Qui qualche dettaglio: http://piazzagrandevela.blogspot.it/p/rotta-2014.html
Prua a ovest
Qui qualche dettaglio: http://piazzagrandevela.blogspot.it/p/rotta-2014.html
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| Pescatori a Marettimo |
Eccomi di nuovo qui dopo una breve parentesi romana, Piazza Grande mi attende al pontile, apro il tambuccio e respiro aria di casa, sistemo le mie cose, la spesa, mi godo la bella sensazione, quella di abitare in barca, una sensazione diversa da quella di andarci in giro, quando sei a casa tua sono tue anche le cose attorno ad essa: il panorama, le persone che vedi abitualmente, quelle che ti salutano con un sorriso e con cui volentieri prendi un caffè la mattina. Tra questi sicuramente Ivo, simpatico pensionato varesino, gentile e cordiale come pochi, anche lui è tornato in acqua, anche lui, come me, ancora alle prese con i lavori di manutenzione. Già, la lista è lunga, e malgrado abbia spuntato molte voci, anche pesanti, è sempre lontana da finire, ma le barche, si sa, sono cantieri sempre aperti, destinati a non esaurirsi mai. Per 3 o 4 giorni continuo a pulire, tiro a lucido la coperta, poi riarmo tutte le drizze e le vele, riposte via per l’inverno in modo che durino più a lungo, riparo qualche piccola cosetta che si era rotta, la doccetta di poppa ad esempio, monto due belle batterie nuove per i servizi, sperando che finalmente siano finite le mie pene elettriche (chi mi segue, forse ricorda il problema con le batterie comprate in Grecia), faccio tante altre cose, così tante da non averne più memoria. Sono stanco? No… di più! La sera ricarico le mie di batterie con un bel tegame di peperoni e patate, uno dei piatti forti a bordo di Piazza Grande.
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| Piazza Grande e Gioconda in banchina a Marettimo |
Poi, finalmente, arriva il grande giorno, ci sono ancora diversi lavoretti da fare, ma si tratta di piccole cose, per lo più estetiche, la funzionalità è stata ripristinata completamente, c’è solo da uscire per verificare in mare che sia tutto a posto, che abbia rimontato tutto come si deve. Avverto gli ormeggiatori che esco per un giro di prova e che il giro potrebbe durare qualche giorno. Ho vento in prua all’ormeggio, mollo le cime di poppa, poi vado a prua a liberare il corpo morto e rapidamente torno a poppa per mettermi al timone. Che sensazione di leggera follia, sta colorando l’anima mia… di nuovo percepisco Piazza Grande attraverso le mie mani, attraverso la ruota della timoneria, lei pulsa, io la governo. Saluto Ivo all’ormeggio che mi chiede di portargli un paio di jeans nel caso andassi di nuovo a Istanbul a fare shopping, poi rapidamente esco dal porto, faccio qualche controllo ed infine, con goduria, alzo le vele e mi dirigo su Favignana, con vento moderato da nordovest. Era ora! Faccio qualche bordo poi a sera do fondo a Lido Burrone, piacevolmente deserto per la stagione non ancora iniziata. La mattina, dopo una bella dormita, mi metto in rotta per Marettimo, dove raggiungo Davide che ha a bordo alcuni amici comuni. Straordinariamente troviamo posto in banchina, previo contatto con la Capitaneria locale, a patto di liberarla l’indomani prima dell’arrivo del traghetto.
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| Un varo d’altri tempi |
Siamo ormeggiati affiancati, mi invitano per pranzo, prendo una bottiglia di prosecco dal mio frigo a salto a bordo da loro. Pranzetto tutti insieme, poi una passeggiata sull’isola con Maria Luisa e Dianella. Che strano effetto calpestare questo suolo dopo tanti anni, perdersi nei vicoletti deserti del piccolissimo nucleo abitato. La mia prima volta alle Egadi risale al 1988, ci arrivai con un paio di amici pescatori subacquei, il parco non era stato ancora istituito, ma, per fortuna della fauna ittica locale, non eravamo ancora bravi. Mi sembrò di aver trovato il paradiso, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, impossibile non fare qualche confronto, impossibile non avere qualche pensiero e qualche rimpianto su come sia cambiato il nostro paese, i posti di mare, anche quelli, come Marettimo, non completamente snaturati dal turismo di massa. Sopravvivono alcuni gozzi colorati, forse qualcuno riconvertito dalla pesca alle gite turistiche, assisto alla scena rara di uno di essi varato con un paranco a mano (neppure un argano!) ed i ciocchi di legno sotto la chiglia, una scena che nella mia infanzia, fine anni ’60, primi ’70, era assolutamente ordinaria. Dietro, una piccola gru riposa in attesa di varare con la forza meccanica le tante barchette da diporto che per due mesi infesteranno il mare circostante sciamando come api, con il ronzio fastidioso dei loro fuoribordo. Un bar sul molo spara la sua musica ad un volume da discoteca, ma in un piccolo magazzino sul porto, un gruppo di anziani attorniato da qualche ragazzino sta giocando a carte fra le reti da pesca e le nasse riposte al coperto. Contrasto di un microcosmo, paradigma di un’epoca che si è chiusa insieme al suo secolo ed i cui ultimi brandelli sopravvivono in luoghi come questo ma che probabilmente si esauriranno a breve lasciando come unica traccia un immagine un po’ sfocata nella mente delle persone o tutt’al più una vecchia foto un po’ ingiallita.
