Psara, silenzio e vento


In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
(F. De Andrè/E. Lee Masters)


La bellezza è negli occhi di chi guarda, è assiomatico. Ciò non significa che la bellezza è creata dalla fantasia dell’osservatore, ma che per apprezzarla bisogna avere l’animo predisposto a farlo. Passeggio lungo la strada che esce dal piccolo centro abitato di Psara, un’isola minuscola con circa 200 abitanti che si trova di fronte Chios, e costeggiando una spiaggia deserta osservo il vento sollevare la sabbia fina, pettinandola fino a formare le classiche piccole coste che connotano gli arenili non calpestati da piede umano. Ci sono solo io, è mezzogiorno, il sole è a picco ma il vento rende l’aria piacevole e fresca, oltre che secca. Guardo il piccolo vortice che si allarga fino a dissolversi e non vedo siccità nè desolazione, vedo piuttoso l’energia vigorosa di Madre Natura, odo il silenzio, l’assenza di rumori artificiali, meccanici o elettrificati, sento il sibilo del vento foriero di vita, il calore del sole sulla mia pelle, provo gioia.

Il porticciolo di Psara

A Psara non si arriva per caso, è fuori dalle rotte classiche, in questo Egeo settentrionale c’è pochissimo turismo, il poco che c’è è greco ed il più delle volte Piazza Grande è l’unica barca per mare o alla fonda. A Psara vai perchè scegli di andarci, perchè senti che un posto così ce l’hai dentro da sempre. Un pugno di case concentrate attorno al porto, per il resto rocce brulle e spiagge, contornate da un’acqua incredibilmente trasparente. E vento, tanto, costantemente da nord in estate. E’ un incanto guardare il mare frangere sulla costa sopravvento, oppure sollevarsi rapidamente anche a pochi metri dalla battigia sottovento. C’è chi passa le ore davanti alla TV, io trovo questo molto meno monotono e più interessante. La bellezza, si diceva, è negli occhi di chi guarda.
 

In navigazion e

Salpiamo per Psara alle 2 e mezzo di notte, il rollio dell’ancoraggio a sud di Lesvos non mi fa dormire, inutile restare qui, tanto vale andare. Salpo l’ancora e dico ad Alessandra di restare a dormire se vuole, mi metto in rotta, sono circa 45 miglia, non pochissime, ci vorranno diverse ore, il vento è a favore e spingerà con forza. Il mare non dovrebbe montare molto, ma se anche fosse sarebbe anch’esso a favore, non c’è quindi da preoccuparsi troppo. Quando sorge il sole ci sono più di 25 nodi, viaggiamo col solo fiocco a circa 6 nodi, il pilota automatico non fa una piega e pensa lui a condurre la barca. Osservo la scia che abbiamo dietro, bianca, spumeggiante, piena di energia. Psara è lì davanti, il suo profilo si fa sempre più marcato col passare delle ore, fino a mostrarsi in tutta la sua bellezza. Appena doppiamo Capo Katsari (si chiama proprio così!) le onde improvvisamente si placano lasciandoci un mare liscio ed un vento intatto nella sua potenza. Ci fermiamo in una piccola baia nelle immediate vicinanze, per fare un bagno ma anche per iniziare ad assaporare questo posto. Manovra di ancoraggio lesta una volta individuato il punto giusto, 30 metri di catena su 4 di fondo, poi un tuffo per controllare di persona, con le raffiche oltre i 30 nodi è bene essere sicuri.
 

La rada degli accampati

Con poche bracciate arrivo sulla spiaggia, sono curioso, da bordo ho notato alcune persone bivaccare all’ombra di alcune capanne improvvisate. Mi tolgo maschera e pinne, saluto e vengo accolto cordialmente. Sono due famiglie di Atene, due coppie e quattro bambini di una decina d’anni, mi raccontano che da qualche anno passano sempre un paio di mesi qui, in questo modo, aggiungendo ogni estate un piccolo confort alle loro dotazioni. Hanno un bel gommone con cui vanno in porto per la spesa e per l’acqua, per il resto stanno qui, di giorno al sole e al vento, di notte sotto l’incredibile manto di stelle che solo l’assenza totale di inquinamento luminoso può offrire. Della coppia con cui chiacchiero all’ombra del loro bivacco, lui è costruttore, lei insegnante di yoga, hanno il viso sereno, così pure i loro figli. Anni fa sarei impazzito per una vacanza in questo modo, forse anche adesso, se non ci fosse Piazza Grande a moltiplicare per mille i posti così.
 

Paesaggio metropolitano

Torno a bordo, dopo quasi due mesi di navigazione è giunto il momento di dedicarsi un poco alla pesca sub. Per quanto andare in giro in barca significhi stare sempre nell’acqua, la barca a vela e la pesca subacquea si conciliano molto male. La ragione è che la prima predilige le baie tranquille, ampie e sabbiose, dove spingersi quanto più in fondo possibile per trovare il ridosso migliore, la seconda vuole i promontori rocciosi, dove la corrente si fa sentire maggiormente, portando allo stesso tempo vita e morte, una smuovendo le acque, l’altra sotto forma di predatori che si avvicinano alla costa alla ricerca di un pesce più piccolo di loro che gli fornisca il pasto di cui hanno bisogno. Anche l’uomo, per certi aspetti, rientra nella categoria. Giro un’oretta, sparo ad un pesce di circa 1 kg che non ho mai visto prima, ma lo prendo “basso”, sull’addome cioè, e nel recuperarlo lo perdo. Poi, all’ombra di una piccola tana scorgo l’inconfodibile profilo di una cernia, mi avvicino in silenzio e prima che possa capire che la sua ora è giunta scocco il tiro dall’altro centrandola in pieno appena dietro l’opercolo branchiale. Il suo destino è scritto: una saporitissima zuppa con la testa, i filetti invece, li preparo con pomodori, olive e capperi: semplice, saporito e rapido.
 

Barche per la piccola pesca, soprattutto aragoste

Il vento è aumentato ancora, per quanto l’ancora sia a posto, passare qui la notte vorrebbe dire ballare un pochino, meglio spostarsi in porto. Dentro, però, la piccola banchina è occupata da un paio di barche ormeggiate all’inglese, di fianco cioè, c’è solo un piccolo spazio dove posso entrare con la poppa dando ancora. Faccio così, con qualche difficoltà dato il forte vento, ma alla fine siamo sistemati. Si fa per dire, perchè un paio di locali vengono subito ad avvertirmi che il fondale non è buon tenitore. Mi tuffo per controllare, l’ancora è completamente scomparsa, provo a cercarla seguendo la catena, ma pare fagocitata da sabbia e fango. Ne deduco che ha preso bene e decido di restare come sto. Faccio male, perchè nelle 24 ore successive sono costretto a recuperare, un metro alla volta, circa un terzo del calumo, fino a quando mi tocca spostarmi ed ormeggiarmi a pacchetto su una barca di una dozzina di metri di un greco molto simpatico e cordiale. Quando gli dico che le mie batterie sono alla frutta, inizia a telefonare a destra e a manca fino a che mi da un riferimento a Chios, la prossima tappa, dove troverò tutto a buon prezzo. Perfetto, grazie!
 

Resti di vecchie case

La vita a Psara, inutile dirlo, è tranquilla e silenziosa. Ci sono poche auto, qualcuna di qualche sparuto turista che cerca la sua spiaggia, i 4 fra bar e ristoranti sul porto mettono a sera della musica ma ad un volume che ne limita la fruizione ai propri avventori, qualcuno chiacchiera pacatamente davanti ad una birra, l’agente della Guardia Costiera passa a chiedermi i documenti e mi dice di accomodarmi sul marciapiede, ci sediamo in terra mentre lui compila le scartoffie necessarie, i bambini corrono liberamente, qualche pescatore rammenda le sue reti, alcune anziane donne osservano sull’uscio il poco mondo che hanno davanti. Qui i turisti non ce li vogliono, mi dice un tizio, qui sono tutti ricchi, con la pesca delle aragoste o con comandi in marina mercantile, molto ben remunerati. Al ristoratore dove ceno, chiedo cosa faccia in inverno: Lavoro dando da mangiare ai soldati. Soldati a Psara? A fare cosa? Siamo vicini alla Turchia, mi fa serio, dei turchi non puoi mai fidarti. Mi viene quasi da sorridere al pensiero del potente esercito turco all’assalto di Psara, poi però mi vengono in mente gli americani che pochi anni fa hanno invaso Grenada o la recente querelle fra Spagna e Marocco per il possesso dell’Isola del Prezzemolo, uno scoglio praticamente, e comprendo le ragioni di chi nei secoli ha avuto dalla prossimità più dolori che gioie.
 

Il Meltemi da queste parti non manca mai

Sulla collinetta sopra il porto, un vecchio mulino a vento, forse un’antica macina, lo raggiungo inerpicandomi fra cardo e lentischio, poi proseguo fino sulla vetta, dove trovo l’ennesima cappella e l’ennesimo monumento ad un tizio con il turbante, mistero totale chi sia, la scritta in greco non mi aiuta a capire. Sotto, la spiaggia del Lazzaretto, toponimo presente spesso anche in Italia, evidentemente il luogo dove nell’antichità si concentravano gli appestati per evitare il contagio al resto della popolazione. Riscendendo trovo un piccolo forno che fa dei dolcetti strepitosi, la signora che li vende si compiace nel vedermi tornare per il bis dopo pochi minuti, poi la chiesa, azzurra, relativamnte moderna, poi una chiesa ancora più grande in restauro. E’ incredibile, un’isola così piccola con una chiesa, una cattedrale, un monastero e diverse dozzine di cappellette sparse dapperttutto, mi chiedo se a natale ognuno se ne va a pregare davanti al suo personale altare. Io, invece di pregare, guardo il mare davanti a me, guardo le onde che frangono sulla sua superficie, guardo Antipsara di fronte, pochi chilometri quadrati completamente disabitati, guardo i gabbiani planare senza bisogno di sbattere le ali, guardo il punto dove il cielo tocca l’orizzonte, guardo la sabbia sollevata dal vento e vedo la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.



Mitilene: Saffo perdonali.


Ille mi par esse deo videtur.


(Catullo, Carmina, 51)

Mi risuona nella testa il celebre carme di Catullo, riadattamento (o saccheggio) dei bellissimi versi di Saffo: lui mi sembra un dio. Sei parole in tutto, mezza frase che basta però per definire in modo chiaro un contesto di amore perduto, forse di gelosia, sicuramente di sofferenza. Mi risuona in testa oggi, qui, in questo mare che bagna Lesbo, il luogo dove Saffo è nata; ma mi risuonano in testa da decenni, dal ginnasio, i versi dei due autori classici che più ho amato negli anni delle superiori. Difficile per un qualunque giovane preda della furia ormonale dell’adolescenza non essere estasiato da una poetessa di 2500 anni fa che si dichiara “innamorata dell’amore”.

Ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit


Supera gli dei colui che siede di fronte a te e ti guarda e ti ascolta. Come dargli torto? Di cos’altro ha bisogno un innamorato se non di abbeverarsi alla fonte dell’amata?

Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo.


Chi, innamorato, non s’è mai sentito così?
  
E’ con una certa emozione che indirizzo la prua di Piazza Grande su Mitilene, città principale di Lesbo, o Lesvos, terza isola greca per estensione, dopo Creta ed Eubea. Dopo una notte rubata alla burocrazia turca che mi imponeva di lasciare le acque territoriali dello stato entro la mezzanotte, salpo l’ancora con tutta calma e in tarda mattinata mi avvio ad affrontare le poche miglia che mi separano dalla meta. Il mare è leggermente formato, strascico della sventolata di ieri, ma il vento è portante, arriva da poppa, sospinge, non frena, sull’onda si plana e non si sbatte. Sarà così d’ora in poi, dopo un mese e più di risalita verso nord, verso l’origine di uno dei venti più poderosi del Mediterraneo, il Meltemi, girata la prua ad Istanbul, è finita la sofferenza di barca ed equipaggio. Come cambia tutto! 30 nodi di prua sono quasi inaffrontabili, 30 al lasco sono poco più che una passeggiata. E allora passeggiamo, lasciamo che la barca plani sull’onda raggiungendo velocità altrimenti inarrivabili, il fiocco completamente aperto e la randa completamente chiusa, un po’ perchè ancora rotta, un po’ perchè in queste condizioni è, a mio modesto avviso, pressochè inutile. Faccio 6 o 7 nodi, aprire la randa non aggiungerebbe nulla in termini di velocità e creerebbe difficoltà in caso di strapoggiata. Se il vento aumenta, qualche giro di rollafiocco, se cala, ma non cala, si fanno 5 nodi, è comunque un bell’andare.
 

Punti cospicui a Lesvos

A metà strada ammaino la bandiera turca di cortesia, rimasta a riva quasi 3 settimane, e alzo quella greca. Belle entrambi, rosso vivo la prima, azzurra come il mare la seconda. Entrambe contengono simboli religiosi, ciascuna ha combattuto l’altra per secoli, sia sul piano politico che su quello della fede. Io, senza fedi, posso amare entrambe, posso amare entrambi i popoli che esse rappresentano, due popoli cordiali con gli stranieri, ospitali, generosi, sorridenti; forse con tutti, ma non fra loro. Durante la navigazione provo a calare la traina, ma sono troppo veloce ed il mulinello s’è mezzo rotto, un’altra avaria da aggiungere alla giù nutrita lista delle cose da riparare o ricomprare. Dopo circa due ore avvisto le due ciminiere che il portolano segnale come cospicue, poco oltre i resti di una fortezza ed infine le case che si stringono attorno al porto. Mitilene è lì davanti a me, Saffo, l’amore in versi.
 

Non è un bel posto per la notte.

Supero il frangiflutti e metto la prua sulla banchina in fondo, dove vedo gli alberi di alcune barche a vela ormeggiate, ma vengo subito intercettato dalla Guardia Costiera: un uomo in divisa blu mi chiama dal molo, mi avvicino e mi chiede da dove vengo. Potrei barare, dare il nome di un qualunque porto greco, ma non ho voglia di mentire, dico Ayvalik e questo avvia automaticamente la procedura di entrata nelle acque territoriali. Devo fermarmi su una banchina recintata, andare prima al controllo passaporti, poi alla dogana ed infine all’autorità portuale, il cui palazzo individuo grazie alle vaghe reminescenze del greco scolastico: Limenarkeio, dice l’insegna solo in lingua locale. Limen è porto, arkon è comandante, è questo sicuramente. Facile no? Riempo una risma di moduli riscrivendo mille volte i dati miei e di Piazza Grande, pago i 15 euro di entrata in Grecia, che ho già pagato arrivando dall’Italia ma essendo uscito devo ripagare, e dopo qualche timbro sono libero di andare ad ormeggiare. C’è parecchio spazio, il vento non è molto, dico ad Alessandra, che è ancora con me, di mollare l’ancora e lancio le cime in banchina, come sempre c’è qualcuno gentile a prenderle.
 

