Skiros: toccata e fuga.
Sono le sei e mezzo del mattino quando la mia sveglia suona, destandomi dal sonno profondo in cui sono immerso. Con un gesto istintivo afferro il telefonino per spegnerla, mentre nelle orecchie mi giunge ovattata una musica che la barca amplifica come una cassa armonica. Metto la testa fuori dal tambuccio, un bar sul porto lascia che un altoparlante sputi le ultime note di una lunga notte per i suoi pochi avventori rimasti. Non c’è un alito di vento, il mare è un olio che vira dal blu al verde a seconda dell’angolo in cui un sole ancora basso lo colpisce con i suoi raggi. Tutto secondo i piani, quindi, il terribile Kafireas, lo stretto di Doro che terrorizza i naviganti al solo nominarlo, oggi dovrebbe starsene buonino. Un caffè con la moka, una sciacquata al viso e via, mollo le cime e in un attimo sono fuori dal porto di Karistos. Ancora una volta la Guardia Costiera greca, sempre molto cortese devo dire, mi rimanda alla prossima sosta per il Dekpa, l’ormai famigerato documento che le imbarcazioni devo avere per circolare liberamente nel paese, ma di cui gli uffici dell’autorità portuale sono puntualmente sprovvisti. La questione è un po’ controversa, siamo in ambito comunitario, quindi non possono chiedere il Transit log che devono invece fare tutti gli altri, ma il Dekpa stesso secondo alcuni è in contrasto con le leggi sulla libera circolazione emanate dalla UE. Pare anche che esista la legge ma non la sanzione prevista, una stortura normativa che rende i greci molto simili a noi italiani, una conferma dell’abusato “una faccia, una razza”, stavolta su un aspetto poco positivo.
Ieri sera in banchina si sono presentati due agenti della GC, mi hanno chiesto i documenti, ma quando stavo per mostrarglieli mi hanno risposto che no, non ora, domani in ufficio. Ma io domami parto presto, ho risposto. Ok, allora faccia vedere. Gli porgo il libretto di navigazione, l’assicurazione e le altre scartoffie: non ho il Dekpa, aggiungo spiegandogliene la ragione. E cos’è il Dekpa, mi fa il più anziano in grado. Il collega gli dice qualcosa in greco, il tizio si allontana, fa una lunga telefonata, poi torna e molto gentilmente mi dice: lei ha bisogno del Dekpa! Però noi non ce l’abbiamo, dove sta andando? A Skiros, rispondo. Ma A Skiros non ce l’hanno di sicuro, faccia una cosa, vada invece…, e mi dice il nome di un porto che non conosco, che lì forse ce l’hanno. Ah, grazie, farò certamente come mi dice lei. Grazie, buonasera. Forse, forse ce l’hanno. Io dovrei cambiare la mia rotta per andare in un posto dove forse hanno un Dekpa per me. Allora ci vado forse, oppure forse no. Buona la seconda.
Il motore sputacchia pigramente l’acqua che aspira per il raffreddamento, spingendomi a circa 5 nodi e mezzo, a non più di 1800 giri al minuto. In questo modo, è testato, consumo circa un litro e mezzo di nafta l’ora, direi chre va benissimo. Con un pizzico di suspense, il passaggio è largo non più di 300 metri, passo fra l’isolotto di Mandilou e l’isola madre, con un occhio al cartografico ed il pensiero rivolto al cartografo che ha scandagliato questa zona per mapparla. Già, perchè le carte nautiche della Grecia sono state per buona parte redatte 150 anni fa, hai voglia a fidarti del GPS, lui la posizione te la darebbe pure quasi perfetta al metro, ma è la georeferenziazione sulla carta che può giocare brutti scherzi. Sempre all’erta quindi quando ci sono bassifondi nei paraggi.
