente fatto l’uscita dalla Bulgaria, mi espone in modo duplice a contestazioni da parte delle autorità. Mai vista una motovedetta bulgara in giro comunque e, confidando che se ne restino in porto anche oggi, mi metto in modalità vacanziera: bagnetto, birra e patatine, caffè e infine pennica postprandiale per recuperare l’alzataccia di stamattina.
 
Piazza Grande nel porto di Mangalia
Ogni tanto la radio rimasta accesa gracchia qualcosa tipo «Sailing boat, sailing boat…», ma gracchia, appunto, e nel dormiveglia prevale il mio inconscio che mi sussurra: «Dormi pure, ti pare che chiamano te!» Quando infine dall’altorparlante in pozzetto arriva forte e chiaro «Piazza Grande, give me your position, please», capisco che non posso più fare finta di niente e prendo il microfono in mano per spiegare perché mi trovo dove non dovrei. È chiaro che mi tenevano d’occhio con il radar e d’altra parte, essendo l’unico in giro, non era difficile. Il radar vede tutto, non gli si può sfuggire: a meno, ovviamente, di sorvolare Ustica per abbattere un DC9 Itavia con un centinaio di passeggeri. Nel tardo pomeriggio il vento finalmente cala; me ne starei volentieri qui tutta la notte per ripartire con calma domani ma il Grande Fratello mi sorveglia e non credo sarebbe d’accordo. Chiamo sul VHF, comunico che sono in partenza, ringrazio e via!, di nuovo verso Capo Kaliakra.
 
Mangalia, figli offerti al Sol dell’avvenir
Ma se prima che c’era vento forte facevo i bordi colombiani, ora che ci sarà sì e no una decina di nodi, poco ci manca che li faccia all’indietro. Inutile insistere e visto che non posso tornare di nuovo davanti alla spiaggetta, ammaino le vele e accendo il motore, pur consapevole che con l’onda residua sarò comunque lento. Scopro presto di esserlo più di quanto immaginassi: c’è una corrente molto forte, almeno tre nodi, per cui anche col motore su di giri, ne faccio poco più di due, con la prua che fa su e giù sulle onde. Mi aspetta una lunga e dura notte in solitaria e, quando il sole tramonta dietro le colline, una selva di pale eoliche si disegna in controluce lungo la costa. Col passare delle ore l’onda si fa progressivamente più lunga e dolce e poco prima dell’alba un leggero giro di vento mi consente di ridare vela. A pochissime miglia dal confine sento di nuovo chiamarmi via radio e ripetermi le stesse domande sulla mia destinazione e sulla composizione dell’equipaggio: rispondo quello che già sanno e penso che Orwell è ancora vivo e che siamo nel 1984.
 
Mangalia, scene di strada
Appena in vista del porto di Mangalia, presumendo medesima solerzia da parte delle autorità rumene, gioco d’anticipo e chiamo io. Chiamo tutti: la polizia di frontiera, la Guardia Costiera, l’autorità portuale, ma niente, non mi fila nessuno. Entro nel grande bacino commerciale quando sono da poco passate le sei di mattina e finalmente una voce mi risponde: «Here is the Harbour Master, I give you the permission to enter in the port». Gentile, grazie, ma sono già dentro, basta affacciarsi alla finestra per vederlo. «Have you already called the Border Police?», mi fa sempre l’Harbour Master. Ma se è mezzora che infesto il canale 16 sgolandomi! «Ok, I will call for you». In testa al pontile trovo lei (l’Harbour Master è in realtà un’Harbour Mistress) e un poliziotto che parla un inglese perfetto, tanto che gli faccio i complimenti per la pronuncia. Purtroppo si rivela invece carente nell’assistenza all’ormeggio e solo su mia insistenza prende la cima che gli porgo, non so se per svogliata cortesia o perché ha capito che se non la prende non terminerò mai la manovra e lui passerà la mattinata qui in piedi. Sale a bordo, apre tutte le cabine e i bagni, poi mi dice di seguirlo in ufficio dove in cinque minuti mi fa tutti i documenti. Vado a registrarmi anche presso l’Harbour Mistress, la quale si scusa per la lungaggine burocratica dicendo che finché la Romania non farà parte di Schengen lei è costretta a seguire la procedura prescritta. In realtà anche qui con cinque minuti faccio tutto: non sarà Schengen, ma UE sì. Comunque sia, la prima impressione sui rumeni è ottima, entrambi i funzionari sono stati preparati e cortesi. «Welcome to Romania»; all’inglese, con l’accento sulla a!
   