Plomarion

Il primo impatto è scioccante. Una fila di brutte palazzine, disordinate e sporche come disordinata e sporca sono la strada e il traffico automobilistico che la percorre. C’è odore di smog, l’aria è appiccicosa, sono le 2 del pomeriggio, i negozi sono chiusi, giro un po’ nei vicoli alla ricerca di un supermercato ed un posto dove comprare la batteria che mi serve, ma riaprono tutti alle 6. Alle 6? Però, che belli gli orari greci! Più cammino, più mi rendo conto che questa città non ha veramente nulla da offrire ad un turista, infatti di turisti stranieri in giro non se ne vedono. Per quanto cerchi, non riesco a trovare angoli carini, curati, o anche solo leggermente più aggraziati di una qualunque squallida periferia metropolitana. Saffo, dove sei? Cos’hanno fatto alla tua città? Dov’era il tuo tiaso, dove la casa di Alceo? Non voglio fare come quelli che arrivano a Roma e si aspettano di vedere i romani girare in biga, ma qui delle vestigia di un tempo non è rimasto veramente nulla. C’è solo il presente, un presente recente, senza storia e senza un minimo di cura per l’estetica. Non c’è nulla da fare qui, c’è solo da andare via. Anzi no, prima c’è da sopportare una notte con la musica a tutto volume dei bar sul porto. Don’t worry, they stop playing around 5 am, mi dice sorridendo l’inglese che sembra Asterix da bordo della sua bella barca in compagnia della moglie. Li incontriamo poi casualmente a cena in una taverna, sono partiti dalla Scozia 3 anni fa e non hanno nessuna intenzione di tornare. Fa freddo, mi dice lei, molto freddo, troppo freddo. Come darle torto.

La mattina successiva provo a fare nafta, come in tutta la Grecia si fa con l’autobotte. Sulla colonnina dell’elettricità ci sono 4 numeri telefonici, li chiamo tutti ed in sequenza ottengo le seguenti risposte:
1) ora ho da fare;
2) 70 litri sono pochi, non vengo;
3) Richiama nel pomeriggio;
4) vengo ma devi spostarti nella banchina della GC.
Mi gioco allora l’asso nella manica: il marina! Ti pare che un marina fichetto, incredibilmente gestito dalla Setur, la società turca che gestisce i marina in Turchia, non ha un modo di fornire la nafta ai suoi clienti. Telefono, mi risponde una signora molto gentile: certo che possiamo procurarle la nafta, ma deve pagarci una notte in marina. Accidenti, un affarone! I’m coming, le dico, but probably next year. Insomma, finisce che prendo le taniche e cerco una pompa in strada. E’ lontano, fuori città mi dicono. Prendo un taxi, mi sento unpo’ idiota  ad andare a fare nafta col taxi, ma d’altra parte di necessità virtù. Il taxi fa 500 metri e la pompa era lì, non lontano da dove avevo camminato ieri. Vabbè, due viaggi, tanto qui i taxi non costano come da noi, e ridò fiato al serbatoio ormai quasi vuoto.
 

Ma davvero siamo in Grecia?

Incontro per caso due finanzieri italiani, nel senso di Guardia di Finanza: mi fermo a chiacchierare, avevo notato una nostra motovedetta entrando in porto, sono qui per un servizio congiunto con i finanzieri greci, sono contenti di incontrare un italiano e devo dire che sono contento anch’io, vedere la divisa italiana in giro per il mondo per servizi di tutela e non di guerra fa piacere. Almeno spero che sia così, visto che questa zona è in pace. Alla batteria rinuncio, l’unico negozietto ha prezzi astronomici, via quindi da questa città che non è nemmeno il fantasma di sè stessa. Prima di mollare le cime, una ragazzino sporco ma con la faccia pulita e due occhiali sul naso che gli danno un’aria quasi dottorale, mi propone l’acquisto di una penna. Solo che lui vorrebbe che prendessi tutta la scatola, saranno 50 pezzi, che ci faccio? Alla fine ci accordiamo per un accendino, anche se pure di questo vorrebbe darmi la confezione intera. Leggo l’episodio come un segno della crisi, assolutamente invisibile nelle piccole isole, evidentemente, invece, assai più percepibile nei centri urbani anche di dimensioni modeste.
  
Giriamo un po’ attorno all’isola verso sud, la costa è bella, molto verde, qualche piccola spiaggia. Ci fermiano a Plomarion, un porticciolo carino ma talmente piccolo che preferisco non entrare. C’è una bella spiaggia proprio accanto, la carta nautica da un fondale buono per l’ancora, passeremo lì la notte. Sulla riva una casa che sembra uscita da un quadro di Hopper, sembra di stare a Cape Cod, dietro di noi solo la luna piena, con il suo riflesso d’argento frastagliato da un mare appena increspato. Domani si naviga ancora. Otium Catulle tibi molestum.

L'Eolia, 30 nodi di certezze


Se è vero, come spesso è vero, che nomina sunt consequentia rerum, il tratto di costa turca chiamata Eolia è tutto un programma. Ma siamo velisti, il vento ci è necessario come il pane, come l’acqua, come l’aria che respiriamo, è vento quello che ci entra nei polmoni, che ci accarezza la pelle o ce la fa accapponare quando soffia troppo forte per le misere forze nostre; perché siamo nulla di fronte al vento, siamo polvere spazzata via, siamo molecole che si mescolano all’acqua nebulizzata dal vento sulla superficie del mare. Il vento è vita, è energia, scuote gli animi, scompiglia le chiome degli alberi o ne plasma il fusto piegandolo al suo corso, vento rabbioso o gentile, vento di terra, di mare, vento che asciuga le lacrime di chi nel vento muore, di chi nel vento vive.

La costa dell’Eolia

La costa dell’Eolia va dall’ingresso est dei Dardanelli a Izmir, Smirne per noi, l’importante città turca dell’Anatolia, o dell’Asia minore che dir si voglia, che si affaccia sul versante orientale del Mar Egeo. E’ un tratto di costa piuttosto frastagliato lungo il quale sono adagiate le uniche due isole rimaste ai turchi dopo la disfatta dell’impero ottomano, Bozcaada e Goekceada, poste ai due lati dell’ingresso dei Dardanelli, quasi bastioni a protezione dello stesso, tanto è vero che su entrambe sono tutt’ora presenti presìdi militari con la mezzaluna. E’ terra e mare di confine, un confine che la storia ha spesso spostato ma i cui mutamenti non sempre tutti hanno ben digerito, spesso una coppia di aerei da caccia turchi sfreccia a bassa quota lungo il canale di Mitilene, fra l’Eolia e Lesvos, a ridosso di una terra già loro, non più loro. Meno male che entrambi gli stati sono nella NATO, altrimenti avrebbe tutto il sapore della provocazione, anche se in generale i greci non sembrano badare molto ai turchi, l’Europa li ha resi probabilmente un filino snob nei confronti dei vicini. I turchi, dal canto loro, hanno la consapevolezza di essere di più, più forti e con un’economia molto più florida, guardano quindi anche loro oltre il confine con un pizzico di sussiego. La guerra greco-turca è troppo recente, 100 anni evidentemente non bastano a cancellare le reciproche diffidenze.
 

Linee miste, antico e moderno

Partendo da Canakkale, ultimo porto lungo lo stretto dei Dardanelli, fino a Boozcaada sono circa 25 miglia, una passeggiata sfruttando gli ultimi sprazzi di corrente a favore e confidando in un vento che d’ora in poi promette di essere sempre in poppa e mai in prua. Oggi invece di vento ce n’è veramente poco, ammaino il fiocco, la randa è fuori uso, e alzo il gennaker, riuscendo a fare poco più di 3 nodi con quella che è praticamente una brezzolina leggerissima. Vedo a poppa, in lontananza, una barca a vela che ha rotta quasi parallela alla mia, mano mano che si avvicina la vedo meglio, ha un gennaker enorme, il doppio del mio, la randa, un bompresso a prua, due pale di timone e quattro ragazzotti a bordo con magliette e cappellini griffati: molto diversi da me. Se continuano su questa rotta mi speronano, per quanto siamo entrambi piuttosto lenti, non sarebbe una bella esperienza. Non amo resistere fino all’ultimo prima di cedere il passo, spesso modifico la mia rotta con largo anticipo per scongiurare abbordi anche quando non sarebbe dovuto. Questi però mi sembra proprio che cerchino rogna, io vado per i fatti miei, il pilota inserito, da codice della navigazione ho la precedenza, modificare la mia rotta per una barca che mi arriva da dietro non mi sembra proprio il caso, orzassero, poggiassero, passassero da dove preferiscono, ma io proseguo per la mia strada. Loro pure a quanto pare, quando sono a non più di 5 o 6 metri il timoniere mi fa un cenno con la testa, forse anche un mezzo sorriso, non so se è un saluto o cosa, ma la situazione è veramente ridicola, tanto che la mia anima romana, pregna del quotidiano sarcasmo della mia città, ha il sopravvento: Do you want to come on board for a beer?, gli dico con la faccia seria. Il timoniere si schermisce, si allontana qualche metro, poi mi fa: We have to go there, e con la testa indica un punto ipotetico un metro sopravvento a me. Mi incazzo, il mare è grande, questo vuol dire veramente rompere le scatole al prossimo! We are in a race, mi urla quello che probabilmente è il randista. Non ho voglia di litigare in mezzo al mare, con dei cretini per giunta, dicono di essere in regata, in effetti parecchie ore fa ho visto passare diversi spinnaker, ma non è che questo gli da diritto di speronarmi o cambia le regole della navigazione, per giunta senza che io possa capire in alcun modo che loro sono in regata. E poi, dalle le navi che passano per i Dardanelli avranno preteso la precedenza (comunque indebita) allo stesso modo? Ok, passate e toglievi di torno, gli grido mollando la scotta del gennaker per sventarlo.
 

La regata degli speronatori

Faticano a farlo, un po’ perchè non si passa una barca da sottovento, è la prima cosa che ti insegnano ai corsi di vela, infatti si piantano all’altezza del mio mascone, un po’ perchè devono essere veramente incapaci. Che una barca del genere abbia la stessa velocità di Piazza Grande che ha a riva una vela in meno, è carica come un asino da soma e con equipaggio sbracato a prendere il sole, la dice lunga. Mi prendo la piccola soddisfazione di vederli arrancare a 100 metri al mio traverso per un’ora buona senza che riescano a guadagnare acqua. A Bozcaada entriamo in porto praticamente insieme, mentre il resto della flotta ha già gli equipaggi in bachina a dare l’assalto al buffet. C’è la tentazione di spacciarsi per regatanti anche noi e scroccare la cena, ma il porto è strapieno, c’è musica a tutto volume in banchina e vogliono 70 lire turche per l’ormeggio. Hai presente quella baietta mezzo miglio più avanti?, dico ad Alessandra Sì, è perfetta per passarci la notte. Giro la prua e in 10 minuti siamo nella tranquillità totale, solo noi ed un Supermaramu con l’ovvia bandiera francese a poppa. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, non pare penetrare bene, il fondo è duro, meno male che c’è poco vento, ma per sicurezza la sposto di peso di un paio di metri dove c’è un piccolo scalino di roccia, alle brutte agguanterà quello.
 

Bozcaada

La mattina vediamo sfilare a vele spiegate tutte le barche della regata, ci saranno anche i nostri simpatici amici, li cerchiamo senza vederli, li abbiamo cercati ovviamente nelle ultime posizioni. Ne deduciamo che il porto si è svuotato e ci dirigiamo lì per fare due passi a terra, preceduti di poco dai francesi, accanto ai quali ci troveremo ormeggiati. Alle spalle del porto una meravigliosa fortezza antica con la cinta muraria perfettamente conservata. Pare sia un forte costruito dai genovesi (è bello trovare tracce di storia italiana un po’ dovunque in questo mare), anche se la didascalia scritta dai turchi trasuda nazionalismo e ne da un’origine incerta, relegando i liguri al ruolo di occupanti di un forte edificato da altri, al pari dei bizantini venuti in seguito. E’ certo che la storia di quest’isola è molto più antica e si intreccia con quella di Troia che si trova a poche miglia di distanza sulla costa anatolica, Omero la cita con il nome greco che aveva allora, Tenedos. Dopo vicissitudini durate secoli, a inizio ‘900 Bozcaada è nuovamente greca, ma viene ceduta col Trattato di Losanna ai turchi, malgrado la maggioranza della popolazione sia greca e si troverà a subire vessazioni continue nei decenni a venire, provocando l’emigrazione quasi totale della comunità.
 

La libreria dell’italofila

Oggi è un’isola tranquilla che vive di turismo e coltivazione della vite, producendo anche un vino piuttosto rinomato. La presenza dei militari è abbastanza discreta, anche se il portolano avverte che da alcune rade può capitare di essere mandati via dalle autorità. Il paese, a ridosso del porto, è veramente delizioso, fatto di stradine ricoperte di ciottoli e case graziose, spesso ingentilite con secondi piani leggermente aggettanti e ricoperti di assi di legno, come si vede spesso nei quartieri antichi di Istanbul. In un vicolo, una piccola libreria, arredata come fossimo ancora a metà del secolo scorso, e dentro, seduta a leggere, la proprietaria, una donna di Istanbul che vive qua 5 mesi l’anno ed è innamorata del cinema italiano. Quello di qualche decennio fa, le dico. , risponde, quando sale l’economia, scende la cultura. Penso che forse in questo momento da noi sono entrambe piuttosto in basso.
Che posto però! Potrebbe essere Provenza o Liguria, invece è Egeo, questo magico ed affascinante spicchio di Mediterraneo ricco di angoli nascosti ed incantevoli.
 

Per le strade di Bozcaada

In una piazzetta, un’enorme pergola è la sala all’aperto di un bar che ha l’aria di essere frequentato quasi esclusivamente dai locali. Famiglie, giovani coppie, vecchietti che chiacchierano oppure giocano a domino o backgammon (credo sia backgammon, da queste parti è una mezza mania). Ci sediamo, niente birra, durante il Ramadan poi, il cameriere mi propone una Coca ed un panino con la salsiccia. Ah, certamente di maiale, gli dico sorridendo. Capisce la battuta, mi sorride, gli dico di farmi il panino come vuole lui, mi fido. Quando me lo porta penso che forse avrei fatto meglio a non fidarmi, ma per non apparire scortese gli dico che è buonissimo. Mi chiede di dove sono, dice di aver amici italiani conosciuti all’Erasmus, parla un buon inglese, gli faccio i complimenti, stavolta sinceri. Come sempre in Turchia trovo una straordinaria benevolenza nei nostri confronti, l’Italia è un paese ammirato, da tanti, meno che dagli italiani.
 

Backgammon?

