Ikaria e Furnoi, la catabasi


Un forte scossone scuote Piazza Grande mentre siamo ancorati in una splendida e deserta caletta ridossata dai venti settentrionali. La barca sta brandeggiando, si sta muovendo cioè alternativamente a destra e sinistra sul fulcro dell’ancora, e ogni volta che arriva a fine corsa la catena va in tiro dando uno strattone che si ripercuote sullo scafo. Sono le 4 del mattino, dalla mia cuccetta sento le raffiche di vento scendere giù violente, rabbiose, dalla montagna che ci sovrasta, sento la cima che scarica la tensione della catena su una galloccia stridere ogni volta che va in tensione, sento lo sciabordio dell’acqua sulle murate, sento la fettuccia delle lifeline sbattere sulla coperta, sento il tintinnio della cimetta del tangone agitata come una piccola frusta, gli scricchiolii dei legni interni, amplificati dalla cabina fa da cassa di risonanza a tutti i rumori esterni.

Apro il passauomo di prua e metto la testa fuori, è ancora buio pesto, un paio di piccole luci sulla costa sono l’unica traccia di presenza umana, guardo il mare, bruno e parecchio increspato, penso all’ancora, mi rassicura averla controllata personalmente con pinne e maschera, calata su sabbia un po’ dura ma con un calumo piuttosto generoso. Ci saranno almeno 35 nodi di vento, non ho voglia di accendere l’anemometro, che fra l’altro da qualche giorno funziona a singhiozzo, ed uscire fuori a vedere e poi anche saperlo non cambierebbe nulla. Fra una raffica e l’altra, spesso il nulla, da 5 a 30 nodi in pochi secondi e per pochi secondi, poi di nuovo silenzio e quiete, fino alla raffica successiva.
 

Il Meltemi in azione

Il Meltemi soffia in estate, sempre da nord, a volte un po’ più da est altre leggermente più da ovest a seconda delle zone dell’Egeo. Pare sia la conseguenza della differenza di pressione fra il monsone asiatico e l’anticiclone delle Azzorre, quello che porta il bel tempo sul Mediterraneo occidentale e che rende il clima in Italia molto più mite che altrove a parità di latitudine. La sua intensità è variabile, generalmente fra i 20 ed i 30 nodi, a volte 35, raramente 40 ed oltre. Un vento molte forte, insomma, ma almeno sulla carta non devastante. Il problema sono le sue alterazioni locali dovute essenzialmente a due ragioni. La prima è l’effetto Venturi nei canali, negli stretti ed in tutti quei punti dove è costretto ad incanalarsi subendo delle accelerazioni decisamente notevoli. La seconda è l’effetto catabatico. Catabatico è la parola magica di chi naviga da queste parti, anche se questo fenomeno non è limitato al Mar Egeo. A scuola ricordo di aver studiato l’Anabasi di Senofonte, kata e ana sono due suffissi, i due termini sono quindi in qualche modo relazionati. Il vocabolarietto di greco che ho a bordo ci viene in aiuto, catabasis significa discesa, quindi un vento catabatico è un vento di discesa, vuol dire cioè che viene giù dai dirupi delle isole, tanto più quanto queste sono alte.   
 

Troppo vento per dare ancora qui dentro

Per capire meglio la questione ricorriamo ad un testo scientifico: il Manuale delle Giovani Marmotte. Ricordo un giochino simpatico che ho letto su quel sacro testo; prendete un foglietto di carta piccolo, meglio se cartoncino, delle dimensioni di un post-it, mettetelo davanti ad una candela accesa e poi soffiate. Magia, la fiamma si orienterà verso di voi. Riportiamo tutto su grande scala, il foglio di carta è una delle isole alte anche mille e più metri che ci sono qui, lunghe e piatte, quando il vento le colpisce viene deviato, separandosi in tre direzioni, destra, sinistra e alto (in basso c’è il mare). Ovviamente questo porterà ad un aumento di velocità che verrà scaricata violentemente una volta raggiunte le tre estremita, da dove tenderà a ricongiungersi al centro per riprendere il suo normale corso. Sottovento alle isole, quindi, c’è ridosso dal mare ma il vento è molto più forte e può soffiare da direzioni diverse da quella dominante, compreso dall’alto. L’Egeo pare fatto apposta per dare sfogo a questo fenomento, ci sono nel suo centro isole alte e piatte molto vicine fra loro, i canali che le separano possono trasformare facilmente una burrasca in tempesta, il Kafireas ad esempio, lo Stretto di Doro di cui ho parlato quando stavo risalendo verso nord e che ho preferito fare a motore aspettando un momento di tranquillità piuttosto che rischiare una bolina durissima quanto probabilmente infruttuosa se non addirittura impossibile.
 

Ikaria

Una delle isole che risente maggiormente di tutto quanto ciò è Ikaria, a sud della quale inizia il Dodecaneso, un passaggio quindi obbligato ed imprescindibile. Ikaria deve il suo nome ad Icaro, quello che si costruì delle ali di cera e volò così in alto che la vicinanza col sole gliele sciolse. Non voglio addentrarmi nei significati metaforici ed etici della storia, mi preme invece sottolineare un fatto che nessuno generalmente prende in cosiderazione, e cioè che il progetto era decisamente buono, funzionava e l’ha dimostrato, ha avuto il solo difetto di essere in anticipo con i tempi, un materiale più tecnologico e meno termosensibile, che so carbonio o titanio, avrebbe condotto Icaro al sicuro successo, un buon piano di marketing poi avrebbe fatto il resto rendendolo anche ricco, magari cedendo il brevetto alla Boeing, invece che famoso per essersi spiaccicato da queste parti. E sì, pare proprio che qui i mari siano dedicati a chi ci muore dentro: Egeo che si è buttato da Capo Sunio mentre aspettava Teseo, Icaro che vola e cade in acqua. Sono leggende, ma quanto fascino navigare sempre circondati da riferimenti mitologici, ogni isoletta, ogni angolo ha il suo aneddoto che riporta la mente a tante cose studiate, magari male e controvoglia, a scuola, è bello vederne l’ambientazione e confrontarla con la propria immaginazione di allora.
 

Ikaria

Arriviamo ad Ikaria dopo una navigazione al giardinetto a tratti allegrotta, a tratti più tranquilla. Il vento ha soffiato all’inizio sui 20/25 nodi per poi calare leggermente in vista dell’isola. Ma sto in guardia, non mi fido, m’aspetto la botta catabatica nel canale e poi una volta accostato sottovento, per questo mi tengo a quasi due miglia di distanza dalla costa. Avanziamo, vento pochissimo, vediamo il porto di Kyrikos in lontanza, anzi lo vediamo male perchè è esattamente controluce, ma ne intravediamo la sagoma. A non più di 200 metri dal molo foraneo arriva la prima botta. Una massa d’aria ci investe per alcuni secondi, Piazza Grande si inclina, prendo il timone e la rimetto in rotta, poi ammainiamo il fiocco, la sola vela a riva. Percorriamo a motore l’ultimo tratto continuamente investiti da raffiche sempre più forti, quando entriamo saranno sui 35 nodi. Il porto è piccolo, piuttosto affollato e gli spring generosi che hanno messo un paio di barche a vela ci impediscono di dare ancora là dove ci sarebbe posto. Alla fine ormeggiamo, non senza difficoltà, su un pezzo di banchina libero vicino all’attracco del traghetto, ma c’è risacca piuttosto forte, non è l’ormeggio dei miei sogni. Andiamo alla Guardia Costiera per le formalità di rito, poi passeggiando in paese troviamo una piccola taverna sotto un pergolato d’uva, un angoletto veramente delizioso, e ci gratifichiamo con birra, moussaka e altre specialità greche.
 

Furnoi, la prima rada

L’indomani facciamo una passeggiata scoprendo un paese veramente carino, poi la spesa, riempiamo i serbatoi d’acqua e diamo anche una sciacquata alla coperta incrostata di sale. Poi scappiamo prima che la risacca, aumentata ulteriormente, ci faccia sfracellare malgrado tutti i parabordi piazzati in posizione strategica. Andremo all’aragosta, così abbiamo battezzato Furnoi, la piccola isola contorniata da un paio di isolotti, che sulla carta nautica sembra avere il profilo di Sebastian, il personaggio della Sirenetta di Disney. Poche miglia di navigazione e siamo a destinazione, cerchiamo un buon ridosso dal Meltemi che oggi sembra in buona forma dando fondo in una baietta incantevole, un piccolo scrigno tra le rocce con in fondo una piccola spiaggetta ed una piccola cappella con sotto un piccolo molo di cemento: tutto formato mignon, tutto splendido! Siamo soli, come sempre, ma sarà una delle ultime volte che lo saremo. Dopo poco arriva una barca a vela turca con a bordo una famigliola, danno fondo e rapidamente calano il tender e vanno a riva. Entro in acqua per controllare la mia ancora e vedo qualcosa che non mi convince. Nuoto fino alla spiaggia, vado dal turco e gli dico: Sicuro che hai dato bene ancora? Si gira e finalmente si rende conto che la sua barca è scaduta al vento di alcune centinaia di metri. Mia figlia è a bordo, mi fa. Ottimo, perdere barca e figlia in un colpo solo non è da tutti! Salgo sul suo tender e corriamo, si fa per dire col motorino da 2,5 hp, all’inseguimento della barca fuggiasca. La raggiungiamo, saliamo a bordo, la ragazza non s’è accorta di nulla, forse meglio così per lei. Aiuto il turco a rifare la manovra, poi me ne torno a bordo. Il giorno dopo, tanto per cambiare aria, ci spostiamo ad una caletta mezzo miglio più avanti, stesso scrigno fra le rocce, stessa cappelletta, moletto eccetera. Manca solo il turco che speda. Per ovviare alla mancanza, arriva all’imbrunire un charter di italiani che spedano una dozzina di volte, ostinandosi a ripetere la manovra nel solito, sbagliato, modo. Mi chiedono consiglio, gli dico come fare, fanno in parte di testa loro e spedano di nuovo. Alla fine, a notte ormai calata, vedo le loro luci di via fermarsi poco sottovento a Piazza Grande, ce l’hanno fatta, bene!
 

Furnoi, la seconda rada, identica alla prima

A Furnoi trovo il tempo per un giretto subacqueo con il fucile, gironzolo un po’, poi mentre pinneggio verso il fondo vedo l’inconfondibile sagoma di una bella cernia che stimo sui 4/5 kg. La arpiono, poi torno su a riprendere fiato. Faccio un paio di tuffi per tentare di estrarla dalla tana in cui s’è infilata, ma non c’è verso, anzi dà uno strattone e rompe il filo di nylon che collega l’asta al fucile. Allarme rosso, rischio di perderla! Mi prendo dei riferimenti per essere sicuro del punto dove si trova, nonostante questo per 10 minuti faccio su e giù a vuoto, poi finalmente ritrovo il sasso dove si nasconde, infilo un braccio dentro e sento l’asta, è lei! Un altro paio di tuffi e riesco ad estrarla, il pericolo ora è che con una scodata se ne vada via con tutta l’asta, non essendo più vincolata al fucile in alcun modo. Afferro insieme ben saldamente fucile ed asta come fossero uno spiedino e mi avvio pinneggiando verso la barca. Però, sembrava più piccola quando le ho sparato. La passo a Luciano e Roberta, un po’ impacciati ed impauriti nel tirarla a bordo e buttarla al sicuro in pozzetto. Poi salgo anch’io, prendo il dinamomentro e, sorpresa, quasi 11 kg! Scatto un centinaio di foto per immortalare l’evento, poi si pone il problema di come conservarla, vista la mole. Alla fine opto, un po’ controvoglia, per sfilettarla, ricavandone quattro filetti delle dimensioni di un paio di bistecche fiorentine ciascuno. La dieta dei prossimi giorni sarà monotematica. Prima di togliermi la muta vado a dare un’altra controllata all’ancora e vedo una piccola anfora sul fondo. Vera? Falsa? La porto in superficie, facciamo un paio di foto, poi la rimetto al suo posto, che stia lì da 2 anni o da 2000, i greci sono severissimi con chi trafuga reperti storici, meglio non rischiare, per cosa poi?
 

Indovina chi viene a cena

In serata arrivano due barche del Centro Velico di Caprera, due barche scuola che ci ormeggiano vicino. Dopo settimane di navigazione senza barche in giro, rivedo per la prima volta qui, di nuovo, tracce di vita diportistica. Siamo su una linea di confine, a nord di Ikaria tanto vento e pochissimo turismo, a sud si aprono le porte del Dodecaneso, mediamente meno vento e tanto, tanto turismo. Sarà scioccante, penso, ritornare alla civiltà, o all’inciviltà, dipende dai punti di vista. Il turismo porta innegabilmente benessere, ma porta anche tante cose negative, dalla devastazione edilizia all’inaridimento delle persone, che smettono di vedere nello straniero una fonte di arricchimento culturale, per vedere un più prosaico arricchimento economico. La gentilezza ed i sorrisi che ho trovato finora nell’Egeo settentrionale, sia turco che greco, non credo che li ritroverò tanto facilmente. Mi godo questi ultimi momenti, è tutto buio intorno a noi, il cielo e pieno di stelle e, grazie ad una simpatica app che ha Luciano sul telefonino, giochiamo a identificarle, dando finalmente un nome almeno a qualcuno dei milioni di lumicini che abbiamo sulla testa. Poi, ad una cert’ora, accendo la luce di fonda in testa d’albero, aggiungendo una stella fra le stelle, e mi distendo in cuccetta. Domani si va ad Arki, poi Patmos, poi, ancora verso sud.

Katsari ed altre sorprese


In Grecia la sorpresa è sempre dietro l’angolo. E’ talmente ricco di posti incantevoli questo paese, da lasciarli spesso buttati là con noncuranza, come se si trattasse di qualcosa di ordinario, scontato, quasi banale. Invece capita spesso che oltre un promontorio, un capo, uno scoglio, ci sia una spiaggia deserta, un porticciolo o qualche ricamo roccioso di quelli che la natura confeziona con la pazienza infinita del tempo. Da parecchi giorni gironzolo intorno a Chios e Psara, isole madre e figlia a ridosso della costa turca. La seconda m’è entrata nel cuore, è la mia isola, il posto dove mi sento estasiato e felice come un adolescente di fronte all’innnamorata, appagato dal solo fatto esserci e di essere; chissà se le due cose sono conseguenti.

Chios, invece, è un’isola grande, la cittadina principale ha un grande porto, collegato col Pireo, comodo per imbarchi e sbarchi, ma, come spesso i centri abitati greci di quest’Egeo settentrionale, poco interessante architettonicamente, soprattutto per noi italiani, abituati ai tanti artistici paesi della nostra penisola. A Chios è scesa Alessandra e sono saliti Roberta e Luciano, gli amici che navigheranno con me per un paio di settimane.
 

Oinoussa

Di Chios ho praticamente fatto il periplo, la costa è molto bella, ci sono molti piccoli nuclei abitati, a volte piccolissimi, appena un pugno di case, ciascuno col suo molo, non sempre però ben ridossato dal vento prevalente, vale a dire il solito Meltemi estivo. Si tratta in genere di piccoli villaggi di pescatori, di turismo neanche a parlarne, quasi sempre Piazza Grande è l’unica barca in giro e l’unica all’ormeggio o alla fonda, in questa stagione estiva eppure ormai avanzata. Ma sia chiaro, non sto certo qui a lamentarmene, anzi ogni tanto il pensiero mi va a una qualunque località italiana ed al consueto affollamento di barche e mi viene la pelle d’oca. Sì, ho scelto bene la mia destinazione, la mia rotta, è stato faticoso all’inizio, ma c’era Istanbul da raggiungere, i jeans da comprare, il nobile scopo faceva quasi scomparire la fatica o le difficoltà. La vela, a mio modo di vedere è questa, è una vela tranquilla, rilassata, senza ricerca di performance esasperate, è confort per l’equipaggio e non prestazione sportiva. Ora che sto navigando sempre alle portanti, spesso neanche apro la randa, vado di solo fiocco, anzi, giorni fa partendo da Psara con 30 nodi al giardinetto, ne facevo più di 4 a secco di vele, sono stato quasi tentato di andare così.
 

