Vena poetica


Tra i soprammobbili ci’ ho ‘n pupazzetto
fatto de legno e sopra verniciato,
co’ ‘na faccia da lupo navigato
e addosso ‘n ber giaccone doppiopetto

blu marinaro, indossato stretto.
In mano ci’ ha ‘na pipa cor trinciato
e ‘na gamba de legno lavorato
contrasta quella co’ lo stivaletto.

Pare ‘n Corto Maltese attempatello,
co’ ‘n po’ de barba bianca qui’ davanti
intonata cor colore der cappello.

Su la faccia pero’ ‘n soriso amaro
dovrebbe fa’ riflette tutti quanti
sur senzo de ‘na vita appresso a ‘n faro.

Prua a ovest

Metti che avevi pensato di andare in Tunisia e poi hai capito che per varie ragioni non era il caso. Metti che allora avevi pensato di tornare in Grecia, ma a conti fatti sarebbe stato un girovagare senza meta. Non che sia brutto girovagare senza meta o che la Grecia non valga un terzo anno consecutivo (questo sarebbe nel mio caso), ma qualcosa dentro di me diceva che non era quello che volevo veramente. Metti che allora ti siedi a riflettere e capisci che la rotta va cercata innanzitutto dentro di sè, nei nostri desideri interiori e nella ricerca del loro appagamento. E’ emozione quello che cerco per mare, conoscere e conoscermi meglio, perchè per mare navigo soprattutto dentro me stesso. Ho fatto un giro di qualche giorno alle Egadi e ho chiesto a Piazza Grande: te la senti di andare a Lisbona, provare ad affrontare l’oceano? Le ho sciolto le briglie, il suo andare sicuro è stata la sua silenziosa risposta; tra poco partiremo insieme, oltre le Colonne d’Ercole.
Qui qualche dettaglio: http://piazzagrandevela.blogspot.it/p/rotta-2014.html

Ritrovarsi alle Egadi


Il lato sud del porto di Marsala è costeggiato da vecchi magazzini, alcuni ancora in uso per lo stoccaggio dei vini pregiati che si producono nella zona. C’è un atmosfera di incuria, di decadenza, marciapiedi sconnessi, muri scrostati dall’azione incessante del vento, camminando nelle vie traverse si respira un’aria di periferia urbana, poche le auto in sosta, alcune probabilmente da chissà quando. A bordo di una di queste una coppia: lei molto giovane al sedile di guida, lui, meno giovane, sul lato passeggero, stanno discutendo piuttosto animatamente, colgo involontariamente qualche parola che lascia trapelare un alterco amoroso, mentre gli passo accanto noto il cartello Scuola Guida. L’allieva ed il maestro, probabilmente, appartati durante una lezione, nascosti a sguardi indiscreti. Lei mette in moto, esce dal parcheggio, lui alterna parole di risentimento ad indicazioni sulla manovra. Sembra una scena di Camilleri, un perfetto set per Montalbano che il caso ha voluto che cogliessi per un istante.
 

Pescatori a Marettimo

Eccomi di nuovo qui dopo una breve parentesi romana, Piazza Grande mi attende al pontile, apro il tambuccio e respiro aria di casa, sistemo le mie cose, la spesa, mi godo la bella sensazione, quella di abitare in barca, una sensazione diversa da quella di andarci in giro, quando sei a casa tua sono tue anche le cose attorno ad essa: il panorama, le persone che vedi abitualmente, quelle che ti salutano con un sorriso e con cui volentieri prendi un caffè la mattina. Tra questi sicuramente Ivo, simpatico pensionato varesino, gentile e cordiale come pochi, anche lui è tornato in acqua, anche lui, come me, ancora alle prese con i lavori di manutenzione. Già, la lista è lunga, e malgrado abbia spuntato molte voci, anche pesanti, è sempre lontana da finire, ma le barche, si sa, sono cantieri sempre aperti, destinati a non esaurirsi mai. Per 3 o 4  giorni continuo a pulire, tiro a lucido la coperta, poi riarmo tutte le drizze e le vele, riposte via per l’inverno in modo che durino più a lungo, riparo qualche piccola cosetta che si era rotta, la doccetta di poppa ad esempio, monto due belle batterie nuove per i servizi, sperando che finalmente siano finite le mie pene elettriche (chi mi segue, forse ricorda il problema con le batterie comprate in Grecia), faccio tante altre cose, così tante da non averne più memoria. Sono stanco? No… di più! La sera ricarico le mie di batterie con un bel tegame di peperoni e patate, uno dei piatti forti a bordo di Piazza Grande.
 