Port Tomis
Al pontile mi guardo un po’ attorno: ci sono poche barche, fra cui un vecchio Franchini piuttosto malandato, finito qui chissà come; alcuni anziani se ne stanno accovacciati sul molo tenendo in mano una canna da pesca ma auguro loro che non abbocchi nulla vista la puzza di fogna che c’è; sul pontile di fronte, un uomo sta orinando disinvoltamente in mare, come se il porto fosse deserto e lui non si trovasse a pochi metri dalla banchina dove passeggiano le mamme con i bambini. Mi butto in cuccetta per farmi qualche ora di sonno prima di accasciarmi sul pontile ma poco dopo mi sveglia il rumore di un trapano elettrico: un uomo sta lavorando al Franchini, ormeggiato proprio alle mie spalle. Essendo le undici di mattina non posso obiettare nulla. Ci scambiamo un saluto e, quando gli dico di essere italiano, ci tiene a dirmi che la barca l’ha presa a un’asta giudiziaria in Italia e l’ha pagata solo cinquecento euro. «Davvero niente, ma per sistemarla dovrai spenderci parecchio», gli dico. «Ma no, sta benissimo, è perfetta!», mi risponde. Guardo la coperta, butto un occhio oltre il tambuccio e credo che l’ottimismo di quest’uomo sia encomiabile ma destinato a frustrazione certa e rapida. Gli racconto che sono diretto a Odessa e mi fa: «Ah, Odessa è bellissima e la vita non costa niente, soprattutto le donne, davvero due soldi». «Immagino…», rispondo con finta accondiscendenza. Poi, però, quando gli dico che ho bisogno di una bandiera rumena da mettere di cortesia, toglie la sua e me la regala: «Qui non c’è nessuno negozio di nautica, non la troveresti, tanto io a casa ne ho altre». Un puttaniere dal cuore d’oro!
 
Boa ingannatrice
Mangalia non offre davvero nulla. È una cittadina decisamente squallida senza costruzioni degne di nota, a parte una moschea ottomana del Cinquecento che non manco di visitare. Il resto sono palazzi fatiscenti, squadrati in stile sovietico e ricoperti di antenne paraboliche, perché piuttosto che dalla finestra a volte è meglio affacciarsi da un televisore, il panorama che si vede è tristemente migliore. Avevo avuto un butto presagio quando avevo chiesto al direttore del marina cosa ci fosse  di interessante da vedere in città e lui era rimasto a pensare per una ventina di secondi con lo sguardo fisso, per rispondere infine: «La spiaggia». Mi ha detto però una cosa molto interessante: a causa delle abbondanti piogge che si sono riversate nell’entroterra, sono state aperte le chiuse del Danubio, la cui foce è poche decine di miglia a nord di qui, e la forte corrente che ho incontrato è dovuta a questo. «Ne troverai ancora, almeno fino a Sulina», ha aggiunto. Buono a sapersi! Faccio un po’ di spesa in un piccolo supermarket, cucino rapidamente qualcosa da mettere sotto i denti, poi crollo esausto in cuccetta che non sono neanche le dieci. Da una barca vicina arrivano le voci soffuse di un programma in TV, ogni tanto ne colgo qualche parola assolutamente identica all’italiano.
 
Costanza
Mi sveglio ritemprato e mentre il caffè gorgoglia sul fornello metto la testa fuori dal tambuccio e vedo sventolare in modo deciso tutte le bandiere di Piazza Grande, segno che il vento è tornato a soffiare vigorosamente. Seppure in misura ridotta, sia per la minore intensità di vento e corrente, sia per le miglia da percorrere, si ripete il copione del giorno prima ma con due mani alla randa e un fazzoletto a prua riesco a fare una bolina decente e verso le quattro  del pomeriggio sono in prossimità del porto commerciale di Costanza, a ridosso del quale cerco un po’ di tregua prima di percorrere le ultime miglia fino a Port Tomis, dove ormeggerò. Il porto di Costanza è lunghissimo, circa cinque miglia, e il frangiflutti è stato allungato di almeno cinquecento metri rispetto alla carta nautica che ho. Me ne accorgo perché se seguissi le indicazioni delle boe di segnalazione con sistema cardinale finirei a scogli. In altri termini, hanno allungato il molo ma hanno lasciato le boe com’erano prima e come le riporta la mia carta. Tanto per completare il quadro, in questa zona è segnalata un’anomalia magnetica, quindi anche la bussola perde la sua affidabilità. Verso le cinque entro in porto, ignorato come sempre sul VHF ma intercettato immediatamente dalla Polizia di frontiera ormeggiata in testa al molo. Mi fanno accostare ad una banchina molto alta, fra due grossi pescherecci, dove mi infilo con sicurezza malgrado il vento sostenuto, benedicendo di aver imparato a manovrare anche in condizioni disagevoli e senza nessuno a bordo che mi aiuti. Dopo i controlli di rito mi sposto ai pontili galleggianti, facendo appena in tempo a pensare hic manebimus optime che noto che il posto che mi hanno assegnato è il numero 17 (e lo so, nessuno è perfetto!), fatto che mi costringe a sfoderare il mio repertorio migliore in fatto di gesti apotropaici, che però, come vedremo, si rivelerà insufficiente.
 