Il museo della marineria

Con Roberta e Luciano siamo stati a Oinoussa, una piccola isola a nord di Chios, per i turchi Koyun Adasi, l’isola delle capre, che ha dato i natali ad alcuni importantissimi e ricchissimi armatori; nomi a noi sconosciuti, ma un paio di megayacht che abbiamo ormeggiati di fianco ci hanno chiarito le dimensioni delle tasche di questi signori. Pare che detengano un numero di navi impressionante, centinaia di tonnellate di stazza e tonnellate di merci trasportate che generano fiumi di denaro. Come li spendono? Qualche spiccio il nostro vicino di banchina l’ha speso per le due macchinette elettriche con cui i marinai portano a spasso per l’isola lui e la sua famiglia, quelle macchinette che si vedono nei campi da golf o ai meeting dei presidenti americani. Il paese è molto carino, saliamo sulla collina dove è adagiato, ci perdiamo nei vicoletti, compriamo la frutta in una bottega cristallizzata agli anni ’60, scaffali in legno e una stadera per pesare l’uva che prendiamo. Poco oltre ci tarpa un tizio che sta sistemando la sua piccola veranda. E’ un capitano di lungo corso in pensione, abita ad Atene e torna qui in estate nella casa della sua infanzia. Ci attacca bottone, insiste per farci entrare, ci offre da bere, la moglie ci mostra le foto del nipotino appena nato, lo fermiano prima che  ci inviti a pranzo! Ringraziamo per questo ennesimo atto di cordialità che i greci ci regalano e ci congediamo per proseguire il nostro shopping alimentare. Entriamo nel forno, prendiamo il pane e ci offrono dei biscotti buonissimi. Ok, li prendiamo, diciamo subito. Mi dispiace, fa il proprietario, li ho finiti. Allora, risponde Luciano, prendiamo questi rimasti. Putroppo non posso darveli, è la replica. Mah, decisamente più filosofi che commercianti i greci, ti invogliano su una cosa che poi non hanno da venderti, mancano proprio delle basi del marketing. Torniamo in porto e, sorpresa, in banchina c’è anche la barca di Alison e Philip, la coppia scozzese, ma che poi si scoprirà essere inglese, che avevo vicino a Mitilene. Felici entrambi di incontrarci di nuovo, ci invitano per un aperitivo a bordo del loro bell’Hallberg Rassy, ricambiamo con un invito a cena su Piazza Grande: spaghetti alla puttanesca ed insalata greca, poi tante chiacchiere di mare, di vela, di vita di bordo.
 

Il porto di Oinoussa

Lasciamo l’isola per tornare a Psara, voglio mostrare quest’incanto ai miei amici. Passiamo la notte a Kardamilla, lato nord di Chios, dove Roberta ne approfitta per rompersi quasi un piede saltando in barca con un pizzico di leggiadria di troppo. Paese senza storia, sosta tecnica, l’indomani salpiamo per l’isola del mio cuore. Non bisognerebbe mai ritornare, canta Guccini, ma come si fa a non tornare in un posto così! Entriamo in porto, siamo l’unica barca, a parte quelle di Jimmy e Pakis, due greci che si piazzano fissi qui per qualche settimana in estate, ci mettiamo all’inglese, manovra perfetta, un applauso all’equipaggio! Un bagno, poi la sera quattro passi prima di un ouzo al bar. Camminiamo ed incontro gli accampati, quelli che vivono su una spiaggia a mezzo miglio dal porto, ci scambiamo cordialità come vecchi amici, poi il comandante di un grosso yacht che avevo di fianco giorni fa mi riconosce e mi saluta, poi una famiglia di milanesi già conosciuta giorni fa, poi Jimmy passa al tavolo dove ci siamo fermati, per fare con noi due chiacchiere sulle previsioni meteo e sulle batterie che mi ha fatto comprare lui a buon prezzo. Mi sento a casa, sorrisi ovunque e rilassatezza. Sembra di essere negli anni ’60, ci dice una coppia di ateniesi seduta al tavolo vicino. Hanno ragione, non ci sono rumori molesti, non c’è musica assordante nei bar, le rarissime macchine passano per andare non per andare a spasso, le persone chiacchierano serenamente a voce moderata, nessuno urla, nessuno ha bisogno di soverchiare il prossimo prima di essere soverchiato a sua volta. Incontro pure, ma non del tutto fortuitamente, Francesca e Giovanni, che hanno fatto con me la prime settimane di viaggio, fino a quando ci siamo divisi, loro verso la Calcidica, io verso i Dardanelli. Una cena insieme per raccontarci le esperienze che ciascuno ha vissuto, poi loro se ne vanno verso le Cicladi, io scenderò verso il Dodecaneso, forse ci troveremo ancora insieme per il rientro in Italia.
 

Oinoussa

Il giorno dopo, solita sosta al forno per i soliti dolcetti, buoni come al solito. La sola cosa non solita è il prezzo, non è mai lo stesso, chissà qual è la variabile che lo determina. Anche il resto è aleatorio, fanno 7 euro, mi dice la signora, ma alla banconota da 10 euro che le porgo restituisce solo 2 euro e mezzo di resto. Misteri dell’economia greca! Molliamo le cime e ci spostiamo ad Antipsara, la figlioccia disabitata di Psara, piccola ed incantevole, un’altra sorpresa dietro l’angolo, solo un paio di miglia distante. Ma non è la giornata adatta, ci sono 30 nodi di vento e si sentono tutti, il mare è molto mosso ed il ridosso che troviamo ben protetto ma di certo poco confortevole. Una sosta lunga per un bagno ed un giretto veloce col fucile, dopo poco l’acqua è fredda anche con la muta da 3 mm, prendo solo un paio di pescetti per lo spaghetto serale, poi torniamo in porto a Psara, trovandolo incredibilmente strapieno, sono arrivate ben 3 barche a vela, dicansi 3! Meno male che domani si va via, tutto quest’affollamento potrebbe urtare i nervi…
 

Oinoussa

Lasciando Psara facciamo una sosta a Volissos, uno dei citati porticcioli di Chios, altra sosta tecnica, dobbiamo fare nafta. Telefono allo spacciatore di idrocarburi: quanta je ne serve, dotto’? Me ne facci 100 litri, me ne facci. Immagino che arrivi la solita piccola autobotte, invece si presenta un tizio con 4 taniche da 25 litri nel bagagliaio dell’auto. Ovviamente non sono taniche per carburanti, siamo mica al paese dei precisini! Del travaso si incarica il benzinaio ambulante stesso, succhiando da un tubo di gomma come ai bei tempi, quando per fare il pieno al motorino… ma sorvoliamo, sono ricordi che non interessano nessuno! Siamo l’unica barca, ovviamente, intorno a noi alcuni pescherecci, proviamo a socializzare ma i marinai sono tutti egiziani e non parlano inglese. Uno di essi ha la radio a tutto volume che da un’ora urla e sbraita in arabo. Provo a domandargli cos’abbia lo speaker per essere tanto alterato e lui capisce che voglio che abbassi il volume. Mi guarda brutto e mi urla, tanto per sovrastare la radio, Time, time, facendo il gesto dell’orologio, come a dire che non è ora di riposo. Provo a spiegargli che non era quella la mia richiesta, gli sorrido, ma non riesco a farmi capire. Vado allora da lui con una bibita, rigorosamente analcolica, e due bicchieri, mi risponde con una mano sul cuore in segno di gratitudine dicendo con un sorriso: Ramadan. Con certe persone non ci si azzecca mai!
 

Aghios Stefanos

Notte tranquilla, poi via verso Mestà, altro porticciolo sul lato sud dell’isola, vicino ad un paese medievale che merita una visita. Putroppo la banchina altissima, a misura di traghetto, e la forte risacca ci impediscono di attraccare. Che fare? Il piano B prevedeva di andare ancora più a sud in una bellissima rada che ho già visto un paio di settimane fa, ma dando un’occhiata alla carta mi sembra di vedere un bel ridosso su un’isoletta piccolissima proprio qui di fronte, a neanche un miglio. Puntiamo lì e… l’ennesima sorpresa dietro l’angolo! La baia è bellissima e sull’isola c’è una minuscola chiesetta. Scendiamo a terra col tender per visitarla, fuori ci sono dei tavoli ed un enorme barbecue, forse ci fanno delle gran mangiate per la festa del santo.
 

Momento di regresso

Aghios Stefanos, Santo Stefano, dice la targa di benvenuto. Sempre cordiali i greci, vedendolo da lontano avevo temuto che fosse il cartello scacciacuriosi di qualche eremita tipo Dinamite Bla. Apprendiamo anche il nome dell’isola: Katsaro, isola del Katsaro. Fa ridere, lo so, ma da queste parti è un toponimo frequente, cerco sul vocabolario di greco, katsaro vuol dire riccio, quindi Isola del Riccio, in effetti ce ne sono tanti sugli scogli. Che incanto! Non paghi di essere l’unica barca all’orizzonte, ci siamo trovati anche un’isola tutta per noi, senza anima viva. Morta invece sì, vediamo infatti in per terra un bel sorcetto di campagna in formato cadavere, cosa che darà gli incubi a Roberta per tutta la notte, immaginando il ratto-zombi salire a bordo con abile maestria subacquea. Entriamo nella chiesetta, c’è la chiave nella toppa, è minuscola, dentro alcune icone sacre in stile ortodosso che sembrano i ritratti fatti dal tenente Montini nel film Mediterraneo. Abbiamo un attacco di infantilismo iconoclastico formato persone perbene: ci facciamo qualche foto sull’altare in posa non esattamente liturgica.
 

Aghios Stefanos

Torniamo in barca, portiamo una cima a terra per mettere Piazza Grande con la prua al mare e ci prepariamo per la cena. Mentre cucino odo dei tonfi in coperta: Roberta e Luciano stanno ballando a ritmo di musica, sinuosi e sculettanti come due adolescenti. Via i freni inibitori, accenno due passi anch’io, siamo soli nel mare, il cielo imbrunisce, venere appare come sempre per prima là dove è calato il sole. Poi… poi avrei voluto parlare del massacro di Chios, il terribile evento che ha segnato la storia greca, 20.000 persone trucidate dai turchi, un eccidio che ha avuto all’epoca, 1822, una risonanza internazionale e che è forse all’origine del detto: mamma li turchi! Avrei voluto parlare di Omero, alcuni storici sostengono sia nato qui. Avrei voluto dire tante altre cose, ma da qualche giorno sono in fase di pigrizia creativa, di rilassatezza totale, per non dire di svacco. Sarà la presenza dei due simpatici amici, del bel clima che si è instaurato a bordo, delle chiacchiere e delle risate. O anche, semplicemente dal fatto che bisogna vivere per raccontare, primum vivere deinde filosofari, visto che siamo in terra di filosofi. O, omaggiando gli inglesi dell’altro giorno: even the smallest feelings are more worth than the highest thoughts: l’ho letta sui muri di scuola tanti anni fa, la tengo in mente da allora, qui ci sta proprio bene.
 

Il cartello dell’equivoco

POST SCRIPTUM Parlando di katsari ho scritto una katsata! L’errore nasce dall’annoso problema della translitterazione delle parole da un alfabeto all’altro. Il suono di doppia Z (ZZ) dell’italiano risulta incomprensibile a molti per due ragioni: la Z non viene pronunciata in nessuno dei due modi in cui lo facciamo noi (zanzara, zuppa) ma bensi strusciata (inglese zed). La doppia, poi, non la conoscono proprio. Anni fa in Marocco ho fatto scrivere il mio nome da un artista in una calligrafia molto arabescata e la doppia Z del mio cognome l’ha scritta TS. Giorni fa sulla carta nautica ho letto Capo Katsari, non sapendo però come fosse l’originale greco, in fatti in greco ci sono due modi di scrivere quello che per noi è la doppia Z (ma che loro non comprendono), e cioè TS, ovvero tau-sigma (τσ), oppure con la lettera Teta (θ).

Katsari ovunque!

Bene, detto ciò, quando siamo sbarcati sull’isoletta, il cartello diceva benevenuti a Santo Stefano, che io ho preso per un riferimento alla chiesetta, poi sotto c’era una parola che non conosco e di seguito Nisi Katsaro, che ho preso per il nome dell’isola (nisi vuol dire isola), come era Katsari il capo. Ho cercato la parola sul dizionario di greco come TS ed effettivamente vuol dire riccio. La cosa quadrava perfettamente, Capo dei Ricci, Isola del Riccio. Quando poi, dopo aver scritto questo post, ho visto la foto che avevo fatto al cartello, mi sono accorto che katsaro (O cazzaro, se proprio vogliamo translitterare come si deve) era scritto col theta (καθαρός) e non con tau-sigma (κατσαρός). Ho cercato di nuovo sul dizionario e significa pulito. A quel punto m’è sorto il dubbio: vuoi vedere che la parola prima vuol dire tenere, mantenere? E infatti! Benvenuti a Santo Stefano, tenete l’isola pulita. Perdonatemi, sono passati 30 anni dal mio ginnasio, e poi qui di katsari c’è il pienone, ieri sera abbiamo cenato in una taverna che si chiamava Katsoura!   


Psara, silenzio e vento


In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
(F. De Andrè/E. Lee Masters)


La bellezza è negli occhi di chi guarda, è assiomatico. Ciò non significa che la bellezza è creata dalla fantasia dell’osservatore, ma che per apprezzarla bisogna avere l’animo predisposto a farlo. Passeggio lungo la strada che esce dal piccolo centro abitato di Psara, un’isola minuscola con circa 200 abitanti che si trova di fronte Chios, e costeggiando una spiaggia deserta osservo il vento sollevare la sabbia fina, pettinandola fino a formare le classiche piccole coste che connotano gli arenili non calpestati da piede umano. Ci sono solo io, è mezzogiorno, il sole è a picco ma il vento rende l’aria piacevole e fresca, oltre che secca. Guardo il piccolo vortice che si allarga fino a dissolversi e non vedo siccità nè desolazione, vedo piuttoso l’energia vigorosa di Madre Natura, odo il silenzio, l’assenza di rumori artificiali, meccanici o elettrificati, sento il sibilo del vento foriero di vita, il calore del sole sulla mia pelle, provo gioia.

Il porticciolo di Psara

A Psara non si arriva per caso, è fuori dalle rotte classiche, in questo Egeo settentrionale c’è pochissimo turismo, il poco che c’è è greco ed il più delle volte Piazza Grande è l’unica barca per mare o alla fonda. A Psara vai perchè scegli di andarci, perchè senti che un posto così ce l’hai dentro da sempre. Un pugno di case concentrate attorno al porto, per il resto rocce brulle e spiagge, contornate da un’acqua incredibilmente trasparente. E vento, tanto, costantemente da nord in estate. E’ un incanto guardare il mare frangere sulla costa sopravvento, oppure sollevarsi rapidamente anche a pochi metri dalla battigia sottovento. C’è chi passa le ore davanti alla TV, io trovo questo molto meno monotono e più interessante. La bellezza, si diceva, è negli occhi di chi guarda.
 

In navigazion e

Salpiamo per Psara alle 2 e mezzo di notte, il rollio dell’ancoraggio a sud di Lesvos non mi fa dormire, inutile restare qui, tanto vale andare. Salpo l’ancora e dico ad Alessandra di restare a dormire se vuole, mi metto in rotta, sono circa 45 miglia, non pochissime, ci vorranno diverse ore, il vento è a favore e spingerà con forza. Il mare non dovrebbe montare molto, ma se anche fosse sarebbe anch’esso a favore, non c’è quindi da preoccuparsi troppo. Quando sorge il sole ci sono più di 25 nodi, viaggiamo col solo fiocco a circa 6 nodi, il pilota automatico non fa una piega e pensa lui a condurre la barca. Osservo la scia che abbiamo dietro, bianca, spumeggiante, piena di energia. Psara è lì davanti, il suo profilo si fa sempre più marcato col passare delle ore, fino a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Appena doppiamo Capo Katsari (si chiama proprio così!) le onde improvvisamente si placano lasciandoci un mare liscio ed un vento intatto nella sua potenza. Ci fermiamo in una piccola baia nelle immediate vicinanze, per fare un bagno ma anche per iniziare ad assaporare questo posto. Manovra di ancoraggio lesta una volta individuato il punto giusto, 30 metri di catena su 4 di fondo, poi un tuffo per controllare di persona, con le raffiche oltre i 30 nodi è bene essere sicuri.
 