Piazza Grande e Gioconda in banchina a Marettimo

Poi, finalmente, arriva il grande giorno, ci sono ancora diversi lavoretti da fare, ma si tratta di piccole cose, per lo più estetiche, la funzionalità è stata ripristinata completamente, c’è solo da uscire per verificare in mare che sia tutto a posto, che abbia rimontato tutto come si deve. Avverto gli ormeggiatori che esco per un giro di prova e che il giro potrebbe durare qualche giorno. Ho vento in prua all’ormeggio, mollo le cime di poppa, poi vado a prua a liberare il corpo morto e rapidamente torno a poppa per mettermi al timone. Che sensazione di leggera follia, sta colorando l’anima mia… di nuovo percepisco Piazza Grande attraverso le mie mani, attraverso la ruota della timoneria, lei pulsa, io la governo. Saluto Ivo all’ormeggio che mi chiede di portargli un paio di jeans nel caso andassi di nuovo a Istanbul a fare shopping, poi rapidamente esco dal porto, faccio qualche controllo ed infine, con goduria, alzo le vele e mi dirigo su Favignana, con vento moderato da nordovest. Era ora! Faccio qualche bordo poi a sera do fondo a Lido Burrone, piacevolmente deserto per la stagione non ancora iniziata. La mattina, dopo una bella dormita, mi metto in rotta per Marettimo, dove raggiungo Davide che ha a bordo alcuni amici comuni. Straordinariamente troviamo posto in banchina, previo contatto con la Capitaneria locale, a patto di liberarla l’indomani prima dell’arrivo del traghetto.
 

Un varo d’altri tempi

Siamo ormeggiati affiancati, mi invitano per pranzo, prendo una bottiglia di prosecco dal mio frigo a salto a bordo da loro. Pranzetto tutti insieme, poi una passeggiata sull’isola con Maria Luisa e Dianella. Che strano effetto calpestare questo suolo dopo tanti anni, perdersi nei vicoletti deserti del piccolissimo nucleo abitato. La mia prima volta alle Egadi risale al 1988, ci arrivai con un paio di amici pescatori subacquei, il parco non era stato ancora istituito, ma, per fortuna della fauna ittica locale, non eravamo ancora bravi. Mi sembrò di aver trovato il paradiso, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, impossibile non fare qualche confronto, impossibile non avere qualche pensiero e qualche rimpianto su come sia cambiato il nostro paese, i posti di mare, anche quelli, come Marettimo, non completamente snaturati dal turismo di massa. Sopravvivono alcuni gozzi colorati, forse qualcuno riconvertito dalla pesca alle gite turistiche, assisto alla scena rara di uno di essi varato con un paranco a mano (neppure un argano!) ed i ciocchi di legno sotto la chiglia, una scena che nella mia infanzia, fine anni ’60, primi ’70, era assolutamente ordinaria. Dietro, una piccola gru riposa in attesa di varare con la forza meccanica le tante barchette da diporto che per due mesi infesteranno il mare circostante sciamando come api, con il ronzio fastidioso dei loro fuoribordo. Un bar sul molo spara la sua musica ad un volume da discoteca, ma in un piccolo magazzino sul porto, un gruppo di anziani attorniato da qualche ragazzino sta giocando a carte fra le reti da pesca e le nasse riposte al coperto. Contrasto di un microcosmo, paradigma di un’epoca che si è chiusa insieme al suo secolo ed i cui ultimi brandelli sopravvivono in luoghi come questo ma che probabilmente si esauriranno a breve lasciando come unica traccia un immagine un po’ sfocata nella mente delle persone o tutt’al più una vecchia foto un po’ ingiallita.
 