Tornando in barca ci fermiamo a chiacchierare con un turco che parla molto bene la nostra lingua. Abita ad Istanbul, lavora per un’azienda italiana ed ha qui una casa dove passa tutti i weekend. Adoro Istanbul, gli dico. Eh, fa lui, ma non è più come una volta, c’è stata molta immigrazione, si è riempita di… come dite voi, di terroni, di curdi, i curdi sono i nostri terroni. Ecco, lo sapevo, la colpa è sempre degli altri, terroni, extracomunitari, il diverso è sempre colpevole di qualcosa, a prescindere. Mi dice che la produzione locale di vino è ostacolata dal governo religioso, come lo chiama lui, cioè da Erdogan, che per scoraggiarne il consumo ha imposto delle tasse molto elevate sugli alcolici. Ecco sapevo anche questo, le religioni pretendono di piegare la società al loro credo trasformando il peccato in reato. Qui il vino, da noi procedure di divorzio estenuanti, la zuppa non cambia. Ma perchè se non vuoi bere o divorziare non lo fai e lasci liberi gli altri di agire secondo la propria coscienza anzichè secondo la tua?
 

Gente di Bozcaada

Saluto il turco ed incrocio i francesi, due chiacchiere anche con loro. Hanno un Amel 54 nuovo di zecca, una barca luccicante, strepitosa, gli faccio i complimenti mentre a mente calcolo quante decine di volte Piazza Grande costa, forse una 40ina! Anche la tua barca è bella, mi fa, è un Hallberg Rassy? Fantastica questa gente, vive su un’altro pianeta, un pianeta così in alto che con naturalezza e senza snobismo mette sullo stesso piano due barche che si somigliano come una Punto ed una Mercedes superaccessoriata. Puoi farlo solo se hai sempre girato in Rolls Royce da quando la tata ti portava ai giardinetti vestito alla marinara. Ok, si va, salutiamo tutti e ci dirigiamo sul lato sud dell’isola dove abbiamo deciso di passare la notte. Diamo fondo davanti ad una piccola spiaggia frequentata da famigliole tranquille, sicuramente all’imbrunire sarà deserta ed il mare tutto per noi. Buona la prima, alle 7 c’è solo un pescatore sulla battigia, non buona la seconda, alle nostre spalle una dozzina fra cargo e petroliere, ma a distanza sufficiente a non infastidire, se non visivamente.
 

Assos

Mi sveglio con molta calma dopo una dormita spettacolare e con molta calma ci prepariamo a salpare, quando succede il fattaccio: appena spingo il pulsante di avviamento del motore, lo sento che stenta e poi si blocca per mancanza di corrente. Ma non era la batteria servizi ad essere in crisi? Le metto in parallelo, e ritento l’avviamento, se non parte così sono dolori. Attimi di tensione, potrebbe sdraiarsi anche la batteria servizi e ritrovarmi senza elettricità a bordo, per fortuna tutto va per il verso giusto. Metto la barca in rotta, apro il fiocco, ci sono 20 nodi, con una sola vela filiamo ad oltre 5, non si sente la mancanza della randa, lascio il motore acceso per un paio d’ore per ricaricare le batterie, quando lo spengo sono entrambe ben sù di tensione, spero che almeno una delle due la mantenga. Siamo diretti, almeno teoricamente, ad Ayvalik, una cittadina sulla costa continentale dove contiamo di fare i documenti di uscita dalla Turchia, in realtà se troviamo un posto carino strada facendo ci fermiamo per la notte. Procediamo per rotta 175 per un paio d’ore, nulla da segnalare se non un assembramento di pescherecci in un punto dove la carta non riporta alcuna secca, evidentemente invece deve esserci qualcosa, mi segno le coordinate, può sempre servire.
 

Ayvalik

Dobbiamo passare Un piccolo promontorio chiamato Baba Burun. Burun in turco vuol dire naso, sarà la metafora con cui in questo paese chiamano i capi perchè è un toponimo molto ricorrente. Baba invece vuol dire papà, quindi Capo Papà. Avvicinandoci scorgiamo una piccola fortezza in pietra e poco oltre un porticciolo dal cui frangiflutti spicca l’altissimo albero di una barca che l’AIS mi dice essere lunga 28 metri. Entriamo a dare un’occhiata, il molo è deserto, in una darsenetta un paio di motoscafi e qualche piccolo peschereccio, alle spalle un pugno di case che costituisce l’abitato. C’è un silenzio fantastico, quasi irreale, rotto solo dal vento che non smette di fischiare fra le sartie. Un tizio in banchina mi fa segno di essere pronto a prendere le cime, ma con Alessandra decidiamo che preferiamo fare ancora un po’ di strada prima di fermarci, giro quindi la prua e riesco in mare. Passato il capo, orziamo decisamente per seguire il profilo della costa, il vento gira in senso sfavorevole e ci ritroviamo a bolinare con i soliti 30 nodi, ovviamente essendo ridossati il mare non si alza in modo sufficiente a dare molto fastidio, qualche ondata, però, arriva anche in pozzetto dopo essere rimbalzata sullo sprayhood.

L’albero ed io (F. Guccini)

Lungo la costa, molto bella, selvaggia, si alternano costoni rocciosi e lunghe spiagge deserte, i declivi sono ora brulli ora ricoperti di vegetazione bassa, ogni tanto qualche piccolo agglomerato cementizio, brutte villette a schiera o, peggio, piccole palazzine, concentrate in quelli che devono essere villaggi vacanze figli di una lottizzazione un po’ disordinata. C’è comunque pochissima gente a terra e nessuno in mare, siamo ancora una volta l’unica barca in giro, se penso al Mar Tirreno in questo periodo mi vengono i brividi. Improvvisamente ci troviamo in un buco di vento, per alcuni minuti siamo quasi abbonacciati, poi il vento riprende a soffiare col medesimo vigore che aveva fino a poco fa, ma notiamo che è molto più caldo, più secco, evidentemente due masse d’aria di provenienza diversa si scontrano in quel punto, comunque sempre da nordest, questa è una certezza. Vorremmo fermarci sotto le rovine di Assos, un importante città fondata nel I secolo a.c. dove ha studiato e si è sposato Aristotele (con la figlia del tiranno, oggi diremmo che s’è sistemato) e dove è passato, tanto per non farsi mancare nulla, pure Alessandro Magno. Il sito archeologico è in cima ad un picco che spicca dalle colline, ricorda un po’ Radicofani, Ghino di Tacco qui parlava greco e non toscano, ma suppongo adottasse la stessa politica vessatoria. In basso c’è un microscopico porto circondato da begli edifici in pietra antica, color terra di Siena, sembra davvero la Toscana, proviamo ad entrare ma appena infilata la prua oltre il frangiflutti vedo che è talmente piccolo che non avrei lo spazio per girarmi una volta dentro e considerato che ci sono sempre 30 nodi e le cime di alcuni corpi morti ben tese è il caso di soprassedere.
 

Ayvalik

Poco più avanti c’è la solita baietta deserta, diamo fondo in 4 metri d’acqua. Faccio un tuffo per controllare l’ancora, dalla barca ho visto un fondale che potrebbe non tenere bene, meglio dare un’occhiata di persona. Altre due bracciate e sono sulla riva, una spiaggia di ciottoli scuri, guardo Piazza Grande in controluce col sole basso, l’acqua appena increspata, un piccolo branco di pescetti volanti salta sulla superficie del mare, ricordo le sere della mia infanzia a Capo Peloro, l’estrema punta settentrionale della Sicilia, davanti Messina, ed ho la stessa sensazione di tranquillità interiore. Sulla spiaggia un pezzo di cima impiombata, una boa rotta, brandelli di un canotto di gomma leggera e tanti pezzi di plastica di tutte le forme, avanzi di pseudociviltà vomitati dal mare durante qualche mareggiata. L’unica nota stonata di questo idillio sono le mosche, tante, fastidiose, a volte di quelle che pizzicano dolorosamente, ce le portiamo appresso da qualche giorno, ronzano attorno disturbando qualsiasi attività.
 

Gente di Ayvalik

E’ bello svegliarsi al mattino e dopo un caffe alzare le vele e correre nel mare che riluccica di un sole ancora non alto all’orizzonte. Il Meltemi da queste parti lo chiamano Poyraz, sarà lui a spingerci lungo il Canale di Lamna e poi lo Stretto di Mitilene, verso Ayvalik. Prima di entrare in città mi piacerebbe fermarmi in una rada del piccolo arcipelago di isolette, basse e disabitate, che c’è di fronte, ma anche stamattina la batteria motore era giù, non mi va di fare affidamento su quella dei servizi, anzianotta anche lei, bisogna ricomprale al più presto, soprattutto la prima, quindi via per queste 20 miglia verso il marina della solita catena Setur che ne gestisce parecchi un Turchia, tutti di buon livello e, purtroppo, prezzi adeguati, anche se non paragonabili a quelli italiani (ma qualsiasi marina italiano, anche il più sfigato, è più caro pure di Saint Tropez). Chiamo sul VHF per chiedere se c’è posto, arriva il gommone, mi indica un piccolo spazio fra due barche a motore, una delle quali ormeggiata di prua e con due enormi fuoribordo neri che sporgono dietro; il vento, ovviamente, è al traverso, i soliti 30 nodi, se sbaglio manovra farò la fine di una qualunque vittima di Caio Duilio, quello che abbordava le navi con i rostri sulla prora. Manovra lenta se il vento stenta, manovra lesta se il vento infesta, dice un vecchio adagio, prendo quindi la rincorsa e affondo la manetta a retromarcia, calcolando qualche metro di scarroccio sottovento, infilo lo stretto pertugio largo quanto Piazza Grande, poi a mezzo metro dal pontile do un affondo di marcia avanti e la barca si ferma. L’ormeggiatore nel frattempo, lesto anche lui, è saltato a terra per passare la trappa ad Alessandra e raccogliere le cime che gli lancio io. Manovra perfetta, il tizio ed io ci guardiamo e solleviamo all’unisono il pollice in segno di reciproca approvazione.
 

Seguimi, con le buone o…

Ayvalik si trova in fondo ad una baia cui si accede attraverso un canale dragato a circa sei metri, guai ad uscire dal tracciato segnalato dale mede, ci si ritroverebbe insabbiati in mezzo metro di fondo. E’ abbastanza stretto e per avere il nostro quotidiano brivido, entriamo con vento forte nel momento in cui parte l’esodo di tutti i caicchi che portano in gita giornaliera i turisti. Che emozione vederseli tutti a prua che ti puntano addosso, tutti insieme, con cronometrica armonia. La città è carina, non bella, ma una sosta la merita tutta, facciamo due passi, c’è un centro storico piuttosto trascurato ma interessante, ci sono tante botteghe di ogni genere, un paio di piccoli bazar, molti ristorantini per tutti i gusti, la sera ceniamo con 10 euro in due, un brodo di carne ed un piatto di polpette di carne. Quando chiedo se hanno la birra, cosa non scontata in Turchia specialmente nei posti dove servono cucina turca, il cameriere lascia sospesa per un istante la mia domanda, poi, prima che per rompere l’imbarazzo possa dirgli che non importa, mi risponde Ok, no problem, che traduco come: è un problema, ma posso risolverlo. Si allontana qualche minuto e torna con una bottiglia di Efes gelata che mi porge con un sorriso. Ecco, questo mi piace molto dei turchi, sono liberi interiormente, hanno le loro idee, il loro credo, la loro etica, ma non si ritengono depositari di una verita cosmica, non pretendono di piegare il mondo alla loro visione delle cose. Altri due passi per i vicoli, sotto il pergolato di un bar molti anziani che chiacchierano snocciolando fra le mani il loro immancabile rosario, un uomo scarica una capra viva da un’automobile e per costringerla a seguirlo gli prende le corna con una mano e gli infila l’altra nell’orifizio posteriore, sembra un sistema collaudato, l’animale, seppur recalcitrante, si sottomette al volere del suo padrone. 

All’ancora vicino Ayvalik

Un paio di giri in altrettanti uffici per espletare le formalità di uscita, l’acquisto della batteria motore ad un prezzo più alto di quello che avrei pagato a Canakkale, ma questa è una località turistica, era ovvio, poi la giornata può dirsi conclusa. In teoria avremmo tempo fino alla mezzanotte di oggi per lasciare la Turchia, come recitano i mille timbri sul passaporto e sul transit log, in reltà la voglia di passare la notte in qualche rada qui di fronte è forte e decido che per una volta delle rigide regole turche me ne frego, tanto fuori c’è il ventone, alle brutte dico che sono stato costretto a fermarmi per il meteo avverso. Ed è con i soliti 30 nodi, non senza prima una passeggiata in testa d’albero per raddrizzare il Windex piegato, che lasciamo il marina di Ayvalik, sono tranquillo, sorrido riflettendo su questa mia tranquillità, penso che fino a non molto tempo fa con 30 nodi avrei raddoppiato le cime in banchina e me ne sarei andato al bar. Si naviga, si cresce, si conosce meglio la barca, si sta conseguentemente più tranquilli. Troviamo la baia che fa per noi, ci sono un paio di caicchi che se ne vanno nel giro di due d’ore, siamo ancora una volta l’unica barca, di fronte a noi una piccola spiaggia popolata solo di gabbiani e lepri selvatiche così grosse che all’inizio pensavo fossero cani. Mi viene in mente che so fare un ottimo ragù di lepre, quasi quasi carico il fucile subacqueo… E invece no, dopo un bagno in un acqua così gelida da togliere il fiato, preparo una bella padella di cipolle, melanzane, peperoni e patate, pregustadone il sapore mentre il profumo si spande in aria. Domani si va via da questo bellissimo paese, ciao Turchia, ci rivedremo sicuramente, mi piaci troppo per non tornare. Benritrovata Grecia.

Dietrofront, prima che il Mar di Marmara si svuoti


Sorseggiando una Efes gelata, l’ottima marca turca di birra, osservo dall’alto di una terrazza che offre un’ampia veduta della penisola del Corno d’oro il fitto andirivieni di traghetti alla fermata prospicente il ponte di Galata. E’ incredibile con quanta velocità e perizia vengano effettuate le manovre di accosto e di attracco. Uno va, un’altro viene, incessantemente, per collegare le due sponde del Bosforo in diversi punti, trasportando ogni giorno decine di migliaia di persone che saltano con indifferenza dall’Asia all’Europa, là dove la contiguità sfuma, fino ad annullarla, qualunque diversità, sia del territorio che degli individui. Osservo il brulicare di gente, variegatà umanità scompigliata nei capelli dal forte vento, ed osservo me stesso, scompigliato nei pensieri forse ancora di più.

Sono con Alessandra, un’amica velista che mi ha raggiunto in aereo per navigare alcuni giorni con me durante quello che tecnicamente si configura come un viaggio di ritorno perchè Istanbul era la meta estrema, il traguardo lontano da tagliare prima di voltarsi indietro. In realta il ritorno sarà piuttosto lungo, sicuramente più dell’andata dato che in queste settimane ho sempre corso, vedendo poco e niente dei posti che ho toccato, mentre d’ora in poi vorrei navigare in modo molto più lento e rilassato. Per certi aspetti si può dire che la vacanza comincia oggi, per quanto qualcuno dica che dopo i due mesi non si può più chiamare vacanza, ed è già un mese e mezzo che io ho lasciato Roma e Piazza Grande le putride acque di Fiumara.
 