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| Briscola fra le reti |
La mattina, prima che il traghetto ci faccia sloggiare, faccio in tempo a mangiare un cannolo niente male e intanto osservo il passeggio sulla piccolissima piazzetta davanti al bar. E’ la tipica atmosfera delle isolette con poco turismo, la conosco bene, l’estate scorsa in Turchia e Grecia ne ho fatto una scorpacciata, chissà fra un mese, in piena stagione, come sarà, chissà cosa è rimasto del sapore che colsi 25 anni fa e che quasi mi invogliò, giovane e facile all’innamoramento, a restarci a vivere. Chissà pure se avrei retto ad una vita che per 10 mesi l’anno scorre per buona parte nella sola attesa della stagione a venire. Guardo una piccola targa di marmo che ricorda una pesca miracolosa del 1870, poi, avendo smesso da tempo di credere ai miracoli, torno a bordo, recupero le cime messe a doppino e lascio l’isola. Fuori appena una bava di vento, ma non ho fretta, metto a segno le vele per dirigere su Levanzo dove mi unirò di nuovo a Davide & Co. Viaggio a circa 3 nodi, poco più che una camminata di buon passo, una velocità ridicola in una metropoli convulsa, una velocità umana, tranquilla, andando per mare. Una delle cose belle della vela è che ci restituisce i ritmi naturali dell’esistenza, si tarano i propri programmi sul vento, sulla luce del sole, si asseconda la notte con il proprio riposo. Per un lungo tratto Piazza Grande e Gioconda, la barca di Davide, navigano affiancate, poi loro decidono di fare ultime miglia a motore per andare a mangiare a Cala Fredda, io preferisco continuare così e godermi la giornata praticamente estiva, effettuando il periplo dell’isola, bella e selvaggia, dimora di gabbiani che incessantemente garriscono sotto il sole a picco.
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| Una pescata memorabile |
La sera ci spostiamo di nuovo a Favignana, contrariamente alle previsioni che davano vento da sudest, soffia da nordovest, giriamo un po’ per trovare un ridosso adeguato, infine, all’imbrunire, caliamo l’ancora a Punta Fanfalo. Mi invitano di nuovo a cena, mi vengono anche a prendere col tender, come posso rifiutare! Di nuovo una bella serata in compagnia, Diana ha preparato un discreto intruglio a base di polpo, seppia ed altri ingredienti segreti che la riduzione ai minimi termini non rende identificabili, ma è buono e lo mangiamo volentieri. Poi, per digerire, il sifone, un liquore che il padre di Davide prepara e pazientemente lascia invecchiare per anni. Ancora qualche chiacchiera piacevole, poi torno a bordo e crollo in cuccetta, il sifone, incontrandosi col vino lungo l’apparato digerente, non mi ingenera un sonno ristoratore, al risveglio mattutino mi sento piuttosto cotto. Il cielo è coperto, ciondolo un po’ in coperta, finisco di leggere A occhi chiusi, un libro di un autore toscano di primissimo ‘900 in cui trovo alcuni spunti di attualità, faccio un paio di caffè per recuperare lucidità, guardo il panorama. Quando a metà mattinata il cielo si apre, il libro si chiude, recupero l’ancora, alzo le vele e metto la prua su Marsala.
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| In navigazione con Gioconda |
L’aria è frizzantina, mi godo la navigazione, stringo al massimo la bolina, oltre la rotta diretta, in modo da poter poggiare se il vento dovesse girare sfavorevolmente, cosa che invece non accade. Piazza Grande trova subito il suo passo, ne sento il respiro, ne colgo ogni rumore e vibrazione, sono bastati 3 giorni per ritovarci, lei ed io, e per ritrovare insieme il mare; questa breve crociera doveva essere un test e direi che è andato a meraviglia per entrambi. Tremo al pensiero che in un momento di sconforto invernale ho temuto di doverla vendere, ormai è parte di me, darla via vorrebbe dire non morire ma vivere menomato sicuramente. L’ormeggiatore mi passa cortese le cime dal pontile, do volta sulle gallocce, poi spengo il motore e apro una birra, sono felice.