Briscola fra le reti

La mattina, prima che il traghetto ci faccia sloggiare, faccio in tempo a mangiare un cannolo niente male e intanto osservo il passeggio sulla piccolissima piazzetta davanti al bar. E’ la tipica atmosfera delle isolette con poco turismo, la conosco bene, l’estate scorsa in Turchia e Grecia ne ho fatto una scorpacciata, chissà fra un mese, in piena stagione, come sarà, chissà cosa è rimasto del sapore che colsi 25 anni fa e che quasi mi invogliò, giovane e facile all’innamoramento, a restarci a vivere. Chissà pure se avrei retto ad una vita che per 10 mesi l’anno scorre per buona parte nella sola attesa della stagione a venire. Guardo una piccola targa di marmo che ricorda una pesca miracolosa del 1870, poi, avendo smesso da tempo di credere ai miracoli, torno a bordo, recupero le cime messe a doppino e lascio l’isola. Fuori appena una bava di vento, ma non ho fretta, metto a segno le vele per dirigere su Levanzo dove mi unirò di nuovo a Davide & Co. Viaggio a circa 3 nodi, poco più che una camminata di buon passo, una velocità ridicola in una metropoli convulsa, una velocità umana, tranquilla, andando per mare. Una delle cose belle della vela è che ci restituisce i ritmi naturali dell’esistenza, si tarano i propri programmi sul vento, sulla luce del sole, si asseconda la notte con il proprio riposo. Per un lungo tratto Piazza Grande e Gioconda, la barca di Davide, navigano affiancate, poi loro decidono di fare ultime miglia a motore per andare a mangiare a Cala Fredda, io preferisco continuare così e godermi la giornata praticamente estiva, effettuando il periplo dell’isola, bella e selvaggia, dimora di gabbiani che incessantemente garriscono sotto il sole a picco.
 

Una pescata memorabile

La sera ci spostiamo di nuovo a Favignana, contrariamente alle previsioni che davano vento da sudest, soffia da nordovest, giriamo un po’ per trovare un ridosso adeguato, infine, all’imbrunire, caliamo l’ancora a Punta Fanfalo. Mi invitano di nuovo a cena, mi vengono anche a prendere col tender, come posso rifiutare! Di nuovo una bella serata in compagnia, Diana ha preparato un discreto intruglio a base di polpo, seppia ed altri ingredienti segreti che la riduzione ai minimi termini non rende identificabili, ma è buono e lo mangiamo volentieri. Poi, per digerire, il sifone, un liquore che il padre di Davide prepara e pazientemente lascia invecchiare per anni. Ancora qualche chiacchiera piacevole, poi torno a bordo e crollo in cuccetta, il sifone, incontrandosi col vino lungo l’apparato digerente, non mi ingenera un sonno ristoratore, al risveglio mattutino mi sento piuttosto cotto. Il cielo è coperto, ciondolo un po’ in coperta, finisco di leggere A occhi chiusi, un libro di un autore toscano di primissimo ‘900 in cui trovo alcuni spunti di attualità, faccio un paio di caffè per recuperare lucidità, guardo il panorama. Quando a metà mattinata il cielo si apre, il libro si chiude, recupero l’ancora, alzo le vele e metto la prua su Marsala.
 

In navigazione con Gioconda

L’aria è frizzantina, mi godo la navigazione, stringo al massimo la bolina, oltre la rotta diretta, in modo da poter poggiare se il vento dovesse girare sfavorevolmente, cosa che invece non accade. Piazza Grande trova subito il suo passo, ne sento il respiro, ne colgo ogni rumore e vibrazione, sono bastati 3 giorni per ritovarci, lei ed io, e per ritrovare insieme il mare; questa breve crociera doveva essere un test e direi che è andato a meraviglia per entrambi. Tremo al pensiero che in un momento di sconforto invernale ho temuto di doverla vendere, ormai è parte di me, darla via vorrebbe dire non morire ma vivere menomato sicuramente. L’ormeggiatore mi passa cortese le cime dal pontile, do volta sulle gallocce, poi spengo il motore e apro una birra, sono felice.
 