Ad un certo punto la radio VHF inizia a gracchiare una conversazione di cui colgo bene uno dei due interlocutori, Olympia Radio, la centrale greca che coordina le comunicazioni marittime, ed una voce che parla in inglese con accento italiano ma di cui riesco a cogliere pochissime, frammentate parole. C’è una barca in difficoltà, una barca italiana con due persone a bordo. Olympia radio chiede il nome dell’imbarcazione, Pacatoga mi sembra di capire. Pacatoga? Ma la barca di Francesca e Giovanni si chiama P’aca’ Y P’allà! Oddio, saranno mica loro? E dove staranno poi, quando l’operatore lo chiede la risposta non mi arriva. Gli mando un sms: amici, ditemi che è tutto a posto, altrimenti giro la prua e vengo a salvarvi, corro. Se… corro! A 5 nodi, 7 se do tutta manetta, arrivo fra un paio di giorni! Il telefonino manda un bip, sono loro, qui tutto bene, e tu? Io? Spaventato per voi!
Per fortuna in Grecia i cellulari prendono sempre anche in mare aperto, pare che per risparmiare sui ripetitori, le compagnie telefoniche ne abbiano messi pochi ma molto potenti. Sarà contento chi ci abita vicino, contento delle radiointerferenze, mi immagino che gli gracchi anche la lavatrice quando l’accendono, e dell’incidenza di certe malattie, sempre che gli studi che attestano il contrario abbiano torto. Ma questi studi sono sempre commissionati dalle aziende telefoniche, chissà come mai.
Skiros è ormai a poche miglia quando Giovanni mi chiama via radio confermandomi che è tutto a posto. Accostano a sinistra, li seguo, fanno strada infilandosi in una piccola baia racchiusa fra le rocce. Ci disponiamo affiancati con ancora e cima a terra e… benvenuti in paradiso! Non saprei come altro definire questa minusola insenatura, c’è tutto quello che è rappresentato dall’iconografia onirica dei velisti, persino un piccolo gregge di capre ed un gruppetto di pastori con il loro bivacco appena oltre il minuscolo arenile. Facciamo il bagno, raggiungiamo la spiaggetta, ci fermiamo a chiacchierare e a guardare Piazza Grande e P’acà y P’allà che dondolano placide. Poco dopo i pastori iniziano a camminare verso di noi, non hanno delle belle facce a dire il vero. Siamo seduti, Francesca, Giovanni ed io, e per un attimo ho la sgradevole sensazione di sentirmi circondato da quattro uomini in piedi, ciascuno con la sua brava verga da pastorello del presepe natalizio in mano.
Qualche parola in inglese elementare, un paio di sorrisi, poi il solito mantra, una faccia una razza, e se ne vanno a sedersi un poco più in là. In mano hanno delle bottiglie di ouzo, il tipico liquore greco, a me già ora paiono poco sobri, speriamo bene, non credo ci metterebbero molto a sopraffarci. Inutile nasconderci che ricco
bottino siamo potenzialmente per loro, in termini economici e anche di capitale umano: donna bianca e bionda essere con noi! Iniziamo per gioco a progettare una strategia difensiva e fare l’inventario delle armi in nostra dotazione, che si riduce a qualche fucile subacqueo. Tento di convincere Francesca a sacrificarsi per noi, a fargli perdere tempo mentre noi chiamiamo i soccorsi, ma non ne vuole sapere.
La sera sono invitato a cena dai vicini di ormeggio, ho giusto in frigo una bottiglia di Vermentino gelato, Giovanni tentando di soffriggere del guanciale lascia uscire una grossa nuvola di fumo da un oblò che sembra un principio di incendio. Aperitivo, cena, chiacchiere. E poi la luna, il rumore del mare, il silenzio rotto solo da un urlo beluino dei pastori, chissà se è rivolto a noi o se è un ancestrale richiamo gutturale per radunare il gregge. Speriamo la seconda e continuiamo a chiacchierare. E’ il momento dei saluti, ma non solo della buona notte, le nostre rotte si dividono qua, dopo quasi un mese che navighiamo di conserva, seppure con giorni di stacco, io andrò verso est, a Istanbul, per comprare questi benedetti jeans che mi servono, loro verso nord, verso la Calcidica. Ci rincontreremo nelle prossime settimane? Spero proprio di sì, sono stato benissimo con loro, ci conoscevamo appena Francesca ed io, incontrati virtualmente su Slow Sail, un simpatico gruppo di Facebook; Giovanni invece l’ho incontrato per la prima volta 20 giorni fa in mezzo al Tirreno, eppure ora siamo così affiatati, così vicini. Ho dei nuovi amici, simpatici, cordiali, generosi: cosa volere di più!
