Capo Sunio

 

La leggenda, o meglio il mito dato che siamo in Grecia, narra che da questo piccolo promontorio alto circa 70 metri si gettò Egeo, re di Atene, quando vide che la barca del figlio Teseo, che era andato a Creta a combattere il minotauro, tornava alzando vele nere anzichè bianche. Il segnale convenuto era che fossero nere in caso di sconfitta e bianche in caso di vittoria. Teseo se ne dimenticò, i maligni dicono che Teseo abbia intenzionalmente alzato le vele del colore sbagliato, ed Egeo si suicidò per il dolore della morte del figlio. Da allora il mare tutto intorno ha preso il suo nome. Sulla sommità del capo ci sono i resti di un antico tempio, un imponente colonnato che conferisce al luogo un aura di sacralità. Una piccola aura di vandalismo gliela conferiscono invece i graffiti dei soliti scemi, fra cui un certo Lord Byron passato da queste parti qualche anno fa e che ha scolpito il proprio nome su un basamento.

E’ proprio qui, a Capo Sunio, che ho uno degli appuntamenti imprescindibili di questo viaggio: con un passaggio obbligato, difficile, ma anche con me stesso, perchè è un po’ la prova dei fatti per la barca ed il suo equipaggio, al momento ridotto al sottoscritto. Il vento dominante di tutto il Mar Egeo in estate è il Meltemi, un vento che prende direzioni leggermente diverse a seconda delle zone ma che oscilla tra il nordovest ed il nordest e che soffia spessissimo con estrema violenza, tendendo per di più ad accellerare, come tutti i venti, in corrispondenza di capi, promontori e stretti, tutti punti dove la morfologia del territorio lo incanala in imbuti che paiono fatti apposta per illustrare una lezione di fisica sull’effetto Venturi. Per me che devo andare verso nord non è la situazione migliore, ma questa è e me la tengo.

Tecnicamente il Golfo di Saronico, lo specchio acqueo che si incontra all’uscita del Canale di Corinto, è già Mar Egeo, ma è ben ridossato a nord dalla costa Attica e perciò protetto dai venti settentrionali; è quindi doppiando Capo Sunio che si ha il primo, vero assaggio di Meltemi. Confidando che finchè me ne resto a ovest del capo non avrò problemi seri, mi preparo per salpare da Perdika, dove ho passato due bei giorni di relax, per dirigermi verso la baia immediatamente prima, dove ho appuntamento con Francesca e Giovanni che arriveranno da Atene con la loro barca. Al momento di andare, l’inglese del simpatico teatrino del giorno prima mi chiede se sto partendo e mi dice una frase di cui capisco solo “two euros. “Next time we meet”, gli rispondo, ma uno così mi auguro di non incontrarlo più. Filo un po’ di catena a prua prima di mollare le cime di poppa, in modo che la barca non parta a razzo in avanti per l’effetto elastico della catena, poi termino di recuperare l’ancora e torno a poppa per prendere in mano il timone e mettermi in rotta.

Si preannuncia una veleggiata tranquilla, con vento tra i 15 e i 20 nodi, una bolina molto larga con mare poco mosso; Piazza Grande si mette sui 6 nodi di velocità, il pilota automatico non fa una piega ed io calo la traina mentre sgranocchio gli ultimi, untuosi, taralli greci dal terribile retrogusto di sugna. La nuova vela di prua, nuova per modo di dire, più piccola e piatta, rende la navigazione con queste condizioni molto più soft. Devo fare meno di 20 miglia, un paio già l’ho fatte, conto di arrivare per l’ora di pranzo: àncora, bagno, birra e patatine, olè!