Sì, sono felice, anche di stare qui a Marsala, ci sto veramente bene, mi piace il porto, mi piace la città, ma soprattutto mi piacciono le persone, sempre cortesi, mai arroganti, solo al volante di un auto tutti paiono trasformati e l’incauto pedone, anche sulle strisce, sarà quasi sempre un ostacolo fastidioso, poco più di un insetto da schiacciare distrattamente. Il parabrezza sembra formare una barriera insormontabile, ma basta stabilire un minimo di contatto diretto, uno sguardo, una parola, ed ecco che il distacco lascia spazio ad una cordialità non facile da trovare altrove.
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| Indovina chi viene a cena… |
Maria Luisa, Elisa e Paolo tornano a casa, la sera dopo invito a cena Diana, Dianella e Davide, peperoni e patate anche per loro, abbondano dolci e liquori sul finale, forse un po’ troppi entrambi, ma la convivialità ne favorisce il consumo. Già, non solo i marsalesi doc, anche gli stranieri che passano di qui sono belle persone, un paio di settimane fa ho conosciuto Milva e Roberto a bordo del loro Show 38, poi Max e Alessandra sul loro Beneteau 50, e poi tanti altri che vanno e vengono a bordo delle loro amanti di vetroresina. Incontro anche Serena, che sta aprendo un bel b&b proprio in centro, si è trasferita qui da Roma, cambiando vita e mestiere, con un coraggio ed una determinazione veramente ammirevoli. Visito il suo Palazzo Scalilla, un imponente scalone accoglie gli ospiti all’ingresso, le stanze, in via di ultimazione, sembrano destinate a mantenere una leggera patina di nobilità. Sì, a Marsala si sta decisamente bene!
Un pomeriggio mi decido finalmente a tagliare la bobina di cavo da 18 mm che mi porto appresso intonsa da due anni, ne faccio due lunghe cime da ormeggio e due pezzi che, impiombati con una redancia, andranno con le molle d’acciaio che ho preso per eliminare i copertoni che non posso davvero portarmi in giro quando partirò di qui, tra non molto, credo. Davanti agli occhi ho il software di navigazione aperto, guardo la rotta che ho tracciato, una rotta di massima, ancora da affinare, una rotta che guarda lontano, molto lontano. Piazza Grande è pronta e anch’io lo sono.

Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da se stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell’età come rifiuto di sé, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Némirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.
Il fascino come arma e l’omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt’altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.
Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l’attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.
Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.
E’ ancora una volta il volto amico di Davide ad accogliermi in terra siciliana dopo un breve volo da Ciampino scivolato via nel breve volgere di una scorsa ad un quotidiano. Esco dall’aeroporto, lascio il giornale in un cestino e con lui i pensieri della vita romana, sono qui per dedicarmi a Piazza Grande, la lista dei lavori è lunga e non si tratta di lavoretti di poco conto, almeno in termini di fatica fisica. In porto è tutto come da programma: è ritornata indietro la zattera revisionata, è arrivata l’antivegetativa ordinata ad Andrea, ship chandler di Licata serio e cortese, sono arrivati i pezzi di ricambio dell’invertitore e, last but not least, sono arrivati i diversi pacchi, fra cui la nuova randa, che ho affidato a Ivan e Luciano, i due amici appena giunti a Marsala con le loro rispettive barche dopo una settimana di navigazione di conserva.
Si sta formando una bella comunità di velisti alloctoni in questo porto, cosa utile perchè ci si da una mano a vicenda per sorvegliare le barche, ma soprattutto cosa piacevole perchè fa sì che in banchina non manchi mai qualcuno con cui scambiare due chiacchiere o un caffè. La sera a cena siamo una piccola combriccola per festeggiare il compleanno di Ivo, spaghetti pesce spada e melanzane, la cucina siciliana non delude mai!
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| Sull’invaso poco prima del varo |
I primi 3 giorni sono dedicati all’opera viva, mi sono accordato con il gruista per varare sabato, per quel giorno tutto deve essere pronto. In effetti potrei varare venerdì, ma è venerdì santo, il pomeriggio c’è la processione della madonna e Vito, il gruista capo, mi ha detto di essere molto devoto e di non poter mancare. Vabbè, tanto di venere e di marte non si vara nè si parte! Vado di rullo su tutta la carena, raddoppiando il passaggio nei punti più soggetti alla formazione di concrezioni varie: la linea di galleggiamento, il dritto di prua, il timone, il bulbo. Quest’ultimo ha richiesto qualche attenzione in più, c’erano alcune chiazze scoperte e ho dovuto portare la ghisa a vista, passare il ferox, poi un primer epossidico… insomma, c’è di che annoiare i lettori poco tecnici, quindi mi fermo qui. Aggiungo solo che fare carena è veramente un lavoro massacrante, ho risparmiato un sacco di soldi facendolo da me, ma non è stata una passeggiata.