Me ne torno a bordo, chiudo il tambuccio e mi leggo qualche pagina della guida della Grecia. Pare che a Skiros sia morto Teseo, quello che a Capo Sunio aveva lasciato morire, per dolo o negligenza, il padre Egeo. Beh, per una qualche strana e fatale nemesi, è stato spinto in un dirupo dal re dell’isola che voleva farsi amico Menesteo, colui che a Teseo aveva usurpato il trono di Atene. Che posto magico, peccato dovermene andare via di corsa domattina, per sfruttare al massimo questo buco di Meltemi che durerà in tutto neanche 48 ore. Spengo la luce, una capra bela, sono felice.
Stretto di Doro
I posti in Grecia hanno tutti una mezza dozzina di nomi. Un paio sono i loro, uno antico ed uno moderno, poi ci sono le translitterazioni in alfabeto latino, un paio secondo le diverse opinioni di corrispondenza dei grafemi, poi c’è il toponimo inglese ed infine quello italiano, a volte, soprattutto nelle ioniche e nel Dodecaneso, testimonianza di una italianizzazione forzata del territorio fatta durante il ventennio fascista. Questa piccola premessa per introdurre il prossimo punto caldo del viaggio, lo Stretto di Doro, o Stenon Kafireos o Kefiras Strait. Comunque lo si metta, un dei passaggi più tosti di tutto il Mar Egeo. Ma come, direte, dopo avercela menata con Capo Sunio, ora viene fuori che il punto difficile è un altro? No, non sto facendo come l’asinello con la carota attaccata al bastone, è che lo Stretto di Doro è così tosto che all’inizio non avevo proprio considerato di farlo, scegliendo invece di passare a est dell’isola Eubea, lungo il canale fra questa e la terraferma, ridossato dal Meltemi. Purtroppo, come tutti i canali, è percorso da correnti molto forti, verso sud in quresto caso, quindi opposte alla mia rotta, quanto al ridosso, è di sicuro dal mare, ma non dal vento che, sempre come accade nei canali, può subire accelerazioni significative in senso longitudinale. Se ci aggiungiamo che è lungo più di 100 miglia, basta fare due più due per capire che non è comunque una rotta facile.
Un vecchio adagio dice che la più precisa pianificazione non può sostituire una botta di culo ben assestata ed io è proprio quella che stavo aspettando. Intendiamoci, non un colpo di fortuna cieco, diciamo che confidavo di trovare qualche giorno di vento non troppo sostenuto per affrontare l’Egeo centrale, il regno incontrastato del Meltemi. Lo confidavo perchè il Meltemi in giugno generalmente non è ancora bene assestato e concede, come le previsioni sembrano dire per le prossime 36/48 ore, momenti di tregua. Insomma, domani via attraverso il Kefiras, l’imbuto cui perfino il Sig. Venturi in persona si sarebbe intimorito, specialmente a guardarlo da sud verso nord. Farlo senza la certezza del meteo sarebbe una pazzia, tutti i portolani mettoni in guardia, parlano di tempeste forza 10, di navi enormi in difficoltà, ed io che pazzo non sono alle prime avvisaglie di difficoltà sono pronto a girare la prua e tornarmene indietro. Ma tentar non nuoce, del resto anche Capo Horn, il terrore di tutti i bastimenti dell’antichità, c’è chi l’ha fatto in bonaccia. Guardando la carta nautica della zona si capisce bene quello che sto dicendo.