Bello, eh? Però non è andata così.
Mentre Eolo inizia a soffiare qualche nodo in più, attestandosi sui 25 e formando un po’ di onda, mi arriva un sms di Francesca: siamo arrivati, vento molto forte da nord. Ragiono un attimo, se qui sono 25 nodi, lì saranno almeno 30, decido quindi di orzare qualche grado in modo di poter poggiare se il mare dovesse montare e anche per ridossarmi il prima possibile con la costa, passando fra questa e un’isoletta, poco più che uno scoglio, che sta due miglia prima di Capo Sunio; con molta attenzione dato che la carta segnala un paio di secche cui prudenza vuole si stia lontani, inizio a girare intorno all’isola, orzando il più possibile, e mi accorgo che il passaggio che intendevo fare è ostruito da alcuni allevamenti di pesce. Magari un buco per passare c’è, ma c’è pure un metro d’onda ormai e le raffiche, che superano spesso i 30 nodi. Insomma, mi sembrerebbe una schettinata, do una poggiata decisa per scapolare l’isola da sud, pronto eventualmente a fare un bordo se non riuscissi poi a stringere a sufficienza. Passo molto vicino, la costa è a picco, non ci sono rischi di incaglio e sono sottovento. Però l’isola mi copre, è conica ed il vento gli gira attorno con salti e calme improvvise, ma soprattutto con raffiche che arrivano violente e spesso senza alcun preavviso. Una di queste fa straorzare la barca che si ingavona fino a mettere la falchetta ed il boma in acqua. Niente paura, anni di deriva mi hanno insegnato che basta filare le scotte e dare una poggiata decisa per raddrizzarla, ovviamente dopo aver disinserito il pilota automatico. Il problema è che da solo il tempo di fare tutte queste cose non è istantaneo come in equipaggio. Vabbè, non è successo niente, mi metto però al timone con la scotta della randa in mano, non si sa mai dovesse ricapitare.

Le ultime due miglia il vento aumenta ancora, quando sono a poche centinaia di metri dalla rada l’anemometro non scende mai sotto i 30 nodi, sfiorando spesso i 40. Una grossa nave cargo è alla fonda lì davanti, probabilmente in attesa che il vento cali. Avvisto la barca di Francesca e Giovanni, mi ancoro a distanza di sicurezza  filando tutta la catena che ho a bordo, circa 65 metri, sperando che il fondo sia buon tenitore. Per dare un’idea a chi non sa quanto vento siano 40 nodi, consideriamo che quando in città diciamo ammazza (o minchia o diobbono o ostregheta) quanto vento c’è oggi, si sta sui 15/20 nodi; quando in spiaggia diciamo: non si può stare per il vento, ce ne sono una 30ina. Insomma, 40 nodi sono tanti, il vento fischia fra le sartie, tutta l’attrezzatura vibra e la barca con essa. Ogni azione deve essere ragionata preventivamente, un errore può portare a situazioni difficili poi da gestire, soprattutto navigando in solitaria. Anche una cosa semplice come dare ancora in rada, con vento così forte va fatta senza esitazione, pena l’abbattimento della prua ed il rischio di calarla molto distante da dove si era deciso.

Il resto della giornata lo trascorro a riassettare un po’ la barca, a scattare foto e a guardare l’anemometro che non accenna a scendere. Faccio pure una visita ai miei amici, a nuoto dato che mettere in acqua il tender è impossibile, volerebbe via in un attimo. Poi la sera, dopo aver controllato una dozzina di volte che la linea d’ancoraggio sia a posto, me ne vado a nanna, con la luna piena che splende alle spalle del tempio di Poseidone, illuminato come fosse un faro sul promontorio messo lì ad indicare la via ai naviganti.

