Autore: Luciano Piazza
Traversata del Mar Ionio, da Itaca a Reggio Calabria
Salpare da Itaca è diverso che farlo da un posto qualsiasi, ha un sapore particolare, senti tutto il peso della storia, del mito omerico, percepisci nell’aria l’eco di navigazioni antichissime fatte con imbarcazioni e strumenti che avevano spesso nella sorte la maggiore, se non unica, garanzia di successo. Forse anche per liberarci un poco di questo ingombrante fardello, noi velisti moderni, che andiamo per mare per piacere ma anche un po’ per necessità seppure interiore, cerchiamo certezze nella tecnologia prima di prendere il mare, soprattutto per rotte abbastanza impegnative per il diportista medio.
Partiamo, il mio amico Dante ed io, la mattina presto, verso le sei, con ancora in bocca il sapore dell’ultima moussaka gustata la sera prima in una taverna del porto. Poche miglia a motore per scapolare le ultime propaggini dell’isola e subito agganciamo il vento previsto, 20 nodi da nord che dovrebbero accompagnarci per circa 24 ore. La barca prende immediatamente il passo, l’andatura è di bolina larga, filiamo oltre i 7 nodi; per 11 metri sono una velocità di tutto rispetto. Una volta regolato il pilota automatico, non ci resta altro da fare che goderci la navigazione. L’indomani all’alba, come previsto il vento cala progressivamente fino a costringerci ad accendere il motore. Abbiamo percorso circa 140 miglia nelle 24 ore, una media che d’ora in avanti inevitabilmente si abbasserà.
Accompagnati dal pigro scoppiettare dell’entrobordo, attraversiamo uno Ionio sempre più abbonacciato, a tratti uno specchio oleoso che riflette fastidiosamente i raggi del sole. Il caldo si fa sentire, decidiamo di fermarci, filare una cima a poppa legata ad un parabordo e farci un bagno. Lo scenario deserto, l’azzurro di cielo e mare e i 3000 metri d’acqua sotto di noi contribuiscono a rendere emozionante il momento. Nel pomeriggio quattro piccoli totani decidono di saltare a bordo, forse per sfuggire ad un predatore. Purtroppo per loro sono finiti nel posto sbagliato, li invitiamo a cena; un filo d’olio, uno spicchio d’aglio, qualche pomodorino ed il sugo per gli spaghetti è pronto in pochi minuti.
Poco prima dell’alba del terzo giorno, come previsto dal Grib, ormai vecchio di due giorni, il vento riprende. Si intravedono in lontananza le luci della costa calabrese, abbiamo ancora un bel po’ di strada da fare prima di arrivare, ci sono diverse miglia doppiato capo Spartivento. Il traffico sostenuto di navi, che fin’ora era stato praticamente inesistente, ci impone la massima attenzione. Il vento, invece, sparandoci 20 nodi abbondanti di prua, ci impone di bordeggiare per qualche ora. Poco male, si tratta di una situazione divertente e sostanzialmente tranquilla, siamo riposati malgrado i due giorni di mare, possiamo permettercelo.
Alle 13 circa entriamo nel porto di Reggio Calabria, tutto è andato perfettamente, tutto è stato secondo le previsioni. Lo scenario dello Stretto di Messina fa da sfondo al nostro arrivo, al termine di questa navigazione che è partita da un luogo mitico, Itaca, e finisce in un luogo non meno mitico, quel tratto di mare fra Scilla e Cariddi che pure Ulisse percorse nel racconto omerico. Siamo soddisfatti e felici, inebriati dall’odore del mare, l’odore di questo Mediterraneo che in ogni suo angolo profuma di storia e cultura millenarie.
Agosto 2012
Dotazione cartacea per l'Egeo
AIS montato (e funzionante) su Piazza Grande
La pioggia che picchietta in coperta, la temperatura improvvisamente volta verso il basso, il tambuccio serrato per non disperdere il calore accumulato all’interno. Le condizioni atmosferiche non consentono di lavorare in coperta, e sì che da fare ne avrei, ma non spreco il tempo a bordo e mi do da fare sottocoperta. Finalmente sono riuscito a far funzionare come si deve l’AIS con il software di navigazione. Fantastico, ho preso navi a 25 miglia e fari a più di 250! Lo scatolotto che si collega al PC l’ho montanto con uno splitter che con la stessa antenna alimenta anche il VHF e la radio AM/FM. Pare funzionare in modo eccellente, alcuni velisti lamentavano cadute di segnale, non sembra il mio caso.
