"La relazione affettiva e l'intesa con l'altro dipendono proprio da una adeguata coscienza di se stessi, che consente il diritto-bisogno di svelarsi con sicurezza"
Parte un po’ male, con un primo capitolo introduttivo che appare semplicistico anche per un libro divulgativo, cui seguono due capitoli autobiografici in cui si narrano, portandoli a esempio universale, frammenti dell’infanzia dell’autore senza però spiegazioni convincenti circa la loro universalità.
Poi il saggio decolla e lo fa in modo davvero interessante, avvincendo il lettore con l’illustrazione puntuale delle dinamiche relazionali dei rapporti affettivi, siano essi di coppia o familiari, spiegando per filo e per segno tutti gli errori, consapevoli o meno, che abbiamo fatto tutti da innamorati, da genitori o da figli.
Utile per capire, per non cadere nuovamente in vecchie trappole, per recuperare rapporti importanti persi per incomprensione o per costruirne di nuovi nella chiarezza, con se stessi e con gli altri. Ma anche per lasciarsi senza traumi irrisolti o per elaborare il distacco, sia esso una scelta o una costrizione, dovuta magari a un tragico lutto.
Davvero da leggere, per capire, per capirsi, per migliorare se stessi e i rapporti fondamentali della nostra vita, quelli che alla nostra vita danno il senso fondamentale: amare ed essere amati, ma anche amare se stessi, presupposto fondamentale per un’esistenza serena.
Ricevere un premio letterario importante è una soddisfazione grandissima, un’emozione enorme e dirompente. È il riconoscimento di un lavoro lungo e faticoso fatto di meticolosa ricerca, di affinamento continuo e soprattutto di introspezione.
Scrivere è prima di tutto cercare qualcosa dentro di sé; un premio letterario ci dice che quel qualcosa si specchia nell’intimo di altre persone e, nel suo piccolo, ha assunto un carattere di universalità perché evidentemente siamo riusciti a descriverlo bene.
"Sono scivolata in quella metà di mondo per la quale l’altra metà è soltanto un arredo."
Quello che immediatamente colpisce di questo breve romanzo è la delicatezza della prosa con cui è scritto: semplice (nella migliore accezione del termine) ma diretta, efficace, limpidissima. Con poche pennellate che mai paiono di maniera, l’autrice dipinge il quadro della storia di due persone, padre e figlia, senza che il lettore abbia mai men che chiaro l’andamento delle cose.
Narrato in prima persona dalla figlia, racconta l’evoluzione sociale ed economica del padre, da contadino povero di un paesino della Normandia a gestore di un piccolo negozio di alimentari, che prima acquisisce un modesto benessere e poi si ritrova stritolato dalla grande distribuzione. Di pari passo, l’emancipazione della figlia che dal provincialismo della famiglia di origine, con graduale distacco e senza mai rinnegare il proprio vissuto, effettua quel salto culturale mai riuscito ai suoi genitori e diventa una scrittrice.
Il rapporto padre-figlia, che pure vive momenti di tensione, resta comunque sempre imperniato sul reciproco rispetto, forse maggiormente che sull’affetto, vittima quest’ultimo di tempi in cui sicuramente c’era maggiore difficoltà a esprimerlo apertamente rispetto a oggi.
Chiaramente autobiografico, altrettanto chiaramente diviene paradigmatico della storia europea dall’ultimo dopoguerra in poi; di quella francese, certamente, ma decisamente anche di quella del nostro paese in quel periodo, gli anni Cinquanta e Sessanta, segnati dal boom economico. E a leggerlo, si capisce come quelli che oggi, con una punta di disprezzo, vengono definiti boomer per stigmatizzarne alcuni privilegi sociali o economici abbiano vissuto la prima parte della propria esistenza in condizioni decisamente non facili.
Non avevo letto nulla di Annie Ernaux e sono stato ovviamente incuriosito dal Nobel che le hanno assegnato quest’anno; di sicuro non mi fermerò a questo bel libro!