Stamattina sono salpato verso le 10, doppiando Capo Sunio su un piede solo (c’erano 20 nodi scarsi di vento!) e arrivando, non senza prendere una sventolatina di 30 nodi strada facendo, a Karistos, estremo sud dell’Eubea. Lungo il cammino, sullo sfondo, le isole di Andros, Tinos, Kea e, lontana in una nuvola di foschia, Mikonos, una delle perle delle Cicladi; chissà che non ci passi al ritorno, magari a fine estate, con la speranza di trovarla meno affollata che in piena stagione. Karistos è una brutta cittadina moderna, con brutti palazzi affacciati sul mare. Intorno la costa è abbastanza intatta e soprattutto praticamente deserta. A nord di Capo Sunio, invece, la devastazione edilizia, operata nel mito della seconda casa al mare, ha fatto danni non meno che sulla nostra costa tirrenica. Anche il porto è bruttino, con una brutta banchina in cemento, ma piuttosto comodo, anche se la musica assordante dei bar del porto non fa ben sperare per la notte. E’ una sosta tecnica e come tale va presa, anche se delle due urgenze, nafta e cambusa, sono riuscito a fare solo la prima. E’ domenica e tutti i negozi sono chiusi. Forti i greci, hanno la peggiore crisi dell’ultimo cinquantennio, ma le feste sono feste, non ci sono santi! Non mi sembra male la loro scelta, l’ho già scritto, sono molto pià rilassati di noi, che siamo stati devastati di tasse ed imposte con lo spauracchio di finire come loro ma sotto certi aspetti, non economici ma sociali ed umani, stiamo messi peggio. Giorni fa ne parlavo con un ragazzo piuttosto sveglio di un marina, diceva che le cose vanno meglio, parlava dell’Italia come un colosso economico, con ammirazione. Ammirazione che è virata improvvisamente sul riso appena ha nominato Berlusconi. Ma mi fermo qui per pudore…
Non è mancato neanche il momento adrenalinico oggi. Sul radar (l’AIS per i lettori velisti), ho iniziato a vedere una nave che puntava su di me a velocità folle, oltre 30 nodi. A vista non era individuabile, ma lo strumento dava 20 minuti all’impatto; ho sperato che essendo la mia velocità inconstante il rilevamento cambiasse ma non cambiava. Dopo circa un quarto d’ora ho visto questo mostro, un enorme catamarano di quelli che trasportano passeggeri tra isole lontane (c’era il Fiumicino-Olbia anni fa, poi soppresso), dritto verso di me ed ho calcolato non più di tre minuti di distanza fra noi. Ho acceso il motore per essere più manovriero, ma in realtà ero molto indeciso sul da farsi. In teoria la precedenza era mia in quanto imbarcazione a vela, in pratica è come litigare con Mike Tyson, anche se hai ragione da vendere eviti lo scontro diretto, e comunque manovrare senza doverlo fare può essere pericoloso, potrebbe confondere le idee all’altro. Sono rimasto così per un paio di interminabili minuti fino a quando il mostro ha accostato qualche grado per passarmi di poppa. All’s well, that ends well, come dicono gli inglesi. No, basta inglesi, almeno per oggi!
A cena, scarseggiando la cambusa, mi sono concesso una taverna. Lì ho conosciuto una simpatica coppia di Atene che poi ho invitato a bordo a bere una birra. Chiacchierando un’ulteriore conferma che l’Italia è per i greci un punto di riferimento importante, che hanno ammirazione per noi. Mi hanno riferito un detto che hanno loro: i greci vorrebbero somigliare agli italiani ma somigliano ai turchi. Poveri turchi! Ma poveri pure noi italiani che a volte vediamo solo chi ci considera pizza e mandolino e non capiamo il nostro vero valore. Comunque, l’ho già detto, lo ridico: a me i greci… me piaciono!