Il vento non molla un attimo, tutta la notte e anche la mattina seguente, le raffiche spruzzano l’acqua che incrosta tutta la barca di sale, solo verso le 4 o 5 del pomeriggio inizia debolmente a cedere per poi morire del tutto nel giro di un paio d’ore. E’ incredibile la rapidità con cui anche il mare si spiana, dall’onda formata nel fetch di poche decine di metri fra la spiaggia e me, alla calma piatta, stagnante della sera. Tutto lo scenario è cambiato, il rumore del vento ha lasciato spazio al vociare proveniente dalle barche che hanno ora affollato la rada, a qualche clackson della strada che corre lungo la costa e alla discoteca dell’albergo che sta proprio sotto il tempio. E’ bastato poco per rompere l’incantesimo, per togliere la il fascino, o forse la semplice illusione che questo fosse un posto diverso, magico, magicamente conservatosi intatto, e non uno dei tanti luoghi dove i turisti si affollano per vivere la vacanza in un modo che non contesto ma che personalmente mi da l’orticaria. Ma la Grecia è grande, c’è ancora posto per tutti, anche per quelli che come me si emozionano più al pensiero di Egeo che vola giù dalla rupe che non dimenandosi al ritmo di YMCA dei Village People sparati a tutto volume.

Stamattina di nuovo un po’ di vento, ma niente a che vedere con i due giorni passati. Capo Sunio mi aspetta, oltre le sue rocce sul mare, oltre lo spirito di Egeo che con il suo gesto ha segnato per sempre il passaggio di chi naviga in queste acque.

Sosta a Perdika



La cosa bella dell’andare a vela, una delle tante, è che i programmi si cambiano con la stessa rapidità con cui vengono fatti. Vuoi per un meteo avverso, vuoi, più piacevolmente, perché una rada o un porticciolo inaspettatamente gradevoli invogliano ad una sosta più lunga del previsto. E’ quello che è successo a me qui a Perdika, dove a dire il vero non pensavo nemmeno di fermarmi a causa di quell’allergia acuta ai porti ed ai loro esorbitanti costi che ho sviluppato in Italia. Ma qui siamo in Grecia, i porti non si pagano o si pagano l’equivalente di un gelato da passeggio, si entra, si cerca un posto che il più delle volte c’è, si da àncora, come in tempi remoti anche da noi, e si accosta la poppa in banchina. Facile, no?


Perdika è un piccolo porto dell’isola di Egina, nel Golfo di Saronico, davanti ad Atene, un ormeggio secondario quindi, come può essere Porto Azzurro all’Elba. Ora, provate ad entrare a Porto Azzurro (faccio per dire, in Italia è ovunque così) e poi ditemi se le cose vi andranno allo stesso modo che qua. Appena messa la prua oltre il molo foraneo, noterete che il bacino portuale è asfaltato di pontili, in concessione oppure abusivi, tutti pieni di barche ammuffite che non prendono il mare da anni; da qualche parte ce ne sarà uno completamente vuoto, ma appena proverete ad avvicinarvi un solerte guardiano, con la cortesia di un rottweiler affamato, vi dirà di andare via perché è privato. Allora comincerete a chiedere in giro e vi risponderanno che non c’è posto secondo la seguente logica: fino alle 16.00, se state sotto i 16 metri fuori tutto, fino alle 18.00 se state sotto i 14, fino alle 20.00 se state sotto i 12. Solo più tardi si intravederà uno spiraglio anche per chi sta intorno ai 10 metri. La ragione? Si intuisce facilmente, si cerca prima la preda più grande, più prestigiosa, quella con più ciccia da spolpare, poi, in mancanza d’altro, si spara alle quaglie. L’esborso sarà sui 100/150 euro al giorno, senza corrente elettrica, acqua o servizi di alcun genere. Il tutto in barba alla circolare Burlando di una 20ina d’anni fa che obbligava i gestori dei porti pubblici a destinare il 10% dei posti ai transiti gratuiti. Beh, se qualcuno si chiedeva perché venire in Grecia, direi che già questa da sola è una ragione ottima e sufficiente.

Il paesino ha una fila di taverne che corre lungo il molo, molto carine e coreografiche, tutte illuminate a sera. Il resto dell’abitato è abbastanza anonimo e architettonicamente eterogeneo, non è un ricamo di casette antiche intrecciate fra loro, pochi gli angoli pittoreschi, molti in compenso i tetti in amianto. Ha però un’atmosfera molto serena e rilassata, come mi pare siano in genere i Greci, decisamente più “scialli” di noi. Stamattina ho fatto due passi, non c’è in effetti nulla da vedere oltre al porto, ma qui in banchina si sta decisamente bene (a parte qualche schiamazzo diurno dalle barche vicine).