Il ponte di Galata dall’alto

Sono venuto qui a Galata perchè ci sono gli uffici dell’Harbour Master di Istanbul, l’autorità marittima che sovrintende il traffico navale, dato che è obbligatorio registrare qualunque cambio di equipaggio. La Turchia non è nella UE, non ce l’abbiamo voluta, quindi le procedure non sono snelle come in Grecia. Viste le pessime performance dell’Euro e l’ottimo andamento dell’economia turca, suppongo che ora a non voler entrare nella UE siano i turchi, non resta quindi che armarsi di pazienza e fare tutte le carte necessarie. Oggi è il primo giorno di Ramadan, o Ramazan come dicono qui, cosa che ci crea qualche piccola difficoltà, sia perchè gli orari di lavoro si interrompono bruscamente appena il muezzin dà il segnale che si può tornare a mangiare e bere, sia perchè nei primi giorni i praticanti sono nervosi per l’astinenza, almeno fino a quando il corpo non si abitua e prende il ritmo invertito dei pasti notturni. Comunque sia, riusciamo a risolvere tutto rapidamente, grazie anche al supporto di Ahsen, una mia amica locale che ci fa da interprete nei vari uffici. Svolte le formalità burocratiche, ci concediamo una cena turca in una bettola e poi due passi a piedi nelle stradine attorno allo Spice Bazar, frequentate a sera dai migliori spacciatori di falsi di ogni genere, vere opere d’arte, dove per 6 Euro trovo la maglietta del Fenerbahce che mi ha chiesto mio figlio, tale e quale a quella originale, ci sono tutti gli stemmi e stemmini che ci devono essere, come mi mostra orgoglioso il venditore. Per rientrare in barca prendiamo un traghetto, a bordo del quale conosciamo Roberto, un argentino con parecchia voglia di chiacchierare. Fa il regista, è qui da 3 anni circa e gira documentari, mi racconta, sui rapporti fra gli ebrei sefarditi di origine spagnola e gli ebrei turchi. Immagino che a Buenos Aires sia il tema del giorno.
 

Isolotti nel Mar di Marmara


Per risparmiare un po’, ho passato due notti davanti al marina di Kalamis, dando fondo nella tranquilla e ridossata rada di fronte all’ingresso. Stamattina mi sono svegliato circondato da un paio di decine fra Optimist e Laser, una scuola di vela stava facendo la sua lezione. Passa un barcone collettivo pieno di ragazzini con l’instruttore, li saluto, sono contenti e mi risalutano, poi vedo un Laser che mi punta, arriva a pochi metri da me e mi stramba sopravvento. Chissà come si dice in turco: Hey ragazzino, perchè devi venire a strambare a pochi metri da me che sto all’ancora e per giunta farlo sopravvento, che se per caso manchi l’abbattuta ti spiaccichi sulla mia murata? Deve essere un vizio locale, ieri una barca di una dozzina di metri, mentre avanzavo a motore quasi a ridosso del frangiflutti e dell’ingresso del marina, mi ha costretto a cambiare rotta per passarmi di prua e poi andare a virare un attimo prima di sfracellarsi sugli scogli. No, dico, ma non poteva virare 20 metri prima, gli cambiava tanto la vita? Ragioni imperscrutabili dei regatanti, anche in allenamento si ingarellano col primo che gli capita davanti, fosse pure un pedalò con a bordo una coppia di pensionati, devono far vedere che loro sono cazzuti, ignorando che i più vanno per mare con altro spirito, uno spirito che antepone il relax a qualsiasi performance. Vabbè, mi tolgo di mezzo, tanto una notte in marina era prevista, c’è da imbarcare Alessandra, fare la spesa, lavare la barca, fare i documenti, ecc. Salpo l’ancora ed in 5 minuti sono sul pontile del porto più fichetto di Istanbul: bar, ristoranti e circolo nautico con atmosfera da vecchia marina, pure questo ogni tanto non guasta, il personale cortese è la ciliegina sulla torta.
  Ne approfitto per collegarmi ad Internet, cosa che negli ultimi giorni ho potuto fare solo di sfuggita, apro un paio di giornali online e mi prende lo sconforto: titoli centrali su Berlusconi, sulle condanne passate e presenti di Berlusconi, sui riflessi delle condanne di Berlusconi sul governo, e via così. Guardare la vita politica italiana col piccolo distacco dato da un’assenza di qualche settimana è terrificante, siamo una società imbalsamata da 20 anni, i turchi hanno avuto crisi economiche e terremoti in questo periodo e si sono ripresi alla grande da entrambi, hanno costruito ponti e grattacieli, un tunnel ferroviario sotto il Bosforo e progettano nei prossimi 10 anni un’opera di dimensioni bibliche, il raddoppio del canale navigabile dal Mar di Marmara al Mar Nero. Noi, invece, stiamo ancora a parlare dei processi di Berlusconi; che tristezza, che tristezza infinita. Mi piace la vitalità della società turca, dinamica ma al tempo stesso legata alle proprie tradizioni e di esse fiera; le strade che corrono fra grattacieli altissimi sono percorse dai tipici venditori di ciambelle al sesamo. Noi non solo non abbiamo i grattacieli, ma non abbiamo più nemmeno i venditori di fusaje o mosciarelle, anzi, mi chiedo quanti oggi sanno cosa sono le fusaje e le mosciarelle, cartoccetti pieni della mia infanzia.
 

Un bel tratto di costa

A mezzogiorno di mercoledì lasciamo il marina di Kalamis con un cielo leggermente velato, ma tanto da queste parti in questa stagione non piove mai. L’ho detto pure ad Alessandra quando mi ha chiesto se portarsi o no la cerata. Ma no, ma che cerata, un Kway leggero è sufficiente, facciamo i Dardanelli in estate mica Capo Horn in inverno. Non piove ma in compenso il vento non manca, partiamo subito al lasco con 20/25 nodi che ci spingono inizialmente a più di 8, ma inutile illudersi che Piazza Grande nella notte si sia trasformata in un missile da regata, semplicemente la corrente del Bosforo si fa sentire fino ad diverse miglia di distanza. Comunque, finito il suo effetto, ci mettiamo sui 7 nodi galoppando sulle onde che è un piacere.
Ma davvero qui non piove mai?, mi fa Alessandra, perchè vedo un nuvolone nero proprio sopra di noi. Il tempo di mettere la testa fuori ed un acquazzone ci investe in pieno con il conseguente rinforzo di vento. Recupero di corsa la cerata (io me la sono portata, mica sono uno di quelli che vanno in barca col Kway, io!) e tutto imbacuccato mi piazzo al timone. Do ad Alessandra la consegna di restarsene sottocoperta visto che è incautamente sprovvista di cerata.
 

Karaburun o Lavinio?

Ricapitolando: sono al timone dell’unica barca che c’è in giro, sotto una pioggia scrosciante, con un metro e mezzo d’onda al giardinetto, raffiche ampiamente sopra i 30 nodi e… sto bene! Lo spettacolo è entusiasmante, la forza della pioggia che lentamente placa quella del mare ed io a barcamenarmi fra entrambe. Mentre timono fischio Lisa dagli occhi blu senza le trecce la stessa non sei più ed altri terrificanti hits della mia infanza, quella in cui annegavo felice fra fusaje e mosciarelle.
  Abbiamo deciso di fermarci per la notte a Karaburun, un nome scelto sulla carta nautica per il grosso pregio di apparire ridossato al vento da nord, ignoro che tipo di località possa essere. Mentre la costa settentrionale del Mar di Marmara scorre sulla dritta, vedo alternarsi qualche agglomerato industriale e piccoli insiediamenti urbani, Karaburun invece appare, quando ci siamo davanti, una località di villeggiatura fatta di palazzine e squallide villette a schiera, qualcosa che ricorda un po’ Lavinio o Cerenova, tanto per fare un paio di nomi di casa nostra. Il vento cala, cala pure l’ancora, anche se in un altro senso, e la notte scorre tranquilla. Putroppo ammainando la randa mi accorgo di un piccolo strappo. Ma non poteva rompersi ieri che stavo ad Istanbul ed avevo mille strade da intraprendere per ripararla? Beh, l’occorrente per ricucirla ce l’ho, bisogna trovare il meteo giusto per ammainarla e fare il lavoro, nel frattempo si va di fiocco e gennaker, tanto d’ora in poi il vento sarà sempre a favore grazie alla regolarità del Meltemi.  
 

Minareto nano a Pashalimani

L’indomani partiamo con calma, c’è meno vento del giorno prima, il fiocco si rivela presto insufficiente, alziamo il gennaker e la barca prende il via. Facciamo poco più di 5 nodi, direi che va bene. Prua verso sud, verso Pashalimani, una piccola isola al centro del Mar di Marmara, un po’ per spezzare le miglia verso i Dardanelli, un po’ per la curiosità di vedere il posto. La giornata scorre tranquilla, per non dire monotona, le uniche cose che annoto sul diario di bordo sono: ore 9.00 salpato da Karaburun, ore 17.30 dato fondo a Pashalimani. Ne approfittiamo per spolverare un po’ dei dolcetti comperati ad Istanbul, alcuni buoni, altri un po’ secchi e stucchevoli per il nostro palato. Limani in turco vuol dire porto nel senso di baia, un po’ come harbour in inglese, quindi Pashalimani è il porto del pasha. Cosa facesse qui un pasha me lo chiedo: un pugno di case, un moletto occupato da un peschereccio ed una piccola moschea con un minareto basso e grassoccio che sembra un trullo di Alberobello, chissà se è opera di un architetto pugliese convertito alla religione di Maometto. Impossibile andare a terra perchè il molo non sembra agibile e di mettere in acqua il tender proprio non ho voglia anche perchè ora c’è parecchio vento. Impossibile anche fare un bagno perchè l’acqua è impestata di meduse. Non resta che aprire una birra e godersi il panorama, c’è un silenzio irreale interrotto solo dal lento scoppiettare dell’entrobordo di un gozzo con sopra un uomo ed un bambino che il sole basso tende a nascondere alla vista. Sembra l’Italia di 50 anni fa, il posto non è niente di che ma l’atmosfera è veramente stupenda. Per cena un bel piatto di spaghetti alla puttanesca che ci restituisce le energie, poi un controllo all’ancora e via a nanna, domani si salpa presto, le miglia da fare sono tante fino a Canakkale, ultima sosta prima di tornare in Egeo, indugiare ulteriormente in queste acque non ha molto senso, il mare ha un triste color petrolio e le isole sono aride, brulle e cosparse qua e là di costruizioni brutte e moderne. C’è da dire però che essere l’unica barca da diporto in giro ha il suo fascino.
 

Pashalimani

La sveglia suona alle 6 e mezzo, la macchinetta del caffè è pronta dalla sera prima, basta metterla sul fornello e alle 7 siamo già in marcia, il vento non è molto quindi per un paio d’ore lascio acceso il motore, anche per ricaricare un po’ la batteria che da qualche giorno da segni di stanchezza, mi sa che a Canakkale tocca ricomprarla. A metà mattinata spengo il motore e alziamo il gennaker, Piazza grande prende il via, stiamo sempre abbondatemente sopra i 6 nodi, sempre grazie alla corrente che scorre sempre nella stessa direzione, dal Mar Nero attraverso il Bosforo entra nel Mar di Marmara e poi nei Dardanelli verso l’Egeo. Tutti i giorni così, sempre, da che esiste il mondo. La domanda sorge allora spontanea: perchè il Mar Nero non s’è svuotato ancora? Forse perchè ha un grosso afflusso d’acqua da qualche fiume? Allora dovrebbe essere un mare d’acqua dolce. Molti stretti e canali, quello di Messina ad esempio, hanno la corrente che si alterna nei due sensi secondi cicli prestabiliti da madre natura, da queste parti, invece, tutto scorre (stavo per dire panta rei, ma sono ancora in Turchia, mica in Grecia!) sempre allo stesso modo. Mah, resto con i miei dubbi e nel dubbio ne approfitto e sfrutto il moto d’acqua a mio favore. Entrando nei Dardanelli la corrente aumenta parecchio nei punti dove il canale si restringe, filiamo a 7/8 nodi con sì e no una dozzina di nodi di vento. Per assecondare i gomiti che fa lo stretto, dobbiamo strambare un paio di volte, in una di queste mi coordino male con Alessandra ed il gennaker si aggroviglia attorno allo strallo di prua. Sarebbe niente, se non fosse che l’imbuto della calza si incastra fra l’albero e l’attacco alto dello strallo, quindi anche mollando la drizza non verrebbe giù. Bella situazione, di quelle che sogni prima di prendere il mare! Provo a mollare la mura per lasciarlo andare a bandiera ma non cambia nulla, fra l’altro temo che sbattendo forte al vento possa rompersi, già ho la randa fuori uso, se si strappasse pure il gennaker sarebbero dolori. Alla fine, con un po’ di pazienza ed un paio di giri su noi stessi, riesco a farlo ripassare dietro lo strallo e rimettere tutto a posto. Bel numero da circo, però.
Al traverso di Gelibolu, Gallipoli per noi italiani, riesco a mettermi a farfalla con gennaker e fiocco e fare 5 nodi e mezzo con 5 di apparente, ovviamente col solito trucchetto della corrente, è bene sfruttarla finchè il Mar Nero non finisce di svuotarsi. Un barber agganciato alla falchetta aiuta la vela a mantenere la corretta forma e alle 8 di sera passo le cime al ragazzo del marina di Canakkale, che mi riconosce e un po’ mi fa sentire di casa.
 

Andatura a farfalla

La mattina di sabato se ne va fra spesa e commissioni varie, fra cui la ricerca della batteria, trovata a buon prezzo ma purtroppo di dimensioni troppo grandi per il vano che la deve ospitare. Dopo un pranzo veloce con un mattone di pasta sfoglia imbottito di ricotta e spinaci che mi vale le calorie necessaria per un paio di settimane, affrontiamo l’ultimo tratto dei Dardanelli e poi il breve tratto di mare verso Bozcaada, una piccola isola turca appena fuori lo stretto. Mentre percorro queste ultime miglia di questo mare, rifletto su quanto fosse differente il mio stato d’animo due settimane fa quando navigavo in senso inverso. Avevo l’impressione di affrontare una navigazione importante, di bordeggiare nella storia, circondato da decine di navi che imponevano un’attenzione massima e costante. Oggi invece tutto mi appare normale, non dico scontato, ma sto come se facessi Anzio-Ponza, mi guardo attorno, apprezzo, ma mi manca quel quid che da la sensazione, o forse l’illusione, che stia facendo qualcosa di epico. Non bisognerebbe mai ritornare, canta il saggio Guccini, forse siamo esseri destinati alla noia, costretti a ricercare sempre nuove emozioni per sentirci veramente vivi, sono quindi contento di rientrare in Egeo, so che qui le emozioni non mancheranno di certo.
 