La rada degli accampati

Con poche bracciate arrivo sulla spiaggia, sono curioso, da bordo ho notato alcune persone bivaccare all’ombra di alcune capanne improvvisate. Mi tolgo maschera e pinne, saluto e vengo accolto cordialmente. Sono due famiglie di Atene, due coppie e quattro bambini di una decina d’anni, mi raccontano che da qualche anno passano sempre un paio di mesi qui, in questo modo, aggiungendo ogni estate un piccolo confort alle loro dotazioni. Hanno un bel gommone con cui vanno in porto per la spesa e per l’acqua, per il resto stanno qui, di giorno al sole e al vento, di notte sotto l’incredibile manto di stelle che solo l’assenza totale di inquinamento luminoso può offrire. Della coppia con cui chiacchiero all’ombra del loro bivacco, lui è costruttore, lei insegnante di yoga, hanno il viso sereno, così pure i loro figli. Anni fa sarei impazzito per una vacanza in questo modo, forse anche adesso, se non ci fosse Piazza Grande a moltiplicare per mille i posti così.
 

Paesaggio metropolitano

Torno a bordo, dopo quasi due mesi di navigazione è giunto il momento di dedicarsi un poco alla pesca sub. Per quanto andare in giro in barca significhi stare sempre nell’acqua, la barca a vela e la pesca subacquea si conciliano molto male. La ragione è che la prima predilige le baie tranquille, ampie e sabbiose, dove spingersi quanto più in fondo possibile per trovare il ridosso migliore, la seconda vuole i promontori rocciosi, dove la corrente si fa sentire maggiormente, portando allo stesso tempo vita e morte, una smuovendo le acque, l’altra sotto forma di predatori che si avvicinano alla costa alla ricerca di un pesce più piccolo di loro che gli fornisca il pasto di cui hanno bisogno. Anche l’uomo, per certi aspetti, rientra nella categoria. Giro un’oretta, sparo ad un pesce di circa 1 kg che non ho mai visto prima, ma lo prendo “basso”, sull’addome cioè, e nel recuperarlo lo perdo. Poi, all’ombra di una piccola tana scorgo l’inconfodibile profilo di una cernia, mi avvicino in silenzio e prima che possa capire che la sua ora è giunta scocco il tiro dall’altro centrandola in pieno appena dietro l’opercolo branchiale. Il suo destino è scritto: una saporitissima zuppa con la testa, i filetti invece, li preparo con pomodori, olive e capperi: semplice, saporito e rapido.
 

Barche per la piccola pesca, soprattutto aragoste

Il vento è aumentato ancora, per quanto l’ancora sia a posto, passare qui la notte vorrebbe dire ballare un pochino, meglio spostarsi in porto. Dentro, però, la piccola banchina è occupata da un paio di barche ormeggiate all’inglese, di fianco cioè, c’è solo un piccolo spazio dove posso entrare con la poppa dando ancora. Faccio così, con qualche difficoltà dato il forte vento, ma alla fine siamo sistemati. Si fa per dire, perchè un paio di locali vengono subito ad avvertirmi che il fondale non è buon tenitore. Mi tuffo per controllare, l’ancora è completamente scomparsa, provo a cercarla seguendo la catena, ma pare fagocitata da sabbia e fango. Ne deduco che ha preso bene e decido di restare come sto. Faccio male, perchè nelle 24 ore successive sono costretto a recuperare, un metro alla volta, circa un terzo del calumo, fino a quando mi tocca spostarmi ed ormeggiarmi a pacchetto su una barca di una dozzina di metri di un greco molto simpatico e cordiale. Quando gli dico che le mie batterie sono alla frutta, inizia a telefonare a destra e a manca fino a che mi da un riferimento a Chios, la prossima tappa, dove troverò tutto a buon prezzo. Perfetto, grazie!
 

Resti di vecchie case

La vita a Psara, inutile dirlo, è tranquilla e silenziosa. Ci sono poche auto, qualcuna di qualche sparuto turista che cerca la sua spiaggia, i 4 fra bar e ristoranti sul porto mettono a sera della musica ma ad un volume che ne limita la fruizione ai propri avventori, qualcuno chiacchiera pacatamente davanti ad una birra, l’agente della Guardia Costiera passa a chiedermi i documenti e mi dice di accomodarmi sul marciapiede, ci sediamo in terra mentre lui compila le scartoffie necessarie, i bambini corrono liberamente, qualche pescatore rammenda le sue reti, alcune anziane donne osservano sull’uscio il poco mondo che hanno davanti. Qui i turisti non ce li vogliono, mi dice un tizio, qui sono tutti ricchi, con la pesca delle aragoste o con comandi in marina mercantile, molto ben remunerati. Al ristoratore dove ceno, chiedo cosa faccia in inverno: Lavoro dando da mangiare ai soldati. Soldati a Psara? A fare cosa? Siamo vicini alla Turchia, mi fa serio, dei turchi non puoi mai fidarti. Mi viene quasi da sorridere al pensiero del potente esercito turco all’assalto di Psara, poi però mi vengono in mente gli americani che pochi anni fa hanno invaso Grenada o la recente querelle fra Spagna e Marocco per il possesso dell’Isola del Prezzemolo, uno scoglio praticamente, e comprendo le ragioni di chi nei secoli ha avuto dalla prossimità più dolori che gioie.
 

Il Meltemi da queste parti non manca mai

Sulla collinetta sopra il porto, un vecchio mulino a vento, forse un’antica macina, lo raggiungo inerpicandomi fra cardo e lentischio, poi proseguo fino sulla vetta, dove trovo l’ennesima cappella e l’ennesimo monumento ad un tizio con il turbante, mistero totale chi sia, la scritta in greco non mi aiuta a capire. Sotto, la spiaggia del Lazzaretto, toponimo presente spesso anche in Italia, evidentemente il luogo dove nell’antichità si concentravano gli appestati per evitare il contagio al resto della popolazione. Riscendendo trovo un piccolo forno che fa dei dolcetti strepitosi, la signora che li vende si compiace nel vedermi tornare per il bis dopo pochi minuti, poi la chiesa, azzurra, relativamnte moderna, poi una chiesa ancora più grande in restauro. E’ incredibile, un’isola così piccola con una chiesa, una cattedrale, un monastero e diverse dozzine di cappellette sparse dapperttutto, mi chiedo se a natale ognuno se ne va a pregare davanti al suo personale altare. Io, invece di pregare, guardo il mare davanti a me, guardo le onde che frangono sulla sua superficie, guardo Antipsara di fronte, pochi chilometri quadrati completamente disabitati, guardo i gabbiani planare senza bisogno di sbattere le ali, guardo il punto dove il cielo tocca l’orizzonte, guardo la sabbia sollevata dal vento e vedo la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.



Mitilene: Saffo perdonali.


Ille mi par esse deo videtur.


(Catullo, Carmina, 51)

Mi risuona nella testa il celebre carme di Catullo, riadattamento (o saccheggio) dei bellissimi versi di Saffo: lui mi sembra un dio. Sei parole in tutto, mezza frase che basta però per definire in modo chiaro un contesto di amore perduto, forse di gelosia, sicuramente di sofferenza. Mi risuona in testa oggi, qui, in questo mare che bagna Lesbo, il luogo dove Saffo è nata; ma mi risuonano in testa da decenni, dal ginnasio, i versi dei due autori classici che più ho amato negli anni delle superiori. Difficile per un qualunque giovane preda della furia ormonale dell’adolescenza non essere estasiato da una poetessa di 2500 anni fa che si dichiara “innamorata dell’amore”.

Ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit


Supera gli dei colui che siede di fronte a te e ti guarda e ti ascolta. Come dargli torto? Di cos’altro ha bisogno un innamorato se non di abbeverarsi alla fonte dell’amata?

Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo.


Chi, innamorato, non s’è mai sentito così?
  
E’ con una certa emozione che indirizzo la prua di Piazza Grande su Mitilene, città principale di Lesbo, o Lesvos, terza isola greca per estensione, dopo Creta ed Eubea. Dopo una notte rubata alla burocrazia turca che mi imponeva di lasciare le acque territoriali dello stato entro la mezzanotte, salpo l’ancora con tutta calma e in tarda mattinata mi avvio ad affrontare le poche miglia che mi separano dalla meta. Il mare è leggermente formato, strascico della sventolata di ieri, ma il vento è portante, arriva da poppa, sospinge, non frena, sull’onda si plana e non si sbatte. Sarà così d’ora in poi, dopo un mese e più di risalita verso nord, verso l’origine di uno dei venti più poderosi del Mediterraneo, il Meltemi, girata la prua ad Istanbul, è finita la sofferenza di barca ed equipaggio. Come cambia tutto! 30 nodi di prua sono quasi inaffrontabili, 30 al lasco sono poco più che una passeggiata. E allora passeggiamo, lasciamo che la barca plani sull’onda raggiungendo velocità altrimenti inarrivabili, il fiocco completamente aperto e la randa completamente chiusa, un po’ perchè ancora rotta, un po’ perchè in queste condizioni è, a mio modesto avviso, pressochè inutile. Faccio 6 o 7 nodi, aprire la randa non aggiungerebbe nulla in termini di velocità e creerebbe difficoltà in caso di strapoggiata. Se il vento aumenta, qualche giro di rollafiocco, se cala, ma non cala, si fanno 5 nodi, è comunque un bell’andare.
 

Punti cospicui a Lesvos

A metà strada ammaino la bandiera turca di cortesia, rimasta a riva quasi 3 settimane, e alzo quella greca. Belle entrambi, rosso vivo la prima, azzurra come il mare la seconda. Entrambe contengono simboli religiosi, ciascuna ha combattuto l’altra per secoli, sia sul piano politico che su quello della fede. Io, senza fedi, posso amare entrambe, posso amare entrambi i popoli che esse rappresentano, due popoli cordiali con gli stranieri, ospitali, generosi, sorridenti; forse con tutti, ma non fra loro. Durante la navigazione provo a calare la traina, ma sono troppo veloce ed il mulinello s’è mezzo rotto, un’altra avaria da aggiungere alla giù nutrita lista delle cose da riparare o ricomprare. Dopo circa due ore avvisto le due ciminiere che il portolano segnale come cospicue, poco oltre i resti di una fortezza ed infine le case che si stringono attorno al porto. Mitilene è lì davanti a me, Saffo, l’amore in versi.
 

Non è un bel posto per la notte.

Supero il frangiflutti e metto la prua sulla banchina in fondo, dove vedo gli alberi di alcune barche a vela ormeggiate, ma vengo subito intercettato dalla Guardia Costiera: un uomo in divisa blu mi chiama dal molo, mi avvicino e mi chiede da dove vengo. Potrei barare, dare il nome di un qualunque porto greco, ma non ho voglia di mentire, dico Ayvalik e questo avvia automaticamente la procedura di entrata nelle acque territoriali. Devo fermarmi su una banchina recintata, andare prima al controllo passaporti, poi alla dogana ed infine all’autorità portuale, il cui palazzo individuo grazie alle vaghe reminescenze del greco scolastico: Limenarkeio, dice l’insegna solo in lingua locale. Limen è porto, arkon è comandante, è questo sicuramente. Facile no? Riempo una risma di moduli riscrivendo mille volte i dati miei e di Piazza Grande, pago i 15 euro di entrata in Grecia, che ho già pagato arrivando dall’Italia ma essendo uscito devo ripagare, e dopo qualche timbro sono libero di andare ad ormeggiare. C’è parecchio spazio, il vento non è molto, dico ad Alessandra, che è ancora con me, di mollare l’ancora e lancio le cime in banchina, come sempre c’è qualcuno gentile a prenderle.
 

Plomarion

Il primo impatto è scioccante. Una fila di brutte palazzine, disordinate e sporche come disordinata e sporca sono la strada e il traffico automobilistico che la percorre. C’è odore di smog, l’aria è appiccicosa, sono le 2 del pomeriggio, i negozi sono chiusi, giro un po’ nei vicoli alla ricerca di un supermercato ed un posto dove comprare la batteria che mi serve, ma riaprono tutti alle 6. Alle 6? Però, che belli gli orari greci! Più cammino, più mi rendo conto che questa città non ha veramente nulla da offrire ad un turista, infatti di turisti stranieri in giro non se ne vedono. Per quanto cerchi, non riesco a trovare angoli carini, curati, o anche solo leggermente più aggraziati di una qualunque squallida periferia metropolitana. Saffo, dove sei? Cos’hanno fatto alla tua città? Dov’era il tuo tiaso, dove la casa di Alceo? Non voglio fare come quelli che arrivano a Roma e si aspettano di vedere i romani girare in biga, ma qui delle vestigia di un tempo non è rimasto veramente nulla. C’è solo il presente, un presente recente, senza storia e senza un minimo di cura per l’estetica. Non c’è nulla da fare qui, c’è solo da andare via. Anzi no, prima c’è da sopportare una notte con la musica a tutto volume dei bar sul porto. Don’t worry, they stop playing around 5 am, mi dice sorridendo l’inglese che sembra Asterix da bordo della sua bella barca in compagnia della moglie. Li incontriamo poi casualmente a cena in una taverna, sono partiti dalla Scozia 3 anni fa e non hanno nessuna intenzione di tornare. Fa freddo, mi dice lei, molto freddo, troppo freddo. Come darle torto.

La mattina successiva provo a fare nafta, come in tutta la Grecia si fa con l’autobotte. Sulla colonnina dell’elettricità ci sono 4 numeri telefonici, li chiamo tutti ed in sequenza ottengo le seguenti risposte:
1) ora ho da fare;
2) 70 litri sono pochi, non vengo;
3) Richiama nel pomeriggio;
4) vengo ma devi spostarti nella banchina della GC.
Mi gioco allora l’asso nella manica: il marina! Ti pare che un marina fichetto, incredibilmente gestito dalla Setur, la società turca che gestisce i marina in Turchia, non ha un modo di fornire la nafta ai suoi clienti. Telefono, mi risponde una signora molto gentile: certo che possiamo procurarle la nafta, ma deve pagarci una notte in marina. Accidenti, un affarone! I’m coming, le dico, but probably next year. Insomma, finisce che prendo le taniche e cerco una pompa in strada. E’ lontano, fuori città mi dicono. Prendo un taxi, mi sento unpo’ idiota  ad andare a fare nafta col taxi, ma d’altra parte di necessità virtù. Il taxi fa 500 metri e la pompa era lì, non lontano da dove avevo camminato ieri. Vabbè, due viaggi, tanto qui i taxi non costano come da noi, e ridò fiato al serbatoio ormai quasi vuoto.
 

Ma davvero siamo in Grecia?

Incontro per caso due finanzieri italiani, nel senso di Guardia di Finanza: mi fermo a chiacchierare, avevo notato una nostra motovedetta entrando in porto, sono qui per un servizio congiunto con i finanzieri greci, sono contenti di incontrare un italiano e devo dire che sono contento anch’io, vedere la divisa italiana in giro per il mondo per servizi di tutela e non di guerra fa piacere. Almeno spero che sia così, visto che questa zona è in pace. Alla batteria rinuncio, l’unico negozietto ha prezzi astronomici, via quindi da questa città che non è nemmeno il fantasma di sè stessa. Prima di mollare le cime, una ragazzino sporco ma con la faccia pulita e due occhiali sul naso che gli danno un’aria quasi dottorale, mi propone l’acquisto di una penna. Solo che lui vorrebbe che prendessi tutta la scatola, saranno 50 pezzi, che ci faccio? Alla fine ci accordiamo per un accendino, anche se pure di questo vorrebbe darmi la confezione intera. Leggo l’episodio come un segno della crisi, assolutamente invisibile nelle piccole isole, evidentemente, invece, assai più percepibile nei centri urbani anche di dimensioni modeste.
  
Giriamo un po’ attorno all’isola verso sud, la costa è bella, molto verde, qualche piccola spiaggia. Ci fermiano a Plomarion, un porticciolo carino ma talmente piccolo che preferisco non entrare. C’è una bella spiaggia proprio accanto, la carta nautica da un fondale buono per l’ancora, passeremo lì la notte. Sulla riva una casa che sembra uscita da un quadro di Hopper, sembra di stare a Cape Cod, dietro di noi solo la luna piena, con il suo riflesso d’argento frastagliato da un mare appena increspato. Domani si naviga ancora. Otium Catulle tibi molestum.