Che Casino!
Costanza è una delle mete di questo viaggio nonché una delle città più importanti di questo tratto di mare: sia per il grande porto che per la sua storia, legata, come tutto il Mediterraneo, con la mia Roma, un fatto che mi da la piacevole sensazione di sentirmi sempre un po’ a casa. Nella piazza principale, davanti al bellissimo edificio che ospita il Museo archeologico, c’è la statua del poeta Ovidio, mandato qui in esilio dall’imperatore Augusto e qui morto dopo pochi anni. E anche gli Argonauti pare abbiano fatto tappa qui, anzi pare che l’antico nome Tomis si riferisca proprio ad una vicenda accaduta a Giasone. Il nome attuale, invece, deriva da Costantina, figlia di Costantino e sorella di Costantino, progenie di una famiglia con evidentemente poca fantasia. Un luogo ricco di storia, insomma, di cui purtroppo ben poche tracce sopravvivono oggi. La maggior parte dei fabbricati è diroccata, fatiscente, in stato di abbandono e, quel che è peggio, al recupero delle antiche e pregevoli costruzioni è stato preferito l’innalzamento di palazzi orribili e privi di qualunque affinità architettonica con il contesto preesistente. È il caso dell’enorme scheletro in cemento armato che grava sul porto, un cantiere fermo da una decina d’anni per questioni di irregolarità urbanistiche tanto macroscopiche da competere probabilmente con la vicenda di Punta Perotti a Bari: non ci si può che augurare che l’epilogo sia lo stesso. Molti gli edifici in stile art nouveau, tra cui spicca il meraviglioso casinò in riva al mare, segni di una fase di splendore che ha marcato Costanza prima dei decenni cupi della dittatura, in cui non è stata fatta nessuna concessione al buon gusto, forse perché visto come un fatto borghese, antiproletario. Allo squallore intrinseco delle forme si aggiunge quello dato dai materiali usati, per un risultato, se possibile, ancora più antiestetico.
 
“Sulle note di Django…”
Passeggiando lungo una piccola strada che sfocia sul porto, deserta di automobili e ai cui lati giacciono alcune case di primo novecento, da una di queste si sente una musica rumena dello stesso periodo: sembra di stare in un film di Woody Allen, uno di quelli dove Django Reinhardt dà un tocco di leggerezza a vite altrimenti misere e pesanti da sopportare. Ci sono una moschea ed una sinagoga a poche centinaia di metri l’una dall’altra: visito entrambe, testimonianze di multiculturalismo e coesistenza religiosa che affonda le sue radici nelle dominazioni succedutesi su questa terra. La prima è ben tenuta e per pochi spicci compro il biglietto per salire in cima al minareto, da cui si gode di una bella vista della città. La seconda, invece, è quasi completamente crollata ed il piccolo giardino antistante è al momento la residenza dei cani della zona. C’è un cancello chiuso e, quando mi avvicino, un uomo con un mazzo di chiavi in mano mi fa capire che in cambio di una mancia mi permetterà di dare un’occhiata all’interno. Non c’è molto e la vegetazione sta finendo di distruggere quello che il tempo e l’incuria non hanno ancora devastato. O forse qui lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, fomentato anche dall’antisemitismo di Corneliu Codreanu e della sua Guardia di Ferro, è stato talmente duro che non c’è più nessuno che possa prendersi cura dell’edificio.
 