Il mostro

Nel frattempo un pizzico di emozione la restituisce la Seago, una porta-container  di 294 metri che a 12 nodi punta la nostra poppa senza avere l’aria di volerci passare nè a dritta, nè a sinistra. Quando è ad un paio di centinaia di metri decido che sono io a dover prendere l’iniziativa e orzo deciso di una 30ina di gradi verso la costa, portandomi a distanza di sicurezza. Il mostro ci sfila accanto sollevando un’onda imponente e mostrandosi in tutta la sua enormità
Il monumento ad Ataturk, posto a guardia dell’ingresso ai Dardanelli, è il segnale che siamo usciti, sfruttiamo gli ultimi sprazzi di corrente, poi Piazza Grande torna ad essere quella che è, una tranquilla barca da crocera, con dietro di sè una scia lunga 1500 miglia, quelle percorse dal 2 giugno ad oggi, e davanti tanto mare ancora da percorrere, ancora da emozionare. Guardo il blu dell’Egeo, la costa turca dell’Eolia ci attende e penso che infine uscimmo a riveder le stelle.

Nel Bosforo, arteria pulsante di Istanbul


Istanbul è. Alcune città, alcuni luoghi, sono qualcosa, Istanbul è e basta. Il Bosforo l’attraversa tagliandola in due fisicamente, dividendola fra due continenti, ma senza spezzarne la continuità, è un mare che anzi unisce le due sponde, con traghetti e ponti, con milioni di persone che ogni giorno l’attraversano nei due sensi, incessantemente, instancabilmente. Ma la continuità di Istanbul non é monotonia, perché Istanbul è tutto ed il suo contrario, è il contrasto inimmaginabile, lo stridere fastidioso degli opposti, è est, è ovest, è Asia ed Europa, è modernità e tradizione, é ricchezza e povertà estreme. 16 milioni di persone ne fanno, per dimensione, una metropoli asiatica e infatti lo è, ma quanta Europa c’è a Istanbul, antica e moderna! Istanbul siamo noi, Costantinopoli, ma anche gli Ottomani, Bisanzio. Istanbul è passato e presente

Il ponte di Galata

Istanbul è le mille moschee con le ogive dei loro minareti, la penisola del Corno d’oro, la torre di Galata, costruita dai genovesi, il ponte di Galata con le tante persone che affacciate con la canna da pesca in mano cercano di insaporire la propria cena, è le stradine di Sultanhamet affollate di turisti, i palazzi imperiali, i bastioni turriti, le paraste degli edifici neoclassici, Santa Sofia, la Moschea Blu, il Topkapi, il Dolmabahce, le case di primo novecento sulle rive del Bosforo, il Gran Bazar, i mercatini all’aperto, lo Spice Bazar con i suoi odori pungenti, l’estasi dei dervisci rotanti, la danza del ventre, la musica che suona nelle strade, la litania dei muezzin scandita ad orari prestabiliti. 

Uno skyline che sembra a quello di New York

E’ i grattacieli, alti, tanti, con le gru alzate per costruirli, una distesa sterminata di cemento per decine di chilometri, i centri commerciali, il traffico costante ed impazzito delle sue arterie, le terrazze chic degli alberghi, le case eleganti di Bagdat Street, la coltre di smog che tutto copre ed appanna, una metropoli sconfinata tempestata di bandiere rosse con la mezzaluna e le foto di Ataturk ovunque, Ataturk in divisa dell’esercito, Ataturk che nuota, Ataturk in abito di gala, Ataturk che ti scruta maliardo. Istanbul sono tante di persone, tutte diverse, le donne velate, le minigonne, le palandrane, i decoltè spinti, i giovani vestiti sportivi, i mendicanti, gli uomini d’affari in limousine, i mille mestieri ambulanti, i lustrascarpe, i venditori di ciambelle al sesamo, i carretti con le pannocchie arrostite o le cozze al limone, il kebab, le verdure grigliate; sono i gas lacrimogeni di oggi a Piazza Taksim.
 

Piazza Taksim in un momento di pausa della protesta

E’ terra e mare, le navi che puntellano l’orizzonte, le petroliere, i cargo, le gru che movimentano le merci, i porti, i marina per il diporto, i traghetti che riversano fiumi di gente sulle sponde, poi le luci della città che si riflettono sull’acqua, due enormi ponti moderni che uniscono il mondo, i caicchi che navigano sotto i loro pilastri, un piccolo stormo di uccelli marini che fa da contorno, a Istanbul c’è posto anche per loro.
 

Venditore di ciambelle al sesamo

Istanbul è Oram Pamuk, Elif Shafak, Ferzan Ozpetek, Esmahan Aykol, è il sorriso della gente, la cortesia; sono due occhi neri che ti scrutano profondi, perché Istanbul può essere struggente come è a volte la sua musica melensa, ammaliare con mille luci, disgustare per la sporcizia e la poverta che trovi in certi angoli, ma si finisce sempre col restare lì sospesi a guardarla fra la nebbia del mattino, perché sospesi siamo noi nell’effimero attimo della nostra esistenza, incerti del futuro, incerti del presente, caduchi come foglie d’autunno. Istanbul, invece, è lì per restare.

Faccio due giorni a spasso per la città, così a zonzo dato che ci sono già stato un paio di volte è ho già visitato gli spot turistici più gettonati, mangio un kebab, faccio un po’ di foto e compro i sospirati jeans, due paia, starò bene per un pezzo! Incontro Ahsen, una vecchia amica appassionata dell’Italia, che mi consiglia di investire in immobili. Istanbul è in pieno boom edilizio, è impressionanate la quantità di palazzi in costruzione, così tanti che viene da chiedersi perchè si debba a tutti i costi edificare pure in un parco cittadino, il casus belli dei disordini di queste settimane. Mi indica un’appartamento a Galata: L’hanno comprato degli italiani 5 anni fa per 200 mila euro, ora lo stanno rivendendo, chiedono un milione. Però, mica male, averlo fatto io l’investimento sarebbe la volta buona che mi compro un Hallberg Rassy. Ssssttt… sennò Piazza Grande si offende!
 

La Moschea Blu

La mattina di sabato saluto il cortesissimo personale del marina ed esco in mare, sempre gentili i turchi. Faccio in tempo a pensarlo che i due ormeggiatori mi dicono di essere uno macedone e l’altro ungherese, entrambi di famiglie scappate 30 anni fa da guerre o regimi insopportabili. Vabbè, ma ormai si sono turchizzati, sono cresciuti qui, dei turchi hanno assunto il carattere ed i modi. Voglio avvicinarmi al Bosforo e percorrerlo l’indomani, farlo oggi sarebbero troppe miglia e una piacevole passeggiata si trasformerebbe in una sgroppata fra mare, vento, onde e traffico marittimo sostenutissimo. Procedo a zig zag per alcune ore, sia perchè il vento da NE mi costringe a bolinare, sia perché devo continuamente schivare qualche grossa nave che è ormeggiata o avanza con la sua enorme prora proprio verso di me. Incrocio un paio di navi da guerra scoprendo che non hanno il trasponder dell’AIS acceso, sul monitor non le visualizzo. A sera do fondo davanti al marina di Kalamis, evito di entrare dopo aver consultato il listino prezzi per l’ormeggio. Guardo la città, è lì davanti a me, a 50 metri dalla mia prua, la gente passeggia sul lungomare, mi arrivano notizia di nuovi scontri a Taksim, forse mi arriva anche l’odore acre dei lacrimogeni, ma qui nessuno sembra occuparsene ed i bar all’aperto continuano a servire drink e mandare musica dagli altoparlanti.
 

Moltissime grandi navi alla fonda davanti alla città

Domenica è il gran giorno, ho fatto una dormita spettacolare e mi sento in forma, salpo l’ancora e punto diretto l’ingresso del Bosforo. Ho 1200 miglia dietro di me, la strada che ho percorso in circa 4 settimane da Roma a qui, una lunga scia che vista sulla carta nautica fa un po’ effetto. Entro nel canale tenendomi al centro, il portolano avverte che ci sono sul lato dritto delle chiatte che lavorano agli scavi di un tunnel sotterraneo, bene quindi tenersi lontani. Subito riscontro una discreta corrente contraria, ma era prevista, non mi sorprendo. Vedo sfilare attorno a me le icone di questa città, Aya Sofia, la moschea blu, i palazzi dei sultani e tutto il resto. Bello vederli dal mare dopo averli visti da vicino sulla terraferma. Impossibile descrivere con parole il delirio di traffico che c’è, centinaia di traghetti, grandi e piccoli, si muovono in tutte le direzioni, non solo perpendicolarmente dato che collegano anche zone lontane della città, hanno la precedenza assoluta, se non ci fossero le disposizioni dell’autorità marittima a conferirgliela, la prenderebbero d’ufficio per dimensioni e velocità: avanti tutta sembra essere il loro motto. Uno di questi lascia improvvisamente la banchina mentre gli passo accanto e da una suonata di tromba che rimbomba nell’aria per chiedere immediatamente acqua.

 

I traghetti hanno sempre la precendenza

Neanche 10 secondi e suona nuovamente, io non esisto, sono un microbo, un intralcio che deve immediatamente scomparire. Stacco il pilota automatico e faccio un 360 gradi, come le penitenze in regata, per farlo passare. Ma non si può indugiare un istante, la banchina resterà vuota solo un paio di minuti, un’altro traghetto è in arrivo, affondo il gas anch’io prima di subire nuove proteste. Quest’altro è stracolmo di gente, mille occhi che mi guardano, faccio un cenno con il braccio, migliaia di braccia rispondono al mio saluto, alcuni giapponesi mi scattano anche delle foto, diventerò una celebrità al loro paese.

Sfilo accanto ad una grossa boa che segnala bassofondo a est, noto un vortice d’acqua attorno alla sua base, segno che la corrente in quel punto è davvero fortissima. Per sicurezza controllo la velocità al GPS, 0,9 nodi, accidenti, davvero pochino, ma sono col motore quasi al minimo, è normale che… No, non è normale per niente! L’occhio mi va sulla traccia disegnata sul monitor, faccio sì circa un nodo, ma all’indietro, incredibile! Avanti tutta, motore a manetta prima che la corrente mi risucchi verso il Mar di Marmara. Sono quasi al primo dei due ponti, intravedo alcune motovedette della Guardia Costiera, sono unità ultraveloci ed armate, non fanno una bella impressione. Avvicinandomi vedo che fermano uno yacht e lo fanno tornare indietro, vuoi vedere che oggi non si passa?
 

La forte corrente intorno ad una boa

Faccio finta di niente e proseguo, scattando mille foto, cercando di inquadrare Piazza Grande ed il ponte insieme. Poi un fischio di sirena, un piccolo affondo di gas e una motovedetta mi si avvicina dicendomi da un megafono qualcosa in turco che ovviamente non capisco. Ma c’è poco da spiegare, i gesti che ci scambiamo sono quasi ridondanti, accosto deciso a dritta per scattare qualche foto col ponte di fianco ed accostarmi alla sponda opposta, poi giro la prua e torno indietro. Non ho idea del perché di questo divieto, in effetti oggi non ho visto neanche una nave transitare nel canale, mentre nei giorni scorsi era un andirivieni continuo, chissà se è un normale stop domenicale o qualcosa di collegato ai disordini di ieri. Comunque sia, missione compiuta, dovevo arrivare fino al ponte, scattare qualche foto che ho promesso alla Lega Navale di Roma dove si vedesse bene il guidone sociale sotto la crocetta sinistra, posso andare in pace. Ora la corrente è a favore, la barca avanza da sè, mi infilo nel Corno d’Oro fino al ponte di Galata, poi ne esco e lentamente riguadagno il mare aperto.
 

La mia meta, il ponte fra i due continenti

Dato che è presto, decido di fare una puntatina alle Isole dei Principi, un piccolo arcipelago a pochissime miglia da Istanbul, anzi, vista l’estensione della città, tecnicamente proprio di fronte. Idea pessima dato che le isole sono la meta domenicale preferita dei turchi, giro per due ore senza successo alla ricerca di un ancoraggio decente. Le spiagge sono zeppe di ombrelloni e di persone, il mare di barche sopra la superficie e di meduse sotto. Finalmente trovo un buco sui 15 metri di fondo, ma c’è vento, lo spazio e pochissimo e filando 30 metri di catena, comunque pochi per stare tranquilli, sono quasi addosso ad una barca a motore. Niente, oggi non c’è verso di rilassarsi un po’, mi armo di pazienza e rifaccio la manovra. Sto un’oretta e poi decido di tornarmente davanti a Kalamis, ci ho passato una notte tranquillissima, non c’è ragione di restarmene qui. Un vento di circa 25 nodi mi spinge di bolina quasi a 6, ci metto poco ad arrivare. Entro nella piccola baia, ritrovo il mio posto, l’acqua qui è appena increspata, il sole rosseggia dietro i palazzi, mi faccio una doccia e stappo una birra per festeggiare. Ho fatto quello per cui ho lavorato alcuni mesi quest’inverno a preparare la barca e per cui ho navigato un mese intero, il Bosforo. Passo una notte serena.


 












Mar di Marmara

Sono le due del pomeriggio quando lascio il marina di Canakkale. E’ stata una sosta tecnica, dovevo fare i documenti di ingresso in Turchia, ma ero anche curioso di visitare questa cittadina. E’ piuttosto pulita ed ordinata ed ha un centro piacevole per una passeggiata, ho fatto bene a fermarmi. Sul lungomare fa bella mostra di sè un’enorme riproduzione del cavallo di Troia, che dista 30 km da qui, pare usata per il film Troy e poi donata dalla produzione alla città. Il transit log è costato 55 euro di spese vive e 30 di commissione per il tizio che si è occupato della cosa. Il portolano di Heikell e Radio Banchina parlavano di cifre molto più alte, addirittura consigliavano di fare le pratiche altrove, m’è andata bene. Nel marina ho conoscuito Sammy, un poveretto semiparalizzato da una grave malattia, come mi ha spiegato nel suo ottimo inglese ma che io non ho capito bene, nè indagato troppo. E’ stato imbarcato per molti anni sulle navi da crocera, ha avuto due mogli, la seconda l’ha lasciato quando si è ammalato. Vive con un piccolo sussidio dell’assistenza pubblica e si arrangia con qualche traduzione. Passa le sue giornate nel marina, sorridendo a chi arriva, facendo buon viso al cattivo gioco che la vita gli ha riservato. Ama l’Italia, mi fa sentire tutta I love you in Portofino dal cellulare, ha voglia di chiacchierare e anche io, decido di offrirgli la cena, accetta di buon grado, andiamo insieme in un ristorantino turco, shis kebab, o quello che è, qui tutta la carne finisce con l’essere chiamata kebab. It’s a shitty life this way, mi dice ad un tratto gelandomi; non so cosa dire, nascondo il mio imbarazzo cambiando discorso. Quando parto mi lascia il suo biglietto da visita, Business consultant, cerca di convincermi ad aprire una pizzeria o importare macchinari per la raccolta meccanizzata delle olive. Chissà, magari la dritta è buona.