L'Eolia, 30 nodi di certezze


Se è vero, come spesso è vero, che nomina sunt consequentia rerum, il tratto di costa turca chiamata Eolia è tutto un programma. Ma siamo velisti, il vento ci è necessario come il pane, come l’acqua, come l’aria che respiriamo, è vento quello che ci entra nei polmoni, che ci accarezza la pelle o ce la fa accapponare quando soffia troppo forte per le misere forze nostre; perché siamo nulla di fronte al vento, siamo polvere spazzata via, siamo molecole che si mescolano all’acqua nebulizzata dal vento sulla superficie del mare. Il vento è vita, è energia, scuote gli animi, scompiglia le chiome degli alberi o ne plasma il fusto piegandolo al suo corso, vento rabbioso o gentile, vento di terra, di mare, vento che asciuga le lacrime di chi nel vento muore, di chi nel vento vive.

La costa dell’Eolia

La costa dell’Eolia va dall’ingresso est dei Dardanelli a Izmir, Smirne per noi, l’importante città turca dell’Anatolia, o dell’Asia minore che dir si voglia, che si affaccia sul versante orientale del Mar Egeo. E’ un tratto di costa piuttosto frastagliato lungo il quale sono adagiate le uniche due isole rimaste ai turchi dopo la disfatta dell’impero ottomano, Bozcaada e Goekceada, poste ai due lati dell’ingresso dei Dardanelli, quasi bastioni a protezione dello stesso, tanto è vero che su entrambe sono tutt’ora presenti presìdi militari con la mezzaluna. E’ terra e mare di confine, un confine che la storia ha spesso spostato ma i cui mutamenti non sempre tutti hanno ben digerito, spesso una coppia di aerei da caccia turchi sfreccia a bassa quota lungo il canale di Mitilene, fra l’Eolia e Lesvos, a ridosso di una terra già loro, non più loro. Meno male che entrambi gli stati sono nella NATO, altrimenti avrebbe tutto il sapore della provocazione, anche se in generale i greci non sembrano badare molto ai turchi, l’Europa li ha resi probabilmente un filino snob nei confronti dei vicini. I turchi, dal canto loro, hanno la consapevolezza di essere di più, più forti e con un’economia molto più florida, guardano quindi anche loro oltre il confine con un pizzico di sussiego. La guerra greco-turca è troppo recente, 100 anni evidentemente non bastano a cancellare le reciproche diffidenze.
 

Linee miste, antico e moderno

Partendo da Canakkale, ultimo porto lungo lo stretto dei Dardanelli, fino a Boozcaada sono circa 25 miglia, una passeggiata sfruttando gli ultimi sprazzi di corrente a favore e confidando in un vento che d’ora in poi promette di essere sempre in poppa e mai in prua. Oggi invece di vento ce n’è veramente poco, ammaino il fiocco, la randa è fuori uso, e alzo il gennaker, riuscendo a fare poco più di 3 nodi con quella che è praticamente una brezzolina leggerissima. Vedo a poppa, in lontananza, una barca a vela che ha rotta quasi parallela alla mia, mano mano che si avvicina la vedo meglio, ha un gennaker enorme, il doppio del mio, la randa, un bompresso a prua, due pale di timone e quattro ragazzotti a bordo con magliette e cappellini griffati: molto diversi da me. Se continuano su questa rotta mi speronano, per quanto siamo entrambi piuttosto lenti, non sarebbe una bella esperienza. Non amo resistere fino all’ultimo prima di cedere il passo, spesso modifico la mia rotta con largo anticipo per scongiurare abbordi anche quando non sarebbe dovuto. Questi però mi sembra proprio che cerchino rogna, io vado per i fatti miei, il pilota inserito, da codice della navigazione ho la precedenza, modificare la mia rotta per una barca che mi arriva da dietro non mi sembra proprio il caso, orzassero, poggiassero, passassero da dove preferiscono, ma io proseguo per la mia strada. Loro pure a quanto pare, quando sono a non più di 5 o 6 metri il timoniere mi fa un cenno con la testa, forse anche un mezzo sorriso, non so se è un saluto o cosa, ma la situazione è veramente ridicola, tanto che la mia anima romana, pregna del quotidiano sarcasmo della mia città, ha il sopravvento: Do you want to come on board for a beer?, gli dico con la faccia seria. Il timoniere si schermisce, si allontana qualche metro, poi mi fa: We have to go there, e con la testa indica un punto ipotetico un metro sopravvento a me. Mi incazzo, il mare è grande, questo vuol dire veramente rompere le scatole al prossimo! We are in a race, mi urla quello che probabilmente è il randista. Non ho voglia di litigare in mezzo al mare, con dei cretini per giunta, dicono di essere in regata, in effetti parecchie ore fa ho visto passare diversi spinnaker, ma non è che questo gli da diritto di speronarmi o cambia le regole della navigazione, per giunta senza che io possa capire in alcun modo che loro sono in regata. E poi, dalle le navi che passano per i Dardanelli avranno preteso la precedenza (comunque indebita) allo stesso modo? Ok, passate e toglievi di torno, gli grido mollando la scotta del gennaker per sventarlo.
 

La regata degli speronatori

Faticano a farlo, un po’ perchè non si passa una barca da sottovento, è la prima cosa che ti insegnano ai corsi di vela, infatti si piantano all’altezza del mio mascone, un po’ perchè devono essere veramente incapaci. Che una barca del genere abbia la stessa velocità di Piazza Grande che ha a riva una vela in meno, è carica come un asino da soma e con equipaggio sbracato a prendere il sole, la dice lunga. Mi prendo la piccola soddisfazione di vederli arrancare a 100 metri al mio traverso per un’ora buona senza che riescano a guadagnare acqua. A Bozcaada entriamo in porto praticamente insieme, mentre il resto della flotta ha già gli equipaggi in bachina a dare l’assalto al buffet. C’è la tentazione di spacciarsi per regatanti anche noi e scroccare la cena, ma il porto è strapieno, c’è musica a tutto volume in banchina e vogliono 70 lire turche per l’ormeggio. Hai presente quella baietta mezzo miglio più avanti?, dico ad Alessandra Sì, è perfetta per passarci la notte. Giro la prua e in 10 minuti siamo nella tranquillità totale, solo noi ed un Supermaramu con l’ovvia bandiera francese a poppa. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, non pare penetrare bene, il fondo è duro, meno male che c’è poco vento, ma per sicurezza la sposto di peso di un paio di metri dove c’è un piccolo scalino di roccia, alle brutte agguanterà quello.
 

Bozcaada

La mattina vediamo sfilare a vele spiegate tutte le barche della regata, ci saranno anche i nostri simpatici amici, li cerchiamo senza vederli, li abbiamo cercati ovviamente nelle ultime posizioni. Ne deduciamo che il porto si è svuotato e ci dirigiamo lì per fare due passi a terra, preceduti di poco dai francesi, accanto ai quali ci troveremo ormeggiati. Alle spalle del porto una meravigliosa fortezza antica con la cinta muraria perfettamente conservata. Pare sia un forte costruito dai genovesi (è bello trovare tracce di storia italiana un po’ dovunque in questo mare), anche se la didascalia scritta dai turchi trasuda nazionalismo e ne da un’origine incerta, relegando i liguri al ruolo di occupanti di un forte edificato da altri, al pari dei bizantini venuti in seguito. E’ certo che la storia di quest’isola è molto più antica e si intreccia con quella di Troia che si trova a poche miglia di distanza sulla costa anatolica, Omero la cita con il nome greco che aveva allora, Tenedos. Dopo vicissitudini durate secoli, a inizio ‘900 Bozcaada è nuovamente greca, ma viene ceduta col Trattato di Losanna ai turchi, malgrado la maggioranza della popolazione sia greca e si troverà a subire vessazioni continue nei decenni a venire, provocando l’emigrazione quasi totale della comunità.
 

La libreria dell’italofila

Oggi è un’isola tranquilla che vive di turismo e coltivazione della vite, producendo anche un vino piuttosto rinomato. La presenza dei militari è abbastanza discreta, anche se il portolano avverte che da alcune rade può capitare di essere mandati via dalle autorità. Il paese, a ridosso del porto, è veramente delizioso, fatto di stradine ricoperte di ciottoli e case graziose, spesso ingentilite con secondi piani leggermente aggettanti e ricoperti di assi di legno, come si vede spesso nei quartieri antichi di Istanbul. In un vicolo, una piccola libreria, arredata come fossimo ancora a metà del secolo scorso, e dentro, seduta a leggere, la proprietaria, una donna di Istanbul che vive qua 5 mesi l’anno ed è innamorata del cinema italiano. Quello di qualche decennio fa, le dico. , risponde, quando sale l’economia, scende la cultura. Penso che forse in questo momento da noi sono entrambe piuttosto in basso.
Che posto però! Potrebbe essere Provenza o Liguria, invece è Egeo, questo magico ed affascinante spicchio di Mediterraneo ricco di angoli nascosti ed incantevoli.
 

Per le strade di Bozcaada

In una piazzetta, un’enorme pergola è la sala all’aperto di un bar che ha l’aria di essere frequentato quasi esclusivamente dai locali. Famiglie, giovani coppie, vecchietti che chiacchierano oppure giocano a domino o backgammon (credo sia backgammon, da queste parti è una mezza mania). Ci sediamo, niente birra, durante il Ramadan poi, il cameriere mi propone una Coca ed un panino con la salsiccia. Ah, certamente di maiale, gli dico sorridendo. Capisce la battuta, mi sorride, gli dico di farmi il panino come vuole lui, mi fido. Quando me lo porta penso che forse avrei fatto meglio a non fidarmi, ma per non apparire scortese gli dico che è buonissimo. Mi chiede di dove sono, dice di aver amici italiani conosciuti all’Erasmus, parla un buon inglese, gli faccio i complimenti, stavolta sinceri. Come sempre in Turchia trovo una straordinaria benevolenza nei nostri confronti, l’Italia è un paese ammirato, da tanti, meno che dagli italiani.
 

Backgammon?

Tornando in barca ci fermiamo a chiacchierare con un turco che parla molto bene la nostra lingua. Abita ad Istanbul, lavora per un’azienda italiana ed ha qui una casa dove passa tutti i weekend. Adoro Istanbul, gli dico. Eh, fa lui, ma non è più come una volta, c’è stata molta immigrazione, si è riempita di… come dite voi, di terroni, di curdi, i curdi sono i nostri terroni. Ecco, lo sapevo, la colpa è sempre degli altri, terroni, extracomunitari, il diverso è sempre colpevole di qualcosa, a prescindere. Mi dice che la produzione locale di vino è ostacolata dal governo religioso, come lo chiama lui, cioè da Erdogan, che per scoraggiarne il consumo ha imposto delle tasse molto elevate sugli alcolici. Ecco sapevo anche questo, le religioni pretendono di piegare la società al loro credo trasformando il peccato in reato. Qui il vino, da noi procedure di divorzio estenuanti, la zuppa non cambia. Ma perchè se non vuoi bere o divorziare non lo fai e lasci liberi gli altri di agire secondo la propria coscienza anzichè secondo la tua?
 

Gente di Bozcaada

Saluto il turco ed incrocio i francesi, due chiacchiere anche con loro. Hanno un Amel 54 nuovo di zecca, una barca luccicante, strepitosa, gli faccio i complimenti mentre a mente calcolo quante decine di volte Piazza Grande costa, forse una 40ina! Anche la tua barca è bella, mi fa, è un Hallberg Rassy? Fantastica questa gente, vive su un’altro pianeta, un pianeta così in alto che con naturalezza e senza snobismo mette sullo stesso piano due barche che si somigliano come una Punto ed una Mercedes superaccessoriata. Puoi farlo solo se hai sempre girato in Rolls Royce da quando la tata ti portava ai giardinetti vestito alla marinara. Ok, si va, salutiamo tutti e ci dirigiamo sul lato sud dell’isola dove abbiamo deciso di passare la notte. Diamo fondo davanti ad una piccola spiaggia frequentata da famigliole tranquille, sicuramente all’imbrunire sarà deserta ed il mare tutto per noi. Buona la prima, alle 7 c’è solo un pescatore sulla battigia, non buona la seconda, alle nostre spalle una dozzina fra cargo e petroliere, ma a distanza sufficiente a non infastidire, se non visivamente.
 

Assos

Mi sveglio con molta calma dopo una dormita spettacolare e con molta calma ci prepariamo a salpare, quando succede il fattaccio: appena spingo il pulsante di avviamento del motore, lo sento che stenta e poi si blocca per mancanza di corrente. Ma non era la batteria servizi ad essere in crisi? Le metto in parallelo, e ritento l’avviamento, se non parte così sono dolori. Attimi di tensione, potrebbe sdraiarsi anche la batteria servizi e ritrovarmi senza elettricità a bordo, per fortuna tutto va per il verso giusto. Metto la barca in rotta, apro il fiocco, ci sono 20 nodi, con una sola vela filiamo ad oltre 5, non si sente la mancanza della randa, lascio il motore acceso per un paio d’ore per ricaricare le batterie, quando lo spengo sono entrambe ben sù di tensione, spero che almeno una delle due la mantenga. Siamo diretti, almeno teoricamente, ad Ayvalik, una cittadina sulla costa continentale dove contiamo di fare i documenti di uscita dalla Turchia, in realtà se troviamo un posto carino strada facendo ci fermiamo per la notte. Procediamo per rotta 175 per un paio d’ore, nulla da segnalare se non un assembramento di pescherecci in un punto dove la carta non riporta alcuna secca, evidentemente invece deve esserci qualcosa, mi segno le coordinate, può sempre servire.
 

Ayvalik

Dobbiamo passare Un piccolo promontorio chiamato Baba Burun. Burun in turco vuol dire naso, sarà la metafora con cui in questo paese chiamano i capi perchè è un toponimo molto ricorrente. Baba invece vuol dire papà, quindi Capo Papà. Avvicinandoci scorgiamo una piccola fortezza in pietra e poco oltre un porticciolo dal cui frangiflutti spicca l’altissimo albero di una barca che l’AIS mi dice essere lunga 28 metri. Entriamo a dare un’occhiata, il molo è deserto, in una darsenetta un paio di motoscafi e qualche piccolo peschereccio, alle spalle un pugno di case che costituisce l’abitato. C’è un silenzio fantastico, quasi irreale, rotto solo dal vento che non smette di fischiare fra le sartie. Un tizio in banchina mi fa segno di essere pronto a prendere le cime, ma con Alessandra decidiamo che preferiamo fare ancora un po’ di strada prima di fermarci, giro quindi la prua e riesco in mare. Passato il capo, orziamo decisamente per seguire il profilo della costa, il vento gira in senso sfavorevole e ci ritroviamo a bolinare con i soliti 30 nodi, ovviamente essendo ridossati il mare non si alza in modo sufficiente a dare molto fastidio, qualche ondata, però, arriva anche in pozzetto dopo essere rimbalzata sullo sprayhood.

L’albero ed io (F. Guccini)

Lungo la costa, molto bella, selvaggia, si alternano costoni rocciosi e lunghe spiagge deserte, i declivi sono ora brulli ora ricoperti di vegetazione bassa, ogni tanto qualche piccolo agglomerato cementizio, brutte villette a schiera o, peggio, piccole palazzine, concentrate in quelli che devono essere villaggi vacanze figli di una lottizzazione un po’ disordinata. C’è comunque pochissima gente a terra e nessuno in mare, siamo ancora una volta l’unica barca in giro, se penso al Mar Tirreno in questo periodo mi vengono i brividi. Improvvisamente ci troviamo in un buco di vento, per alcuni minuti siamo quasi abbonacciati, poi il vento riprende a soffiare col medesimo vigore che aveva fino a poco fa, ma notiamo che è molto più caldo, più secco, evidentemente due masse d’aria di provenienza diversa si scontrano in quel punto, comunque sempre da nordest, questa è una certezza. Vorremmo fermarci sotto le rovine di Assos, un importante città fondata nel I secolo a.c. dove ha studiato e si è sposato Aristotele (con la figlia del tiranno, oggi diremmo che s’è sistemato) e dove è passato, tanto per non farsi mancare nulla, pure Alessandro Magno. Il sito archeologico è in cima ad un picco che spicca dalle colline, ricorda un po’ Radicofani, Ghino di Tacco qui parlava greco e non toscano, ma suppongo adottasse la stessa politica vessatoria. In basso c’è un microscopico porto circondato da begli edifici in pietra antica, color terra di Siena, sembra davvero la Toscana, proviamo ad entrare ma appena infilata la prua oltre il frangiflutti vedo che è talmente piccolo che non avrei lo spazio per girarmi una volta dentro e considerato che ci sono sempre 30 nodi e le cime di alcuni corpi morti ben tese è il caso di soprassedere.
 