Beh, questa è fatta, anche oggi il lavoretto quotidiano, anche oggi un passetto verso la prossima navigazione.
Beh, questa è fatta, anche oggi il lavoretto quotidiano, anche oggi un passetto verso la prossima navigazione.
Italiani, greci, una faccia, una razza!
Italiano? Sì! Italiani, greci, una faccia, una razza! Ecco, se non me l’avessero detto almeno una volta, sarei tornato a casa dalla Grecia scontento. A togliermi la soddisfazione ha pensato un simpatico vecchietto che mi ha visto passeggiare sotto al suo balcone affacciato sul porticciolo di Kalamos, una delle tante isolette che madre natura si è divertita a disseminare a est e a ovest del Peloponneso. Più che un isola, un ricamo roccioso, un filo fuori delle rotte classiche dei nugoli di charter che soli o in flottiglia invadono lo Ionio orientale in estate.
Entrando in porto, appena lasciato a sinistra il fanale rosso, la figura corpulenta di George si sbraccia per farsi notare; mi indica a gesti dove ormeggiare e prontamente raccoglie le mie cime quando gliele lancio. L’ormeggio è gratis, se voglio posso andare a cena al ristorante che lui, casualmente, gestisce: una graziosa taverna sospesa fra il molo e una piccola spiaggetta di ciottoli. Ma sì, perchè no, è un invito, non una minaccia velata come capita a volte in altri luoghi al malcapitato velista.
Malgrado l’affollamento, innegabile in piena stagione, il versante greco dello Ionio riesce comunque a sorprendere e ad offrire angoli di tranquillità estrema se non addirittura di solitudine totale. Basta cercare un po’, gironzolare fra le isole e le loro mille baie, scartare quelle arcinote e quelle almeno teoricamente superprotette, osare un poco, dare fondo all’ancora in qualche metro in più, sistemarsi saldamente con una cima a terra, ed il gioco è fatto. Il piccolo supplemento di fatica è ampiamente ripagato dall’atmosfera di magia che solo il silenzio, rotto unicamente dallo sciabordio del mare sullo scafo, è in grado di offrire.
Un occhio al meteo e alla carta nautica è doveroso. Per quanto in estate il vento segua uno schema fisso, mattino debole da sud, pomeriggio fresco da nord-nordovest, le sorprese sono sempre in agguato. Lungo il profilo delle isole il vento spesso si incanala aumentando di intensità anche in modo notevole. Inoltre non sempre il fondale ha quote adatte all’ancoraggio, meglio controllare in anticipo che meteo e batimetrica possano consentire una notte tranquilla alla fonda.Di fronte a Kalamos, a poche centinaia di metri nel punto più stretto, Kastos; ancora più piccola, ancora più traquilla, ancora più incantevole. Un molo in grado di offrire ridosso solamente a poche barche, un paio di taverne, una delle quali dentro un antico mulino, un pugno di case abitate in inverno da poche dozzine di persone. Ci si sente sospesi, fuori dal mondo, fuori dal tempo.
Ma è tempo di fare rotta a sud ovest, in direzione di Atokos, praticamente un cono montagnoso che si erge dal mare. Un isola disabitata in teoria, in realtà presa d’assalto dai charter che cercavamo disperatamente di sfuggire. Delle due rade dove è possibile calare l’ancora, una è impraticabile per il vento, l’altra per eccessivo affollamento. Giusto un’annusata e via, proseguendo per poche miglia sulla stessa rotta c’è lei, il simbolo, il mito Omerico che aleggia ovunque: Itaca. Il vento, come da copione, è rinfrescato, un paio di bordi piacevoli e divertenti, e c’è Kioni, una delle mete dell’isola di Ulisse più conosciute ai diportisti. Siamo lontani dalla quiete dei luoghi che abbiamo lasciato alle spalle, ma l’atmosfera è comunque piacevole, c’è affollamento ma non confusione, non troppa almeno.
Si ormeggia con ancora di prua e cime assicurate ad una roccia a strapiombo sul mare, come da uso locale. La luna sorge e illumina la baia, il suo riverbero si mescola alle luci di fonda delle tante barche in rada.
Chiuso il tambuccio, resta solo l’eco ovattato del vociare scomposto degli ultimi avventori dei bar del porto.
Agosto 2012
Divisorio del gavone di prua
Se le cose dentro il gavone ballano, si mettono in condizione di non ballare più. Semplice, no?
