Sardegna selvaggia ed armata


Il sole è ancora alto al tardo pomeriggio, quando riverso gli spaghetti dalla pentola alla padella dove ho soffritto la bottarga autoprodotta con le uova dei tonni pescati nei giorni scorsi, per finire di cuocerli nella gustosa cremina che l’amido di cottura della pasta produce. A pranzo abbiamo sgranocchiato patatine e taralli, avere appetito a quest’ora più che normale è fisiologico. Piazza Grande brandeggia dolcemente, saldamente aggrappata al generoso calumo che ho calato per garantirci un sereno ancoraggio, muovendosi alternativamente a destra e sinistra e lasciando scorrere dagli oblò sulle murate il panorama, scoprendo e coprendo la barca francese che insieme a noi divide la splendida baia di Cala Zafferano, in prossimità di Capo Teulada.

 
L’equipaggio, una coppia piuttosto giovane, sta rientrando a bordo con un dinghy a vela dalla spiaggia deserta dove ha portato il loro cagnolino a fare  i propri bisogni; tolti loro e noi, nessun altro a godere, alla luce degli ultimi raggi di sole, di questa cornice meravigliosa. Mentre consumiamo la nostra cena, dagli altoparlanti della nostra radio si diffonde sommessamente Across the universe dei Beatles e penso che la mia dimensione è questa, nel mare, nella natura, nell’universo, penso che la vita non è lavorare per pagare le rate dell’auto per andare a lavorare, che l’uomo ha bisogno di spazi più ampi di un monolocale di città, che la vita non è stare in coda mattina e sera sulla tangenziale e che il giusto riconoscimento per 40 anni di lavoro non è una panchina su uno spartitraffico, pomposamente chiamata parco pubblico dall’amministrazione comunale, dove vomitare la propria mestizia esistenziale su altrettanto tristi omologhi.

 

Capo Teulada dal mare
Esco in pozzetto con la macchina fotografica, voglio cogliere con l’obiettivo gli ultimi raggi di sole che colpiscono la baia, scatto qualche foto, poi mi prende come un raptus: a mani nude mi arrampico sull’albero fino alla prima crocetta, due balzi e sono là sopra, ritto in piedi a 4 metri di altezza scruto la coperta, chiamo Andrea, ha un sussulto quando si accorge che sono sopra la sua testa, poi scoppia a ridere, rido anch’io, siamo contenti, ce lo diciamo, come si fa a non essere felici in un posto così. Attento che cadi e ti rompi la testa, direbbe mia madre, tutte le madri lo dicono, instillandoci l’ansia di preservarci dal pericolo, ma il pericolo è ovunque, si annida negli angoli di casa e a forza di temere che la vita finisca si finisce per non farla cominciare mai. Mi tengo all’albero con una mano, il vento mi sferza il viso portandomi odore resinoso di macchia mediterranea, il sole mi abbacina mentre il mare lo riflette rilucendo, guardo lontano, lungo la linea dell’orizzonte una piccola vela avanza sicura, altri che hanno capito.

 


Free climbing
Siamo arrivati a Capo Teulada un po’ per caso; partiti da Cagliari quasi in assenza di vento, dopo un po’ abbiamo trovato un inaspettato vento contrario che rapidamente è salito intorno ai 25 nodi alzando conseguentemente un metro abbondante d’onda. Bordeggiare contro il mare è una fatica improba, un vecchio detto dice che la bolina è riservata ai regatanti e ai cretini, non appartenendo alla prima categoria, dopo un paio d’ore passate a cercare di risalire il vento abbiamo dubitato di appartenere alla seconda e abbiamo pensato bene di fermarci nel primo posto possibile, ovvero la profonda cala a nord di Capo Malfatano. Siamo a circa 3 miglia di distanza, ammainiamo tutte le vele e procediamo a motore con una velocità al GPS di circa 3 nodi, preferendo un’ora contro il mare ad una sequela di virate strettissime nel tentativo di non scadere al vento ad ogni cambio di mure.

 

Caronte e il cane
Scendendo sottocoperta noto alcune goccie d’acqua su una paratia in corrispondenza dell’albero. Apro la porta del bagno e, orrore, piove acqua dal cieletto! Non avendo Piazza Grande l’albero passante bensì poggiato in coperta è impossibile un’infiltrazione dalla scassa, anzi, proprio in virtù dell’albero non passante, la coperta deve essere a tenuta stagna. In un attimo parte il film horror nella mia testa: non può essere altro che un’infiltrazione sotto il tek della tuga, la quale avrà di certo il sandwich completamente marcio per fare acqua in questo modo, l’albero stesso è a rischio di caduta, dovremmo rientrare a Cagliari, anzi a Marsala, no direttamente a Roma per rifare completamente la coperta, a dir poco 10mila euro anche facendolo da me, soldi che non ho, quindi tanto vale affondare qui, ora, Piazza Grande ti ho voluto bene, moriremo insieme, peccato solo per Andrea, anima innocente…

  