Arriva Vincenzo, il meccanico, serio, onesto e scrupoloso, con il sail drive rimesso a posto, e in un paio d’ore lo rimonta. Ne ho approfittato per sostituire la cuffia, a vederla era in condizioni eccellenti ma aveva 10 anni, dicono sia quella la sua vita massima. Certo che pagare 325 euro un pezzo di gomma stampata che ne costerà sì e no un paio… Ringrazio, si fa per dire, il signor Volvo Penta e cerco di non pensarci! Rientrando al b&b dove sono costretto a stare finche Piazza Grande è sull’invaso, incrocio la processione, c’è veramente tantissima gente, donne vestite di nero e con la veletta sulla testa, portatori di ceri, davanti alla statua della madonna due carabinieri in alta uniforme, dietro il sindaco con la fascia tricolore. Lo dico, non amo queste commistioni fra religione ed istituzioni, sono un laicista convinto, mi viene in mente il sindaco di Napoli, De Magistris, che bacia l’ampolla col sangue di san Gennaro, anche lui con la fascia tricolore indosso. A mio modo di vedere certe cose dovrebbero farle da privati cittadini, un sindaco rappresenta tutti anche chi, pur rispettandole, ritiene che certe manifestazioni attengano alla supertizione più che alla fede.
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| La processione del venerdì santo |
Arriva il giorno fatidico, Piazza Grande è incastrata fra un motoscafo, il muro di cinta del porto e un palo della luce, tirarla fuori di lì significa veramente giocare con i centimetri. Posiziono qualche parabordo sulle murate lucidate faticosamente a mano, poi scendo dal trespolo e mi affido ai gruisti, fra cui un rumeno che fatica a parlare italiano ma in siciliano si esprime alla perfezione: calamula ddocu, dice ai suoi compragni di squadra. Attimi di tensione, basta un niente per fare danni seri, la mia bella barchina è sospesa sulle nostre teste, manco mi chiamassi Damocle, osservo un po’ nervoso tutta la manovra, quando si avvicina un tale che ha voglia di chiacchierare. C’è un momento per parlare ed uno per tacere, mi spiace, non nego mai una parola a nessuno in banchina, ma questo non è proprio il momento, non do quindi corda al dialogo auspicato. Ma il tipo non demorde e mentre Piazza Grande è a un metro dal molo e basterebbe un piccolo errore per sfracellarla, mi fa: ad un mio amico si sono rotte le cinghie della gru! E’ un attimo, come nei cani di Pavlov l’istinto prevale, la mia mano sinistra si porta lesta e scaramantica verso i gioielli di famiglia mentre la destra si chiude a pugno per riaprire immediatamente i soli indice e mignolo in direzione del menagramo: tiè, gli rispondo secco e deciso!
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| Riusciranno i nostri eroi…? |
Non so a quale delle due mani vada ascritto il merito, ma l’operazione è condotta a termine senza danni e Piazza Grande ritrova, dopo circa 5 mesi il suo elemento naturale, il mare. Scaramanzie a parte, veramente bravi i ragazzi con la gru, a Marsala non mancano davvero ottimi professionisti. Controllo che le prese a mare non facciano acqua poi faccio un piccolo giro dentro il porto insieme a Vincenzo per provare l’invertitore ed infine mi accosto al pontile dove Ivo e Davide raccolgono gentilmente le mie cime. Piazza Grande è di nuovo al suo posto ed io con lei.
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| Che casino! |
Sottocoperta è un vero casino, tutto è sottosopra, è un cantiere aperto e la polvere si è accumulata dappertutto, non mancano neppure schizzi di olio e nafta vicino al motore. Passo 3 giorni a pulire, svuotando ogni gavone e stipetto, sollevando ogni pagliolo, controllando con l’occasione la barca in ogni suo punto, anche il più nascosto. Tutto è come deve essere, averlo accertato di persona mi renderà più tranquillo in navigazione. Salta fuori qualche avanzo di cibo greco e turco, fra cui un paio di lattine di Mythos, l’ottima birra ellenica, ne approfitto per festeggiare il ritorno al mare. Eccomi qua, nel mio guscio, dove ritrovo tutto il calore e la gioia interiore che avevo lasciato a novembre al momento dell’alaggio.