L’idea è di uscire dai Dardanelli e mettermi all’ancora per la notte, ho individuato un buon punto sul lato nord, poche miglia dopo Gelibolu, Gallipoli, ne devo fare 30 per arrivarci, vista l’ora non posso indugiare molto. Il traffico di grandi navi sembra oggi ridotto, meglio così, navigherò più sereno, anche se un paio di quelle belle grosse mi passano da poppa a non più di 100 metri. Vedo l’appendice della loro prua fendere l’acqua alzandone una quantità enorme, poi un muro d’acciaio oscura la mia visuale per un paio di minuti, come un’eclissi, lasciandomi infine una scia maleodorante di fumo quando mi trovo sottovento ad esse. Navigare in questo canale è veramente antipatico, la corrente ed il vento hanno un’incostanza incredibile che costringe ad aggiustamenti continui della velatura ed a incessanti correzioni al pilota automatico, non trovo praticamente mai pace. Schivo un paio di traghetti che uniscono Gallipoli alla sponda opposta, sentendomi come il bersaglio di un videogioco, poi finalmente sono fuori, il Mar di Marmara mi accoglie con un bellissimo tramonto ed un vento che si è fatto lieve e mi accarezza fino a che trovo il posto giusto per calare l’ancora. Sono vicino ad un paio di petroliere alla fonda, di fronte a me un bellissimo paesaggio fatto di campi coltivati e dolci colline, potrebbe essere la Toscana, tanto è aggraziato. Il sole tramonta, rosseggiando sul mare, dopo cena cala il vento definitivamente ed io passo una notte un po’ ballerina a causa un’ondina morta residua che fa rollare Piazza Grande.

Alle 6 capisco che non riprenderò più sonno e mi alzo, pronto ad affrontare un altro pezzetto di questa lunga rotta. Mi restano un centinaio di miglia fino a Istanbul, voglio spezzarle in due fermandomi sull’isola di Marmara, la principale del piccolo arcipelago che da nome al mare che lo bagna. Però, anzichè nel porto principale, decido di puntare Asmalikoy, un porticciolo un po’ sperduto di quelli che piacciono a me e di cui il portolano testualmente dice: uno scenario quasi inquietante che ricorda i luoghi immaginari descritti ne Il signore degli anelli. Dato che non ho visto nè letto Il signore degli anelli, decido di farmi una cultura in materia direttamente in loco e metto la barca in rotta.

Vela o motore? Me lo chiedo un centinaio di volte durante la giornata, mai una regolazione risulta buona per più di 10 minuti, il vento cambia continuamente di intensità, passando dai 5 ai 25 nodi e viceversa. Vado a motore, apro le vele, 5 minuti e devo prendere una mano di terzaroli, forse anche qualcosa in più se non voglio stare troppo sbandato, ma che dico, c’è calma piatta, riaccendo il motore, no meglio aprire almeno la randa… e via così per tutta la mattina. Sono questi i momenti in cui ringrazi la sorte di averti dato una barca con entrambe le vele rollabili, alla faccia della performance. Questi numeri quasi da circo li faccio in autostrada contromano. Mi spiego: tutto il traffico marittimo dal Mar Nero all’Egeo è regolato secondo il principio elementare di tenere la dritta, come in macchina. Quindi, chi va verso Istanbul sta a destra, chi viene sta a sinistra. Io però ero alla fonda sul lato sinistro, quindi per raggiungere la mia corsia di marcia devo forza tagliare quella del senso opposto, con molta cautela, visti i bestioni che viaggiano da queste parti, però devo farlo per forza. Un paio di navi, che tengo molto sotto controllo sia a vista sia sul radar (AIS), suonano la sirena quando sono a poche centinaia di metri da loro, nel timore che non le abbia viste e non dia loro la precedenza che gli spetta. Il forte suono, cupo e nasale, mi echeggia in testa rimbombando nelle trombe di Eustachio e facendomi sentire un po’ come il matto della barzelletta, quello che aveva imboccato l’autostrada contromano. Quando finalmente sono nella mia corsia ho quasi voglia di cercare un Autogrill per pipì e caffè.
Ma se l’impatto con le navi è scongiurato, i loro effetti indiretti non sono da trascurare, primo fra tutti le onde che sollevano. Una volta stabilita l’altezza media che generano, si sta tranquilli, fino a quando passa un bestione che, per imperscrutabili ragioni ne alza un treno molto più alto. Me ne sto spaparanzato al sole quando vedo un frangente che non dovrebbe esserci. E’ un attimo, afferro un tientibene, Piazza Grande sbatte la prua un paio di volte poi… noooooo! I due piccoli oblò di prua sono aperti! Ecco trovato un passatempo per la prossima ora, asciugare tutta l’acqua che è entrata, meno male che era chiuso il passauomo, sennò c’era da sgottare per due giorni.

Comunque sia, ho il mare di prua e sono costretto a poggiare, che sia vela o sia motore, non si riesce a tenere la rotta sull’isola di Marmara. Vado avanti così per alcune ore, fino a quando il vento mi da un “buono” inaspettato e orzo di parecchi gradi, decidendo di passare nello stretto fra l’Isola di Avsa e l’isolotto che gli sta di fronte. Controllo la carta, controllo il portolano, passaggio tranquillo. All’orizzonte però vedo una lingua orizzontale bianca che sembra proprio un frangiflutti. Rallento l’andatura, anche perchè sulla sinistra c’è una meda che segnala una secca pericolosa, e solo quando sono molto vicino vedo che c’è un piccolo porto non segnalato da nessuna parte. Possibile? Eppure è così! Viene quasi da credere a Schettino che dice che Le Scole non erano sulla carta del Giglio… no, vabbè, non esageriamo. La navigazione procede senza altri intralci, mi guardo attorno, mi avvicino alla costa per osservarla meglio, è molto bella, molto verde, poco edificata e con scogliere a picco che si alternano a piccole spiagge. Mi domando perchè il Mar di Marmara abbia una così cattiva fama, il paesaggio è veramente greadevole, poco il turismo terrestre, esclusivamente turco, e praticamente inesistente quello nautico, in tutta la giornata ho incrociato sì e no un paio di barche. Purtroppo è pieno fino all’inverosimile di meduse, di un tipo che non ho mai visto altrove, impossibile anche solo fare un tuffo. E pure l’acqua non è di un colore proprio invitante…

Verso le 5 entro nel porto di Asmalikoy, praticamente deserto, qualche barchino da pesca su un lato, sull’altro solo una vecchia ciabatta di legno con un palo in coperta ed una badiera russa a brandelli a poppa. Decido di mettermi all’inglese, come i russi, ma un vecchietto in banchina mi fa segno di mettermi di poppa: hai visto mai occupassi troppo spazio! Mi prende le cime, fa la gassa anzichè ripassarmele a doppino, ma non importa, poi mi dice qualcosa in turco, che ovviamente non capisco. Allora chiama in soccorso un tizio che sta poco più in là con la sua barca, che arriva e mi parla in tedesco. Niente, non ci siamo proprio. Provo ad azzardare una domanda, se c’è un’autorità portuale a cui va comunicato l’ormeggio. E’ il loro turno ad essere perplessi. La comunicazione si sblocca quando mimo il saluto militare, non s’è mai visto un italiano non riesce a farsi capire con qualche gesto.
Alla fine anche io capisco loro, bisogna pagare per l’ormeggio. Per dirmi la cifra arriva in aiuto la figlia in età scolare del secondo tizio, che sa contare in inglese: 30 lire turche o 12 euro che dir si voglia. Mi pare sinceramente troppo, mostro un biglietto da 20 lire, il vecchietto fa segno di sì, le prende e sparisce via. Scendo a terra per qualche foto, il tizio con la bambina anglofona mi dice “Turkish beer”, non ho idea di cosa voglia dirmi, ma per non sapere nè leggere nè scrivere rispondo yes. Lui stappa una bottiglia e me la passa con un sorriso. Vorrei dirgli che noi a Portofino o a Taormina facciamo lo stesso, appena arriva un turco con cui non riusciamo neanche a dire due parole gli offriamo da bere. Ma c’è l’ostacolo linguistico e forse per questa volta è meglio così. Più tardi ricambio la cortesia con mezza caciottina greca che ho comprato l’altro giorno a Lemnos: typical italian, gli dico, tanto che ne sa, ti pare che se ne accorge. Mi sorride, gli sorrido, usciamo contenti entrambi da questo scambio culturale. Spero solo che i greci non insaporiscano il formaggio con il lardo o qualche altro grasso animale proibito dal profeta, nel caso che Allah mi perdoni per aver condotto sulla via del peccato una sua pecorella.

Se tutti i paesini italiani hanno la loro chiesetta con il suo campanile che svetta fra i tetti, i paesini turchi hanno la moschea con il minareto. Belli entrambi, ma se nel primo caso si patisce qualche scampanata, nel secondo si subisce un vero e proprio martirio acustico. Cinque volte al giorno, ad orari prestabiliti, il muezzin, anzi un nastro registrato o forse negli ultimi tempi un Ipod, ricorda a chi se lo fosse scordato che Allah è grande. Una di queste litanie è schedulata per le 4.30 del mattino, ad un volume che farebbe sentire a casa un disk-jokey. La serie di gorgheggi mistici va avanti per diversi minuti, con pause di alcuni secondi fra un fraseggio musicale e l’altro, illudendo ogni volta che sia finita lì. Verrebbe voglia di tirargli qualcosa o di andare a svegliare l’imam quando se la dorme profonda lui.

Alle 7 e mezzo, dopo l’immancabile caffè, recupero l’ancora portandomi via alcuni malloppi di fango ed alghe putrescenti, appena fuori dal porto mi tocca calarla in mare e sciaquare bene tutto perchè l’odore non è dei più gradevoli. C’è un filo di vento, ma esattamente di prua, metto il motore a 1800 giri ed imposto il pilota automatico per rimettermi in carreggiata, ovvero inserirmi di nuovo nella corsia di navigazione obbligata per chi naviga in queste acque. C’è il solito traffico di mercantili, ho sempre un occhio a 360 gradi e l’altro sul radar, la navigazione procede molto tranquilla, mare calmo e navi attorno sotto controllo. Incrocio anche una grossa nave da crocera e riesco a captare la sua rete WIFi, purtroppo protetta da password inespugnabile. Vado avanti così per alcune ore, facendo una rotta leggermente più a nord rispetto al Bosforo, dato che il West Istanbul Marina, il porto che ho scelto per il mio soggiorno, è a circa 20 miglia dal centro della città. L’ho scelto perchè è l’unico che la cassa di bordo può permettersi, è una struttura nuovissima e, come si dice in questi casi, dotato di tutti i confort.

Ben presto quindi, il mare che poco fa era tempestato di enormi navi, si svuota lasciandomi solo su un acqua appena increspata e a tratti completamente abbonacciata. Man mano che mi avvicino, rifiuti galleggianti di varia natura punteggiano la superficie, gli effetti di una città di 16 milioni di abitanti si sentono a diverse miglia di distanza. La giornata di oggi si annota come una delle più noiose, un solo brivido quando sento la radio chiamare un’indefinita “sailing boat, sailing boat, this is…” e il nome del chiamante. Schizzo in coperta, hai visto ma che qualcuno col trasponder spento mi stia venendo addosso! Ma non c’è nessuno, non chiamavano me, mi rimetto comodo.

Verso le 16 sono sottocosta, il marina si trova in un’area che si divide fra lottizzazioni di edilizia popolare ed enormi gru per la movimentazione dei container. Entro nel marina, mi viene incontro il gommone di servizio con a bordo il cortesissimo personale che mi assiste nell’ormeggio, gli lancio le cime e mi sistemo bene. Mi chiedo se sono arrivato oppure no, nel senso che tecnicamente sto a Istanbul, la mia meta era questa, ma in realtà sto in una specie di cattedrale nel deserto, mi sentirò arrivato quando attraverserò il Bosforo a vele spiegate, per quando pare che dal ponte che unisce le due sponde della città in poi sia vietata la navigazione a vela. La sera, fra lo stridere ed il clangore delle gru accanto al marina, guardo sul monitor la traccia che ho percorso in questo mese di navigazione. Sono circa 1.200 miglia, veramente tante, fatte quasi ininterrottamente, con pochissime soste. Ma non mi sento stanco, nè fisicamente nè moralmente, vado avanti, sento che potrei farlo per molto ancora. Anzi, credo proprio che lo farò.

I Dardanelli: giocare a bowling nel ruolo di birillo

“E sentiamo Massinelli,
il mio re degli asinelli,
dove sono i Dardanelli?
Professore, io non lo so, lo dica lei.

La prima volta che ho sentito nominare i Dardanelli è stata da piccolo ascoltando mio padre che canticchiava questa canzone della sua infanzia (www.youtube.com/watch?v=8lOMVVG3Yps). Dato che nella strofa precedente il professore interroga la signorina Maccabei chiedendole dove sono i Pirenei, per anni ho creduto che i Dardanelli fossero anch’essi una catena montuosa. Credo che la verità mi si sia rivelata non molto tempo fa. La scoperta che si tratta del medesimo pezzetto di orbe terraqueo che a scuola veniva indicato con il nome di Ellesponto è poi cosa per me cosa veramente recente. Per i Turchi è, semplicemente Canakkale Bogazi, lo stretto di Canakkale, il primo porto che si incontra sulla sponda anatolica entrando dal Mar Egeo. Di fronte, 20 miglia più avanti, Gelibolou, la Gallipoli della terribile sconfitta del 1915 subita dalla Triplice, costata 250.000 morti sul versante anglo-francese e 150.000 su quello turco e che è passata alla storia col nome di Campagna dei Dardanelli. Nel goffo tentativo di forzare il blocco navale e penetrare in campo nemico, gli alleati incapparono in uno sbarramento insuperabile e vennero ricacciati indietro dall’esercito Ottomano guidato dal giovane colonnello Mustafà Kemal, poi passato alla storia come Ataturk, il fondatore della Turchia moderna. A Piazza Taksim, in questi giorni, i dimostranti inneggiano a lui, senza di lui la Turchia sarebbe oggi tutt’altra cosa, ben peggiore.
E’ proprio Canakkale la mia meta, ma le mie intenzioni sono assolutamente pacifiche, la mia Campagna dei Dardanelli sarà tutta tesa a superare due soli ostacoli (non voglio dire nemici, fanno in fondo semplicemente il loro mestiere): il vento e la corrente. Entrambi forti, entrambi contrari per chi entra. Molta cautela quindi, potrebbe non essere una passeggiata, ma come al solito la mia filosofia è: dato che non me l’ha ordinato il dottore, se non ci si riesce, giro la prua e riprovo il giorno dopo o quando le condizioni meteo lo consentiranno.
La mattina mi sveglio alle 6 e mezzo, apro il tambuccio, bonaccia totale, si prevede smotorata, almeno all’inizio. Invece nel breve tempo di un caffè si alza una leggera brezza, tanto che quando salpo l’ancora e mi metto al timone l’anemometro segna 60 nodi. 60 nodi??? Proprio ieri ho notato che in testa d’albero le alette del Windex si sono piegate e la freccetta incastrata fra di esse, se ora mi molla pure la stazione del vento… Poi però mi dico: ma tutte ‘ste diavolerie, sulla cui utilità non si discute, sono proprio indispensabili? Quando avevo il Laser, una piccola barchetta lunga poco più di un surf, la mia stazione del vento si riduceva ad un pezzetto di nastro magnetico saccheggiato da una vecchia videocassetta e in tanti anni non s’è mai rotta. Su Piazza Grande ho i guidoni alle crocette che possono svolgere la stessa funzione in modo egregio, saranno loro il mio Windex durante la navigazione di oggi. E quello che non faranno i guidoni, lo faranno le mie orecchie. Avete mai provato a sentire il vento con le orecchie? Muovete la testa lentamente, quando siete perfettamente nel suo letto, il vento fa un rumore diverso, quella è quindi la direzione da cui proviene.