Sì, sono felice, anche di stare qui a Marsala, ci sto veramente bene, mi piace il porto, mi piace la città, ma soprattutto mi piacciono le persone, sempre cortesi, mai arroganti, solo al volante di un auto tutti paiono trasformati e l’incauto pedone, anche sulle strisce, sarà quasi sempre un ostacolo fastidioso, poco più di un insetto da schiacciare distrattamente. Il parabrezza sembra formare una barriera insormontabile, ma basta stabilire un minimo di contatto diretto, uno sguardo, una parola, ed ecco che il distacco lascia spazio ad una cordialità non facile da trovare altrove.
 

Indovina chi viene a cena…

Maria Luisa, Elisa e Paolo tornano a casa, la sera dopo invito a cena Diana, Dianella e Davide, peperoni e patate anche per loro, abbondano dolci e liquori sul finale, forse un po’ troppi entrambi, ma la convivialità ne favorisce il consumo. Già, non solo i marsalesi doc, anche gli stranieri che passano di qui sono belle persone, un paio di settimane fa ho conosciuto Milva e Roberto a bordo del loro Show 38, poi Max e Alessandra sul loro Beneteau 50, e poi tanti altri che vanno e vengono a bordo delle loro amanti di vetroresina. Incontro anche Serena, che sta aprendo un bel b&b proprio in centro, si è trasferita qui da Roma, cambiando vita e mestiere, con un coraggio ed una determinazione veramente ammirevoli. Visito il suo Palazzo Scalilla, un imponente scalone accoglie gli ospiti all’ingresso, le stanze, in via di ultimazione, sembrano destinate a mantenere una leggera patina di nobilità. Sì, a Marsala si sta decisamente bene!
 
Un pomeriggio mi decido finalmente a tagliare la bobina di cavo da 18 mm che mi porto appresso intonsa da due anni, ne faccio due lunghe cime da ormeggio e due pezzi che, impiombati con una redancia, andranno con le molle d’acciaio che ho preso per eliminare i copertoni che non posso davvero portarmi in giro quando partirò di qui, tra non molto, credo. Davanti agli occhi ho il software di navigazione aperto, guardo la rotta che ho tracciato, una rotta di massima, ancora da affinare, una rotta che guarda lontano, molto lontano. Piazza Grande è pronta e anch’io lo sono.

Di nuovo a galla


E’ ancora una volta il volto amico di Davide ad accogliermi in terra siciliana dopo un breve volo da Ciampino scivolato via nel breve volgere di una scorsa ad un quotidiano. Esco dall’aeroporto, lascio il giornale in un cestino e con lui i pensieri della vita romana, sono qui per dedicarmi a Piazza Grande, la lista dei lavori è lunga e non si tratta di lavoretti di poco conto, almeno in termini di fatica fisica. In porto è tutto come da programma: è ritornata indietro la zattera revisionata, è arrivata l’antivegetativa ordinata ad Andrea, ship chandler di Licata serio e cortese, sono arrivati i pezzi di ricambio dell’invertitore e, last but not least, sono arrivati i diversi pacchi, fra cui la nuova randa, che ho affidato a Ivan e Luciano, i due amici appena giunti a Marsala con le loro rispettive barche dopo una settimana di navigazione di conserva.


Si sta formando una bella comunità di velisti alloctoni in questo porto, cosa utile perchè ci si da una mano a vicenda per sorvegliare le barche, ma soprattutto cosa piacevole perchè fa sì che in banchina non manchi mai qualcuno con cui scambiare due chiacchiere o un caffè. La sera a cena siamo una piccola combriccola per festeggiare il compleanno di Ivo, spaghetti pesce spada e melanzane, la cucina siciliana non delude mai!
 

Sull’invaso poco prima del varo

I primi 3 giorni sono dedicati all’opera viva, mi sono accordato con il gruista per varare sabato, per quel giorno tutto deve essere pronto. In effetti potrei varare venerdì, ma è venerdì santo, il pomeriggio c’è la processione della madonna e Vito, il gruista capo, mi ha detto di essere molto devoto e di non poter mancare. Vabbè, tanto di venere e di marte non si vara nè si parte! Vado di rullo su tutta la carena, raddoppiando il passaggio nei punti più soggetti alla formazione di concrezioni varie: la linea di galleggiamento, il dritto di prua, il timone, il bulbo. Quest’ultimo ha richiesto qualche attenzione in più, c’erano alcune chiazze scoperte e ho dovuto portare la ghisa a vista, passare il ferox, poi un primer epossidico… insomma, c’è di che annoiare i lettori poco tecnici, quindi mi fermo qui. Aggiungo solo che fare carena è veramente un lavoro massacrante, ho risparmiato un sacco di soldi facendolo da me, ma non è stata una passeggiata.
 