Ayvalik

Poco più avanti c’è la solita baietta deserta, diamo fondo in 4 metri d’acqua. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, dalla barca ho visto un fondale che potrebbe non tenere bene, meglio dare un’occhiata di persona. Altre due bracciate e sono sulla riva, una spiaggia di ciottoli scuri, guardo Piazza Grande in controluce col sole basso, l’acqua appena increspata, un piccolo branco di pescetti volanti salta sulla superficie del mare, ricordo le sere della mia infanzia a Capo Peloro, l’estrema punta settentrionale della Sicilia, davanti Messina, ed ho la stessa sensazione di tranquillità interiore. Sulla spiaggia un pezzo di cima impiombata, una boa rotta, brandelli di un canotto di gomma leggera e tanti pezzi di plastica di tutte le forme, avanzi di pseudociviltà vomitati dal mare durante qualche mareggiata. L’unica nota stonata di questo idillio sono le mosche, tante, fastidiose, a volte di quelle che pizzicano dolorosamente, ce le portiamo appresso da qualche giorno, ronzano attorno disturbando qualsiasi attività.
 

Gente di Ayvalik

E’ bello svegliarsi al mattino e dopo un caffe alzare le vele e correre nel mare che riluccica di un sole ancora non alto all’orizzonte. Il Meltemi da queste parti lo chiamano Poyraz, sarà lui a spingerci lungo il Canale di Lamna e poi lo Stretto di Mitilene, verso Ayvalik. Prima di entrare in città mi piacerebbe fermarmi in una rada del piccolo arcipelago di isolette, basse e disabitate, che c’è di fronte, ma anche stamattina la batteria motore era giù, non mi va di fare affidamento su quella dei servizi, anzianotta anche lei, bisogna ricomprale al più presto, soprattutto la prima, quindi via per queste 20 miglia verso il marina della solita catena Setur che ne gestisce parecchi un Turchia, tutti di buon livello e, purtroppo, prezzi adeguati, anche se non paragonabili a quelli italiani (ma qualsiasi marina italiano, anche il più sfigato, è più caro pure di Saint Tropez). Chiamo sul VHF per chiedere se c’è posto, arriva il gommone, mi indica un piccolo spazio fra due barche a motore, una delle quali ormeggiata di prua e con due enormi fuoribordo neri che sporgono dietro; il vento, ovviamente, è al traverso, i soliti 30 nodi, se sbaglio manovra farò la fine di una qualunque vittima di Caio Duilio, quello che abbordava le navi con i rostri sulla prora. Manovra lenta se il vento stenta, manovra lesta se il vento infesta, dice un vecchio adagio, prendo quindi la rincorsa e affondo la manetta a retromarcia, calcolando qualche metro di scarroccio sottovento, infilo lo stretto pertugio largo quanto Piazza Grande, poi a mezzo metro dal pontile do un affondo di marcia avanti e la barca si ferma. L’ormeggiatore nel frattempo, lesto anche lui, è saltato a terra per passare la trappa ad Alessandra e raccogliere le cime che gli lancio io. Manovra perfetta, il tizio ed io ci guardiamo e solleviamo all’unisono il pollice in segno di reciproca approvazione.
 

Seguimi, con le buone o…

Ayvalik si trova in fondo ad una baia cui si accede attraverso un canale dragato a circa sei metri, guai ad uscire dal tracciato segnalato dale mede, ci si ritroverebbe insabbiati in mezzo metro di fondo. E’ abbastanza stretto e per avere il nostro quotidiano brivido, entriamo con vento forte nel momento in cui parte l’esodo di tutti i caicchi che portano in gita giornaliera i turisti. Che emozione vederseli tutti a prua che ti puntano addosso, tutti insieme, con cronometrica armonia. La città è carina, non bella, ma una sosta la merita tutta, facciamo due passi, c’è un centro storico piuttosto trascurato ma interessante, ci sono tante botteghe di ogni genere, un paio di piccoli bazar, molti ristorantini per tutti i gusti, la sera ceniamo con 10 euro in due, un brodo di carne ed un piatto di polpette di carne. Quando chiedo se hanno la birra, cosa non scontata in Turchia specialmente nei posti dove servono cucina turca, il cameriere lascia sospesa per un istante la mia domanda, poi, prima che per rompere l’imbarazzo possa dirgli che non importa, mi risponde Ok, no problem, che traduco come: è un problema, ma posso risolverlo. Si allontana qualche minuto e torna con una bottiglia di Efes gelata che mi porge con un sorriso. Ecco, questo mi piace molto dei turchi, sono liberi interiormente, hanno le loro idee, il loro credo, la loro etica, ma non si ritengono depositari di una verita cosmica, non pretendono di piegare il mondo alla loro visione delle cose. Altri due passi per i vicoli, sotto il pergolato di un bar molti anziani che chiacchierano snocciolando fra le mani il loro immancabile rosario, un uomo scarica una capra viva da un’automobile e per costringerla a seguirlo gli prende le corna con una mano e gli infila l’altra nell’orifizio posteriore, sembra un sistema collaudato, l’animale, seppur recalcitrante, si sottomette al volere del suo padrone. 

All’ancora vicino Ayvalik

Un paio di giri in altrettanti uffici per espletare le formalità di uscita, l’acquisto della batteria motore ad un prezzo più alto di quello che avrei pagato a Canakkale, ma questa è una località turistica, era ovvio, poi la giornata può dirsi conclusa. In teoria avremmo tempo fino alla mezzanotte di oggi per lasciare la Turchia, come recitano i mille timbri sul passaporto e sul transit log, in reltà la voglia di passare la notte in qualche rada qui di fronte è forte e decido che per una volta delle rigide regole turche me ne frego, tanto fuori c’è il ventone, alle brutte dico che sono stato costretto a fermarmi per il meteo avverso. Ed è con i soliti 30 nodi, non senza prima una passeggiata in testa d’albero per raddrizzare il Windex piegato, che lasciamo il marina di Ayvalik, sono tranquillo, sorrido riflettendo su questa mia tranquillità, penso che fino a non molto tempo fa con 30 nodi avrei raddoppiato le cime in banchina e me ne sarei andato al bar. Si naviga, si cresce, si conosce meglio la barca, si sta conseguentemente più tranquilli. Troviamo la baia che fa per noi, ci sono un paio di caicchi che se ne vanno nel giro di due d’ore, siamo ancora una volta l’unica barca, di fronte a noi una piccola spiaggia popolata solo di gabbiani e lepri selvatiche così grosse che all’inizio pensavo fossero cani. Mi viene in mente che so fare un ottimo ragù di lepre, quasi quasi carico il fucile subacqueo… E invece no, dopo un bagno in un acqua così gelida da togliere il fiato, preparo una bella padella di cipolle, melanzane, peperoni e patate, pregustadone il sapore mentre il profumo si spande in aria. Domani si va via da questo bellissimo paese, ciao Turchia, ci rivedremo sicuramente, mi piaci troppo per non tornare. Benritrovata Grecia.

Dietrofront, prima che il Mar di Marmara si svuoti


Sorseggiando una Efes gelata, l’ottima marca turca di birra, osservo dall’alto di una terrazza che offre un’ampia veduta della penisola del Corno d’oro il fitto andirivieni di traghetti alla fermata prospicente il ponte di Galata. E’ incredibile con quanta velocità e perizia vengano effettuate le manovre di accosto e di attracco. Uno va, un’altro viene, incessantemente, per collegare le due sponde del Bosforo in diversi punti, trasportando ogni giorno decine di migliaia di persone che saltano con indifferenza dall’Asia all’Europa, là dove la contiguità sfuma, fino ad annullarla, qualunque diversità, sia del territorio che degli individui. Osservo il brulicare di gente, variegatà umanità scompigliata nei capelli dal forte vento, ed osservo me stesso, scompigliato nei pensieri forse ancora di più.

Sono con Alessandra, un’amica velista che mi ha raggiunto in aereo per navigare alcuni giorni con me durante quello che tecnicamente si configura come un viaggio di ritorno perchè Istanbul era la meta estrema, il traguardo lontano da tagliare prima di voltarsi indietro. In realta il ritorno sarà piuttosto lungo, sicuramente più dell’andata dato che in queste settimane ho sempre corso, vedendo poco e niente dei posti che ho toccato, mentre d’ora in poi vorrei navigare in modo molto più lento e rilassato. Per certi aspetti si può dire che la vacanza comincia oggi, per quanto qualcuno dica che dopo i due mesi non si può più chiamare vacanza, ed è già un mese e mezzo che io ho lasciato Roma e Piazza Grande le putride acque di Fiumara.
 
Il ponte di Galata dall’alto

Sono venuto qui a Galata perchè ci sono gli uffici dell’Harbour Master di Istanbul, l’autorità marittima che sovrintende il traffico navale, dato che è obbligatorio registrare qualunque cambio di equipaggio. La Turchia non è nella UE, non ce l’abbiamo voluta, quindi le procedure non sono snelle come in Grecia. Viste le pessime performance dell’Euro e l’ottimo andamento dell’economia turca, suppongo che ora a non voler entrare nella UE siano i turchi, non resta quindi che armarsi di pazienza e fare tutte le carte necessarie. Oggi è il primo giorno di Ramadan, o Ramazan come dicono qui, cosa che ci crea qualche piccola difficoltà, sia perchè gli orari di lavoro si interrompono bruscamente appena il muezzin dà il segnale che si può tornare a mangiare e bere, sia perchè nei primi giorni i praticanti sono nervosi per l’astinenza, almeno fino a quando il corpo non si abitua e prende il ritmo invertito dei pasti notturni. Comunque sia, riusciamo a risolvere tutto rapidamente, grazie anche al supporto di Ahsen, una mia amica locale che ci fa da interprete nei vari uffici. Svolte le formalità burocratiche, ci concediamo una cena turca in una bettola e poi due passi a piedi nelle stradine attorno allo Spice Bazar, frequentate a sera dai migliori spacciatori di falsi di ogni genere, vere opere d’arte, dove per 6 Euro trovo la maglietta del Fenerbahce che mi ha chiesto mio figlio, tale e quale a quella originale, ci sono tutti gli stemmi e stemmini che ci devono essere, come mi mostra orgoglioso il venditore. Per rientrare in barca prendiamo un traghetto, a bordo del quale conosciamo Roberto, un argentino con parecchia voglia di chiacchierare. Fa il regista, è qui da 3 anni circa e gira documentari, mi racconta, sui rapporti fra gli ebrei sefarditi di origine spagnola e gli ebrei turchi. Immagino che a Buenos Aires sia il tema del giorno.
 

Isolotti nel Mar di Marmara


Per risparmiare un po’, ho passato due notti davanti al marina di Kalamis, dando fondo nella tranquilla e ridossata rada di fronte all’ingresso. Stamattina mi sono svegliato circondato da un paio di decine fra Optimist e Laser, una scuola di vela stava facendo la sua lezione. Passa un barcone collettivo pieno di ragazzini con l’instruttore, li saluto, sono contenti e mi risalutano, poi vedo un Laser che mi punta, arriva a pochi metri da me e mi stramba sopravvento. Chissà come si dice in turco: Hey ragazzino, perchè devi venire a strambare a pochi metri da me che sto all’ancora e per giunta farlo sopravvento, che se per caso manchi l’abbattuta ti spiaccichi sulla mia murata? Deve essere un vizio locale, ieri una barca di una dozzina di metri, mentre avanzavo a motore quasi a ridosso del frangiflutti e dell’ingresso del marina, mi ha costretto a cambiare rotta per passarmi di prua e poi andare a virare un attimo prima di sfracellarsi sugli scogli. No, dico, ma non poteva virare 20 metri prima, gli cambiava tanto la vita? Ragioni imperscrutabili dei regatanti, anche in allenamento si ingarellano col primo che gli capita davanti, fosse pure un pedalò con a bordo una coppia di pensionati, devono far vedere che loro sono cazzuti, ignorando che i più vanno per mare con altro spirito, uno spirito che antepone il relax a qualsiasi performance. Vabbè, mi tolgo di mezzo, tanto una notte in marina era prevista, c’è da imbarcare Alessandra, fare la spesa, lavare la barca, fare i documenti, ecc. Salpo l’ancora ed in 5 minuti sono sul pontile del porto più fichetto di Istanbul: bar, ristoranti e circolo nautico con atmosfera da vecchia marina, pure questo ogni tanto non guasta, il personale cortese è la ciliegina sulla torta.
  Ne approfitto per collegarmi ad Internet, cosa che negli ultimi giorni ho potuto fare solo di sfuggita, apro un paio di giornali online e mi prende lo sconforto: titoli centrali su Berlusconi, sulle condanne passate e presenti di Berlusconi, sui riflessi delle condanne di Berlusconi sul governo, e via così. Guardare la vita politica italiana col piccolo distacco dato da un’assenza di qualche settimana è terrificante, siamo una società imbalsamata da 20 anni, i turchi hanno avuto crisi economiche e terremoti in questo periodo e si sono ripresi alla grande da entrambi, hanno costruito ponti e grattacieli, un tunnel ferroviario sotto il Bosforo e progettano nei prossimi 10 anni un’opera di dimensioni bibliche, il raddoppio del canale navigabile dal Mar di Marmara al Mar Nero. Noi, invece, stiamo ancora a parlare dei processi di Berlusconi; che tristezza, che tristezza infinita. Mi piace la vitalità della società turca, dinamica ma al tempo stesso legata alle proprie tradizioni e di esse fiera; le strade che corrono fra grattacieli altissimi sono percorse dai tipici venditori di ciambelle al sesamo. Noi non solo non abbiamo i grattacieli, ma non abbiamo più nemmeno i venditori di fusaje o mosciarelle, anzi, mi chiedo quanti oggi sanno cosa sono le fusaje e le mosciarelle, cartoccetti pieni della mia infanzia.
 

Un bel tratto di costa

A mezzogiorno di mercoledì lasciamo il marina di Kalamis con un cielo leggermente velato, ma tanto da queste parti in questa stagione non piove mai. L’ho detto pure ad Alessandra quando mi ha chiesto se portarsi o no la cerata. Ma no, ma che cerata, un Kway leggero è sufficiente, facciamo i Dardanelli in estate mica Capo Horn in inverno. Non piove ma in compenso il vento non manca, partiamo subito al lasco con 20/25 nodi che ci spingono inizialmente a più di 8, ma inutile illudersi che Piazza Grande nella notte si sia trasformata in un missile da regata, semplicemente la corrente del Bosforo si fa sentire fino ad diverse miglia di distanza. Comunque, finito il suo effetto, ci mettiamo sui 7 nodi galoppando sulle onde che è un piacere.
Ma davvero qui non piove mai?, mi fa Alessandra, perchè vedo un nuvolone nero proprio sopra di noi. Il tempo di mettere la testa fuori ed un acquazzone ci investe in pieno con il conseguente rinforzo di vento. Recupero di corsa la cerata (io me la sono portata, mica sono uno di quelli che vanno in barca col Kway, io!) e tutto imbacuccato mi piazzo al timone. Do ad Alessandra la consegna di restarsene sottocoperta visto che è incautamente sprovvista di cerata.
 

Karaburun o Lavinio?

Ricapitolando: sono al timone dell’unica barca che c’è in giro, sotto una pioggia scrosciante, con un metro e mezzo d’onda al giardinetto, raffiche ampiamente sopra i 30 nodi e… sto bene! Lo spettacolo è entusiasmante, la forza della pioggia che lentamente placa quella del mare ed io a barcamenarmi fra entrambe. Mentre timono fischio Lisa dagli occhi blu senza le trecce la stessa non sei più ed altri terrificanti hits della mia infanza, quella in cui annegavo felice fra fusaje e mosciarelle.
  Abbiamo deciso di fermarci per la notte a Karaburun, un nome scelto sulla carta nautica per il grosso pregio di apparire ridossato al vento da nord, ignoro che tipo di località possa essere. Mentre la costa settentrionale del Mar di Marmara scorre sulla dritta, vedo alternarsi qualche agglomerato industriale e piccoli insiediamenti urbani, Karaburun invece appare, quando ci siamo davanti, una località di villeggiatura fatta di palazzine e squallide villette a schiera, qualcosa che ricorda un po’ Lavinio o Cerenova, tanto per fare un paio di nomi di casa nostra. Il vento cala, cala pure l’ancora, anche se in un altro senso, e la notte scorre tranquilla. Putroppo ammainando la randa mi accorgo di un piccolo strappo. Ma non poteva rompersi ieri che stavo ad Istanbul ed avevo mille strade da intraprendere per ripararla? Beh, l’occorrente per ricucirla ce l’ho, bisogna trovare il meteo giusto per ammainarla e fare il lavoro, nel frattempo si va di fiocco e gennaker, tanto d’ora in poi il vento sarà sempre a favore grazie alla regolarità del Meltemi.  
 