Alzo le vele e mi metto in rotta, non sono 60 nodi, ma 20 abbondanti sì, lo dico con certezza perché miracolosamente l’anemometro torna a funzionare. Navigo di bolina stretta, c’è mare, sono costretto a poggiare qualche grado altrimenti lo scarroccio vanificherebbe ogni mio tentativo di avanzare. Saggiamente ieri ho girato sul lato nord di Lemos, proprio per avere possibilità di poggiare nel caso l’andatura al vento fosse risultata oggi troppo stretta. Se avessi girato sul lato sud, più breve, oggi mi troverei costretto a bordeggiare, faticando non poco visto che c’è almeno un metro d’onda. Man mano che mi avvicino il mare cambia colore,dal blu intenso dell’Egeo greco, al grigio verde che mi ricorda tanto le tristi acque di casa, Fiumara Grande, la foce del Tevere. Decollando dall’aeroporto di Fiumicino e guardando in basso, si nota una specie di enorme fungo marroncino, sono i detriti ed il fango trasportati dal fiume e sputati in mare, unitamente ad una cospicua dose di inquinanti di ogni genere. I Dardanelli non sono un fiume, ma sputano anche loro acque sporche, inquinate, provenienti dagli scarichi delle tante industrie e metropoli che affollano le sponde del Bosforo e del Mar Nero. Solo Istanbul conta 16 milioni di abitanti, poi ci sono Odessa, Sebastopoli, decine e decine di milioni persone che tutte le mattine si alzano e fanno i loro bisognini che nella maggior parte dei casi arrivano in mare senza subire alcun processo di depurazione. L’idea di galleggiare sulla diuresi turco-exsovietica non mi esalta per niente, cerco di non pensarci e mantenere la rotta.

Il vento aumenta, sfiora i 30 nodi e gira leggermente verso nord, in modo quindi favorevole, posso orzare qualche grado. Purtroppo così mi trovo il mare esattamente sulla prua, sono onde corte e ripide, veramente antipatiche. Piazza Grande su alcune sbatte, su altre infila la prua, che viene leggermente sommersa per poi riemergere sollevando acqua e schiuma che spazzano la coperta. Benedetto sprayhood, non prendo una goccia, resto completamente asciutto! Mi accorgo che la manica a vento, o dorade come la chiama qualcuno, della cabina di prua non è stata girata, c’è il rischio che qualche secchiata d’acqua mi finisca sul materasso. Controvoglia metto la cintura di sicurezza e vado a prua per orientarla verso poppa. Nonostante il vento sia girato, continuo a scadere in latitudine, evidentemente lo scarroccio è notevole con questo mare, oppure gli effetti della corrente dei Dardanelli comincia a farsi sentire, secondo il portolano si avvertono anche a 15 miglia di distanza.

Tengo continuamente d’occhio l’AIS, lo strumento che mi indica sul monitor tutto il traffico marittimo intorno a me. La carta elettronica è cosparsa di triangolini colorati, tutti sulla direttrice dello stretto, chi in un senso chi nell’altro, come insetti in processione. Per il momento preferisco tenermi leggermente discosto, qualche miglio a nord, in modo da lasciare acqua sottovento fra me e le tante navi, spesso non individuabili a occhio nudo. La mia posizione sulla carta è rappresentata con una piccola barchetta rossa; davanti, una freccetta indica il punto dove mi troverò fra 20 minuti. Data l’incostanza della velocità, la freccetta si allunga e si accorcia continuamente, sembra una linguetta, piccolo pungiglione. Ecco, mi piace immaginarmi così, una piccola ape operosa che avanza in mezzo a nuvole di insetti molto più grandi di lei, lenta e costante, imperturbabile ma pronta a tutto. In un momento in cui il mare allenta un pochino la presa, mi faccio un caffè. Mentre lo sorseggio penso che sto bevendo un caffè italiano, su una barca tedesca, navigando in acque greche, con la prua rivolta verso la Turchia mentre lo stereo mi manda a tutto volume Across the universe degli inglesi Beatles: mi sento cosmopolita quando ammaino le vele ormai inutili ed accendo il Volvo Penta, riponendo nei suoi 29 cavalli il destino mio e della mia Campagna dei Dardanelli.

A poche miglia dal canale, accosto deciso a dritta. La circolazione nei due sensi è regolata come sulle strade, bisogna tenere la dritta, la destra, se continuassi per questa rotta farei la fine di quelli che imboccano l’autostrada contromano. La mia velocità nel frattempo è calata parecchio, col motore a 2200 giri faccio 4 nodi scarsi, ne dovrei fare 7 se non ci fosse la corrente; non è calata invece quella delle navi che percorrono la mia stessa “corsia”, sono tutte tra i 10 ed i 15 nodi, il che vuol dire che sarò come un’ape sì, ma Piaggio, su un autostrada percorsa da autoarticolati. Ho un leggero brivido lungo la schiena, mentre mi preparo a subire sorpassi a colpi di clackson. Osservo le navi intorno a me, sono tante, sono enormi, lunghe più di 200 metri, impressionanti. Quelle in ingresso sono tutte molto alte al galleggiamento, il contrario di quelle in uscita, segno evidente che entrano vuote ed escono piene, segno evidente che l’occidente compra più di quello che vende, segno evidente che l’occidente continuando così…

Ammaino la bandiera greca ed alzo quella turca e quella gialla, la lettera Q dell’alfabeto delle comunicazioni marittime. Indica che non ho persone malate a bordo e chiedo libera pratica. Spero non costituisca impedimento il forte mal di pancia che ho da un paio di giorni, eredità, credo, dell’unico ristorante che mi sono concesso, dove ho ordinato agnello e mi sono ritrovato nel piatto una specie di lesso, un pezzo di carne ricco di tessuto connettivo. Chissà se è lui il colpevole dei miei crampi.
Scorgo a sinistra l’imponente monumento di guerra turco, una brutta ed enorme colata di cemento che celebra la vittoria di Ataturk, sono proprio sull’uscio! Cerco di mantenere una rotta più costante possibile, in modo che le navi che mi superano non abbiano esitazioni se farlo a dritta a sinistra. Noto che accostano tutte con discreto anticipo, evitando di farmi pelo e contropelo, forse me la passerò meglio dell’Ape in autostrada. Più avanzo, più la corrente aumenta, è impressionante, faccio meno di due nodi pur sentendo il motore cantare alegramente. Provo a spostarmi più vicino la costa, il portolano dice che lì la corrente si avverte di meno. Se non altro in questo modo la prendo un po’ di taglio, la velocità aumenta leggermente. Continuo ad osservare l’AIS, ogni tanto noto qualche freccetta che punta esattamente su di me e questo un pochino mi inquieta, soprattutto perchè io sono poco manovriero per via della corrente, le navi che mi puntano per via della loro enorme mole.
Ad un certo punto vedo sulla mia poppa un profilo sormontato da un enorme castello, o torretta, non so qual è il termine più appropriato. Sembra una portaerei, proprio dietro di me, proprio sulla mia scia, ad una velocità che lascia presagire un impatto nel giro di pochi minuti. Proseguo imperterrito, dando spazio a tutto il sangue freddo di cui sono capace. A poche centinaia di metri da me, il mostro accosta qualche grado, non è una portaerei, ma un cargo gigantesco, mi passa vicino, intravedo le sagome delle persone sul ponte di comando, dietro i vetri scuri. Torm Ismini si chiama, 228 metri, 13,4 nodi di velocità. Non è il solo grattacielo galleggiante che mi passa accanto, lo faranno parecchie navi, tutte con ampi margini di sicurezza devo dire. Ma quando le vedi da lontano che ti puntano, quando l’AIS ti avverte che fra poco sarai investito da un ammasso ferroso di dimensioni inimmaginabili, puoi solo metterti buono e sperare che la bestia abbia già pranzato, che sia sazia e che per questo le sue avide fauci ti grazieranno: oggi, almeno.
La corrente nel primo tratto la stimo sui 4 nodi almeno, poi cala leggermente quando lo stretto si allarga un pochino. In questo punto noto però che, malgrado la mia prua sia bene sulla rotta che intendo fare, il GPS mi da un percorso fuori asse di almeno 40 gradi, una numero enorme, evidentemente la corrente mi colpisce di fianco in modo molto più violento di quello che penso. Mi domando come fosse possibile avanzare in questo mare prima dell’invenzione della propulsione meccanica, fra corrente e vento, che è di nuovo sui 30 nodi, nessuna imbarcazione a vela può illudersi di mettere la sua prua verso est in queste acque. Non mi risulta nemmeno ci siano cicli di corrente entrante ed uscente, come nello Stretto di Messina, dove conoscendo gli orari si può sfruttare il movimento della acque a proprio favore. Remigio Zena, un genovese che nel 1875 ha pecorso a bordo di Dafne, un veliero di 12 metri, la mia stessa rotta, racconta che dopo un tentativo di ingresso nel canale, sono stati costretti a mettersi alla fonda ed attendere un rimorchiatore, loro ed un’altra quarantina di imbarcazioni di tutte le dimensioni. Ma un rimorchiatore è un qualcosa di motorizzato, prima ancora come si faceva a fare rotta per Istanbul, per la Crimea, per le tante città del Mar Nero?
Quando il canale si restringe, la mia velocità cala nuovamente. Canakkale è lì d avanti a me, la vedo perfettamente, ma a 2 nodi, 3 al massimo, ci vuole ancora tempo. Un windsurf, sfruttando il forte vento, mi sfreccia davanti alla prua, lo prendo come un buon segnale, un’immagine di svago che mi distoglie per un attimo dall’atmosfera mercantile che mi circonda da qualche ora. Poi, però, un sommergibile mi riporta a tutt’altra realta. Fra poco dovrò fare i conti anche col traffico perpendicolare al canale, quello dei traghetti che uniscono continuamente le due sponde della città, ma per questo genere di cose mi sono ben temprato attraversando più di una volta lo Stretto di Messina, questi a confronto sono vaporetti!

Sono quasi le sette di sera quando entro nel piccolo marina della città, raccolgo la trappa col mezzo marinaio, lancio le mie cime in banchina e finalmente eccomi in Turchia. Si fa per dire, perchè finchè non espleto le formalità di ingresso, non posso uscire dalla recinzione del porto, ben recintato e segnato come confine di stato. Ormai è tardi, gli uffici sono chiusi, se ne parla domattina, resto consegnato come al militare, con i turchi non si scherza, sono molto suscettibili sulle loro leggi. Canakkale, d’altra parte, non pare essere un posto da urlo, farò con calma un giro domani, quando mi lascieranno uscire di cella. Allah u achbar, urla il muezzin dall’alto di un minareto, ma la voce gracchia, è una registrazione, non ci sono più i muezzin di una volta, proprio come i marinai veri, quelli che facevano i Dardanelli senza l’ausilio di tecnologie moderne.

Plakas, un porto senza case e senza diporto

Mi sono sempre piaciute le frontiere, i posti di confine, hanno quel sapore vago di fine del mondo conosciuto, guardi al di là e ti immagini chissà cosa di misterioso ed esotico. Un’estate del liceo, con tre amici partimmo in  autostop per Capo Nord, estremo lembo settentrionale d’Europa, quando arrivammo, stanchi ed infreddoliti, ci sembrò di essere sospesi fra il presente ed una dimensione extratemporale cui il sole di mezzanotte conferiva un atmosfera di tramonto infinito. Ricordo poi alcune frontiere miltarizzate, come quella fra la Cina ed Hong Kong, o fra la Croazia e la Serbia negli anni ’90, controlli doganali lunghi ed estenuanti, funzionari scortesi, ma l’impressione era che si stesse pagando il dovuto dazio per andare di là, andare oltre, dove solo pochi erano ammessi. Oggi l’Unione Europea ha abbattuto le frontiere, il clima disteso con molti altre nazioni ha eliminato i visti e la burocrazia, la frontiera sopravvive come luogo ideale, una cesura fra due mondi in permanente fusione osmotica seppur ciascuno con una vita propria.

Sono arrivato un po’ per caso a Ormos Plakas, sulla costa orientale di Limnos. Volevo spezzare le miglia che mi rimangono per entrare nei Dardanelli, avevo bisogno di un posto per passare la notte e date le condizioni meteo quest’ampia baia poco profonda mi è sembrata adatta. Due bracci di molo, due linee di frangiflutti, compongono un piccolo porticciolo di pescherecci. E’ un posto strano, non ha un paese alle sue spalle, solo due case bianche su una collina, poi intorno nient’altro che campagna. La costa Turca, con la piccola isola di Goekceada è a sole 12 miglia, un tiro di schioppo praticamente, e per la prima volta nella mia vita, sono in un porto dove non ci sono altre imbarcazioni da diporto. Incredibile questa Grecia, la sorpresa, l’emozione, sono sempre lì ad attenderti, anche quando non le cerchi. Sì, è un posto di confine, lungo la strada sterrata corre perfino una fila di pali della luce, o telefonici non so, che danno un’aria da frontiera americana, una trasposizione nel tempo e nello spazio di quanto descritto magistralmente da tanti scrittori d’oltre oceano, Steinbeck prima di tutti.

Chissà che emozione doveva essere andar per mare quando tutto il Mediterraneo era così, quando il turismo di massa non aveva ancora devastato i tanti piccoli borghi sulla costa, preziose gemme che non hanno retto tanta pressione antropica; quando anche Stintino o Maratea erano come Plakas, isole di pace, luoghi di riparo per i pescatori locali ed i rari naviganti di passaggio. Qualcuno gli spieghi che hanno venduto l’anima per un pugno di spicci che in molti casi si esauriscono nel giro di un paio di generazioni, lasciando ai posteri il fardello di un territorio distrutto per sempre ed un’identita storica cancellata da un finto progresso.