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| Fresche relique |
Sistemo per prime una cabina e la cucina, lascio il b&b e torno ad abitare a bordo, la notte fa ancora freddo ma un piccolo termoconvettore basta a stemperare l’ambiente. Ritrovo i gesti che mi sono consueti, quei tanti movimenti automatici necessari ad assecondare gli spazi ristretti della vita a bordo, ritrovo i miei piccoli riti quotidiani, la moka la mattina appena alzato, anche se l’avanzo di caffè turco produce una ciofeca imbevibile, comprare un pacco di caffè italiano e fresco è una priorità assoluta. Ritrovo infine una bottiglia di ouzo, il liquore greco a base di anice, me ne verso un po’, mi accarezza il palato, mi accarezza l’anima.
Un pomeriggio, tornando dalla spesa, vedo un ragazzo che non conosco sul pontile, proprio davanti alla mia poppa. Mentre sto per salire a bordo mi fa: Luciano? Sì, chi sei?, gli rispondo. Un tuo lettore, mi dice, ti seguo sul blog, sono passato a conoscerti. Ecco, queste sono le sorprese che fanno piacere, Vieni a bordo, ci beviamo una birra. Chiacchieriamo di vela, tra appassionati ci si intende rapidamente.
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| Tiziana cunza in cannoli in casa. |
A pasqua sono invitato a pranzo da Tiziana, una cara amica di Palermo, prendo la corriera e vado da lei. Ve l’ho già detto che i siciliani sono gente fantastica? Sì, l’ho scritto la volta scorsa e qui lo confermo. La loro ospitalità non è dovere, è scelta, la loro cortesia non è forma, è sostanza, il loro accettarti come amico è sincerità, non calcolo di convenienza. Amo i siciliani, li amo da quando da piccolo trascorrevo le vacanze estive con i miei a Messina, lì ho imparato a conoscerli ed apprezzarli, fino al punto da sentirmi sempre a casa quando sto con loro. Solo il loro modo di declinare le parole mi lascia a volte perplesso. Qualche giorno fa in porto mi hanno chiesto in prestito un prolungo, le cose le ripongono nello scatolo e, giuro che è vero, ai piedi mettono le zoccole! A Palermo faccio il bucato, mi porto un fagotto di panni sporchi e gentilmente Tiziana mi mette a disposizione la sua lavatrice. Sto molto attento al programma selezionato, l’estate scorsa, con la medesima cortesia, mi sono tornati indietro un paio di bermuda, entrati nel cestello come pantaloni lunghi.
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| La tana |
Sono le 10 di sera quando, alla luce fioca dei pontili e sotto una pioggia leggera, torno a bordo. Apro il tambuccio e una sensazione meravigliosa mi investe: sento che la fatica enorme che ho fatto viene ripagata con la gioia che Piazza Grande sa darmi, sento che sono riuscito con la determinazione là dove, per un attimo, ho dubitato di riuscire, sento che tra poco lei ed io saremo pronti a salpare, andremo dove il mare ed il vento vorranno, vicino o lontano non importa, ma sarà un atto d’amore reciproco. Sorseggio l’ultimo goccio di ouzo rimasto, poi me ne vado in cuccetta, leggo qualche pagina di Bjorn Larsson, il leggero sciabordio mi concilia il sonno, l’ultimo pensiero prima di addormentarmi è che Piazza Grande è di nuovo a galla. Ed io con lei.
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| Sulla strada (ma non come Jack Kerouac) |
Quando atterro all’aeroporto di Birgi la prima sorpresa: i pullman che lo collegavano tutte le ore con Marsala sono stati quasi tutti soppressi, sono le 9 del mattino ed il primo utile è alle 13:15. Vorrei evitare di prendere il taxi, quindi tento l’autostop, in fondo quando avevo 17 anni sono arrivato a Capo Nord in Norvegia in questo modo, cosa vuoi che siano 15 km. Non devo però avere lo stesso aspetto rassicurante di allora perchè nessuno accenna neanche a fermarsi per chiedermi dove devo andare e dopo una ventina di minuti desisto. Camminando nel parcheggio dell’aeroporto vedo una coppia che sta salendo su un’auto, chiedo se vanno verso Marsala, non proprio, ma almeno mi avvicino. Sei un rappresentante?, mi chiede lui. No, rappresento solo me stesso, nel bene e nel male, rispondo. Nel breve tragitto chiacchieriamo, familiarizziamo, e alla fine mi portano quasi fin sotto il b&b dove dormirò dato che Piazza Grande è in secco sull’invaso. Gente fantastica i siciliani! Hanno sempre un pizzico di diffidenza verso lo “straniero”, ma ci mettono un attimo a considerarti un amico e a farsi in quattro per darti ospitalità come meglio possono. Ringrazio, saluto e lascio un mio recapito promettendo di sdebitarmi con la medesima cortesia se capiteranno a Roma.