“L'amore, per me, non è effimero, non è un'emozione passeggera, uno stato transitorio, un tuffo o un volo nella follia o nell'estasi: io lo considero, piuttosto, una condizione sublime, o addirittura sacra, una condizione in cui vengono esercitate tutte le migliori e più elevate facoltà umane.“
Un amore adulterino nei suoi alterni rovesci di passione e dramma. I tormenti continui che si placano solo al contatto con la persona amata; la gioia e il dolore, la speranza e l’illusione. Poi l’abisso e l’allontanamento volontario alla ricerca dell’oblio, pur nella consapevolezza di rinunce personali e professionali enormi e terribili.
Ambientato in Inghilterra alla fine degli anni Trenta, con la tensione dei protagonisti che si somma a quella generale del periodo prebellico, il racconto conduce il lettore allo scoppio quasi congiunto di entrambe. L’amore negato che toglie il fiato in un atmosfera cupa, claustrofobica, fredda, che non lascia presagire alcun epilogo fausto.
Scritto meravigliosamente, con il giusto passo, con una terminologia ricca e con prosa curata, si perde tragicamente in un finale esagerato e grottesco, proprio come il romanzo più conosciuto di McGrath, Follia, cui quasi si sovrappone nelle ultime pagine. Eccellente la costruzione dei personaggi principali, disegnati con chiarezza e introspezione, nella loro passione come nella disperazione.
Tenendo presente che, dopo tante pagine meravigliose, c’è una grossa delusione in attesa, è comunque un libro da leggere perché, come ha detto qualcuno, l’unico amore eterno è quello non riesce ad avere il suo naturale compimento. Il morbo di Haggard, dal nome del protagonista, è quella follia amorosa che ci rende vivi; a patto di mantenersi nei confini della sanità mentale.
"Nessuno degli antioccidentali che pullulano in Europa o in America ha mai pensato per un solo istante di emigrare a Mosca, a Pechino, o a Teheran. […] Pur con i loro difetti enormi, le liberaldemocrazie e il capitalismo di mercato sono il modello più avanzato."
Interessante analisi delle questioni più attuali e importanti che riguardano il nostro pianeta: dalla crisi climatica all’economia, dalla guerra in Ucraina ai problemi energetici, dall’esplosione demografica agli equilibri geopolitici.
Ma soprattutto, al centro di tutto, la globalizzazione, quel fenomeno esploso una trentina di anni fa e che sta evolvendo in modo diverso da come era stato immaginato allora, quando la fine del comunismo sovietico fece crollare molte delle barriere che spaccavano, non solo ideologicamente, il mondo.
Grande, come sempre, Rampini, che affronta tutti questi temi con lucidità e con un distacco che generalmente si riesce ad avere solo dopo alcuni anni dalle vicende, fornendo moltissimi dati a supporto ed esponendo tutto con estrema chiarezza. E sollevando l’Occidente da responsabilità non sue che spesso gli vengono addossate da un ricorrente senso di colpa.
La tesi del libro è che la quasi totalità delle previsioni catastrofistiche dei decenni passati, dalla penuria energetica a quella alimentare, non si sono avverate, adducendone fra le ragioni un atavico pessimismo italiano: speriamo che sia così anche questa volta.
"Ciò che sentii quella notte dalle labbra di Ranz non mi sembrò veniale né mi sembrò ingenuo né mi provocò sorrisi, ma mi sembrò passato. Tutto lo è, anche ciò che sta accadendo."
Javier Marías è assolutamente un fuoriclasse. Non solo per uno stile di scrittura elegante e raffinato ma anche per la sua straordinaria capacità di lanciarsi in divagazioni, apparentemente fuori contesto, la cui funzionalità alla narrazione si svela al lettore mano mano che le pagine avanzano.
Un cuore così bianco è un romanzo sul segreto e sulla sua custodia, sul tradimento, sul dolore, sul senso di colpa, sul dubbio. Ma è anche un racconto sulla fiducia che accordiamo alle persone quando le mettiamo a parte di un nostro vissuto mai svelato prima.
Il tema centrale diventa così l’opportunità o meno di dirsi tutto all’interno di contesti di coppia o familiari; non a caso i due protagonisti lavorano come interpreti, aiutano cioè a comunicare persone che altrimenti non potrebbero. Il dubbio persiste anche quando si è girata l’ultima pagina del libro che, va detto, riesce a mantenere il distacco morale dalle vicende rimanendo scevro da qualunque giudizio.