Entro dentro il porto, un tizio in banchina mi indica a gesti dove ormeggiarmi, ma l’ecoscandaglio mi da 2,1 metri, temo che avvicinarmi ancora possa essere pericoloso, rischio di toccare sul fondo. Provo a mettermi fuori dal porto, ridossato comunque dai frangiflutti, un’altro tizio mi fa segno di non avvicinarmi troppo alla costa, guardo di nuovo l’ecoscandaglio, 1,9 metri, lo ringrazio e ingrano la retromarcia. Do fondo 50 metri oltre, vicino ad un piccolo peschereccio, l’uomo a bordo mi indica col dito un punto sicuro, poi in un inglese discreto mi chiede dove vado e da dove vengo. Quest’anno il tempo è buono, mi fa, alludendo evidentemente al Meltemi non ancora in regime estivo. Ovunque vada trovo cordialità, gentilezza, non mi sono mai sentito una preda da spolpare, come invece avviene in tanti altri paesi del mondo, l’Italia per prima.

Non ci sono rumori, solo ogni tanto il rombo lontano di un’auto che fugge via alzando una nuvola di polvere, la piccola spiaggia che divide il mare dalla campagna brulla e deserta è ricoperta di posidonia morta, poco più in là, all’ombra di alcuni eucalipti, un piccolo stormo di gabbiani si gode il riposo di fine giornata. Voglio imitarli, domani voglio essere riposato per affrontare le miglia che mi rimangono per entrare in Turchia ma soprattutto essere fresco per i Dardanelli, un passaggio che può creare non poche difficoltà ad una piccola barca, per le forti correnti contrarie e per l’intenso traffico di grandi navi. Intanto preparo la bandiera della Turchia per alzarla nel momento in cui entrerò nelle acque territoriali di quel paese. Il confine è là, poco oltre il faro, domani attraverserò la frontiera, domani sarò oltre il confine.

Limnos, un'isola viva e tranquilla.

Lasciare il paradiso non è una cosa che si fa a cuor leggero. Stamattina mi sono svegliato con calma, ho fatto il caffè e mi sono seduto sulla tuga a guardare la fantastica insenatura dove ho passato la notte, certo che a Skiros prima o poi ci tornerò. Mi tocca il bagno mattutino, un tuffo per andare a terra a recuperare la cima che tiene Piazza Grande ferma sulla sua linea d’ormeggio, un’esperienza tonificante, frizzantina, nonchè esaltante per l’incredibile trasparenza dell’acqua. Salpo l’ancora, poi giro la barca e torno indietro per dare l’ultimo saluto a Francesca e Giovanni, che percorreranno da oggi una rotta diversa dalla mia. Vieni a farci l’inchino?, scherza Giovanni. In un certo senso sì, voglio ringraziare ancora una volta i miei amici per l’affetto che mi hanno dimostrato in queste settimane di navigazione insieme. Un cenno, un sorriso, poi metto la prua verso il mare aperto ed esco dalla baia senza voltarmi indietro. Odio gli addii strazianti, odio l’indugio nei saluti, anche se questo non è certamente un addio; ci rivedremo, ne sono certo, molto presto da qualche parte in questo Egeo meraviglioso.
In un mare liscio come l’olio percorro a motore, senza fretta, le poche miglia verso est che mi consentono di scapolare Capo Lithari, poi mi metto in rotta verso nord, ancora non so esattamente per dove. Deve esserci un po’ di corrente contraria, perchè per fare più di 5 nodi devo mettere il motore più su di giri del solito. Di vento invece non ce n’è, non sufficiente a navigare almeno, ma meglio la calma piatta che il Meltemi sul naso! Sempre preso dal mio obiettivo supremo, Istanbul, e sempre convinto che questo buco di vento vada sfruttato al massimo, guadagnando quanto più possibile in latitudine, sono tentato dal mettere la prua direttamente sui Dardanelli. Dovrei fare una notte di navigazione, però, e l’ingresso dello stretto, oltre che problematico per le correnti contrarie, è anche uno dei punti del Mediterraneo a più alta densità di traffico di navi mercantili. A questo aggiungiamo che le previsioni danno, dalle 3 UTC di stanotte, quindi dalle 6 locali di domani, vento contrario piuttosto forte, intorno ai 30 nodi. Forse sarebbe un azzardo, soprattutto perchè a Skiros non sono riuscito a scaricare un bollettino meteo aggiornato. Ok, continuo così, direzione Limnos, un’isola piuttosto grande più o meno sul meridiano dei Dardanelli, arriverò col buio, ma a questo penserò quando sarà il momento.
Avanzo con davanti, in lontananza, il profilo sfumato di Eustriatos, una piccola isola, piuttosto distante da tutto, dalle rotte commerciali e da quelle classiche del diporto, per quanto di diporto quassù non ce ne sia poi molto. Non sono infatti molte le barche che tentano di risalire il Meltemi, soprattutto ad estate già iniziata. Eustriatos mi tenta, è proprio il genere di isola che piace a me, quella con pochi abitanti, con poco turismo, con poca confusione. Ma rischio di rimanere intrappolato lì se il Meltemi nei prossimi giorni dovesse riprendere a soffiare forte, ed io potrei mancare clamorosamente questa opportunità fortunata di avvicinarmi alla mia meta. Da domani dovrò stare fermo per almeno 48 ore, in attesa che passi una nuova sfuriata. All’orizzonte scorgo qualcosa che somiglia al profilo di Manhattan, è un’enorme porta-container, l’AIS, lo strumento che mi informa su tutto il traffico marittimo intorno a me, dice che è lunga più di 200 metri. L’altezza direi che è proporzionale ed i container impilati a sbalzo gli conferiscono il curioso aspetto di uno skyline fatto di grattacieli. Poi null’altro, solo mare, blu, intenso, vivido.
 Prima, mentre guardavo l’AIS sullo schermo del computer, mi sono accorto che per quanto non scorga nessuno all’orizzonte, c’è un incredibile traffico mercantile verso e dai Dardanelli, una fila interminabile di navi che come formiche operose percorrono nei due sensi la strada per il loro formicaio dopo essersi rifornite di cibo. In effetti, buona parte di questo traffico è fatto di petroliere che vanno e vengono dal Mar Nero, dove riempono le stive col loro prezioso carico di oro nero di provenienza russa. E’ il modo in cui il mondo occidentale si approvvigiona del cibo di cui ha più fame, l’energia. Sorrido pensando che sono spinto dal vento, un’energia inestinguibile che se assecondata può portarmi ovunque. Il traffico è così intenso che le navi si chiamano continuamente fra loro sul VHF percomunicarsi le variazioni di rotta che eseguono per evitare l’abbordo.
Nel primo pomeriggio si alza un po’ di vento, do vela, Piazza Grande si mette sui 5 nodi e mezzo e finalmente si spegne il rumore scoppiettante dell’entrobordo. Captando probabilmente il segnale dal ripetitore di Eustriatos, riesco a collegarmi ad Internet e scaricare delle previsioni meteo aggiornate. L’orario di inizio del vento forte è stato posticipato di qualche ora, sono tentato di accostare a dritta e tentare di raggiungere Canakkale, primo porto della Turchia. Però ci penso bene, sarebbe parecchio stancante e mi costringerebbe ad entrare nello stretto dei Dardanelli di notte. Desisto e lascio la prua su Limnos, mentre alla mia sinistra, un piccolo stormo di gabbiani, volteggia in aria e percorre un pezzettino di rotta insieme a me. 
Non arriverò prima di notte, quindi apro il portolano per scegliere bene l’atterraggio. Inzialmente pensavo di entrare nella grande baia che c’è a sud e fermarmi a Mudrou, dove c’è un porticciolo con una piccola banchina. Però, tentare un accosto di notte, da solo, in un porto che non conosco, non mi sembra il caso. Decido allora di andare a Myrina, sul lato ovest dell’isola, dove il porto è dentro una grossa insenatura naturale con fondo sabbioso. E’ li che passerò la notte, all’ancora, per poi andare in banchina col favore della luce dell’indomani. Quando il sole inizia a calare, un tramonto meraviglioso mi rivela in controluce il profilo dell’ultimo dito della penisola Calcidica, lo spettacolo è veramente mozzafiato.
Verso le 10 di sera incomincio a vedere le luci dell’isola e poco dopo i fanali rosso e verde di ingresso nel porto. I fari di un auto che percorre un tornante sul profilo della costa ingannano per un istante il mio occhio, dando l’illusione di un faro che non c’è. Accade spesso quando la strada punta verso il mare e poi con una brusca curva rientra verso la costa, che le macchine illuminino il mare con lampi intermittenti, come appunto fanno i fari. Ma lo so, ci sono cascato una volta tanti anni fa, ora controllo bene la carta prima di allarmarmi. Alle 11 entro nell’avanporto e do fondo all’ancora su 5 metri di sabbia, fra un grosso ketch francese ed una piccola barca inglese. Il lungomare è acceso di taverne e bar, lo guardo dal pozzetto mentre festeggio l’arrivo con una birra gelata. 
La mattina seguente mi sveglio dopo un sonno profondo e subito sento che il vento, preannunciato ieri, è certamente arrivato. Do uno sguardo all’anemometro, le raffiche arrivano a 30 nodi, andare in banchina potrebbe risultare difficoltoso, ma tanto nessuno sembra aver intenzione di mollare le cime e spazi liberi non ne vedo. Un po’ mi girano le scatole, ho bisogno urgente di fare cambusa e poi una passeggiata a terra a dare uno sguardo a quello che sembra essere un paese molto carino ho proprio voglia di farla. Torno sottocoperta e dopo poco la barca risuona dell’inconfondibile rumore della catena di un ancora che viene sollevata, qualcuno pare aver deciso di salpare. Piazzo rapido i parabordi su entrambi i lati, do volta a due cime a poppa e ne tengo altre due a portata di mano, poi, non senza qualche difficoltà per il vento sostenuto, recupero la mia ancora e mi avvio in banchina. Non è una manovra facile da eseguire da solo, il vento oltre ad essere parecchio è proprio laterale, il peggio che si possa avere per accostare. Beh, è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, mi faccio coraggio, sul molo vedo un paio di persone già pronte ad afferrare le mie cime, gli faccio un cenno di conferma, cerco il punto dove calare l’ancora, mi sposto qualche metro sopravvento e corro a prua ad aprire la frizione del verricello e lasciar filare un paio di volte il fondo, che sta sui 6/7 metri. Poi serro la frizione quel tanto che blocchi la caduta libera della catena e torno a poppa per manovrare. Devo dare parecchio gas per mantenermi allineato, leggermente sopravvento per sicurezza, ma calcolo che alle brutte mi appoggerò alla barca sottovento che pare tosta ed in grado di reggermi per qualche minuto. Invece arrivo esattemente perpendicolare, perfettamente allineato al calumo, lancio le cime, le recupero passate a doppino ed il gioco è fatto. 10 e lode, manovra perfetta! Per sicurezza metto anche uno spring a prua, servirà ad evitare all’ancora una eccessiva trazione laterale.
Per prima cosa mi reco in Capitaneria, sono certo che qui avranno il tanto sospirato Dekpa, il porto di Limnos è importante. Il comando, proprio sulla piccola piazza dietro la banchina, è in un vecchio palazzetto degli anni ’20, l’atrio e le scale sono pavimentate con la tecnica che si usava allora frequentemente anche in Italia, il cosiddetto seminato veneziano, un impasto di calce frammisto a schegge di marmo, che da un tocco di eleganza ad un edificio altrimenti austero come si conviene ad un piccolo ufficio pubblico di provincia. Buone notizie, ce l’hanno! Me lo riferisce una gendarme molto carina e professionale, però devo prima andare a pagare la tassa all’ufficio imposte, a circa un Km e mezzo di cammino. Che vuoi che sia, mi faccio spiegare bene dov’è e vado. Taxes office, mi spiega la marinaia, “euforia” in greco. Beh, euforia nel pagare le tasse mi pare troppo, però trovo poca fila, cortesia, e in mezzora me la sbrigo. Se penso ad un paio di mattine sane passate all’Agenzia delle Entrate di Viale Trastevere poco prima di partire…
Per una volta i vicini di ormeggio sono simpatici, due coppie anziane, una francese ed una olandese. Quest’ultima inizia a parlarmi, non capisco, chiedo di ripetere, continuo a non capire. Poi lui mi chiede: ma non sei fiammingo? Ah, accidenti, la bandiera belga! No, italiano, non è la prima volta che mi parlano in questa misteriosa lingua dopo avermi preso per suddito di re Leopoldo. Faccio due passi, il paese è molto carino, semplice, dominato dalla rocca, una fortificazione bizantina edificata su resti antichi e passata poi di mano in mano seguendo il corso della storia ed il susseguirmi delle dominazioni; in alto svetta ora maestosa la bandiera della Democrazia Greca.
Passeggio per il piccolo corso coperto di rampicanti, poi provo a perdermi nei vicoli, ma sono poche stradine in tutto e rapidamente esaurisco l’acciottolato percorribile. Faccio la spesa, bevo una birra ad un tavolino, poi me ne vado a vedere il lungomare dal lato opposto al porto. Una lunga fila di bar, tutti piuttosto eleganti e alle spalle tante piccole e graziose costruzioni in stile coloniale, evidentemente edificate nello stesso periodo dell’ufficio della CP. Pochissime le auto in giro, dappertutto si respira un’aria tranquilla, specialmente in porto, tutto praticamente pedonalizzato e tenuto lucido come uno specchio. Mi piace questo posto, semplice, pulito, curato ma non fichetto. Chissà com’è il resto dell’isola, ci sono altri nuclei abitati, ma non ho molta voglia di cercare un motorino in affitto e mettermi a guidare. Non lo faccio da un mese, anzi, prima di partire ho proprio venduto la macchina, tanto sapevo che per qualche mese non mi sarebbe servita, inutile continuare a pagare bollo e assicurazione per lasciarla marcire in strada.
In serata conosco Anghelos, che non è un greco ma un umbro doc, un velista che frequenta lo stesso forum, ADV, dove scrivo spesso anch’io. Ha visto il guidone che ho sotto la crocetta di sinistra e si è avvicinato. E’ piccolo il mondo, quest’inverno avevo risposto ad un suo annuncio per comprare un’ancora che vendeva, a saperlo me la facevo consegnare qui! Stamattina un ragazzo che è a bordo con lui mi aveva fatto notare che qualcuno aveva lasciato un credito di 3 euro nella colonnina dell’elettricità proprio di fronte a me, perchè non approfittarne quindi per dare una bella ricaricata alle batterie. E dulcis in fundo, ci sono anche i bagni con le docce, non il top in fatto di eleganza e pulizia, ma sono gratis, ci si accontenta, come gratis è l’ormeggio ed un sacco di altre cose che invece in Italia si pagano e spesso sono in condizioni peggiori.
Cena frugale, qualche chiacchiera su FB, poi a nanna. Il vento fischia ancora forte fra le sartie, domani sarò senz’altro ancora qui e confesso che la cosa non mi dispiace affatto.