Minareto nano a Pashalimani

L’indomani partiamo con calma, c’è meno vento del giorno prima, il fiocco si rivela presto insufficiente, alziamo il gennaker e la barca prende il via. Facciamo poco più di 5 nodi, direi che va bene. Prua verso sud, verso Pashalimani, una piccola isola al centro del Mar di Marmara, un po’ per spezzare le miglia verso i Dardanelli, un po’ per la curiosità di vedere il posto. La giornata scorre tranquilla, per non dire monotona, le uniche cose che annoto sul diario di bordo sono: ore 9.00 salpato da Karaburun, ore 17.30 dato fondo a Pashalimani. Ne approfittiamo per spolverare un po’ dei dolcetti comperati ad Istanbul, alcuni buoni, altri un po’ secchi e stucchevoli per il nostro palato. Limani in turco vuol dire porto nel senso di baia, un po’ come harbour in inglese, quindi Pashalimani è il porto del pasha. Cosa facesse qui un pasha me lo chiedo: un pugno di case, un moletto occupato da un peschereccio ed una piccola moschea con un minareto basso e grassoccio che sembra un trullo di Alberobello, chissà se è opera di un architetto pugliese convertito alla religione di Maometto. Impossibile andare a terra perchè il molo non sembra agibile e di mettere in acqua il tender proprio non ho voglia anche perchè ora c’è parecchio vento. Impossibile anche fare un bagno perchè l’acqua è impestata di meduse. Non resta che aprire una birra e godersi il panorama, c’è un silenzio irreale interrotto solo dal lento scoppiettare dell’entrobordo di un gozzo con sopra un uomo ed un bambino che il sole basso tende a nascondere alla vista. Sembra l’Italia di 50 anni fa, il posto non è niente di che ma l’atmosfera è veramente stupenda. Per cena un bel piatto di spaghetti alla puttanesca che ci restituisce le energie, poi un controllo all’ancora e via a nanna, domani si salpa presto, le miglia da fare sono tante fino a Canakkale, ultima sosta prima di tornare in Egeo, indugiare ulteriormente in queste acque non ha molto senso, il mare ha un triste color petrolio e le isole sono aride, brulle e cosparse qua e là di costruizioni brutte e moderne. C’è da dire però che essere l’unica barca da diporto in giro ha il suo fascino.
 

Pashalimani

La sveglia suona alle 6 e mezzo, la macchinetta del caffè è pronta dalla sera prima, basta metterla sul fornello e alle 7 siamo già in marcia, il vento non è molto quindi per un paio d’ore lascio acceso il motore, anche per ricaricare un po’ la batteria che da qualche giorno da segni di stanchezza, mi sa che a Canakkale tocca ricomprarla. A metà mattinata spengo il motore e alziamo il gennaker, Piazza grande prende il via, stiamo sempre abbondatemente sopra i 6 nodi, sempre grazie alla corrente che scorre sempre nella stessa direzione, dal Mar Nero attraverso il Bosforo entra nel Mar di Marmara e poi nei Dardanelli verso l’Egeo. Tutti i giorni così, sempre, da che esiste il mondo. La domanda sorge allora spontanea: perchè il Mar Nero non s’è svuotato ancora? Forse perchè ha un grosso afflusso d’acqua da qualche fiume? Allora dovrebbe essere un mare d’acqua dolce. Molti stretti e canali, quello di Messina ad esempio, hanno la corrente che si alterna nei due sensi secondi cicli prestabiliti da madre natura, da queste parti, invece, tutto scorre (stavo per dire panta rei, ma sono ancora in Turchia, mica in Grecia!) sempre allo stesso modo. Mah, resto con i miei dubbi e nel dubbio ne approfitto e sfrutto il moto d’acqua a mio favore. Entrando nei Dardanelli la corrente aumenta parecchio nei punti dove il canale si restringe, filiamo a 7/8 nodi con sì e no una dozzina di nodi di vento. Per assecondare i gomiti che fa lo stretto, dobbiamo strambare un paio di volte, in una di queste mi coordino male con Alessandra ed il gennaker si aggroviglia attorno allo strallo di prua. Sarebbe niente, se non fosse che l’imbuto della calza si incastra fra l’albero e l’attacco alto dello strallo, quindi anche mollando la drizza non verrebbe giù. Bella situazione, di quelle che sogni prima di prendere il mare! Provo a mollare la mura per lasciarlo andare a bandiera ma non cambia nulla, fra l’altro temo che sbattendo forte al vento possa rompersi, già ho la randa fuori uso, se si strappasse pure il gennaker sarebbero dolori. Alla fine, con un po’ di pazienza ed un paio di giri su noi stessi, riesco a farlo ripassare dietro lo strallo e rimettere tutto a posto. Bel numero da circo, però.
Al traverso di Gelibolu, Gallipoli per noi italiani, riesco a mettermi a farfalla con gennaker e fiocco e fare 5 nodi e mezzo con 5 di apparente, ovviamente col solito trucchetto della corrente, è bene sfruttarla finchè il Mar Nero non finisce di svuotarsi. Un barber agganciato alla falchetta aiuta la vela a mantenere la corretta forma e alle 8 di sera passo le cime al ragazzo del marina di Canakkale, che mi riconosce e un po’ mi fa sentire di casa.
 

Andatura a farfalla

La mattina di sabato se ne va fra spesa e commissioni varie, fra cui la ricerca della batteria, trovata a buon prezzo ma purtroppo di dimensioni troppo grandi per il vano che la deve ospitare. Dopo un pranzo veloce con un mattone di pasta sfoglia imbottito di ricotta e spinaci che mi vale le calorie necessaria per un paio di settimane, affrontiamo l’ultimo tratto dei Dardanelli e poi il breve tratto di mare verso Bozcaada, una piccola isola turca appena fuori lo stretto. Mentre percorro queste ultime miglia di questo mare, rifletto su quanto fosse differente il mio stato d’animo due settimane fa quando navigavo in senso inverso. Avevo l’impressione di affrontare una navigazione importante, di bordeggiare nella storia, circondato da decine di navi che imponevano un’attenzione massima e costante. Oggi invece tutto mi appare normale, non dico scontato, ma sto come se facessi Anzio-Ponza, mi guardo attorno, apprezzo, ma mi manca quel quid che da la sensazione, o forse l’illusione, che stia facendo qualcosa di epico. Non bisognerebbe mai ritornare, canta il saggio Guccini, forse siamo esseri destinati alla noia, costretti a ricercare sempre nuove emozioni per sentirci veramente vivi, sono quindi contento di rientrare in Egeo, so che qui le emozioni non mancheranno di certo.
 

Il mostro

Nel frattempo un pizzico di emozione la restituisce la Seago, una porta-container  di 294 metri che a 12 nodi punta la nostra poppa senza avere l’aria di volerci passare nè a dritta, nè a sinistra. Quando è ad un paio di centinaia di metri decido che sono io a dover prendere l’iniziativa e orzo deciso di una 30ina di gradi verso la costa, portandomi a distanza di sicurezza. Il mostro ci sfila accanto sollevando un’onda imponente e mostrandosi in tutta la sua enormità
Il monumento ad Ataturk, posto a guardia dell’ingresso ai Dardanelli, è il segnale che siamo usciti, sfruttiamo gli ultimi sprazzi di corrente, poi Piazza Grande torna ad essere quella che è, una tranquilla barca da crocera, con dietro di sè una scia lunga 1500 miglia, quelle percorse dal 2 giugno ad oggi, e davanti tanto mare ancora da percorrere, ancora da emozionare. Guardo il blu dell’Egeo, la costa turca dell’Eolia ci attende e penso che infine uscimmo a riveder le stelle.

Nel Bosforo, arteria pulsante di Istanbul


Istanbul è. Alcune città, alcuni luoghi, sono qualcosa, Istanbul è e basta. Il Bosforo l’attraversa tagliandola in due fisicamente, dividendola fra due continenti, ma senza spezzarne la continuità, è un mare che anzi unisce le due sponde, con traghetti e ponti, con milioni di persone che ogni giorno l’attraversano nei due sensi, incessantemente, instancabilmente. Ma la continuità di Istanbul non é monotonia, perché Istanbul è tutto ed il suo contrario, è il contrasto inimmaginabile, lo stridere fastidioso degli opposti, è est, è ovest, è Asia ed Europa, è modernità e tradizione, é ricchezza e povertà estreme. 16 milioni di persone ne fanno, per dimensione, una metropoli asiatica e infatti lo è, ma quanta Europa c’è a Istanbul, antica e moderna! Istanbul siamo noi, Costantinopoli, ma anche gli Ottomani, Bisanzio. Istanbul è passato e presente

Il ponte di Galata

Istanbul è le mille moschee con le ogive dei loro minareti, la penisola del Corno d’oro, la torre di Galata, costruita dai genovesi, il ponte di Galata con le tante persone che affacciate con la canna da pesca in mano cercano di insaporire la propria cena, è le stradine di Sultanhamet affollate di turisti, i palazzi imperiali, i bastioni turriti, le paraste degli edifici neoclassici, Santa Sofia, la Moschea Blu, il Topkapi, il Dolmabahce, le case di primo novecento sulle rive del Bosforo, il Gran Bazar, i mercatini all’aperto, lo Spice Bazar con i suoi odori pungenti, l’estasi dei dervisci rotanti, la danza del ventre, la musica che suona nelle strade, la litania dei muezzin scandita ad orari prestabiliti. 

Uno skyline che sembra a quello di New York

E’ i grattacieli, alti, tanti, con le gru alzate per costruirli, una distesa sterminata di cemento per decine di chilometri, i centri commerciali, il traffico costante ed impazzito delle sue arterie, le terrazze chic degli alberghi, le case eleganti di Bagdat Street, la coltre di smog che tutto copre ed appanna, una metropoli sconfinata tempestata di bandiere rosse con la mezzaluna e le foto di Ataturk ovunque, Ataturk in divisa dell’esercito, Ataturk che nuota, Ataturk in abito di gala, Ataturk che ti scruta maliardo. Istanbul sono tante di persone, tutte diverse, le donne velate, le minigonne, le palandrane, i decoltè spinti, i giovani vestiti sportivi, i mendicanti, gli uomini d’affari in limousine, i mille mestieri ambulanti, i lustrascarpe, i venditori di ciambelle al sesamo, i carretti con le pannocchie arrostite o le cozze al limone, il kebab, le verdure grigliate; sono i gas lacrimogeni di oggi a Piazza Taksim.
 

Piazza Taksim in un momento di pausa della protesta

E’ terra e mare, le navi che puntellano l’orizzonte, le petroliere, i cargo, le gru che movimentano le merci, i porti, i marina per il diporto, i traghetti che riversano fiumi di gente sulle sponde, poi le luci della città che si riflettono sull’acqua, due enormi ponti moderni che uniscono il mondo, i caicchi che navigano sotto i loro pilastri, un piccolo stormo di uccelli marini che fa da contorno, a Istanbul c’è posto anche per loro.
 

Venditore di ciambelle al sesamo

Istanbul è Oram Pamuk, Elif Shafak, Ferzan Ozpetek, Esmahan Aykol, è il sorriso della gente, la cortesia; sono due occhi neri che ti scrutano profondi, perché Istanbul può essere struggente come è a volte la sua musica melensa, ammaliare con mille luci, disgustare per la sporcizia e la poverta che trovi in certi angoli, ma si finisce sempre col restare lì sospesi a guardarla fra la nebbia del mattino, perché sospesi siamo noi nell’effimero attimo della nostra esistenza, incerti del futuro, incerti del presente, caduchi come foglie d’autunno. Istanbul, invece, è lì per restare.

Faccio due giorni a spasso per la città, così a zonzo dato che ci sono già stato un paio di volte è ho già visitato gli spot turistici più gettonati, mangio un kebab, faccio un po’ di foto e compro i sospirati jeans, due paia, starò bene per un pezzo! Incontro Ahsen, una vecchia amica appassionata dell’Italia, che mi consiglia di investire in immobili. Istanbul è in pieno boom edilizio, è impressionanate la quantità di palazzi in costruzione, così tanti che viene da chiedersi perchè si debba a tutti i costi edificare pure in un parco cittadino, il casus belli dei disordini di queste settimane. Mi indica un’appartamento a Galata: L’hanno comprato degli italiani 5 anni fa per 200 mila euro, ora lo stanno rivendendo, chiedono un milione. Però, mica male, averlo fatto io l’investimento sarebbe la volta buona che mi compro un Hallberg Rassy. Ssssttt… sennò Piazza Grande si offende!
 

La Moschea Blu

La mattina di sabato saluto il cortesissimo personale del marina ed esco in mare, sempre gentili i turchi. Faccio in tempo a pensarlo che i due ormeggiatori mi dicono di essere uno macedone e l’altro ungherese, entrambi di famiglie scappate 30 anni fa da guerre o regimi insopportabili. Vabbè, ma ormai si sono turchizzati, sono cresciuti qui, dei turchi hanno assunto il carattere ed i modi. Voglio avvicinarmi al Bosforo e percorrerlo l’indomani, farlo oggi sarebbero troppe miglia e una piacevole passeggiata si trasformerebbe in una sgroppata fra mare, vento, onde e traffico marittimo sostenutissimo. Procedo a zig zag per alcune ore, sia perchè il vento da NE mi costringe a bolinare, sia perché devo continuamente schivare qualche grossa nave che è ormeggiata o avanza con la sua enorme prora proprio verso di me. Incrocio un paio di navi da guerra scoprendo che non hanno il trasponder dell’AIS acceso, sul monitor non le visualizzo. A sera do fondo davanti al marina di Kalamis, evito di entrare dopo aver consultato il listino prezzi per l’ormeggio. Guardo la città, è lì davanti a me, a 50 metri dalla mia prua, la gente passeggia sul lungomare, mi arrivano notizia di nuovi scontri a Taksim, forse mi arriva anche l’odore acre dei lacrimogeni, ma qui nessuno sembra occuparsene ed i bar all’aperto continuano a servire drink e mandare musica dagli altoparlanti.
 

Moltissime grandi navi alla fonda davanti alla città

Domenica è il gran giorno, ho fatto una dormita spettacolare e mi sento in forma, salpo l’ancora e punto diretto l’ingresso del Bosforo. Ho 1200 miglia dietro di me, la strada che ho percorso in circa 4 settimane da Roma a qui, una lunga scia che vista sulla carta nautica fa un po’ effetto. Entro nel canale tenendomi al centro, il portolano avverte che ci sono sul lato dritto delle chiatte che lavorano agli scavi di un tunnel sotterraneo, bene quindi tenersi lontani. Subito riscontro una discreta corrente contraria, ma era prevista, non mi sorprendo. Vedo sfilare attorno a me le icone di questa città, Aya Sofia, la moschea blu, i palazzi dei sultani e tutto il resto. Bello vederli dal mare dopo averli visti da vicino sulla terraferma. Impossibile descrivere con parole il delirio di traffico che c’è, centinaia di traghetti, grandi e piccoli, si muovono in tutte le direzioni, non solo perpendicolarmente dato che collegano anche zone lontane della città, hanno la precedenza assoluta, se non ci fossero le disposizioni dell’autorità marittima a conferirgliela, la prenderebbero d’ufficio per dimensioni e velocità: avanti tutta sembra essere il loro motto. Uno di questi lascia improvvisamente la banchina mentre gli passo accanto e da una suonata di tromba che rimbomba nell’aria per chiedere immediatamente acqua.