Capo Sunio
La leggenda, o meglio il mito dato che siamo in Grecia, narra che da questo piccolo promontorio alto circa 70 metri si gettò Egeo, re di Atene, quando vide che la barca del figlio Teseo, che era andato a Creta a combattere il minotauro, tornava alzando vele nere anzichè bianche. Il segnale convenuto era che fossero nere in caso di sconfitta e bianche in caso di vittoria. Teseo se ne dimenticò, i maligni dicono che Teseo abbia intenzionalmente alzato le vele del colore sbagliato, ed Egeo si suicidò per il dolore della morte del figlio. Da allora il mare tutto intorno ha preso il suo nome. Sulla sommità del capo ci sono i resti di un antico tempio, un imponente colonnato che conferisce al luogo un aura di sacralità. Una piccola aura di vandalismo gliela conferiscono invece i graffiti dei soliti scemi, fra cui un certo Lord Byron passato da queste parti qualche anno fa e che ha scolpito il proprio nome su un basamento.
E’ proprio qui, a Capo Sunio, che ho uno degli appuntamenti imprescindibili di questo viaggio: con un passaggio obbligato, difficile, ma anche con me stesso, perchè è un po’ la prova dei fatti per la barca ed il suo equipaggio, al momento ridotto al sottoscritto. Il vento dominante di tutto il Mar Egeo in estate è il Meltemi, un vento che prende direzioni leggermente diverse a seconda delle zone ma che oscilla tra il nordovest ed il nordest e che soffia spessissimo con estrema violenza, tendendo per di più ad accellerare, come tutti i venti, in corrispondenza di capi, promontori e stretti, tutti punti dove la morfologia del territorio lo incanala in imbuti che paiono fatti apposta per illustrare una lezione di fisica sull’effetto Venturi. Per me che devo andare verso nord non è la situazione migliore, ma questa è e me la tengo.
Si preannuncia una veleggiata tranquilla, con vento tra i 15 e i 20 nodi, una bolina molto larga con mare poco mosso; Piazza Grande si mette sui 6 nodi di velocità, il pilota automatico non fa una piega ed io calo la traina mentre sgranocchio gli ultimi, untuosi, taralli greci dal terribile retrogusto di sugna. La nuova vela di prua, nuova per modo di dire, più piccola e piatta, rende la navigazione con queste condizioni molto più soft. Devo fare meno di 20 miglia, un paio già l’ho fatte, conto di arrivare per l’ora di pranzo: àncora, bagno, birra e patatine, olè!
Il resto della giornata lo trascorro a riassettare un po’ la barca, a scattare foto e a guardare l’anemometro che non accenna a scendere. Faccio pure una visita ai miei amici, a nuoto dato che mettere in acqua il tender è impossibile, volerebbe via in un attimo. Poi la sera, dopo aver controllato una dozzina di volte che la linea d’ancoraggio sia a posto, me ne vado a nanna, con la luna piena che splende alle spalle del tempio di Poseidone, illuminato come fosse un faro sul promontorio messo lì ad indicare la via ai naviganti.
Sosta a Perdika
La cosa bella dell’andare a vela, una delle tante, è che i programmi si cambiano con la stessa rapidità con cui vengono fatti. Vuoi per un meteo avverso, vuoi, più piacevolmente, perché una rada o un porticciolo inaspettatamente gradevoli invogliano ad una sosta più lunga del previsto. E’ quello che è successo a me qui a Perdika, dove a dire il vero non pensavo nemmeno di fermarmi a causa di quell’allergia acuta ai porti ed ai loro esorbitanti costi che ho sviluppato in Italia. Ma qui siamo in Grecia, i porti non si pagano o si pagano l’equivalente di un gelato da passeggio, si entra, si cerca un posto che il più delle volte c’è, si da àncora, come in tempi remoti anche da noi, e si accosta la poppa in banchina. Facile, no?