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| Raschia che ti passa! |
Arrivo in porto sereno, so che è tutto a posto perchè sullo stato di salute di Piazza Grande mi tiene aggiornato Davide (gente fantastica i siciliani, ve l’ho detto!) che gestisce qui da anni una scuola di vela (www.scuolavelaspiego.it). Quest’anno ha comprato una nuova barca, simile per dimensioni e struttura a Piazza Grande, spero che si navighi un po’ insieme alle Egadi, poi lui se ne andrà verso la Tunisia, io… chissà! Già, la questione economica mi rende tutto piuttosto incerto, pur facendo da me la manutenzione ho parecchie spese da affrontare, non ultima quella del meccanico per rifare la frizione dell’invertitore che ha mollato per usura a ottobre scorso. Quando il meccanico arriva, arriva pure la prima mazzata: preventivo quasi il doppio del previsto, i pezzi di ricambio pare li forgino con oro zecchino e sangue di vergine! Ma è un lavoro indispensabile, le barche sono a vela, però in porto si manovra a motore, impossibile fare senza. Quando poi arriva il velaio, la seconda mazzata: la randa, che pure sapevo malridotta, appare parecchio più acciaccata di quello che pensavo, così a occhio direi che un rattoppo non può bastare a fare la stagione, occorre rifarla nuova e non sono spicci. Mi demoralizzo, così tanto che neanche i cannoli con la ricotta riescono a consolarmi.
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| Arte consolatoria |
La sera torno al b&b, leggo un po’ di Moitessier, anzi rileggo, sarà la terza o quarta volta che mi sciroppo l’opera omnia del sommo, ma come prescindere dalla sua esperienza? Non solo da quella di navigatore, uno dei più grandi in assoluto, ma da quella umana, dal suo morire e risorgere quattro volte, come le barche che ha perso navigando, abbattendosi nello spirito ma ritrovando dentro di sé la forza per reagire e tirarsi fuori dai problemi. Se faccio una solida ossatura in legno, posso stratificare lo scafo con fogli di giornale e resina ed avere una barca in grado di attraversare l’oceano. Alla fine non l’ha fatto, ma ci ha creduto, ha creduto in sé stesso, ha trovato altre strade e in capo ad un paio d’anni aveva Joshua, la barca con cui ha compiuto l’impresa epica di doppiare Capo Horn a vela e tempo dopo di percorrere 14.000 miglia, facendo un giro e mezzo del mondo in solitario, quando i solitari erano solitari davvero, mica come ora con meteofax, telefoni satellitari ed email. No, non devo perdermi d’animo.
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| Rosso, giallo e blu |
Abbasso la testa e come un mulo e procedo imperterrito secondo la tabella di marcia che prevede carenaggio self service, ovvero asportazione della vecchia antivegetativa col raschietto, sistema che preferisco alla levigatrice perché in questo modo si respira meno polvere tossica (la vernice antivegetativa non è una botta di salute). E’ però un lavoro ingrato anche così, procedo a decimetri quadrati, ci vuole olio di gomito ma anche delicatezza, ché a fare troppo con forza si rischia di scheggiare il gelcoat. Alla fine in 4 giorni ho fatto tutta la prua, è meno di quello che speravo ma è pur sempre un bel pezzo di barca, il resto lo farò la prossima volta. Ogni tanto mi fermo per riposarmi qualche minuto e respirare un po’ di aria di mare, iodio che si mischia all’odore di zolfo, che pare sia dovuto alla posidonia morta, e al profumo delle vinacce che hanno fermentato nei mesi scorsi negli stabilimenti qua attorno dove si producono vini ad alta gradazione alcolica, poi torno a raschiare, fino a che il braccio mi fa male. Di bello c’è che sotto la vernice trovo la carena in perfette condizioni. Spedisco anche la zattera autogonfiabile al produttore per la revisione biennale, la imballo bene con cartone e millebolle e avverto il corriere di passare a ritirarla. Insomma, vado avanti, ho inerzia, o abbrivo visto che si parla di barche.
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| Un bell’astice |
Il porto di Marsala sonnecchia in inverno, come pure un po’ sonnecchia tutta la città, in attesa forse della stagione estiva. E’ il destino delle località di mare, riconvertite volenti o nolenti al turismo quale principale se non unica fonte di sostentamento. Quasi nullo il traffico portuale, la mattina un piccolo gozzo scarica una o due cassette con un po’ di pesce di paranza e, quasi preda incidentale, un bell’astice di qualche chilo. Marsala sembra a volte trascinarsi un po’ spenta, come in attesa di qualcosa che arrivi dal mare, quel mare che 150 anni fa ha portato l’onda irrefrenabile del risorgimento che proprio da questo porto ha mosso i suoi primi passi alla conquista dell’Italia, chissà se questa cosa ha lasciato il segno nel carattere dei marsalesi oltre che nei tanti toponimi che evocano l’impresa di Garibaldi. Inutile ribadire quanto questa atmosfera rilassata mi piaccia! Ma anche in inverno, questo porto è crocevia di velisti: mi manco per un soffio con Max, che ha portato qui la sua barca per fare dei lavori, ma riesco ad incrociarmi con Paolo, velista giramondo che ha la sua base a Trapani, ed insieme a Davide passiamo una bella serata a parlare, com’è ovvio, di mare. Le chiacchiere mi fanno bene, stemperano un poco le mie preoccupazioni, confrontarsi con persone propositive come sono Davide e Paolo, sentirli parlare dei loro progetti di navigazione mi fa sentire i miei meno lontani, mi stimola, mi fa apparire gli ostacoli che si frappongono fra me e le mie rotte future non insuperabili.