 

I traghetti hanno sempre la precendenza

Neanche 10 secondi e suona nuovamente, io non esisto, sono un microbo, un intralcio che deve immediatamente scomparire. Stacco il pilota automatico e faccio un 360 gradi, come le penitenze in regata, per farlo passare. Ma non si può indugiare un istante, la banchina resterà vuota solo un paio di minuti, un’altro traghetto è in arrivo, affondo il gas anch’io prima di subire nuove proteste. Quest’altro è stracolmo di gente, mille occhi che mi guardano, faccio un cenno con il braccio, migliaia di braccia rispondono al mio saluto, alcuni giapponesi mi scattano anche delle foto, diventerò una celebrità al loro paese.

Sfilo accanto ad una grossa boa che segnala bassofondo a est, noto un vortice d’acqua attorno alla sua base, segno che la corrente in quel punto è davvero fortissima. Per sicurezza controllo la velocità al GPS, 0,9 nodi, accidenti, davvero pochino, ma sono col motore quasi al minimo, è normale che… No, non è normale per niente! L’occhio mi va sulla traccia disegnata sul monitor, faccio sì circa un nodo, ma all’indietro, incredibile! Avanti tutta, motore a manetta prima che la corrente mi risucchi verso il Mar di Marmara. Sono quasi al primo dei due ponti, intravedo alcune motovedette della Guardia Costiera, sono unità ultraveloci ed armate, non fanno una bella impressione. Avvicinandomi vedo che fermano uno yacht e lo fanno tornare indietro, vuoi vedere che oggi non si passa?
 

La forte corrente intorno ad una boa

Faccio finta di niente e proseguo, scattando mille foto, cercando di inquadrare Piazza Grande ed il ponte insieme. Poi un fischio di sirena, un piccolo affondo di gas e una motovedetta mi si avvicina dicendomi da un megafono qualcosa in turco che ovviamente non capisco. Ma c’è poco da spiegare, i gesti che ci scambiamo sono quasi ridondanti, accosto deciso a dritta per scattare qualche foto col ponte di fianco ed accostarmi alla sponda opposta, poi giro la prua e torno indietro. Non ho idea del perché di questo divieto, in effetti oggi non ho visto neanche una nave transitare nel canale, mentre nei giorni scorsi era un andirivieni continuo, chissà se è un normale stop domenicale o qualcosa di collegato ai disordini di ieri. Comunque sia, missione compiuta, dovevo arrivare fino al ponte, scattare qualche foto che ho promesso alla Lega Navale di Roma dove si vedesse bene il guidone sociale sotto la crocetta sinistra, posso andare in pace. Ora la corrente è a favore, la barca avanza da sè, mi infilo nel Corno d’Oro fino al ponte di Galata, poi ne esco e lentamente riguadagno il mare aperto.
 

La mia meta, il ponte fra i due continenti

Dato che è presto, decido di fare una puntatina alle Isole dei Principi, un piccolo arcipelago a pochissime miglia da Istanbul, anzi, vista l’estensione della città, tecnicamente proprio di fronte. Idea pessima dato che le isole sono la meta domenicale preferita dei turchi, giro per due ore senza successo alla ricerca di un ancoraggio decente. Le spiagge sono zeppe di ombrelloni e di persone, il mare di barche sopra la superficie e di meduse sotto. Finalmente trovo un buco sui 15 metri di fondo, ma c’è vento, lo spazio e pochissimo e filando 30 metri di catena, comunque pochi per stare tranquilli, sono quasi addosso ad una barca a motore. Niente, oggi non c’è verso di rilassarsi un po’, mi armo di pazienza e rifaccio la manovra. Sto un’oretta e poi decido di tornarmente davanti a Kalamis, ci ho passato una notte tranquillissima, non c’è ragione di restarmene qui. Un vento di circa 25 nodi mi spinge di bolina quasi a 6, ci metto poco ad arrivare. Entro nella piccola baia, ritrovo il mio posto, l’acqua qui è appena increspata, il sole rosseggia dietro i palazzi, mi faccio una doccia e stappo una birra per festeggiare. Ho fatto quello per cui ho lavorato alcuni mesi quest’inverno a preparare la barca e per cui ho navigato un mese intero, il Bosforo. Passo una notte serena.


 












Mar di Marmara

Sono le due del pomeriggio quando lascio il marina di Canakkale. E’ stata una sosta tecnica, dovevo fare i documenti di ingresso in Turchia, ma ero anche curioso di visitare questa cittadina. E’ piuttosto pulita ed ordinata ed ha un centro piacevole per una passeggiata, ho fatto bene a fermarmi. Sul lungomare fa bella mostra di sè un’enorme riproduzione del cavallo di Troia, che dista 30 km da qui, pare usata per il film Troy e poi donata dalla produzione alla città. Il transit log è costato 55 euro di spese vive e 30 di commissione per il tizio che si è occupato della cosa. Il portolano di Heikell e Radio Banchina parlavano di cifre molto più alte, addirittura consigliavano di fare le pratiche altrove, m’è andata bene. Nel marina ho conoscuito Sammy, un poveretto semiparalizzato da una grave malattia, come mi ha spiegato nel suo ottimo inglese ma che io non ho capito bene, nè indagato troppo. E’ stato imbarcato per molti anni sulle navi da crocera, ha avuto due mogli, la seconda l’ha lasciato quando si è ammalato. Vive con un piccolo sussidio dell’assistenza pubblica e si arrangia con qualche traduzione. Passa le sue giornate nel marina, sorridendo a chi arriva, facendo buon viso al cattivo gioco che la vita gli ha riservato. Ama l’Italia, mi fa sentire tutta I love you in Portofino dal cellulare, ha voglia di chiacchierare e anche io, decido di offrirgli la cena, accetta di buon grado, andiamo insieme in un ristorantino turco, shis kebab, o quello che è, qui tutta la carne finisce con l’essere chiamata kebab. It’s a shitty life this way, mi dice ad un tratto gelandomi; non so cosa dire, nascondo il mio imbarazzo cambiando discorso. Quando parto mi lascia il suo biglietto da visita, Business consultant, cerca di convincermi ad aprire una pizzeria o importare macchinari per la raccolta meccanizzata delle olive. Chissà, magari la dritta è buona.

L’idea è di uscire dai Dardanelli e mettermi all’ancora per la notte, ho individuato un buon punto sul lato nord, poche miglia dopo Gelibolu, Gallipoli, ne devo fare 30 per arrivarci, vista l’ora non posso indugiare molto. Il traffico di grandi navi sembra oggi ridotto, meglio così, navigherò più sereno, anche se un paio di quelle belle grosse mi passano da poppa a non più di 100 metri. Vedo l’appendice della loro prua fendere l’acqua alzandone una quantità enorme, poi un muro d’acciaio oscura la mia visuale per un paio di minuti, come un’eclissi, lasciandomi infine una scia maleodorante di fumo quando mi trovo sottovento ad esse. Navigare in questo canale è veramente antipatico, la corrente ed il vento hanno un’incostanza incredibile che costringe ad aggiustamenti continui della velatura ed a incessanti correzioni al pilota automatico, non trovo praticamente mai pace. Schivo un paio di traghetti che uniscono Gallipoli alla sponda opposta, sentendomi come il bersaglio di un videogioco, poi finalmente sono fuori, il Mar di Marmara mi accoglie con un bellissimo tramonto ed un vento che si è fatto lieve e mi accarezza fino a che trovo il posto giusto per calare l’ancora. Sono vicino ad un paio di petroliere alla fonda, di fronte a me un bellissimo paesaggio fatto di campi coltivati e dolci colline, potrebbe essere la Toscana, tanto è aggraziato. Il sole tramonta, rosseggiando sul mare, dopo cena cala il vento definitivamente ed io passo una notte un po’ ballerina a causa un’ondina morta residua che fa rollare Piazza Grande.

Alle 6 capisco che non riprenderò più sonno e mi alzo, pronto ad affrontare un altro pezzetto di questa lunga rotta. Mi restano un centinaio di miglia fino a Istanbul, voglio spezzarle in due fermandomi sull’isola di Marmara, la principale del piccolo arcipelago che da nome al mare che lo bagna. Però, anzichè nel porto principale, decido di puntare Asmalikoy, un porticciolo un po’ sperduto di quelli che piacciono a me e di cui il portolano testualmente dice: uno scenario quasi inquietante che ricorda i luoghi immaginari descritti ne Il signore degli anelli. Dato che non ho visto nè letto Il signore degli anelli, decido di farmi una cultura in materia direttamente in loco e metto la barca in rotta.

Vela o motore? Me lo chiedo un centinaio di volte durante la giornata, mai una regolazione risulta buona per più di 10 minuti, il vento cambia continuamente di intensità, passando dai 5 ai 25 nodi e viceversa. Vado a motore, apro le vele, 5 minuti e devo prendere una mano di terzaroli, forse anche qualcosa in più se non voglio stare troppo sbandato, ma che dico, c’è calma piatta, riaccendo il motore, no meglio aprire almeno la randa… e via così per tutta la mattina. Sono questi i momenti in cui ringrazi la sorte di averti dato una barca con entrambe le vele rollabili, alla faccia della performance. Questi numeri quasi da circo li faccio in autostrada contromano. Mi spiego: tutto il traffico marittimo dal Mar Nero all’Egeo è regolato secondo il principio elementare di tenere la dritta, come in macchina. Quindi, chi va verso Istanbul sta a destra, chi viene sta a sinistra. Io però ero alla fonda sul lato sinistro, quindi per raggiungere la mia corsia di marcia devo forza tagliare quella del senso opposto, con molta cautela, visti i bestioni che viaggiano da queste parti, però devo farlo per forza. Un paio di navi, che tengo molto sotto controllo sia a vista sia sul radar (AIS), suonano la sirena quando sono a poche centinaia di metri da loro, nel timore che non le abbia viste e non dia loro la precedenza che gli spetta. Il forte suono, cupo e nasale, mi echeggia in testa rimbombando nelle trombe di Eustachio e facendomi sentire un po’ come il matto della barzelletta, quello che aveva imboccato l’autostrada contromano. Quando finalmente sono nella mia corsia ho quasi voglia di cercare un Autogrill per pipì e caffè.
Ma se l’impatto con le navi è scongiurato, i loro effetti indiretti non sono da trascurare, primo fra tutti le onde che sollevano. Una volta stabilita l’altezza media che generano, si sta tranquilli, fino a quando passa un bestione che, per imperscrutabili ragioni ne alza un treno molto più alto. Me ne sto spaparanzato al sole quando vedo un frangente che non dovrebbe esserci. E’ un attimo, afferro un tientibene, Piazza Grande sbatte la prua un paio di volte poi… noooooo! I due piccoli oblò di prua sono aperti! Ecco trovato un passatempo per la prossima ora, asciugare tutta l’acqua che è entrata, meno male che era chiuso il passauomo, sennò c’era da sgottare per due giorni.

Comunque sia, ho il mare di prua e sono costretto a poggiare, che sia vela o sia motore, non si riesce a tenere la rotta sull’isola di Marmara. Vado avanti così per alcune ore, fino a quando il vento mi da un “buono” inaspettato e orzo di parecchi gradi, decidendo di passare nello stretto fra l’Isola di Avsa e l’isolotto che gli sta di fronte. Controllo la carta, controllo il portolano, passaggio tranquillo. All’orizzonte però vedo una lingua orizzontale bianca che sembra proprio un frangiflutti. Rallento l’andatura, anche perchè sulla sinistra c’è una meda che segnala una secca pericolosa, e solo quando sono molto vicino vedo che c’è un piccolo porto non segnalato da nessuna parte. Possibile? Eppure è così! Viene quasi da credere a Schettino che dice che Le Scole non erano sulla carta del Giglio… no, vabbè, non esageriamo. La navigazione procede senza altri intralci, mi guardo attorno, mi avvicino alla costa per osservarla meglio, è molto bella, molto verde, poco edificata e con scogliere a picco che si alternano a piccole spiagge. Mi domando perchè il Mar di Marmara abbia una così cattiva fama, il paesaggio è veramente greadevole, poco il turismo terrestre, esclusivamente turco, e praticamente inesistente quello nautico, in tutta la giornata ho incrociato sì e no un paio di barche. Purtroppo è pieno fino all’inverosimile di meduse, di un tipo che non ho mai visto altrove, impossibile anche solo fare un tuffo. E pure l’acqua non è di un colore proprio invitante…

Verso le 5 entro nel porto di Asmalikoy, praticamente deserto, qualche barchino da pesca su un lato, sull’altro solo una vecchia ciabatta di legno con un palo in coperta ed una badiera russa a brandelli a poppa. Decido di mettermi all’inglese, come i russi, ma un vecchietto in banchina mi fa segno di mettermi di poppa: hai visto mai occupassi troppo spazio! Mi prende le cime, fa la gassa anzichè ripassarmele a doppino, ma non importa, poi mi dice qualcosa in turco, che ovviamente non capisco. Allora chiama in soccorso un tizio che sta poco più in là con la sua barca, che arriva e mi parla in tedesco. Niente, non ci siamo proprio. Provo ad azzardare una domanda, se c’è un’autorità portuale a cui va comunicato l’ormeggio. E’ il loro turno ad essere perplessi. La comunicazione si sblocca quando mimo il saluto militare, non s’è mai visto un italiano non riesce a farsi capire con qualche gesto.
Alla fine anche io capisco loro, bisogna pagare per l’ormeggio. Per dirmi la cifra arriva in aiuto la figlia in età scolare del secondo tizio, che sa contare in inglese: 30 lire turche o 12 euro che dir si voglia. Mi pare sinceramente troppo, mostro un biglietto da 20 lire, il vecchietto fa segno di sì, le prende e sparisce via. Scendo a terra per qualche foto, il tizio con la bambina anglofona mi dice “Turkish beer”, non ho idea di cosa voglia dirmi, ma per non sapere nè leggere nè scrivere rispondo yes. Lui stappa una bottiglia e me la passa con un sorriso. Vorrei dirgli che noi a Portofino o a Taormina facciamo lo stesso, appena arriva un turco con cui non riusciamo neanche a dire due parole gli offriamo da bere. Ma c’è l’ostacolo linguistico e forse per questa volta è meglio così. Più tardi ricambio la cortesia con mezza caciottina greca che ho comprato l’altro giorno a Lemnos: typical italian, gli dico, tanto che ne sa, ti pare che se ne accorge. Mi sorride, gli sorrido, usciamo contenti entrambi da questo scambio culturale. Spero solo che i greci non insaporiscano il formaggio con il lardo o qualche altro grasso animale proibito dal profeta, nel caso che Allah mi perdoni per aver condotto sulla via del peccato una sua pecorella.

Se tutti i paesini italiani hanno la loro chiesetta con il suo campanile che svetta fra i tetti, i paesini turchi hanno la moschea con il minareto. Belli entrambi, ma se nel primo caso si patisce qualche scampanata, nel secondo si subisce un vero e proprio martirio acustico. Cinque volte al giorno, ad orari prestabiliti, il muezzin, anzi un nastro registrato o forse negli ultimi tempi un Ipod, ricorda a chi se lo fosse scordato che Allah è grande. Una di queste litanie è schedulata per le 4.30 del mattino, ad un volume che farebbe sentire a casa un disk-jokey. La serie di gorgheggi mistici va avanti per diversi minuti, con pause di alcuni secondi fra un fraseggio musicale e l’altro, illudendo ogni volta che sia finita lì. Verrebbe voglia di tirargli qualcosa o di andare a svegliare l’imam quando se la dorme profonda lui.

Alle 7 e mezzo, dopo l’immancabile caffè, recupero l’ancora portandomi via alcuni malloppi di fango ed alghe putrescenti, appena fuori dal porto mi tocca calarla in mare e sciaquare bene tutto perchè l’odore non è dei più gradevoli. C’è un filo di vento, ma esattamente di prua, metto il motore a 1800 giri ed imposto il pilota automatico per rimettermi in carreggiata, ovvero inserirmi di nuovo nella corsia di navigazione obbligata per chi naviga in queste acque. C’è il solito traffico di mercantili, ho sempre un occhio a 360 gradi e l’altro sul radar, la navigazione procede molto tranquilla, mare calmo e navi attorno sotto controllo. Incrocio anche una grossa nave da crocera e riesco a captare la sua rete WIFi, purtroppo protetta da password inespugnabile. Vado avanti così per alcune ore, facendo una rotta leggermente più a nord rispetto al Bosforo, dato che il West Istanbul Marina, il porto che ho scelto per il mio soggiorno, è a circa 20 miglia dal centro della città. L’ho scelto perchè è l’unico che la cassa di bordo può permettersi, è una struttura nuovissima e, come si dice in questi casi, dotato di tutti i confort.