Un cuore può restare bianco, puro, secondo Marías e secondo Shakespeare che fa pronunciare a Lady Macbeth la frase che dà il titolo a quest’opera, anche a seguito di un terribile fatto criminale. O forse dirlo è solo il modo per alleggerire la coscienza da ciò che essa stessa non riuscirebbe a sopportare.
Un romanzo a due voci, quelle di Theo e Noa, una coppia non più giovane e con una discreta differenza di età, nel cui rapporto, in fase di stanca, si alternano insofferenza e dipendenza reciproca. Lui, alle soglie della pensione ha perso gli stimoli a fare cose nuove, lei al contrario è ansiosa di intraprendere nuove iniziative.
Un evento drammatico, la morte di un’allievo di Noa, rompe l’equilibro fra i due, che però si ritrovano presto in un sentimento reciproco che è ancora profondo. Ritrovano soprattutto il rispetto per le differenze che esistono fra di loro e di queste differenze si alimentano, mitigando i propri eccessi e rinnovando l’amore che li lega.
A fare da quinta alle vicende, una cittadina del Negev stretta fra un sofferto isolamento e il provincialismo tipico dei piccoli centri che mal vedono qualunque cambiamento o novità. Fra le pagine si respirano la polvere del deserto e la mentalità a volte gretta delle persone.
Forse non è il migliore dei libri di Oz ma contiene certamente tutti gli elementi dello stile del grandissimo scrittore israeliano, primo fra tutti la capacità di scavare con delicatezza e grande lucidità dentro le persone e i rapporti che le legano.
"Alcune persone sono così. Aspettano, si spostano da una stanza all'altra e aspettano, piangono e aspettano, stanno seduti in poltrona e aspettano, aspettano di sposarsi, aspettano di diventare genitori, aspettano che figli si laureino, aspettano che sia pronto da mangiare, che arrivi il weekend, che il salario aumenti.”
Uno dei libri più tristi e angoscianti che abbia mai letto. C’è tutto: la guerra, l’amore impossibile, la negazione del sé, la morte, l’infanzia infelice, l’ingiustizia, il tradimento, la pazzia, la depressione, la povertà, la miseria. E l’elenco potrebbe continuare.
Ciononostante, il libro avvince e si fa leggere. Non per la morbosa curiosità di sapere cos’altro di tragico possa capitare ai protagonisti, ma perché è scritto veramente bene, tanto da aver vinto un importante premio letterario in Finlandia, paese d’adozione dell’autore.
Un autore piuttosto giovane, per altro, che quindi, data l’età, dimostra una capacità fuori dal comune di scandagliare l’animo umano nei suoi dolori e nelle sue sofferenze.
Molti i riferimenti al clima sociale e bellico del Kosovo degli anni Novanta: un utile ripasso di ciò che l’odio etnico e religioso può produrre. Da leggere, magari con l’animo predisposto.
“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti. Magari non si imbarcheranno mai più, ma continueranno comunque a parlare e a muoversi come se fossero lì soltanto in visita, e per breve tempo. Mai si libereranno della nostalgia del mare. E il mare che li chiama è costretto ad accontentarsi di risposte evasive.“
Semplicemente fantastico, uno dei libri di mare più belli che abbia mai letto. Un trattato enciclopedico in forma di romanzo che abbraccia tutte le scienze legate agli oceani: dalla zoologia alla geologia, dalla climatologia alla storia.
La trama è semplice: due amici di vecchia data si sono messi in testa di pescare uno squalo della Groenlandia, uno degli essere viventi più grandi e più longevi del pianeta e che abita i mari attorno alla Norvegia, con un piccolo gommone. Non sono inesperti, ma l’impresa è tutt’altro che facile. Le vicende, però, sono solo un pretesto per l’autore per raccontare tutto quello che sa – tantissimo –, del mare.
Scritto in modo chiarissimo e ricco di pagine pregevoli anche dal punto di vista letterario, Il libro del mare non potrebbe avere titolo più azzeccato. In alcuni passaggi ricorda Melville, sia per il rapporto fra uomo e preda-mostro, sia per le descrizioni accuratissime della vita e delle usanze dei pescatori, scandinavi in questo caso, balenieri inclusi.