Ghiottonerie a bordo
Appena ridossati da Capo Malfatano, diamo ancora e parte lo smontaggio del cieletto per indagare la terribile malattia, sono medico e paziente allo stesso tempo, affondo il cacciavite nelle mie stesse carni ed il patofobico che vive in me è già pronto ad affondarlo in una cancrena putrescente. Via le cornicette di legno, via un piccolo oblò sulla tuga, via il cieletto con conseguente pioggia di gommapiuma polverizzata dagli anni ed ecco la vetroresina nuda davanti ai miei occhi. Scruto, passo la mano, è un po’ bagnato ma non troppo, non noto comunque segni di marciume e questo è già un buon segno, il core del sandwhich, un multistrato di legno di un paio di centimetri è come nuovo. Vado in coperta, prendo un secchio d’acqua di mare e ne verso un po’ attorno alla mastra dell’albero, poi torno di sotto e, orrore, gronda giù: avevo ragione, l’albero sta cedendo! Poi mi si accende una lucina in testa, vedo un buchino, piccolo, dove passano i cavi della stazione del vento di testa d’albero, infilo il dito, è bagnato, ci ficco dentro un pezzo di carta assorbente e la ritiro zuppa. Vuoi vedere che… éureka! Lo spinotto in coperta ha il dentino di ritenuta rotto, è tenuto fermo da qualche giro di nastro autoagglomerante, evidentemente è giunto il momento di sostituirlo, Andrea si occupa dell’operazione mentre io faticosamente rimonto tutto l’ambaradam del bagno, non prima di aver testato la perfetta tenuta della nuova nastratura. All’s well that ends well, una lavata al bagno, che sembra aver subito un bombardamento, una lavata al capitano medico, non meno sudicio, ed infine una meritata birra gelata a festeggiare lo scampato pericolo, Piazza Grande continua a navigare!
 

Acqua cristallina

Capo Teulada, oltre che per la sua incredibile bellezza, è famoso per essere una delle più importanti servitù militari italiane, credo sia addirittura il più esteso poligono militare europeo, qui vengono testate le nuove armi, spesso sotto segretezza assoluta, si vocifera di militari morti dopo aver raccolto i resti degli spari, evidentemente contaminati da materiali pericolosi. Non sono un pacifista idealista, credo nella risoluzione pacifica delle controversie internazionali ma credo anche che uno stato nazionale debba aver un suo esercito con scopi difensivi, ciò che appunto prevede la nostra carta costituzionale, e che l’illusione di vivere senza esercito sia appunto una pia illusione. Ciò premesso, ritengo pure che il diritto alla salute dei cittadini sia prioritario, l’esercito deve difendere i vivi, difendere i morti non ha senso. Gli abitanti della zona chiedono da tempo, inascoltati, la chiusura del poligono e la restituzione, dopo 60 anni, di questa vasta fetta di territorio sardo alla comunità, ma al momento non se ne parla neppure, anzi pare che l’esercito stia approntando un ampliamento della base. Nel frattempo, ogni tanto piovono colpi di cannone, la Guardia Costiera emette l’ordinanza che vieta l’avvicinamento al promontorio, molti proiettili inesplosi restano dietro le dune della spiaggia, protetti, si fa per dire, da numerosi cartelli che intimano di non oltrepassare il bagnasciuga, e tutto intorno l’incidenza di malattie tumorali fra esseri umani e animali è più alta che nel resto della Sardegna. No, forse no, forse a Quirra, sul versante sud-est dell’isola è ancora peggio, pare che lì abbiano testato i proiettili all’uranio impoverito che sono stati sparati in Serbia dalla NATO, i pastori parlano di greggi deformi, le statistiche di tumori infantili, le persone, invece, parlano della morte che incombe su di loro.
 

Lo spinotto incriminato

Da quando stiamo qui a Capo Teulada, siamo in black-out comunicazionale, niente segnale telefonico, niente Internet, siamo tagliati fuori dal mondo ma soprattutto da seccature varie, l’assenza di contaminazioni emozionali esterne amplifica la magia di questo posto. Non si interrompe un’emozione, era lo slogan con cui molti artisti di cinema, fra cui Fellini e Benigni, alla fine degli anni ’70 tentarono di contrastare l’inondazione di pubblicità nelle proiezioni televisive dei loro film. La pubblicità è spesso sgradevole, per quanto innegabilmente necessaria, interrompe appunto l’emozione che il regista ha costruito secondo dei ritmi che se alterati sconvolgono irrimediabilmente il patos che egli perseguiva nello spettatore. I telefonini, e peggio che mai gli smartphone, ci rendono connessi e reperibili 24 ore al giorno, la cosa ha i suoi indubbi vantaggi, ma i continui squilli, i bip dei messaggini, la voglia di dare un’occhiata a Facebook o alle ultime notizie (che poi in Italia da decenni non succede granchè di interessante) sono elementi continui di disturbo come la pubblicità, ci impediscono di andare a fondo ad un’emozione perchè la interrompono continuamente spostando la nostra attenzione verso un altrove spazio-temporale che non appartiene al nostro presente contingente e condannandoci di fatto alla superficialità emotiva. Oggi abbiamo gustato l’ancoraggio stupendo, il tramonto nel silenzio, abbiamo chiacchierato a lungo, abbiamo cucinato, abbiamo letto, abbiamo scritto e dopo cena ci siamo anche visti un film, senza interruzioni, pubblicitare o telefoniche. Il mondo, credo, è sopravvissuto tranquillamente a queste 24 ore senza di noi e noi, del resto, non abbiamo sentito la sua mancanza. Che poi, è bastato scapolare il promontorio per riavere 5 tacche al telefonino, averlo saputo prima!

5 pensieri su “Sardegna selvaggia ed armata

  1. Sempre un’emozione leggere queste tue descrizioni e racconti che fanno rivivere momenti trascorsi e tempi che torneranno! Ventiquattrore ancora poche per allontanarsi dal mondo, ma già abbastanza per riposare e leggere solo quello che viene dal mare! BV mon capitaine 🙂

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