Costanza, i resti della sinagoga
Malgrado le TV locali mostrino modelli consueti anche da noi, belle ed eleganti ragazze e giornalisti in giacca e cravatta che conducono telegiornali in stile americano, la realtà della popolazione è ben diversa. In giro si vedono molti mendicanti, suonatori improvvisati di violino o fisarmonica, bambini laceri e scalzi che vagano soli per la città: tutta un’umanità che non si è integrata nel nuovo corso post-comunista e sopravvive ai margini della società, raccogliendone scarti per altro davvero miseri. «Quando c’era Ceausescu, tutti mangiavano e avevano lavoro e casa, ora invece ci sono poche persone ricchissime e tanti morti di fame», mi dice Dimitru, ex-marinaio su navi mercantili e ora skipper su una piccola barca a vela perché stanco di passare la vita in mare, lontano da casa e dalla famiglia. Sembra quasi rimpiangere il periodo comunista ma poi mi dice che allora per essere arrestati e picchiati dalla polizia bastava niente: «Anche solo chiacchierare con uno straniero, come sto facendo ora con te, mi avrebbe esposto ad un rischio altissimo». Insomma, è la vecchia diatriba: a cosa serve la libertà se poi non hai da mangiare? Quando gli dico che sono diretto a Odessa, anche lui ci tiene ad informarmi che le donne in Ucraina costano pochissimo; pare quasi che da queste parti il prezzo delle mignotte sia un indicatore economico più rilevante del PIL! Poi, con quella gentilezza che sto trovando un po’ ovunque in Romania, si offre di accompagnarmi con la macchina a fare la spesa in un buon supermercato, che vicino al porto non ce ne sono. Trovo la mia marca preferita di patatine, ma scopro tristemente che la qualità è più scarsa, segno che il prodotto viene tarato sul mercato di riferimento, chissà se in base al PIL nazionale o a quell’altra cosa.
 

La piazza di Costanza e la statua di Ovidio

Una mattina, mentre mi lecco le ferite di una notte passata a combattere le zanzare con uno spray bulgaro evidentemente inefficace contro gli insetti rumeni (l’integrazione europea dovrebbe comprendere anche quella dei pappataci e dei metodi per sterminarli) sento un rumore secco e forte in coperta. Schizzo fuori e vedo una cornacchia appollaiata in testa d’albero. Dò qualche scossone per farla andare via prima che possa rompere il Windex o la stazione del vento ma, appena si alza in volo, mi accorgo di non avere più l’antenna del VHF. Visto il posto 17? Provo a cercarla sulla tuga ma a quanto pare è finita in acqua e chissà dove e quando ne troverò una nuova da montare perché da queste parti di ship chandler neanche l’ombra. «No, neanche a Odessa ce ne sono», mi dice il vicino d’ormeggio, un ucraino di cui approfitto per chiedere altre informazioni sulle pratiche di ingresso. È gentilissimo e mi dice che posso fare tutto da me, senza pagare alcun agente. Una conferma, anche del fatto che le informazioni migliori si hanno sul luogo e soprattutto da gente che ha già  percorso le rotte che stiamo per intraprendere.
   

In cima al minareto scopro il trucco del muezzin!
Costanza è collegata al Danubio attraverso un canale artificiale protetto da un paio di chiuse. Accarezzo l’idea di percorrerlo e poi discendere il fiume per circa duecento miglia fino a Sulina, dove ho comunque in programma di andare. La cosa mi eviterebbe di affrontare ancora la corrente ed il vento contrari ma una gentilissima Harbour Mistress (anche qui ce n’è una) che parla italiano si informa per me presso l’autorità che gestisce questo canale e mi riferisce che andando poi verso la foce ci sono alcuni ponti troppo bassi per me. Ovviamente di abbattere l’albero non se ne parla proprio, non mi resta che prepararmi ad una nuova bolina colombiana.
La sera, mescolate al canto del muezzin e al sibilo delle zanzare, mi arrivano le note delle solite vecchie canzoni italiane che qui in Mar Nero impazzano. Sambariò, cantava Drupi quarant’anni fa a Sanremo e oggi può ancora capitare di ascoltarla: ma ci vuole Costanza!

Jezabel – Irène Némirovsky

Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da se stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell’età come rifiuto di sé, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Némirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.

Il fascino come arma e l’omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt’altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.

Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l’attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.

Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.

La pelle – Curzio Malaparte

Il titolo quasi allude sensualità, ma la pelle di cui si parla è più prosaicamente, o semplicemente, quella che chi è disperato cerca di salvare, cioè la propria o al massimo quella dei propri cari. Napoli, 1943, gli alleati, americani e franco-marocchini, risalgono da Salerno dove sono sbarcati e occupano la città. La liberano, dice qualcuno, ma Malaparte non sembra essere d’accordo, non solo perché sono, di fatto, un esercito straniero (che 70 anni dopo ha ancora lì il suo quartier generale) ma perché sono un’entità estranea che mai comprenderà né sarà compresa, potrà solo essere fagocitata da quell’incredibile universo che è la città partenopea.

