E tu splendi – Giuseppe Catozzella

Non amo i romanzi scritti in prima persona con voce di bambino per l’inevitabile semplificazione sintattica che deve assumere la prosa per essere coerente. Amo leggere anche per il piacere di perdermi nella bellezza della lingua, cosa che nei racconti così impostati inevitabilmente si perde.

Invece alla fine ho apprezzato molto questo libro, soprattutto per l’abilità che ha avuto l’autore nel narrare le vicende personali del piccolo protagonista e le storie del paese della Basilicata dove si svolge la maggior parte dei fatti senza scadere in facili sentimentalismi.

Rivalità di bambini e di adulti, xenofobia, emigrazione, violenza, tradimenti, piccole mafie locali, dolore, corruzione, avidità e tanti altri aspetti della vita di provincia (e non solo).
Un romanzo semplice ma certo non superficiale.

La settimana bianca – Emmanuel Carrère

Decisamente Carrere dà il meglio di sé raccontando storie vere e non inventate come questo breve romanzo. Lo stile è quello suo solito e che amo molto, ma tutto l’insieme appare prevedibile e non riesce a coinvolgere.
Molto bravo l’autore a descrivere gli stati d’animo del piccolo protagonista, trasmettendo al lettore tutto il suo senso di angoscia.
Descrivere l’angoscia sembra essere una cosa che Carrere riesce a fare con particolare maestria: penso a quel gran suo libro che è L’avversario in cui il patos ha un ritmo costante e crescente, e dà un senso di tragica inevitabilità che sgomenta non meno della vicenda stessa.
Tutto sommato evitabile, visti i tanti altri bei libri che ha scritto.

Il cacciatore di corsari – Vindice Lecis


La differenza fra corsari e pirati, per quanto a volte non molto netta, è sconosciuta ai più. Entrambe le figure sono generalmente ricondotte all’iconografia hollywoodiana, tutta rum, pappagalli sulla spalla e caraibi. In realtà la “guerra di corsa” è stata combattuta per secoli nel Mediterraneo e nelle coste orientali dell’Atlantico da tutte le potenze antiche.

In questo romanzo, ambientato a cavallo tra la fine del Trecento e i primissimi anni del Quattrocento, si narra di scontri navali, incursioni e razzie per opera dei regni iberici (non ancora uniti fra loro) di quelli britannici e francesi e dei piccoli stati sardi detti giudicati, in seno alle guerre incessanti combattute fra di loro. Il tutto senza la fasulla vena di romanticismo propria dei film americani di genere.

Cosa siano stati i giudicati, a parte i sardi, credo siano in pochi a saperlo. Questo perché a scuola, quando si studia l’Italia medievale, viene dato risalto soprattutto ai comuni e alle signorie continentali. Tutt’al più si accenna alle cosiddette repubbliche marinare, senza spiegare bene l’enorme differenza di potenza e portata storica avuta da Venezia e Genova rispetto a Pisa o Amalfi.

Il libro si fa apprezzare per la descrizione delle battaglie navali e per la terminologia usata per indicare i diversi ruoli di marinai e militari del tempo, di tipi di imbarcazioni, e di armi o macchine da guerra. Termini ovviamente scomparsi e spesso completamente dimenticati: sopracomito, mangano, buonavoglia, clavario, verrettone, grisella, e tanti altri.

Un po’ confuso, invece, l’inquadramento storico generale per chi non ha già ben chiara la situazione geopolitica dell’epoca. Il lettore medio, categoria cui mi onoro di appartenere, avrebbe certo apprezzato qualche spiegazione in più a riguardo.

La teoria dei paesi vuoti – Mauro Daltin


Sono tanti i motivi per cui un paese o una cittadina vengono abbandonati da chi li abita: terremoti, alluvioni, progetti urbanistici strampalati, attività estrattiva che si esaurisce. Questo libro li elenca tutti spiegandoli bene, e lo fa con uno stile letterario di gran classe.

Posti un tempo ricchi di vita, di attività economiche, di fermento, divenuti, all’improvviso o lentamente, vuoti contenitori che le intemperie e la natura consumano giorno per giorno fino a distruggerli.

Non un saggio ma un piacevole racconto di viaggio: nello spazio, nel tempo, nella storia; ma anche dentro di sé.
La fine di un luogo come metafora dell’esistenza umana. L’oblio come destino ineluttabile.

Domani nella battaglia pensa a me – Javier Marías

Difficile esprimere un giudizio netto su questo libro. È un genere di romanzo che amo molto, quello in cui la trama fa quasi da sfondo a digressioni e riflessioni dell’autore che descrive così, con minuzia, quello che i suoi occhi e la sua mente percepiscono di una scena, di una persona, di un contesto. A patto, ovviamente, che si tratti di digressioni e riflessioni funzionali alla narrazione ma soprattutto interessanti.

Le prime e le ultime cinquanta pagine del libro sono davvero eccellenti: le prime catturano immediatamente, soprattutto cattura la mente fervida di chi le ha concepite; le ultime tengono appeso il lettore con una buona dose di suspense e alcuni colpi di scena che cambiano la prospettiva generale dei fatti e dei personaggi.