Le Lofoten, isole norvegesi oltre il circolo polare artico, sono la splendida cornice del racconto. Descritte nelle atmosfere in modo così accurato da lasciar trasparire l’amore evidente che Strøksnes nutre per quei luoghi affascinanti e remoti.
"Giorgio Levi è appena rientrato reggendo la bicicletta e aspetta l'ascensore. Lei gli urla che la bicicletta non può metterla nell'ascensore e che comunque sarebbe meglio che l'ascensore, lui, non lo prendesse per niente, perché non ne ha diritto. Senza parlare il ragazzo solleva la bicicletta e comincia faticosamente a salire le scale. Elsa lo segue con lo sguardo finché non scompare, solo allora, rassicurata, se ne torna giù nel buio antro della sua casa con le finestre a pelo del marciapiede. Anche se portiera, lei è ariana e quello un miserabile giudeo."
Rosetta Loy è scomparsa a novantuno anni pochi giorni fa e io ho voluto omaggiarla leggendo questo suo libro, trovato recentemente su un banchetto dell’usato.
Si tratta di una memoria autobiografica dell’infanzia dell’autrice e racconta gli effetti delle leggi razziali del 1938 sulla vita delle persone colpite dai provvedimenti discriminatori, mescolando il punto di vista della bambina che era allora con considerazioni storiche e politiche suffragate da documenti e testimonianze.
Con una prosa di incredibile chiarezza e lucidità la Loy ripercorre la propria infanzia a Roma, in seno a una famiglia borghese e cattolica, in quel tragico periodo in cui ha visto i suoi vicini di casa prima nascondersi, poi venire arrestati e infine deportati per essere uccisi nelle camere a gas: il compagno di giochi del fratello maggiore, la signora gentile dell’appartamento di fianco, il medico che la visitava abitualmente.
La narrazione non fa sconti a nessuno: né agli italiani che per complicità o vigliaccheria non hanno fatto nulla per opporsi a quell’infamia, né a coloro che hanno approfittato dell’estromissione degli ebrei da impieghi e incarichi statali o professionali per prenderne il posto, né a quelli che si sono semplicemente girati dall’altra parte quando, da dietro le loro porte, hanno sentito i soldati tedeschi trascinare via le persone.
Un grosso risalto viene dato al silenzio-assenso dei vertici della Chiesa, in primis Pio XII, le cui simpatie per il rigore germanico, visto in chiave antisovietica, l’hanno portato a tacere sulle azioni naziste malgrado già all’inizio della guerra gliene fosse nota l’efferatezza, anche a causa dell’uccisione di moltissimi preti cattolici in Europa (un nome su tutti: Kolbe). Un comportamento in aperto contrasto con le posizioni antinaziste del suo predecessore, Pio XI, morto improvvisamente nel febbraio del 1939, poco prima di pronunciarsi pubblicamente contro la piega antisemita presa dai due regimi dittatoriali, italiano e tedesco, anche sul solco antico dell’antigiudaismo cristiano.
Fa effetto leggere che molti dei firmatari del Manifesto della razza, quegli intellettuali e professori universitari che hanno dato il loro folle avallo scientifico alla discriminazione e quindi allo sterminio, siano rimasti al loro posto fino alla metà degli anni Sessanta. Impuniti, come se nulla fosse, come se non avessero alcuna responsabilità morale sull’accaduto.
Vengono anche raccontate le tante storie a lieto fine, quelle di quanti nascosero gli ebrei in casa o nei conventi e perfino nei bordelli, pur nella consapevolezza del terribile rischio che correvano. Se ancora possiamo ripeterci «italiani, brava gente» è grazie a chi non ha voltato la testa di fronte a tante disumane atrocità.
È di un paio di giorni fa il ritrovamento di uno scatolone pieno di denti d’oro forse strappati dai russi ai prigionieri ucraini; una pratica abituali dei nazisti nei confronti delle popolazioni da loro sottomesse. Non è certa l’origine di queste protesi ma quello che è sicuro è che di camere di tortura e fosse comuni negli ultimi mesi ne sono state scoperte molte in Ucraina, piene di cadaveri di civili e di bambini. Non giriamola neppure noi la testa: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Un concetto, purtroppo, più attuale che mai.