La guerra ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l’indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo.
L’abisso si manifesta attraverso donne che per un pacchetto di sigarette vendono se stesse o addirittura i bambini, magari prima che questi possano vendere loro; un pacchetto di sigarette vale 3 chili di pane, la sopravvivenza di un’intera famiglia, della specie. Malaparte inorridisce, “I bambini a Napoli sono sempre stati sacri“, ma non giudica e neppure noi possiamo farlo, la fame bisognerebbe provarla per capirla.

E pure Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un’umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che resti abbacinato dalle brutture industriali di Bagnoli.

La pelle è un libro bellissimo, che cattura fin dalle prime pagine, a volte rifila un pugno allo stomaco, altre affascina per l’eloquio o per l’analisi profonda e attenta dell’autore, lucida al punto di sembrare cinismo. Racconta i fatti come si sono svolti, nudi e crudi, senza volerne trarre spunti per esaltare vincitori o vinti, ma esplicitando, o lasciando alla sensibilità del lettore, riflessioni sul senso atroce della guerra e sui suoi drammatici effetti sulla vita quotidiana delle persone.
La Quinta Armata che avanza non è quella che la filmografia hollywoodiana ha mostrato nella sua innegabile eroicità, ma è un esercito di uomini che combattono, vincono ma tremano e spesso sbagliano o anche si comportano in modo ridicolo. Fra loro, i tanti a cui dobbiamo la nostra libertà, anche se, ci avverte Malaparte, è una vergogna vincere la guerra, intendendo con questo che la grandezza di un popolo si misura dal modo in cui tratta i vinti.

Da segnalare che quando è stato pubblicato è stato messo all’indice dalla chiesa cattolica, probabilmente per la scena degli ebrei crocifissi, simbolo evidente della contraddizione dell’Europa cristiana che genera la più atroce guerra della storia umana e poi si commuove provando pietà per se stessa. Così come i campi di concentramento nazisti diventano il luogo dove dubitare dell’esistenza di Dio o almeno della sua onnipresenza, una guerra fra europei pone inevitabilmente domande sul senso della fratellanza cristiana. Ciascuno, all’ultima pagina avrà le sue risposte, di sicuro è un libro imperdibile, di sicuro un libro che segna.

Il male oscuro – Giuseppe Berto

 
 


Il fantasma del padre, prima reale poi introiettato, aleggia sul protagonista e sul lettore durante l’intero romanzo. Romanzo fino a un certo punto, giacché in prima pagina l’autore si premunisce di comunicarci la natura autobiografica dell’opera citando la nota affermazione di Flaubert, “Madame Bovary sono io”. Ma così come Emma Bovary non è solo Flaubert ma un po’ tutti noi, ritrovarsi nelle nevrosi e nelle compulsioni del protagonista, magari con le proporzioni del caso, è un fatto che si ripete spesso durante questa lettura. Nevrosi, si badi bene, non psicosi, come Berto stesso tiene a distinguere: quell’insieme di sintomi che divengono malattia essi stessi in assenza di una patologia altrimenti definibile. Il male di vivere, la sofferenza dell’uomo moderno, compresso tra la volontà e la possibilità, che a volte esplode nell’urlo di Munch, altre si avviluppa su se stesso in un male oscuro che diventa l’unica risposta, l’unico rifugio, l’unica strada per difendersi da un mondo che percepisce ostile.

Tutto il libro, che si sviluppa come un unico flusso ininterrotto di pensiero, trasuda depressione, condita qua e là da sprazzi di ironia o autoironia (qualità che spesso non manca ai depressi), alternando cinismo ed autocommiserazione. Non so se sia proprio di Berto la definizione “male oscuro”, lo credo ma non ne ho la certezza, di sicuro è ben azzeccata; oscuro non in quanto clinicamente sconosciuto, la psicanalisi ha cent’anni, ma perché oscura è la via che conduce alla diagnosi e quindi alla terapia adatta.

Brancola infatti nel buio il protagonista, peregrinando fra specialisti di varie branche della medicina alla ricerca dell’origine fisiologica di un dolore che in realtà parte dalla sua testa o, più probabilmente dalla sua anima. Nella lingua spagnola c’è un termine bellissimo che l’italiano non ha, anímico, che corrisponde a tutto quello che riguarda la persona interiormente. Ecco, Il male oscuro è un romanzo anímico, che ci mostra in modo incredibilmente realistico quello che avviene nella mente e nel corpo, di un depresso, l’eziogenesi dei suoi sbalzi d’umore, il suo pessimismo, le sue improvvise euforie, le sue strategie di sopravvivenza, spesso grottesche agli occhi delle persone sane. E lo fa, incredibilmente, senza intristirci, senza contagiarci.