Perdika è un piccolo porto dell’isola di Egina, nel Golfo di Saronico, davanti ad Atene, un ormeggio secondario quindi, come può essere Porto Azzurro all’Elba. Ora, provate ad entrare a Porto Azzurro (faccio per dire, in Italia è ovunque così) e poi ditemi se le cose vi andranno allo stesso modo che qua. Appena messa la prua oltre il molo foraneo, noterete che il bacino portuale è asfaltato di pontili, in concessione oppure abusivi, tutti pieni di barche ammuffite che non prendono il mare da anni; da qualche parte ce ne sarà uno completamente vuoto, ma appena proverete ad avvicinarvi un solerte guardiano, con la cortesia di un rottweiler affamato, vi dirà di andare via perché è privato. Allora comincerete a chiedere in giro e vi risponderanno che non c’è posto secondo la seguente logica: fino alle 16.00, se state sotto i 16 metri fuori tutto, fino alle 18.00 se state sotto i 14, fino alle 20.00 se state sotto i 12. Solo più tardi si intravederà uno spiraglio anche per chi sta intorno ai 10 metri. La ragione? Si intuisce facilmente, si cerca prima la preda più grande, più prestigiosa, quella con più ciccia da spolpare, poi, in mancanza d’altro, si spara alle quaglie. L’esborso sarà sui 100/150 euro al giorno, senza corrente elettrica, acqua o servizi di alcun genere. Il tutto in barba alla circolare Burlando di una 20ina d’anni fa che obbligava i gestori dei porti pubblici a destinare il 10% dei posti ai transiti gratuiti. Beh, se qualcuno si chiedeva perché venire in Grecia, direi che già questa da sola è una ragione ottima e sufficiente.
Il paesino ha una fila di taverne che corre lungo il molo, molto carine e coreografiche, tutte illuminate a sera. Il resto dell’abitato è abbastanza anonimo e architettonicamente eterogeneo, non è un ricamo di casette antiche intrecciate fra loro, pochi gli angoli pittoreschi, molti in compenso i tetti in amianto. Ha però un’atmosfera molto serena e rilassata, come mi pare siano in genere i Greci, decisamente più “scialli” di noi. Stamattina ho fatto due passi, non c’è in effetti nulla da vedere oltre al porto, ma qui in banchina si sta decisamente bene (a parte qualche schiamazzo diurno dalle barche vicine).
Poco fa ho assistito ad una scena disgustosa: una barca con un’anziana coppia inglese a bordo ha iniziato a manovrare per ormeggiarsi di fianco a me. Subito, in banchina, un tizio un po’ malmesso si è affrettato a prendere le cime per aiutare la manovra. Succede spesso da queste parti, ma anche in Turchia è frequente, che qualche poveretto si guadagni una piccola mancia in questo modo. Finita la manovra l’inglese ringrazia, il greco resta lì davanti in attesa dell’obolo che non si vede, poi dopo qualche minuto chiede 2 euro. L’inglese inizia a tergiveresare, domanda da quando si paghi per l’attracco in questo porto, lancia battute e irride il tale cercando di tanto in tanto il mio sguardo complice. Gli dico un paio di volte che è un poveretto e che sta chiedendo solo due euro, provando ad anglicizzare al meglio la filosofia napoletana del tutt’ quant’ amm a campa’.
Dopo circa 10 minuti di questo ignobile spettacolo, con il tizio piantato davanti alla sua poppa, l’inglese decide di pagare, ma non arriva con la mano alla banchina e pretende che l’altro si sporga fino a lui (cosa impossibile). Mi guarda ridendo e mi fa: gli sto chiedendo la ricevuta. Nel frattempo il greco si è rivoltato le tasche dei pantaloni per mostrare che effettivamente non ha resto. Basta, è troppo! Gli dico di dargli i 5 euro e che il resto glielo darò io. Ma non ho 3 euro spicci, ne prendo 5, scendo a terra passando volutamente sulla barca dell’inglese e li do al tizio dicendo che pago due quote, la mia e quella del vicino. Se li prende, mi sorride ringraziandomi e se ne va. L’inglese capisce, credo, spero, che ha fatto una figura di merda e prova ad imbastire un discorso che suona più o meno: se ne approfittano perché io ho la badiera inglese, tu belga… Mi ha scambiato per un belga! La bandiera mi ha salvato, capace che avessi avuto quella italiana mi avrebbe anche fatto un pistolotto sulle devastazioni antropologiche provocate dal buonismo nostrano. Che miseria umana, questi qui se lo meritano Porto Azzurro!