In mezzo, tante pagine davvero poco avvincenti, che si reggono grazie alla poderosa scrittura dell’autore ma che non coinvolgono, e a tratti sembrano quasi un esercizio di stile fine a se stesso.
Vince ma non convince, per usare una metafora sportiva.

Nuove parole di carta

Un nuovo libro, il terzo, per Piazza Grande.

La vela di Odessa. Una navigazione tra le acque e la storia del Mar Nero e dell’Egeo.

Una lunga navigazione in un mare ignorato dai diportisti, 3600 miglia circa, che mi ha condotto fino a Odessa, in Ucraina. Pensieri e piccole avventure con un occhio sempre rivolto alla storia e alla situazione sociale e politica dei paesi visitati.

Sono davvero soddisfatto del risultato di più due anni di studio, di navigazione e di scrittura
Può essere acquistato sul sito www.laveladiodessa.it o presso le seguenti librerie:

  • Clipper, Via Marcantonio Bragadin, 42 – Roma
  • Libreria del mare, Via Broletto, 28 – Milano
  • Libreria internazionale Il Mare, Via del Vantaggio, 19 – Roma
  • Libreria del viaggiatore, Via del Pellegrino, 165- Roma

Grazie e buona lettura!

Rais – Simone Perotti


La storia, come è noto, la scrivono i vincitori, e spesso cominciano a scriverla molto prima di aver vinto. Quella dell’Impero Ottomano, vista con l’occhio occidentale, è stata molto spesso semplificata al punto da condensarla nell’espressione “Mamma, li turchi!”, una frase che evoca il terrore di invasioni e devastazioni piratesche sulle nostre coste. La realtà, non appena si cerca di documentarsi un po’, si rivela assai diversa. Innanzitutto, non si trattava di pirati ma di corsari, una differenza non lessicale ma di sostanza: pirati erano coloro che depredavano qualunque nave per tornaconto personale, mentre i corsari agivano su mandato del proprio sovrano e indirizzavano le proprie azioni solo nei confronti dei nemici istituzionali. Era la “guerra di corsa”, ed era combattuta da tutti gli schieramenti: la Superba e la Serenissima, cioè le repubbliche di Genova e Venezia, assalivano le coste anatoliche con le medesime cruente modalità dei corsari turchi.

Tra i più famosi pirati/corsari del Cinquecento c’è Dragut Rais, il protagonista di questo romanzo di Simone Perotti. All’autore va il merito di aver raccontato le vicende di quel periodo in modo onesto, senza alcun pregiudizio ideologico, rifuggendo quelle letture forzate della Storia in chiave contemporanea che vedono (o si sforzano di vedere) i conflitti dei nostri giorni come una riedizione dell’atavica contrapposizione fra Islam e Cristianità. È un libro che racconta di uomini, traccia la loro storia contestualizzandola nella Storia, ne mostra forza e debolezza, pietà e crudeltà, odio e amore, facendoli però sempre restare quello che tutti noi siamo: essere umani. Che non significa minimizzare i crimini o perdersi nell’indulgenza, ma piuttosto cercare di comprendere l’altro, il nemico, anziché limitarsi a demonizzarlo.

La ricostruzione storica è davvero eccellente: un libro così non si improvvisa, ma richiede che per anni si legga, si studi e, perché no, si vada personalmente nei luoghi che fanno da scenario al racconto che, in questo caso, è praticamente tutto il Mar Mediterraneo. Ci sono imperi, battaglie, trame di potere, scoperte geografiche; ma anche vicende amorose, personali e i dubbi esistenziali, questi, sì, decisamente attuali, dei protagonisti. Perché Perotti ha l’indubbia capacità di leggere nell’animo delle persone e di descrivere molto bene ciò che vede; ed ecco, allora, che in certe pagine fa interrogare il lettore su se stesso e quasi lo sprona a tentare nuove strade anziché restare imprigionato nelle proprie paure né, tantomeno, nei propri successi.

È un romanzo a più voci: quelle dei principali protagonisti, le cui vicende vanno progressivamente intrecciandosi in modo indissolubile. Cinquecento pagine che scorrono via senza intoppi, senza mai perdere il ritmo: incessante e ricco di avvenimenti, fatti storici, riflessioni. Quando un libro riesce a traslarti nel suo mondo e a trattenerti lì con la mente durante i giorni che lo hai fra le mani, credo che abbia raggiunto il più grande degli obiettivi. E questo lo fa in modo molto fluido, senza troppi artifici letterari, pur essendo, certamente, un romanzo strutturato in modo non casuale.

Ho conosciuto Simone a Cefalonia, in Grecia, alcuni anni fa, quando casualmente ci siamo trovati ormeggiati vicini con le nostre rispettive barche e abbiamo passato un paio di serate a chiacchierare. Oltre alla passione per il mare e la navigazione, ci accomuna l’amore per quelle terre, la Grecia e la Turchia innanzitutto, e per quelle genti, che continuano a considerare ciò che arriva dal mare come un’opportunità, malgrado dal mare abbiano ricevuto spesso dolore: un’apertura mentale che ha il sapore dell’acqua salata, quella che trasuda copiosa da queste pagine.

Jezabel – Irène Némirovsky

Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da se stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell’età come rifiuto di sé, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Némirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.

Il fascino come arma e l’omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt’altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.

Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l’attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.

Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.