 Poco fa ho assistito ad una scena disgustosa: una barca con un’anziana coppia inglese a bordo ha iniziato a manovrare per ormeggiarsi di fianco a me. Subito, in banchina, un tizio un po’ malmesso si è affrettato a prendere le cime per aiutare la manovra. Succede spesso da queste parti, ma anche in Turchia è frequente, che qualche poveretto si guadagni  una piccola mancia in questo modo. Finita la manovra l’inglese ringrazia, il greco resta lì davanti in attesa dell’obolo che non si vede, poi dopo qualche minuto chiede 2 euro. L’inglese inizia a tergiveresare, domanda da quando si paghi per l’attracco in questo porto, lancia battute e irride il tale cercando di tanto in tanto il mio sguardo complice. Gli dico un paio di volte che è un poveretto e che sta chiedendo solo due euro, provando ad anglicizzare al meglio la filosofia napoletana del tutt’ quant’ amm a campa’.

Dopo circa 10 minuti di questo ignobile spettacolo, con il tizio piantato davanti alla sua poppa, l’inglese decide di pagare, ma non arriva con la mano alla banchina e pretende che l’altro si sporga fino a lui (cosa impossibile). Mi guarda ridendo e mi fa: gli sto chiedendo la ricevuta. Nel frattempo il greco si è rivoltato le tasche dei pantaloni per mostrare che effettivamente non ha resto. Basta, è troppo! Gli dico di dargli i 5 euro e che il resto glielo darò io. Ma non ho 3 euro spicci, ne prendo 5, scendo a terra passando volutamente sulla barca dell’inglese e li do al tizio dicendo che pago due quote, la mia e quella del vicino. Se li prende, mi sorride ringraziandomi e se ne va. L’inglese capisce, credo, spero, che ha fatto una figura di merda e prova ad imbastire un discorso che suona più o meno: se ne approfittano perché io ho la badiera inglese, tu belga… Mi ha scambiato per un belga! La bandiera mi ha salvato, capace che avessi avuto quella italiana mi avrebbe anche fatto un pistolotto sulle devastazioni antropologiche provocate dal buonismo nostrano. Che miseria umana, questi qui se lo meritano Porto Azzurro!


Se a destra i vicini sono questi, a sinistra le cose non vanno meglio. A bordo di una bella barca primi anni ’80, sui 45 piedi, battente bandiera tedesca, un uomo di mezza età, solo, che ieri quando sono arrivato ha preso controvoglia le mie cime, senza nemmeno scendere in banchina, malgrado la mia richiesta con un cenno di mano; mi hanno aiutato poi due nordeuropei, ormeggiati due posti più in là, che hanno offerto spontaneamente la loro collaborazione come si usa di solito. Il tedesco, ma non sono sicuro che lo sia, ha detto non più di due parole, difficile interpretarne l’accento, è da ieri che lavora e medita sui lavori che fa. In reltà medita più che lavorare, ma non per questo ho battuto ciglio quando ieri sera verso le 10 s’è messo a trapanare. 
Oggi l’ho sentito che sfrullinava, ho avuto il sentore che stesse lavorando il metallo e sono uscito fuori. Per quelli che non lo sanno, la polvere di metallo sulle barche di vetroresina, come Piazza Grande ma anche quella del crucco, è come la peste bubbonica, si infila nei micropori della fibra di vetro e rapidamente produce migliaia di piccolissimi puntini di ruggine difficilmente eliminabili. Gli domando retoricamente cosa stia lavorando, se legno o metallo, quando mi dice il secondo, gli faccio presente il pericolo. Mi risponde che quello è il miglior acciaio inox sul mercato e che non produce un filo di ruggine. Ribatto che il metallo che non fa ruggine al taglio è ancora di là dall’essere inventato e lui replica sprezzante: siamo in un porto, non in un marina! Hai capito, mi ha dato del fichetto, proprio a me che vado per mare nel modo meno modaiolo possibile, fosse altro perché è l’unico che posso permettermi! Gli dico un’altra mezza frase, cercando di mantenermi cortese, non ho nessuna voglia di litigare e poi mi immagino già l’anziana coppia inglese fare il tifo per il tedesco nell’eventualità della zuffa. Pare aver capito, le sfrullinate terminano, o forse aspetta che mi allontani per piazzare la smerigliatrice due centimetri sopravvento alla mia falchetta, chissà