Se a destra i vicini sono questi, a sinistra le cose non vanno meglio. A bordo di una bella barca primi anni ’80, sui 45 piedi, battente bandiera tedesca, un uomo di mezza età, solo, che ieri quando sono arrivato ha preso controvoglia le mie cime, senza nemmeno scendere in banchina, malgrado la mia richiesta con un cenno di mano; mi hanno aiutato poi due nordeuropei, ormeggiati due posti più in là, che hanno offerto spontaneamente la loro collaborazione come si usa di solito. Il tedesco, ma non sono sicuro che lo sia, ha detto non più di due parole, difficile interpretarne l’accento, è da ieri che lavora e medita sui lavori che fa. In reltà medita più che lavorare, ma non per questo ho battuto ciglio quando ieri sera verso le 10 s’è messo a trapanare.
Oggi l’ho sentito che sfrullinava, ho avuto il sentore che stesse lavorando il metallo e sono uscito fuori. Per quelli che non lo sanno, la polvere di metallo sulle barche di vetroresina, come Piazza Grande ma anche quella del crucco, è come la peste bubbonica, si infila nei micropori della fibra di vetro e rapidamente produce migliaia di piccolissimi puntini di ruggine difficilmente eliminabili. Gli domando retoricamente cosa stia lavorando, se legno o metallo, quando mi dice il secondo, gli faccio presente il pericolo. Mi risponde che quello è il miglior acciaio inox sul mercato e che non produce un filo di ruggine. Ribatto che il metallo che non fa ruggine al taglio è ancora di là dall’essere inventato e lui replica sprezzante: siamo in un porto, non in un marina! Hai capito, mi ha dato del fichetto, proprio a me che vado per mare nel modo meno modaiolo possibile, fosse altro perché è l’unico che posso permettermi! Gli dico un’altra mezza frase, cercando di mantenermi cortese, non ho nessuna voglia di litigare e poi mi immagino già l’anziana coppia inglese fare il tifo per il tedesco nell’eventualità della zuffa. Pare aver capito, le sfrullinate terminano, o forse aspetta che mi allontani per piazzare la smerigliatrice due centimetri sopravvento alla mia falchetta, chissà
In mezzo a tutto questo tran tran, sono riuscito finalmente a montare il tendalino fatto fare di corsa prima di partire, con tessuto di grandi magazzini (4 euro/mt contro i 23 di quello nautico) e cucito da un sarto indiano di una lavanderia vicino casa. Circa 100 euro in tutto; considerando che un bimini serio ne costa anche 2000 e fa ombra per un terzo, direi che non è male. Certo, a differenza del bimini va montato e smontato ogni volta, ma l’ho pensato in modo che l’operazione possa svolgersi con la massima rapidità. E poi, diciamolo, molte volte i bimini non sono un gran bello spettacolo, sgraziati rispetto alle dimensioni della barca, ne stravolgono completamente le linee estetiche. Alla via così col mio tendalino autarchico, sotto ci si sta divinamente, oggi c’è scappata pure la pennichella dopo pranzo, roba che non la facevo dalla prima elementare.
Ho approfittato di questa sosta a Perdika anche per altre due operazione importanti: ho rabboccato l’olio al motore e ho tolto il genova dal rollafiocco sostituendolo con il fiocco olimpico. Nella prospettiva di due mesi di Meltemi, dovrei avere un guadagno notevole in termini di governabilità e angolo al vento; è meglio una vela piccola che una grande rollata in questi casi, non credo proprio che avrò bisogno di molta tela a riva e poi, alle brutte, c’è sempre il gennaker nel gavone. Ma qualcosa mi dice che là resterà fino al rientro nel Tirreno o almeno nello Ionio. Intanto godiamoci il ventoso Egeo.Nel frattempo il porto si è riempito di barche, molti charter, qualcuno urla, altri danno motore per ricaricare le batterie, è molto diversa l’atmosfera rispetto a ieri, ma si sa, la bellezza di un posto, il fatto che ci entri nel cuore, spesso è legata a ragioni contingenti oltre che oggettive. Domattina si salpa per Capo Sounion, o meglio, per la rada immediatamente prima, dove ho appuntamento con Francesca e Giovanni. Insieme aspetteremo il momento buono per doppiarlo, cercando di evitare le sberle sul naso che spesso riserva ai naviganti. Perdika la ricorderò, un pezzettino di mondo che mi ha dato qualcosa e che forse, a modo mio, ho ricambiato, magari anche con queste poche righe.