Due pezzacci di legno rimediati in cantina, un avanzo di impregnante e qualche ora di lavoro. Qualche ora, non dieci minuti come la semplicità visuale induce a pensare. Vuoi per la scomodità endemica di qualunque lavoro si faccia a bordo, vuoi per l’implicito obbligo di tendere alla perfezione che prende puntualmente la vil razza dei bricoleur nautici, alla fine è andato via un mezzo pomeriggio. Però è carino e funzionale, malgrado l’aspetto da steccato dei cavalli in un ranch texano.
Il tutto condito da un pallido sole che a metà giornata ha stiepidito l’aria dando un timidissimo assaggio della primavera ventura. Per la prima volta da non so quando ho aperto i passauomo per far circolare l’aria non per cambiarla ma per stare più fresco. Domani, pare, sarà anche meglio.
Avanti il prossimo; lavoro. La giornata anche oggi l’ho fatta!
Il grigio che rasserena
Le giornate grigie senza pioggia e senza vento hanno un loro perchè. A me infondono calma, tranquillità, specialmente al mare, ma anche accontentandosi di Fiumara se ne può ricavare qualche effetto benefico. Pontile deserto, silenzio, ogni tanto lo splash prodotto dall’ammaraggio di qualche grosso uccello dei tanti che frequentano la foce del fiume, un cefalo che guizza fuori dall’acqua, un’anatra che starnazza per radunare la cucciolata. Anche la temperatura è stata più mite che nei giorni passati. Ne ho approfittato per tirare fuori tutta la catena dell’ancora dal gavone, sciacquarla per benino con l’acqua dolce e dargli una controllata. Non è al top della sua forma, potrebbe essere l’occasione per dotarsi di quei 20 metri in più che la scorsa estate un paio di volte mi sono mancati. Sto valutando, gli effetti benefici e soprattutto i costi. Perchè a differenza delle giornata grigie senza pioggia e senza vento, qui gli effetti benefici si pagano.
A job a day…
An apple a day… ecc. ecc. La pratica quotidiana di attività sane giova al corpo e allo spirito, è cosa nota, cognita, per dirla alla Camilleri, e tra le attività che più giovano a se stessi c’è quella di prendersi cura delle persone e delle cose che si amano. Come coccolo la mia amante? Curandola amorevolmente, con manutenzione, riparazioni e migliorie. Ieri è stata la volta della presa banchina sullo specchio di poppa. Quella vecchia aveva lo sportelletto mezzo rotto, in un paio d’ore l’ho tolta e ho montato la nuova sigillando tutto bene con il silicone. Oggi invece ho comprato su ebay a prezzo stracciato un bel Navtex, indispensabile per avere la certezza di previsioni meteo in assenza di segnale Internet. Ho fatto del bene a lei, ma soprattutto ho fatto del bene a me, piccole azioni, grandi effetti.
Anno nuovo, rotta nuova
Doppiata la boa di fine 2012, è tempo di volgere la prua verso la crociera che sarà. Lo so, manca ancora un sacco di tempo, ma il tempo vola anziché navigare lentamente a vela, e Piazza Grande è avida di lavoretti da fare, strappetti da cucire, ritocchini da spennellare, modifichette da modificare.
Ho fatto un lista, divisa per categoria (riparazioni, migliorie, manutenzione), assegnando valori di priorità ed ipotizzando un costo minimo e massimo. Quando ho fatto il totale m’è venuto da piangere. Per fortuna era il totale dei costi minimi, le lacrime m’hanno annebbiato la vista mi e non ho visto il totale dei massimi; se l’avessi fatto mi sarebbe preso un colpo.
Comunque sia, farò tutte le cose cui ho dato priorità assoluta, ovvero tutto ciò che concerne la sicurezza della navigazione, il resto sarà quel che sarà. Al lavoro!
Buon anno, buon vento.
La vera storia del pirata Long John Silver – Björn Larsson
Il romanzo di un romanzo, la biografia di un personaggio inventato dalla penna di Stevenson e reso affascinante dalla prosa eccellente di Larsson. Il vecchio pirata che sceglie di narrarsi, raccontare la sua esistenza turbolenta, le sue scelte esistenziali, a volte frutto di eventi casuali, altre percorso logico di un carattere indomabile. Le vicende di un uomo ma anche di un’epoca, un racconto storico ed un eccellente saggio sulla marineria antica. Ci sono la gamba di legno ed il pappagallo parlante, ma sono le uniche concessioni all’iconografia stereotipata del pirata (a proposito, lo stereotipo è proprio dal Long John Silver dell’Isola del tesoro che è nato), per il resto c’è una narrazione avvincente, fatta di descrizioni accurate e dialoghi molti acuti.