In mezzo a tutto questo tran tran, sono riuscito finalmente a montare il tendalino fatto fare di corsa prima di partire, con tessuto di grandi magazzini (4 euro/mt contro i 23 di quello nautico) e cucito da un sarto indiano di una lavanderia vicino casa. Circa 100 euro in tutto; considerando che un bimini serio ne costa anche 2000 e fa ombra per un terzo, direi che non è male. Certo, a differenza del bimini va montato e smontato ogni volta, ma l’ho pensato in modo che l’operazione possa svolgersi con la massima rapidità. E poi, diciamolo, molte volte i bimini non sono un gran bello spettacolo, sgraziati rispetto alle dimensioni della barca, ne stravolgono completamente le linee estetiche. Alla via così col mio tendalino autarchico, sotto ci si sta divinamente, oggi c’è scappata pure la pennichella dopo pranzo, roba che non la facevo dalla prima elementare.


Stamattina mi sono concesso una colazione al bar, caffè e cornetto. Chiedendo un’espresso ristretto in genere si ottiene una tazzina bevibile, il problema sono i cornetti, qui non si usano, l’altro giorno in un bar mi hanno consigliato di prenderlo al negozio del pane. Il bar di stamattina ce l’aveva, anzi non ce l’aveva, ma mi ha detto di avercelo quando ho chiesto un croissant, poi è sparito nel retrobottega e ne è riuscito poco dopo con un cornetto al cioccolato  appena scongelato al microonde: una delizia, impasto freddo e cioccolata alla temperatura di fusione dei metalli nobili. 4,5 euro, un’enormità, soprattutto se raffrontata alla birra media di ieri sera, nello stesso posto, servita al tavolo con una ciotola di patatine, per 3 euro. Morale, in Grecia meglio bere birra che caffè, le birre greche, Mythos, Pils, sono anche buone.

Ho approfittato di questa sosta a Perdika anche per altre due operazione importanti: ho rabboccato l’olio al motore e ho tolto il genova dal rollafiocco sostituendolo con il fiocco olimpico. Nella prospettiva di due mesi di Meltemi, dovrei avere un guadagno notevole in termini di governabilità e angolo al vento; è meglio una vela piccola che una grande rollata in questi casi, non credo proprio che avrò bisogno di molta tela a riva e poi, alle brutte, c’è sempre il gennaker nel gavone. Ma qualcosa mi dice che là resterà fino al rientro nel Tirreno o almeno nello Ionio. Intanto godiamoci il ventoso Egeo.

Nel frattempo il porto si è riempito di barche, molti charter, qualcuno urla, altri danno motore per ricaricare le batterie, è molto diversa l’atmosfera rispetto a ieri, ma si sa, la bellezza di un posto, il fatto che ci entri nel cuore, spesso è legata a ragioni contingenti oltre che oggettive. Domattina si salpa per Capo Sounion, o meglio, per la rada immediatamente prima, dove ho appuntamento con Francesca e Giovanni. Insieme aspetteremo il momento buono per doppiarlo, cercando di evitare le sberle sul naso che spesso riserva ai naviganti. Perdika la ricorderò, un pezzettino di mondo che mi ha dato qualcosa e che forse, a modo mio, ho ricambiato, magari anche con queste poche righe.


PS L’inglese non mi ha ancora restituito i 2 euro come promesso; il crucco, in compenso, se n’è andato a sfrullinare in banchina.