Perdika
Per andare a terra, dato che non avevo voglia di tirare fuori la passerella dagli sprofondi del gavone dove si trova, ho filato la catena, cazzato le cime di poppa, sono saltato a terra e ho recuperato catena col telecomando. Il contrario per risalire. Fichissimo!
Domani vado verso Capo Sunio, ho appuntamento con Francesca e Giovanni che nel frattempo sono andati ad Atene a trovare alcuni amici. Come dice il proverbio? Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Beh, io di fare il duro non ho nessuna voglia, ma mi sa che mi tocca farlo per forza. Capo Sunio è uno dei passaggi più tosti di tutto il viaggio; imprescindibile, è sulla rotta, non si può evitare. Sono pronto a prendere randellate, speriamo non facciano troppo male!
Bilancio di due settimane di navigazione
Finora sono stato molto indaffarato a mettere a punto Piazza Grande, cosa che non sono riuscito a fare prima di partire e poi ad inseguire, si fa per dire perchè ora sono più avanti io!, Francesca e Giovanni che hanno una barca molto più veloce della mia. E’ la prima volta che navigo di conserva con qualcuno per così tanto tempo e credo continueremo ancora per un po’, probabilmente fino alle Sporadi settentrionali, poi loro andranno ancora più a nord, verso la Calcidica, mentre io proverò ad affrontare i Dardanelli ed il Mar di Marmara fino ad Istanbul. E’ piacevole navigare con loro, sono molto carini con me, quando siamo in navigazione mi chiamano via radio per sapere come sto, rallentano per aspettarmi, a volte mi invitano a cena e spesso discutiamo insieme la rotta, che è un modo di confrontarsi e di evitare scelte sbagliate. Sono al loro terzo lungo viaggio in Grecia, vivere di rimando la loro esperienza mi è molto utile. E poi sono anche tutti e due simpatici, il che non guasta!
Oxeia
Foca monaca
Argostoli 1943
La tragedia della seconda guerra mondiale ha avuto, come è noto, una delle sue più drammatiche pagine proprio qui ad Argostoli. Nel caos dell’assenza di ordini in cui era precipitato l’esercito italiano dopo l’otto settembre del ’43, la divisione Acqui venne massacrata a sangue freddo dai nazisti dopo essersi arresa non senza aver tentato un’eroica quanto improbabile resistenza. Circa 10.000 soldati sono morti in questo luogo ed il loro corpi, per ordine del comando supremo tedesco, gettati in mare o lasciati marcire in fondo a qualche dirupo. Pochi i superstiti, alcuni grazie all’aiuto, a volte pagato con la vita, offerto dagli abitanti di Cefalonia.
Ci sono voluti 30 anni per erigere questo sacrario, visitarlo oggi è un’emozione che tocca nel profondo. Se fossi credente forse pregherei, ma non lo sono, mi limito ad un momento di raccoglimento e a mandare un pensiero a questi uomini, spesso poco più che ventenni, che hanno dato la vita per qualcosa che non la meritava e che forse neanche ben comprendevano.
A noi, cresciuti nella retorica antimilitaristica, non meno dannosa di quella militaristica, non resta che riflettere su quanto dei nostri agi e della nostra libertà è fondato sul sacrificio e sul sangue dei nostri connazionali in divisa.


