Giuseppe Berto ha scritto questo libro in soli due mesi nel 1964, dopo quindi La coscienza di Zeno di Italo Svevo, a cui però per fortuna non attinge stilisticamente, e prima di Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, al cui confronto appare abissalmente più profondo ed intenso e soprattutto meno evangelico a proposito della psicoterapia. E’ un romanzo scritto innanzitutto per sé, una catarsi interiore perfettamente riuscita, uno di quei punti che nella vita si sente ogni tanto di dover mettere, che però risulta, forse incidentalmente, anche profondamente didattico sulle tematiche freudiane.

E’ assolutamente un capolavoro, scorre senza stancare malgrado lo stile impetuoso fatto di periodi molto lunghi dove però, a differenza di Saramago, non manca la punteggiatura. È ricco di fatti, pensieri, riflessioni profonde, avvenimenti storici reali (le vicende si svolgono nell’arco di alcuni decenni), descrizioni di vita familiare e quotidiana che quasi lo rendono fruibile anche come romanzo di costume. È il racconto di un uomo e del suo male che diventa però il racconto di tanti uomini della nostra epoca che faticano a trovare se stessi e la propria dimensione.

L'Agnese va a morire – Renata Viganò

Katz kaputt, il gatto è morto. Tutto quello che sapevo, o ricordavo, dell’Agnese va a morire è la frase breve e lapidaria che un soldato tedesco pronuncia ridendo, dopo aver crudelmente ed inutilmente sparato al gatto di Agnese, recidendo quell’ultimo legame che le rimaneva con la vita normale, quella vissuta fino a prima della guerra. Katz kaputt, ed una donna anziana, anziana almeno secondo i canoni di allora, si ritrova a lavorare attivamente per la resistenza (pardòn, Resistenza, tanto per chiarire che non parliamo di resistenze elettriche o psicologiche), a partecipare a quelle che fino ad allora erano state per lei “cose da uomini”. Katz kaputt sono le sole parole che erano rimaste impresse nella mia mente, un frammento trasmesso dal libro di antologia delle medie o del ginnasio, epoca in cui qualunque lettura, anche la più piacevole, diventa una noia mortale per il solo fatto di essere imposta dalla scuola.

Eppure è un libro bellissimo, un racconto realistico, verace, della guerra partigiana, successi e sconfitte di uomini semplici ed eroici, difficoltà ma anche piccole gioie quotidiane malgrado la morte sempre incombente. Un romanzo da leggere oggi, quando il tempo sfuma i contorni dei fatti e molti, troppi, tentano di approfittarne per rimestare la Storia in un unico calderone dove confondere torti e ragioni, mostrando i morti per ciò che sono, tristi corpi inanimati, e non anche ciò che sono stati, ovvero vittime o carnefici. Troppo facile, o troppo disonesto, al caldo delle nostre case, mettere tutti sullo stesso piano. Ci sono stati sicuramente giovani e giovanissimi che ubriacati dalla propaganda del regime fascista hanno fatto in buona fede scelte scellerate, ma i veri traditori dopo l’8 settembre sono stati coloro che impugnando la bandiera italiana da loro stessi insanguinata si sono messi al servizio del criminale nazista, non di certo chi ha scelto di combattere un esercito invasore ed ha pagato la sua scelta con la vita. Ai primi va l’umana pietà che si deve ai morti, ai secondi il tributo che si deve agli eroi e l’eterna gratitudine per la libertà di cui godiamo oggi. Katz kaputt, così per gioco, ma un gioco non era e tanti l’hanno pagato a caro prezzo.

Ho finito di leggere questo libro girovagando per le colline toscane, passando anche per Volterra, la città di Bube, un’altro protagonista letterario della resistenza. Qua e là qualche targa firmata CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, ricorda un ragazzo morto poco più che ventenne nell’inverno del ’44, fucilato insieme a dieci suoi compagni o un’intero paese di inermi contadini. Accanto alla targa, l’insegna di un ristorante, libero grazie a quei ragazzi là. Dentro, casualmente, mi ritrovo seduto vicino ad un tavolo occupato da quattro tedeschi. Katz kaputt mi risuona ancora nella testa, quasi vorrei alzarmi e chiedergli perché hanno sparato al gatto, perché un popolo intero, decine di milioni di persone, ha fatto della crudeltà e dell’odio una religione, una scelta di vita, perché ancora oggi c’è chi subisce il fascino di quelle idee di morte e sopraffazione, ma anche idee di vigliaccheria, chè solo un vigliacco può affrontare un gatto con il mitra. Katz kaputt, il gatto è morto, Agnese pure, e tanti uomini e donne anonimi con loro. A noi vivi, il dovere del ricordo, a noi lettori il piacere della prosa lucida di Renatà Viganò, donna, partigiana, scrittrice. Katz kaputt, alla fine hanno perso, i gatti sono ancora vivi.