Arriva Vincenzo, il meccanico, serio, onesto e scrupoloso, con il sail drive rimesso a posto, e in un paio d’ore lo rimonta. Ne ho approfittato per sostituire la cuffia, a vederla era in condizioni eccellenti ma aveva 10 anni, dicono sia quella la sua vita massima. Certo che pagare 325 euro un pezzo di gomma stampata che ne costerà sì e no un paio… Ringrazio, si fa per dire, il signor Volvo Penta e cerco di non pensarci! Rientrando al b&b dove sono costretto a stare finche Piazza Grande è sull’invaso, incrocio la processione, c’è veramente tantissima gente, donne vestite di nero e con la veletta sulla testa, portatori di ceri, davanti alla statua della madonna due carabinieri in alta uniforme, dietro il sindaco con la fascia tricolore. Lo dico, non amo queste commistioni fra religione ed istituzioni, sono un laicista convinto, mi viene in mente il sindaco di Napoli, De Magistris, che bacia l’ampolla col sangue di san Gennaro, anche lui con la fascia tricolore indosso. A mio modo di vedere certe cose dovrebbero farle da privati cittadini, un sindaco rappresenta tutti anche chi, pur rispettandole, ritiene che certe manifestazioni attengano alla supertizione più che alla fede.
 

La processione del venerdì santo

Arriva il giorno fatidico, Piazza Grande è incastrata fra un motoscafo, il muro di cinta del porto e un palo della luce, tirarla fuori di lì significa veramente giocare con i centimetri. Posiziono qualche parabordo sulle murate lucidate faticosamente a mano, poi scendo dal trespolo e mi affido ai gruisti, fra cui un rumeno che fatica a parlare italiano ma in siciliano si esprime alla perfezione: calamula ddocu, dice ai suoi compragni di squadra. Attimi di tensione, basta un niente per fare danni seri, la mia bella barchina è sospesa sulle nostre teste, manco mi chiamassi Damocle, osservo un po’ nervoso tutta la manovra, quando si avvicina un tale che ha voglia di chiacchierare. C’è un momento per parlare ed uno per tacere, mi spiace, non nego mai una parola a nessuno in banchina, ma questo non è proprio il momento, non do quindi corda al dialogo auspicato. Ma il tipo non demorde e mentre Piazza Grande è a un metro dal molo e basterebbe un piccolo errore per sfracellarla, mi fa: ad un mio amico si sono rotte le cinghie della gru! E’ un attimo, come nei cani di Pavlov l’istinto prevale, la mia mano sinistra si porta lesta e scaramantica verso i gioielli di famiglia mentre la destra si chiude a pugno per riaprire immediatamente i soli indice e mignolo in direzione del menagramo: tiè, gli rispondo secco e deciso!

 

Riusciranno i nostri eroi…?

Non so a quale delle due mani vada ascritto il merito, ma l’operazione è condotta a termine senza danni e Piazza Grande ritrova, dopo circa 5 mesi il suo elemento naturale, il mare. Scaramanzie a parte, veramente bravi i ragazzi con la gru, a Marsala non mancano davvero ottimi professionisti. Controllo che le prese a mare non facciano acqua poi faccio un piccolo giro dentro il porto insieme a Vincenzo per provare l’invertitore ed infine mi accosto al pontile dove Ivo e Davide raccolgono gentilmente le mie cime. Piazza Grande è di nuovo al suo posto ed io con lei.
 

Che casino!