Ben presto quindi, il mare che poco fa era tempestato di enormi navi, si svuota lasciandomi solo su un acqua appena increspata e a tratti completamente abbonacciata. Man mano che mi avvicino, rifiuti galleggianti di varia natura punteggiano la superficie, gli effetti di una città di 16 milioni di abitanti si sentono a diverse miglia di distanza. La giornata di oggi si annota come una delle più noiose, un solo brivido quando sento la radio chiamare un’indefinita “sailing boat, sailing boat, this is…” e il nome del chiamante. Schizzo in coperta, hai visto ma che qualcuno col trasponder spento mi stia venendo addosso! Ma non c’è nessuno, non chiamavano me, mi rimetto comodo.

Verso le 16 sono sottocosta, il marina si trova in un’area che si divide fra lottizzazioni di edilizia popolare ed enormi gru per la movimentazione dei container. Entro nel marina, mi viene incontro il gommone di servizio con a bordo il cortesissimo personale che mi assiste nell’ormeggio, gli lancio le cime e mi sistemo bene. Mi chiedo se sono arrivato oppure no, nel senso che tecnicamente sto a Istanbul, la mia meta era questa, ma in realtà sto in una specie di cattedrale nel deserto, mi sentirò arrivato quando attraverserò il Bosforo a vele spiegate, per quando pare che dal ponte che unisce le due sponde della città in poi sia vietata la navigazione a vela. La sera, fra lo stridere ed il clangore delle gru accanto al marina, guardo sul monitor la traccia che ho percorso in questo mese di navigazione. Sono circa 1.200 miglia, veramente tante, fatte quasi ininterrottamente, con pochissime soste. Ma non mi sento stanco, nè fisicamente nè moralmente, vado avanti, sento che potrei farlo per molto ancora. Anzi, credo proprio che lo farò.

I Dardanelli: giocare a bowling nel ruolo di birillo

“E sentiamo Massinelli,
il mio re degli asinelli,
dove sono i Dardanelli?
Professore, io non lo so, lo dica lei.

La prima volta che ho sentito nominare i Dardanelli è stata da piccolo ascoltando mio padre che canticchiava questa canzone della sua infanzia (www.youtube.com/watch?v=8lOMVVG3Yps). Dato che nella strofa precedente il professore interroga la signorina Maccabei chiedendole dove sono i Pirenei, per anni ho creduto che i Dardanelli fossero anch’essi una catena montuosa. Credo che la verità mi si sia rivelata non molto tempo fa. La scoperta che si tratta del medesimo pezzetto di orbe terraqueo che a scuola veniva indicato con il nome di Ellesponto è poi cosa per me cosa veramente recente. Per i Turchi è, semplicemente Canakkale Bogazi, lo stretto di Canakkale, il primo porto che si incontra sulla sponda anatolica entrando dal Mar Egeo. Di fronte, 20 miglia più avanti, Gelibolou, la Gallipoli della terribile sconfitta del 1915 subita dalla Triplice, costata 250.000 morti sul versante anglo-francese e 150.000 su quello turco e che è passata alla storia col nome di Campagna dei Dardanelli. Nel goffo tentativo di forzare il blocco navale e penetrare in campo nemico, gli alleati incapparono in uno sbarramento insuperabile e vennero ricacciati indietro dall’esercito Ottomano guidato dal giovane colonnello Mustafà Kemal, poi passato alla storia come Ataturk, il fondatore della Turchia moderna. A Piazza Taksim, in questi giorni, i dimostranti inneggiano a lui, senza di lui la Turchia sarebbe oggi tutt’altra cosa, ben peggiore.
E’ proprio Canakkale la mia meta, ma le mie intenzioni sono assolutamente pacifiche, la mia Campagna dei Dardanelli sarà tutta tesa a superare due soli ostacoli (non voglio dire nemici, fanno in fondo semplicemente il loro mestiere): il vento e la corrente. Entrambi forti, entrambi contrari per chi entra. Molta cautela quindi, potrebbe non essere una passeggiata, ma come al solito la mia filosofia è: dato che non me l’ha ordinato il dottore, se non ci si riesce, giro la prua e riprovo il giorno dopo o quando le condizioni meteo lo consentiranno.
La mattina mi sveglio alle 6 e mezzo, apro il tambuccio, bonaccia totale, si prevede smotorata, almeno all’inizio. Invece nel breve tempo di un caffè si alza una leggera brezza, tanto che quando salpo l’ancora e mi metto al timone l’anemometro segna 60 nodi. 60 nodi??? Proprio ieri ho notato che in testa d’albero le alette del Windex si sono piegate e la freccetta incastrata fra di esse, se ora mi molla pure la stazione del vento… Poi però mi dico: ma tutte ‘ste diavolerie, sulla cui utilità non si discute, sono proprio indispensabili? Quando avevo il Laser, una piccola barchetta lunga poco più di un surf, la mia stazione del vento si riduceva ad un pezzetto di nastro magnetico saccheggiato da una vecchia videocassetta e in tanti anni non s’è mai rotta. Su Piazza Grande ho i guidoni alle crocette che possono svolgere la stessa funzione in modo egregio, saranno loro il mio Windex durante la navigazione di oggi. E quello che non faranno i guidoni, lo faranno le mie orecchie. Avete mai provato a sentire il vento con le orecchie? Muovete la testa lentamente, quando siete perfettamente nel suo letto, il vento fa un rumore diverso, quella è quindi la direzione da cui proviene.

Alzo le vele e mi metto in rotta, non sono 60 nodi, ma 20 abbondanti sì, lo dico con certezza perché miracolosamente l’anemometro torna a funzionare. Navigo di bolina stretta, c’è mare, sono costretto a poggiare qualche grado altrimenti lo scarroccio vanificherebbe ogni mio tentativo di avanzare. Saggiamente ieri ho girato sul lato nord di Lemos, proprio per avere possibilità di poggiare nel caso l’andatura al vento fosse risultata oggi troppo stretta. Se avessi girato sul lato sud, più breve, oggi mi troverei costretto a bordeggiare, faticando non poco visto che c’è almeno un metro d’onda. Man mano che mi avvicino il mare cambia colore,dal blu intenso dell’Egeo greco, al grigio verde che mi ricorda tanto le tristi acque di casa, Fiumara Grande, la foce del Tevere. Decollando dall’aeroporto di Fiumicino e guardando in basso, si nota una specie di enorme fungo marroncino, sono i detriti ed il fango trasportati dal fiume e sputati in mare, unitamente ad una cospicua dose di inquinanti di ogni genere. I Dardanelli non sono un fiume, ma sputano anche loro acque sporche, inquinate, provenienti dagli scarichi delle tante industrie e metropoli che affollano le sponde del Bosforo e del Mar Nero. Solo Istanbul conta 16 milioni di abitanti, poi ci sono Odessa, Sebastopoli, decine e decine di milioni persone che tutte le mattine si alzano e fanno i loro bisognini che nella maggior parte dei casi arrivano in mare senza subire alcun processo di depurazione. L’idea di galleggiare sulla diuresi turco-exsovietica non mi esalta per niente, cerco di non pensarci e mantenere la rotta.

Il vento aumenta, sfiora i 30 nodi e gira leggermente verso nord, in modo quindi favorevole, posso orzare qualche grado. Purtroppo così mi trovo il mare esattamente sulla prua, sono onde corte e ripide, veramente antipatiche. Piazza Grande su alcune sbatte, su altre infila la prua, che viene leggermente sommersa per poi riemergere sollevando acqua e schiuma che spazzano la coperta. Benedetto sprayhood, non prendo una goccia, resto completamente asciutto! Mi accorgo che la manica a vento, o dorade come la chiama qualcuno, della cabina di prua non è stata girata, c’è il rischio che qualche secchiata d’acqua mi finisca sul materasso. Controvoglia metto la cintura di sicurezza e vado a prua per orientarla verso poppa. Nonostante il vento sia girato, continuo a scadere in latitudine, evidentemente lo scarroccio è notevole con questo mare, oppure gli effetti della corrente dei Dardanelli comincia a farsi sentire, secondo il portolano si avvertono anche a 15 miglia di distanza.

Tengo continuamente d’occhio l’AIS, lo strumento che mi indica sul monitor tutto il traffico marittimo intorno a me. La carta elettronica è cosparsa di triangolini colorati, tutti sulla direttrice dello stretto, chi in un senso chi nell’altro, come insetti in processione. Per il momento preferisco tenermi leggermente discosto, qualche miglio a nord, in modo da lasciare acqua sottovento fra me e le tante navi, spesso non individuabili a occhio nudo. La mia posizione sulla carta è rappresentata con una piccola barchetta rossa; davanti, una freccetta indica il punto dove mi troverò fra 20 minuti. Data l’incostanza della velocità, la freccetta si allunga e si accorcia continuamente, sembra una linguetta, piccolo pungiglione. Ecco, mi piace immaginarmi così, una piccola ape operosa che avanza in mezzo a nuvole di insetti molto più grandi di lei, lenta e costante, imperturbabile ma pronta a tutto. In un momento in cui il mare allenta un pochino la presa, mi faccio un caffè. Mentre lo sorseggio penso che sto bevendo un caffè italiano, su una barca tedesca, navigando in acque greche, con la prua rivolta verso la Turchia mentre lo stereo mi manda a tutto volume Across the universe degli inglesi Beatles: mi sento cosmopolita quando ammaino le vele ormai inutili ed accendo il Volvo Penta, riponendo nei suoi 29 cavalli il destino mio e della mia Campagna dei Dardanelli.

A poche miglia dal canale, accosto deciso a dritta. La circolazione nei due sensi è regolata come sulle strade, bisogna tenere la dritta, la destra, se continuassi per questa rotta farei la fine di quelli che imboccano l’autostrada contromano. La mia velocità nel frattempo è calata parecchio, col motore a 2200 giri faccio 4 nodi scarsi, ne dovrei fare 7 se non ci fosse la corrente; non è calata invece quella delle navi che percorrono la mia stessa “corsia”, sono tutte tra i 10 ed i 15 nodi, il che vuol dire che sarò come un’ape sì, ma Piaggio, su un autostrada percorsa da autoarticolati. Ho un leggero brivido lungo la schiena, mentre mi preparo a subire sorpassi a colpi di clackson. Osservo le navi intorno a me, sono tante, sono enormi, lunghe più di 200 metri, impressionanti. Quelle in ingresso sono tutte molto alte al galleggiamento, il contrario di quelle in uscita, segno evidente che entrano vuote ed escono piene, segno evidente che l’occidente compra più di quello che vende, segno evidente che l’occidente continuando così…

Ammaino la bandiera greca ed alzo quella turca e quella gialla, la lettera Q dell’alfabeto delle comunicazioni marittime. Indica che non ho persone malate a bordo e chiedo libera pratica. Spero non costituisca impedimento il forte mal di pancia che ho da un paio di giorni, eredità, credo, dell’unico ristorante che mi sono concesso, dove ho ordinato agnello e mi sono ritrovato nel piatto una specie di lesso, un pezzo di carne ricco di tessuto connettivo. Chissà se è lui il colpevole dei miei crampi.
Scorgo a sinistra l’imponente monumento di guerra turco, una brutta ed enorme colata di cemento che celebra la vittoria di Ataturk, sono proprio sull’uscio! Cerco di mantenere una rotta più costante possibile, in modo che le navi che mi superano non abbiano esitazioni se farlo a dritta a sinistra. Noto che accostano tutte con discreto anticipo, evitando di farmi pelo e contropelo, forse me la passerò meglio dell’Ape in autostrada. Più avanzo, più la corrente aumenta, è impressionante, faccio meno di due nodi pur sentendo il motore cantare alegramente. Provo a spostarmi più vicino la costa, il portolano dice che lì la corrente si avverte di meno. Se non altro in questo modo la prendo un po’ di taglio, la velocità aumenta leggermente. Continuo ad osservare l’AIS, ogni tanto noto qualche freccetta che punta esattamente su di me e questo un pochino mi inquieta, soprattutto perchè io sono poco manovriero per via della corrente, le navi che mi puntano per via della loro enorme mole.
Ad un certo punto vedo sulla mia poppa un profilo sormontato da un enorme castello, o torretta, non so qual è il termine più appropriato. Sembra una portaerei, proprio dietro di me, proprio sulla mia scia, ad una velocità che lascia presagire un impatto nel giro di pochi minuti. Proseguo imperterrito, dando spazio a tutto il sangue freddo di cui sono capace. A poche centinaia di metri da me, il mostro accosta qualche grado, non è una portaerei, ma un cargo gigantesco, mi passa vicino, intravedo le sagome delle persone sul ponte di comando, dietro i vetri scuri. Torm Ismini si chiama, 228 metri, 13,4 nodi di velocità. Non è il solo grattacielo galleggiante che mi passa accanto, lo faranno parecchie navi, tutte con ampi margini di sicurezza devo dire. Ma quando le vedi da lontano che ti puntano, quando l’AIS ti avverte che fra poco sarai investito da un ammasso ferroso di dimensioni inimmaginabili, puoi solo metterti buono e sperare che la bestia abbia già pranzato, che sia sazia e che per questo le sue avide fauci ti grazieranno: oggi, almeno.
La corrente nel primo tratto la stimo sui 4 nodi almeno, poi cala leggermente quando lo stretto si allarga un pochino. In questo punto noto però che, malgrado la mia prua sia bene sulla rotta che intendo fare, il GPS mi da un percorso fuori asse di almeno 40 gradi, una numero enorme, evidentemente la corrente mi colpisce di fianco in modo molto più violento di quello che penso. Mi domando come fosse possibile avanzare in questo mare prima dell’invenzione della propulsione meccanica, fra corrente e vento, che è di nuovo sui 30 nodi, nessuna imbarcazione a vela può illudersi di mettere la sua prua verso est in queste acque. Non mi risulta nemmeno ci siano cicli di corrente entrante ed uscente, come nello Stretto di Messina, dove conoscendo gli orari si può sfruttare il movimento della acque a proprio favore. Remigio Zena, un genovese che nel 1875 ha pecorso a bordo di Dafne, un veliero di 12 metri, la mia stessa rotta, racconta che dopo un tentativo di ingresso nel canale, sono stati costretti a mettersi alla fonda ed attendere un rimorchiatore, loro ed un’altra quarantina di imbarcazioni di tutte le dimensioni. Ma un rimorchiatore è un qualcosa di motorizzato, prima ancora come si faceva a fare rotta per Istanbul, per la Crimea, per le tante città del Mar Nero?
Quando il canale si restringe, la mia velocità cala nuovamente. Canakkale è lì d avanti a me, la vedo perfettamente, ma a 2 nodi, 3 al massimo, ci vuole ancora tempo. Un windsurf, sfruttando il forte vento, mi sfreccia davanti alla prua, lo prendo come un buon segnale, un’immagine di svago che mi distoglie per un attimo dall’atmosfera mercantile che mi circonda da qualche ora. Poi, però, un sommergibile mi riporta a tutt’altra realta. Fra poco dovrò fare i conti anche col traffico perpendicolare al canale, quello dei traghetti che uniscono continuamente le due sponde della città, ma per questo genere di cose mi sono ben temprato attraversando più di una volta lo Stretto di Messina, questi a confronto sono vaporetti!

Sono quasi le sette di sera quando entro nel piccolo marina della città, raccolgo la trappa col mezzo marinaio, lancio le mie cime in banchina e finalmente eccomi in Turchia. Si fa per dire, perchè finchè non espleto le formalità di ingresso, non posso uscire dalla recinzione del porto, ben recintato e segnato come confine di stato. Ormai è tardi, gli uffici sono chiusi, se ne parla domattina, resto consegnato come al militare, con i turchi non si scherza, sono molto suscettibili sulle loro leggi. Canakkale, d’altra parte, non pare essere un posto da urlo, farò con calma un giro domani, quando mi lascieranno uscire di cella. Allah u achbar, urla il muezzin dall’alto di un minareto, ma la voce gracchia, è una registrazione, non ci sono più i muezzin di una volta, proprio come i marinai veri, quelli che facevano i Dardanelli senza l’ausilio di tecnologie moderne.