Prendo l’aereo che mi riporta a casa, guardo le luci puntellare la costa siciliana nella notte. Restate sintonizzati!
La guerra ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l’indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo.
L’abisso si manifesta attraverso donne che per un pacchetto di sigarette vendono se stesse o addirittura i bambini, magari prima che questi possano vendere loro; un pacchetto di sigarette vale 3 chili di pane, la sopravvivenza di un’intera famiglia, della specie. Malaparte inorridisce, “I bambini a Napoli sono sempre stati sacri“, ma non giudica e neppure noi possiamo farlo, la fame bisognerebbe provarla per capirla.
E pure Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un’umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che resti abbacinato dalle brutture industriali di Bagnoli.
La pelle è un libro bellissimo, che cattura fin dalle prime pagine, a volte rifila un pugno allo stomaco, altre affascina per l’eloquio o per l’analisi profonda e attenta dell’autore, lucida al punto di sembrare cinismo. Racconta i fatti come si sono svolti, nudi e crudi, senza volerne trarre spunti per esaltare vincitori o vinti, ma esplicitando, o lasciando alla sensibilità del lettore, riflessioni sul senso atroce della guerra e sui suoi drammatici effetti sulla vita quotidiana delle persone.
La Quinta Armata che avanza non è quella che la filmografia hollywoodiana ha mostrato nella sua innegabile eroicità, ma è un esercito di uomini che combattono, vincono ma tremano e spesso sbagliano o anche si comportano in modo ridicolo. Fra loro, i tanti a cui dobbiamo la nostra libertà, anche se, ci avverte Malaparte, è una vergogna vincere la guerra, intendendo con questo che la grandezza di un popolo si misura dal modo in cui tratta i vinti.
Da segnalare che quando è stato pubblicato è stato messo all’indice dalla chiesa cattolica, probabilmente per la scena degli ebrei crocifissi, simbolo evidente della contraddizione dell’Europa cristiana che genera la più atroce guerra della storia umana e poi si commuove provando pietà per se stessa. Così come i campi di concentramento nazisti diventano il luogo dove dubitare dell’esistenza di Dio o almeno della sua onnipresenza, una guerra fra europei pone inevitabilmente domande sul senso della fratellanza cristiana. Ciascuno, all’ultima pagina avrà le sue risposte, di sicuro è un libro imperdibile, di sicuro un libro che segna.

Il fantasma del padre, prima reale poi introiettato, aleggia sul protagonista e sul lettore durante l’intero romanzo. Romanzo fino a un certo punto, giacché in prima pagina l’autore si premunisce di comunicarci la natura autobiografica dell’opera citando la nota affermazione di Flaubert, “Madame Bovary sono io”. Ma così come Emma Bovary non è solo Flaubert ma un po’ tutti noi, ritrovarsi nelle nevrosi e nelle compulsioni del protagonista, magari con le proporzioni del caso, è un fatto che si ripete spesso durante questa lettura. Nevrosi, si badi bene, non psicosi, come Berto stesso tiene a distinguere: quell’insieme di sintomi che divengono malattia essi stessi in assenza di una patologia altrimenti definibile. Il male di vivere, la sofferenza dell’uomo moderno, compresso tra la volontà e la possibilità, che a volte esplode nell’urlo di Munch, altre si avviluppa su se stesso in un male oscuro che diventa l’unica risposta, l’unico rifugio, l’unica strada per difendersi da un mondo che percepisce ostile.
Tutto il libro, che si sviluppa come un unico flusso ininterrotto di pensiero, trasuda depressione, condita qua e là da sprazzi di ironia o autoironia (qualità che spesso non manca ai depressi), alternando cinismo ed autocommiserazione. Non so se sia proprio di Berto la definizione “male oscuro”, lo credo ma non ne ho la certezza, di sicuro è ben azzeccata; oscuro non in quanto clinicamente sconosciuto, la psicanalisi ha cent’anni, ma perché oscura è la via che conduce alla diagnosi e quindi alla terapia adatta.