Sottocoperta è un vero casino, tutto è sottosopra, è un cantiere aperto e la polvere si è accumulata dappertutto, non mancano neppure schizzi di olio e nafta vicino al motore. Passo 3 giorni a pulire, svuotando ogni gavone e stipetto, sollevando ogni pagliolo, controllando con l’occasione la barca in ogni suo punto, anche il più nascosto. Tutto è come deve essere, averlo accertato di persona mi renderà più tranquillo in navigazione. Salta fuori qualche avanzo di cibo greco e turco, fra cui un paio di lattine di Mythos, l’ottima birra ellenica, ne approfitto per festeggiare il ritorno al mare. Eccomi qua, nel mio guscio, dove ritrovo tutto il calore e la gioia interiore che avevo lasciato a novembre al momento dell’alaggio.
 

Fresche relique

Sistemo per prime una cabina e la cucina, lascio il b&b e torno ad abitare a bordo, la notte fa ancora freddo ma un piccolo termoconvettore basta a stemperare l’ambiente. Ritrovo i gesti che mi sono consueti, quei tanti movimenti automatici necessari ad assecondare gli spazi ristretti della vita a bordo, ritrovo i miei piccoli riti quotidiani, la moka la mattina appena alzato, anche se l’avanzo di caffè turco produce una ciofeca imbevibile, comprare un pacco di caffè italiano e fresco è una priorità assoluta. Ritrovo infine una bottiglia di ouzo, il liquore greco a base di anice, me ne verso un po’, mi accarezza il palato, mi accarezza l’anima.
 
Un pomeriggio, tornando dalla spesa, vedo un ragazzo che non conosco sul pontile, proprio davanti alla mia poppa. Mentre sto per salire a bordo mi fa: Luciano? Sì, chi sei
?, gli rispondo. Un tuo lettore, mi dice, ti seguo sul blog, sono passato a conoscerti. Ecco, queste sono le sorprese che fanno piacere, Vieni a bordo, ci beviamo una birra. Chiacchieriamo di vela, tra appassionati ci si intende rapidamente.
 

Tiziana cunza in cannoli in casa.

A pasqua sono invitato a pranzo da Tiziana, una cara amica di Palermo, prendo la corriera e vado da lei. Ve l’ho già detto che i siciliani sono gente fantastica? Sì, l’ho scritto la volta scorsa e qui lo confermo. La loro ospitalità non è dovere, è scelta, la loro cortesia non è forma, è sostanza, il loro accettarti come amico è sincerità, non calcolo di convenienza. Amo i siciliani, li amo da quando da piccolo trascorrevo le vacanze estive con i miei a Messina, lì ho imparato a conoscerli ed apprezzarli, fino al punto da sentirmi sempre a casa quando sto con loro. Solo il loro modo di declinare le parole mi lascia a volte perplesso. Qualche giorno fa in porto mi hanno chiesto in prestito un prolungo, le cose le ripongono nello scatolo e, giuro che è vero, ai piedi mettono le zoccole! A Palermo faccio il bucato, mi porto un fagotto di panni sporchi e gentilmente Tiziana mi mette a disposizione la sua lavatrice. Sto molto attento al programma selezionato, l’estate scorsa, con la medesima cortesia, mi sono tornati indietro un paio di bermuda, entrati nel cestello come pantaloni lunghi.
 

La tana

Sono le 10 di sera quando, alla luce fioca dei pontili e sotto una pioggia leggera, torno a bordo. Apro il tambuccio e una sensazione meravigliosa mi investe: sento che la fatica enorme che ho fatto viene ripagata con la gioia che Piazza Grande sa darmi, sento che sono riuscito con la determinazione là dove, per un attimo, ho dubitato di riuscire, sento che tra poco lei ed io saremo pronti a salpare, andremo dove il mare ed il vento vorranno, vicino o lontano non importa, ma sarà un atto d’amore reciproco. Sorseggio l’ultimo goccio di ouzo rimasto, poi me ne vado in cuccetta, leggo qualche pagina di Bjorn Larsson, il leggero sciabordio mi concilia il sonno, l’ultimo pensiero prima di addormentarmi è che Piazza Grande è di nuovo a galla. Ed io con lei.