Il deserto dei tartari – Dino Buzzati

La Fortezza Bastiani siamo noi, il perseverare nell’essere ciò che non siamo, confidando illusoriamente che in un futuro indefinito saremo ciò che oggi abbiamo paura di essere. I tartari invece sono i fantasmi, chè di fantasmi si tratta, che albergano nell’animo nostro, quei draghi che da bambini non siamo riusciti ad uccidere e forse non uccideremo mai. Il romanzo si svolge in una dimensione quasi onirica, un limbo extraspaziale ed extratemporale dove tutto è rarefatto ma le regole non possono essere infrante, pena la morte. L’unica speranza è l’attesa, per qualcosa che in vero non arriverà mai, anche perché non esiste più, se mai è esistito.
C’è Kafka con il suo processo senza una reale colpa, c’è Becket con un Godot mai nominato eppure sempre lì da venire, c’è Freud, con i meccanismi complessi della mente umana. E ci siamo noi, fragili e forti a un tempo, ma soprattutto soli contro i Tartari inesistenti della nostra esistenza. Un’esistenza che scorre via fra rinvii sine die, che si tramutano in stanchezza con l’avanzare dell’età, e tenuta a volte in piedi da pallidi lumicini che ci illudiamo, come fa il protagonista, siano di di un avamposto tartaro contro cui finalmente sfoderare la spada, l’occasione di riscatto che si aspetta tutta la vita. Un riscatto che pure arriva, ma quando è ormai troppo tardi, facendo per assurdo della morte l’unico riscatto possibile di una vita mal vissuta.
Il film che ne è stato ricavato, con un cast di primissimo ordine (Gassman, Perrin, Gemma, Noiret, Trintignat) non rende ragione al libro, quasi lo tramuta da introspezione sull’animo umano a specchio di certe assurdità della vita militare. Inoltre, dando alle vicende una collocazione spazio-temporale per quanto vaga e a volte appena allusa, toglie quell’aura eterea che è caratteristica fondamentale del romanzo.
E’ triste? E’ angosciante? Di sicuro non è una lettura spensierata, bisogna aver voglia di guardarsi dentro mentre si scorrono le pagine, come si fa leggendo certi romanzi che quando li chiudiamo ci lasciano dei segni come avessimo preso pugni sullo stomaco. Del resto, a chi lo accusò di copiare Kafka, Buzzati rispose: non sono io, è la vita che lo fa.

Metello – Vasco Pratolini

Oggi come oggi senza una specializzazione non si va da nessuna parte, perciò ho deciso di specializzarmi anch’io. D’ora in poi leggerò solamente libri di scrittori toscani, ambientati nella prima metà del ‘900, di cui sia stata realizzata una versione cinematografica e che si trovino usati a un euro o due. In effetti ho cominciato già da un po’, prima con The girls of Saint Fredian, e poi con Bube’s girl; ora ho per le mani Metellow, che in realtà ho comprato nuovo, ma vi ho piazzato la foto di una vecchia edizione e voi fate finta di credere che anche stavolta l’ho pagato pochi spicci.
Viste certe tendenze esterofile, ho anglicizzato i titoli dei libri, dicono che ci si faccia un figurone!

Diciamolo subito senza mezzi termini: è un gran romanzo. Scorrevole, fluido, alterna sapientemente dialoghi e descrizioni, come pure fatti personali della vita dei protagonisti e scene di vita cittadina della Firenze di più di cent’anni fa. E’ stato pubblicato nel ’52, ci separano dalla sua stesura all’incirca gli stessi anni che intercorrono fra la prima edizione e le vicende narrate. Questa cosa mi fa un po’ impressione; nel ’52 gli uomini che vissero quell’epoca di anarchismo, socialismo e lotte operaie erano ancora vivi, Pratolini li conosceva, parlava con loro, con il risultato che il racconto è veramente vivido, di prima mano. Sì, insomma, è come sentir raccontare una storia antica direttamente da chi l’ha vissuta, ma con un linguaggio ed uno stile moderni, attuali e, soprattutto, coinvolgenti.