Perdika

Sono capitato per caso a Perdika, lato sud di Egina. Volevo fermarmi in rada, ma c’era mare, sono entrato in questo piccolo porticciolo trovando un incanto che non mi aspettavo. Poche barche, banchina mezza vuota, una schiera di taverne illuminate a fare da cornice notturna.
Per andare a terra, dato che non avevo voglia di tirare fuori la passerella dagli sprofondi del gavone dove si trova, ho filato la catena, cazzato le cime di poppa, sono saltato a terra e ho recuperato catena col telecomando. Il contrario per risalire. Fichissimo!
Domani vado verso Capo Sunio, ho appuntamento con Francesca e Giovanni che nel frattempo sono andati ad Atene a trovare alcuni amici. Come dice il proverbio? Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Beh, io di fare il duro non ho nessuna voglia, ma mi sa che mi tocca farlo per forza. Capo Sunio è uno dei passaggi più tosti di tutto il viaggio;  imprescindibile, è sulla rotta, non si può evitare. Sono pronto a prendere randellate, speriamo non facciano troppo male!

Bilancio di due settimane di navigazione

Sembra incredibile, ma da che sono partito, due settimane fa, è la prima volta che mi trovo da solo in un momento di relax e con la possibilità di buttare giù due righe di riflessione e di bilancio di questa prima parte della navigazione.
Finora sono stato molto indaffarato a mettere a punto Piazza Grande, cosa che non sono riuscito a fare prima di partire e poi ad inseguire, si fa per dire perchè ora sono più avanti io!, Francesca e Giovanni che hanno una barca molto più veloce della mia. E’ la prima volta che navigo di conserva con qualcuno per così tanto tempo e credo continueremo ancora per un po’, probabilmente fino alle Sporadi settentrionali, poi loro andranno ancora più a nord, verso la Calcidica, mentre io proverò ad affrontare i Dardanelli ed il Mar di Marmara fino ad Istanbul. E’ piacevole navigare con loro, sono molto carini con me, quando siamo in navigazione mi chiamano via radio per sapere come sto, rallentano per aspettarmi, a volte mi invitano a cena e spesso discutiamo insieme la rotta, che è un modo di confrontarsi e di evitare scelte sbagliate. Sono al loro terzo lungo viaggio in Grecia, vivere di rimando la loro esperienza mi è molto utile. E poi sono anche tutti e due simpatici, il che non guasta!

Stamattina è sbarcato Thomas che ha fatto con me da Messina a Patrasso, compresa la traversata dello Ionio, andata piuttosto allegrotta in circa 38 ore. Non era molto convinto di scendere, nè molto attratto dalla prospettiva di riprendere un ritmo ed uno stile di vita che, come lui stesso mi ha ben spiegato, gli stanno piuttosto stretti. Appena è sceso mi sono messo in rotta e dopo circa un’ora sono passato, previo avviso via radio all’autorità che lo gestisce, sotto il ponte che unisce il Peloponneso con il resto della Grecia. Fa un po’ impressione, si ha il timore, certo infondato, che l’albero rischi di non passarci. Ma credo sia molto più alto di quello che sembra. Piuttosto che entrare in porto e passare un’altra notte fra la musica a tutto volume dei bar sulla banchina, mi sono messo alla fonda in una rada deserta a pochissime miglia da Corinto, domani mattina scenderò a terra per un po’ di giretti vari, lavanderia e acquisto di carta sim greca, poi via verso l’Egeo attraverso il canale.