Brancola infatti nel buio il protagonista, peregrinando fra specialisti di varie branche della medicina alla ricerca dell’origine fisiologica di un dolore che in realtà parte dalla sua testa o, più probabilmente dalla sua anima. Nella lingua spagnola c’è un termine bellissimo che l’italiano non ha, anímico, che corrisponde a tutto quello che riguarda la persona interiormente. Ecco, Il male oscuro è un romanzo anímico, che ci mostra in modo incredibilmente realistico quello che avviene nella mente e nel corpo, di un depresso, l’eziogenesi dei suoi sbalzi d’umore, il suo pessimismo, le sue improvvise euforie, le sue strategie di sopravvivenza, spesso grottesche agli occhi delle persone sane. E lo fa, incredibilmente, senza intristirci, senza contagiarci.
Giuseppe Berto ha scritto questo libro in soli due mesi nel 1964, dopo quindi La coscienza di Zeno di Italo Svevo, a cui però per fortuna non attinge stilisticamente, e prima di Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, al cui confronto appare abissalmente più profondo ed intenso e soprattutto meno evangelico a proposito della psicoterapia. E’ un romanzo scritto innanzitutto per sé, una catarsi interiore perfettamente riuscita, uno di quei punti che nella vita si sente ogni tanto di dover mettere, che però risulta, forse incidentalmente, anche profondamente didattico sulle tematiche freudiane.
E’ assolutamente un capolavoro, scorre senza stancare malgrado lo stile impetuoso fatto di periodi molto lunghi dove però, a differenza di Saramago, non manca la punteggiatura. È ricco di fatti, pensieri, riflessioni profonde, avvenimenti storici reali (le vicende si svolgono nell’arco di alcuni decenni), descrizioni di vita familiare e quotidiana che quasi lo rendono fruibile anche come romanzo di costume. È il racconto di un uomo e del suo male che diventa però il racconto di tanti uomini della nostra epoca che faticano a trovare se stessi e la propria dimensione.
Eppure è un libro bellissimo, un racconto realistico, verace, della guerra partigiana, successi e sconfitte di uomini semplici ed eroici, difficoltà ma anche piccole gioie quotidiane malgrado la morte sempre incombente. Un romanzo da leggere oggi, quando il tempo sfuma i contorni dei fatti e molti, troppi, tentano di approfittarne per rimestare la Storia in un unico calderone dove confondere torti e ragioni, mostrando i morti per ciò che sono, tristi corpi inanimati, e non anche ciò che sono stati, ovvero vittime o carnefici. Troppo facile, o troppo disonesto, al caldo delle nostre case, mettere tutti sullo stesso piano. Ci sono stati sicuramente giovani e giovanissimi che ubriacati dalla propaganda del regime fascista hanno fatto in buona fede scelte scellerate, ma i veri traditori dopo l’8 settembre sono stati coloro che impugnando la bandiera italiana da loro stessi insanguinata si sono messi al servizio del criminale nazista, non di certo chi ha scelto di combattere un esercito invasore ed ha pagato la sua scelta con la vita. Ai primi va l’umana pietà che si deve ai morti, ai secondi il tributo che si deve agli eroi e l’eterna gratitudine per la libertà di cui godiamo oggi. Katz kaputt, così per gioco, ma un gioco non era e tanti l’hanno pagato a caro prezzo.
Ho finito di leggere questo libro girovagando per le colline toscane, passando anche per Volterra, la città di Bube, un’altro protagonista letterario della resistenza. Qua e là qualche targa firmata CLN, Comitato di Liberazione Nazionale, ricorda un ragazzo morto poco più che ventenne nell’inverno del ’44, fucilato insieme a dieci suoi compagni o un’intero paese di inermi contadini. Accanto alla targa, l’insegna di un ristorante, libero grazie a quei ragazzi là. Dentro, casualmente, mi ritrovo seduto vicino ad un tavolo occupato da quattro tedeschi. Katz kaputt mi risuona ancora nella testa, quasi vorrei alzarmi e chiedergli perché hanno sparato al gatto, perché un popolo intero, decine di milioni di persone, ha fatto della crudeltà e dell’odio una religione, una scelta di vita, perché ancora oggi c’è chi subisce il fascino di quelle idee di morte e sopraffazione, ma anche idee di vigliaccheria, chè solo un vigliacco può affrontare un gatto con il mitra. Katz kaputt, il gatto è morto, Agnese pure, e tanti uomini e donne anonimi con loro. A noi vivi, il dovere del ricordo, a noi lettori il piacere della prosa lucida di Renatà Viganò, donna, partigiana, scrittrice. Katz kaputt, alla fine hanno perso, i gatti sono ancora vivi.