Ci sono libri, e Metello è sicuramente fra questi, che ogni volta che li apri ti schiudono la porta del loro mondo traslandoti in un’altra dimensione spazio-temporale, sia questo per un paio di pagine o qualche ora di lettura. Non necessariamente si tratta di grandi romanzi, piuttosto di romanzi ben scritti, storie ben narrate, fatte di primi piani e campi lunghi, come fossero un film diretto da un abile regista. Metello, invece, come ho premesso, è anche un grande romanzo. A me poi le ambientazioni otto-novecentesche piacciono in modo particolare, mi piacciono le storie di quell’epoca di incredibile trasformazione, sociale, tecnologica e di costume, storie di uomini e donne che con le loro piccole storie hanno contribuito a scrivere la Storia. Perchè sono Betto, Chellini, Olindo, Pallesi, insieme a tanti sconosciuti, ad aver tracciato la strada dei diritti fondamentali di cui gode oggi chi lavora.

Se vogliamo trovare un difetto, questo libro appare nell’insieme leggermente edulcorato, le sofferenze e la miseria hanno toni sfumati, chi le patisce non sembra aver perso il sorriso, o forse l’abbiamo perso troppo rapidamente noi con una crisi economica che paragonata a quei tempi parrebbe abbondanza. Ho visto pure il film, con Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, bello pure lui, strepitosa la colonna sonora di Morricone (mica bau bau micio micio). Forse Ranieri non era adattissimo al ruolo, troppo minuto nel fisico per come Metello è descritto da Pratolini, ma soprattutto troppo triste ed austero rispetto al personaggio scritto. Bellissime le scenografie ed i costumi, sembravano cartoline d’epoca.

Segnalo infine una bella prefazione di Pennacchi che racconta che il libro fu snobbato dagli intellettuali impegnati dell’epoca perché il protagonista antepone spesso il suo piacere personale alle riunioni sindacali, è carente quindi di coscienza sociale (nel senso leninista del termine). Per fortuna, direi, forse è proprio questa umanizzazione, questa presa di distanza dal realismo socialista in campo letterario, a farne un vero capolavoro.

Le ragazze di Sanfrediano – Vasco Pratolini

Un quartiere popolare di Firenze nell’immediato dopoguerra, la vita quotidiana di un Italia che si rimetteva in moto faticosamente ma con tanta voglia di vivere, un giovane che ci sa fare con le donne (un po’ il Sarracino di Carosone), e loro, un gruppo di ragazze acute, spigliate, determinate, che pur nella debolezza del cuore che gli deriva dall’essere innamorate, sanno trovare tutta la loro forza interiore facendo perno sul rispetto che devono a se stesse. Una prosa lucida e delicata, serena, un linguaggio a tratti desueto che dà il piacevole gusto che si prova nel ritrovare un sapore antico. 
C’è moltissimo sentimento in questo libro: personale, per i rapporti che legano il protagonista alle sue conquiste amorose, ma anche sociale, con il ricordo della guerra partigiana che fa spesso da capolino attraverso l’onore che con essa alcuni personaggi si sono conquistati. Non c’è invece il sentimentalismo, non c’è la ricerca della lacrima, dell'”istinto basico”, non c’è il tentativo, molto in voga tra alcuni scrittori recenti, di spingere il lettore a trovare se stesso fra le righe, identificarsi, riconoscersi, come se il narcisismo fosse l’unica molla che spinge alla lettura di un romanzo.
E poi c’è la Storia, quella fatta dalle persone semplici o che sulle persone semplici scarica la propria forza dirompente, anche se il neorealismo di Pratolini non ha qui il carico di drammaticità che invece hanno alcune opere cinematografiche dell’epoca, né lo squallore umano di certi racconti di Moravia.
E’ un libro delicato, dicevo, che non cerca il colpaccio, non vuole stupire con situazioni iperboliche che nascondono solo vuoti di sostanza (penso agli ultimi libri di Ammaniti). Delicato come un consommè, forse insipido per chi è abituato a consumare dosi massicce di patatine industriali alla paprika, ma strepitosamente piacevole per chi ha la pazienza di sentire il sapore formarsi pagina dopo pagina, lentamente e senza fretta ma con una profondità che non lascia insoddisfatti.
Edizione del 1966, preso un paio di giorni fa da un rigattiere per 50 centesimi, un terzo di biglietto dell’autobus, mezzo caffè, tanta vita.