Nei prossimi giorni navigherò di nuovo da solo, cosa che decisamente mi piace, pur non disdegnando affatto la compagnia quando c’è. Sono due modi diversi di andare per mare, da solo ho un rapporto più profondo col mare, con la barca e anche con me stesso. Non mi capita mai di annoiarmi, di cose da fare ce ne sono tantissime, dalla gestione della navigazione, dalla traina alla lettura o al semplice godimento del momento. In compagnia, invece, si apprezzano le lunghe chiacchierate e la divisione dei lavori da fare a bordo e anche una birra al bar quando si scende a terra.
Sono perfettamente in linea con la tempistica prevista, avevo calcolato spannometricamene una settimana fino a Messina, una fino a Corinto, una per risalire l’Egeo ed una per i Dardanelli ed il Mar di Marmara. Purtroppo sono partito con parecchio ritardo a causa degli strascichi di inverno che quest’anno maggio ci ha regalato e quindi entro in Egeo quando ormai la stagione del Meltemi è alle porte. Se si mette subito a soffiare forte c’è l’eventualità che non riesca a risalire verso nord e debba quindi rinunciare ad Istanbul. Se da un lato mi dispiace, ci tengo parecchio a tornare in questa bellissima città (fosse solo per ricomprare i Levi’s 501 perfettamente imitati a 14 euro presi 3 anni fa ed ormai consumati), dall’altro le tante isole e isolette che ci sono da queste parti offrono un ventaglio di alternative sconfinato e meraviglioso.

Il bilancio di queste prime due settimane è positivo, nessun intoppo serio, tutto è filato liscio. Tuttavia, complice anche il ritmo serrato delle giornate, sento che stasera, in questo incantevole scenario, sto veramente staccando la spina per la prima volta. Forse anche perchè non ho connessione Wifi e quindi Facebook a propormi le consuete interazioni telematiche con gli amici sparsi per il mondo. Qui mi rapporto esclusivamente con la natura, il mare, il vento e, di tanto in tanto, con qualche tonno che non troppo volentieri si lascia invitare a cena e finisce inevitabilmente a carpaccio (solo oggi due, entrambi sui 2 kg). Per il resto, l’ultimo frinire delle cicale dietro la scogliera, il sole che cala verso l’orizzonte, il faro che manda i suoi primi bagliori ai naviganti (quei pochi non ancora dotati di gps), qualche gabbiano che… boh, come fanno i gabbiani?, starnazza ed il dolce cullare della leggerissima onda sotto la barca.

E’ un momento magico, di quelli che restano impressi, di quelli che segnano la mente ed il cuore. Proprio ora sta passando un’altra barca, la vedo in controluce, un’ombra scura davanti al sole. Ma tira dritto, se ne va forse a cercare il suo spicchio di pace in questo mare rasserena e dona tranquillità interiore.

Oxeia

Oxeia è un posto che non ti aspetti. Una piccola isola disabitata, poco più che uno scoglio, una montagnetta a picco sul mare, anzi sulla specie di laguna che la bagna da un lato. Attorno alcune gabbie di allevamenti ittici e qualche gozzo di pescatori al gavitello; null’altro. Siamo 4 barche, ben distanti l’una dall’altra, ciascuna a godersi per proprio conto la magia di una notte stellata ed il silenzio appena rotto dal leggero sciabordio sullo scafo. Peccato arrivare a sera per ripartire subito l’indomani, Oxeia meriterebbe una sosta di un giorno, magari andando a terra col tender per curiosare un po’ fra le rocce e la vegetazione. Ma la rotta è ancora lunga ed il Meltemi alle porte, non c’è purtroppo tempo per gli indugi. Stasera Patrasso, brutta e rumorosa come tante grandi città, domani mattina si salpa verso Corinto, lunedì conto di attraversare il canale. Poi, l’Egeo.

Argostoli 1943

La tragedia della seconda guerra mondiale ha avuto, come è noto, una delle sue più drammatiche pagine proprio qui ad Argostoli. Nel caos dell’assenza di ordini in cui era precipitato l’esercito italiano dopo l’otto settembre del ’43, la divisione Acqui venne massacrata a sangue freddo dai nazisti dopo essersi arresa non senza aver tentato un’eroica quanto improbabile resistenza. Circa 10.000 soldati sono morti in questo luogo ed il loro corpi, per ordine del comando supremo tedesco, gettati in mare o lasciati marcire in fondo a qualche dirupo. Pochi i superstiti, alcuni grazie all’aiuto, a volte pagato con la vita, offerto dagli abitanti di Cefalonia.

Ci sono voluti 30 anni per erigere questo sacrario, visitarlo oggi è un’emozione che tocca nel profondo. Se fossi credente forse pregherei, ma non lo sono, mi limito ad un momento di raccoglimento e a mandare un pensiero a questi uomini, spesso poco più che ventenni, che hanno dato la vita per qualcosa che non la meritava e che forse neanche ben comprendevano.

A noi, cresciuti nella retorica antimilitaristica, non meno dannosa di quella militaristica, non resta che riflettere su quanto dei nostri agi e della nostra libertà è fondato sul sacrificio e sul sangue dei nostri connazionali in divisa.

Surfing d'altura

Partito lunedì intorno alle 13 dall’estremità sud della Calabria, alle 3 di mercoledì ho dato fondo nella rada davanti ad Argostoli,a Cefalonia. Entrare in porto col buio, la stanchezza e 35 nodi di vento non m’è sembrato il caso. Una dormita di poche ore, per recuperare un minimo di energià ed aspettare che sorga il sole.

La navigazione è stata a tratti dura, anche se il vento non è stato mai esagerato, arrivando di rado a sfiorare i 30 nodi, a volte al giardinetto altre al traverso, ed il mare, pur nell’ampio fetch fornito dallo Ionio, non ha mai superato il paio di metri d’onda. Tuttavia erano condizioni tutt’altro che rilassanti e sottocoperta anche mangiare un boccone constringeva sfoggiare grandi doti di equilibrismo.
Sicuramente è stata una divertentissima e lunga veleggiata, con la barca che surfava continuamente sull’onda raggiungendo e superando a volte la stratosferica velocità di 10 nodi, e regalando così splendide sensazioni stando al timone. Ma 38 ore in questo modo non sono una passeggiata.
Durante la navigazione è salito a bordo per cena un tonnetto di un paio di chili ed un altro, non identificato, ha preferito portarsi il pasto a casa sua. A navigare con me, Thomas, bravo ed imprescindibile; da solo non sare partito con queste previsioni meteo.
In banchina poche barche, pochissime, tra queste Mediterranea di Simone Perotti, che sta facendo un lungo giro per la  Grecia e che gentilmente mi prende le cime quando mi ormeggio proprio di fianco a lui. Poco dopo lo incontro di nuovo al bar, una birra ed un caffè insieme, lo lascio parlare, è un personaggio interessante, sicuramente uno che ha avuto il coraggio di fare una scelta di vita che spezza il vortice frenetico della vita metropolitana. Anch’io devo rallentare un po’, da quando sono partito non ho fatto che correre, in tutti i sensi.
Dogana, con agenti di Guardia Costiera gentili e competenti, poi finalmente nei polmoni l’aria, fantastica, di questo fantastico paese che è la Grecia. Oggi si inizia davvero!

Bastarda!

Bastarda è detta la corrente nello Stretto di Messina che va contraria al flusso principale e crea vortici e fa ribollire il mare. Eccola qua, proprio fra Scilla e Cariddi. Fra queste corrrenti ho passato le estati della mia infanzia, per molti anni, proprio sotto al pilone, allora funzionante, che trametteva energia elettrica fra le due sponde. Tornarci è sempre un piacere, ma anche un tuffo al cuore per le trasformazioni che questo posto ha subito. Allora c’erano ancora i gozzi dei pescatori alati ogni sera con verricelli a mano, quasi una scena di un romanzo di Verga. Oggi qualche chiosco con ombrelloni e sdraio a vendere a caro prezzo i pochi metri rimasti di arenile. Fa un po’ tristezza, anzi ne fa parecchia. Quanlcuno lo chiama progresso, altri degrado. Io propendo per la seconda, viste anche le condizione della spiaggia tutt’attorno alle aree a pagamento rigorosamente delimitate.
Ora in porto, fra il via vai incessante dei traghetti che fanno ribollire il mare peggio della bastarda. Però almeno ho fatto una doccia come si deve, che ogni tanto non guasta!