Marsala di marzo


Le zaffate di kerosene che respiro camminando la mattina presto sulla pista dell’aeroporto di Ciampino hanno il sapore dolce del viaggio di piacere. L’idiota di turno sgomita per superare la fila già di per sé non molto disciplinata, cercando di guadagnare per primo la scaletta per salire sull’aereo che ci porterà, di certo senza lasciare a terra nessuno, a Marsala. Dopo tre mesi torno da lei, la mia amante di vetroresina e legno, solo un’ora di volo ci separa ormai, è marzo inoltrato, tempo di cominciare a mettere le mani sui mille lavori e lavoretti di manutenzione da fare in vista della stagione estiva. L’aereo decolla, guardo fuori dal finestrino, il mare riluccica lontano giù in basso.

Sulla strada (ma non come Jack Kerouac)

Quando atterro all’aeroporto di Birgi la prima sorpresa: i pullman che lo collegavano tutte le ore con Marsala sono stati quasi tutti soppressi, sono le 9 del mattino ed il primo utile è alle 13:15. Vorrei evitare di prendere il taxi, quindi tento l’autostop, in fondo quando avevo 17 anni sono arrivato a Capo Nord in Norvegia in questo modo, cosa vuoi che siano 15 km. Non devo però avere lo stesso aspetto rassicurante di allora perchè nessuno accenna neanche a fermarsi per chiedermi dove devo andare e dopo una ventina di minuti desisto. Camminando nel parcheggio dell’aeroporto vedo una coppia che sta salendo su un’auto, chiedo se vanno verso Marsala, non proprio, ma almeno mi avvicino. Sei un rappresentante?, mi chiede lui. No, rappresento solo me stesso, nel bene e nel male, rispondo. Nel breve tragitto chiacchieriamo, familiarizziamo, e alla fine mi portano quasi fin sotto il b&b dove dormirò dato che Piazza Grande è in secco sull’invaso. Gente fantastica i siciliani! Hanno sempre un pizzico di diffidenza verso lo “straniero”, ma ci mettono un attimo a considerarti un amico e a farsi in quattro per darti ospitalità come meglio possono. Ringrazio, saluto e lascio un mio recapito promettendo di sdebitarmi con la medesima cortesia se capiteranno a Roma.
 

Raschia che ti passa!

Arrivo in porto sereno, so che è tutto a posto perchè sullo stato di salute di Piazza Grande mi tiene aggiornato Davide (gente fantastica i siciliani, ve l’ho detto!) che gestisce qui da anni una scuola di vela (www.scuolavelaspiego.it). Quest’anno ha comprato una nuova barca, simile per dimensioni e struttura a Piazza Grande, spero che si navighi un po’ insieme alle Egadi, poi lui se ne andrà verso la Tunisia, io… chissà! Già, la questione economica mi rende tutto piuttosto incerto, pur facendo da me la manutenzione ho parecchie spese da affrontare, non ultima quella del meccanico per rifare la frizione dell’invertitore che ha mollato per usura a ottobre scorso. Quando il meccanico arriva, arriva pure la prima mazzata: preventivo quasi il doppio del previsto, i pezzi di ricambio pare li forgino con oro zecchino e sangue di vergine! Ma è un lavoro indispensabile, le barche sono a vela, però in porto si manovra a motore, impossibile fare senza. Quando poi arriva il velaio, la seconda mazzata: la randa, che pure sapevo malridotta, appare parecchio più acciaccata di quello che pensavo, così a occhio direi che un rattoppo non può bastare a fare la stagione, occorre rifarla nuova e non sono spicci. Mi demoralizzo, così tanto che neanche i cannoli con la ricotta riescono a consolarmi.
 

Arte consolatoria

La sera torno al b&b, leggo un po’ di Moitessier, anzi rileggo, sarà la terza o quarta volta che mi sciroppo l’opera omnia del sommo, ma come prescindere dalla sua esperienza? Non solo da quella di navigatore, uno dei più grandi in assoluto, ma da quella umana, dal suo morire e risorgere quattro volte, come le barche che ha perso navigando, abbattendosi nello spirito ma ritrovando dentro di sé la forza per reagire e tirarsi fuori dai problemi. Se faccio una solida ossatura in legno, posso stratificare lo scafo con fogli di giornale e resina ed avere una barca in grado di attraversare l’oceano. Alla fine non l’ha fatto, ma ci ha creduto, ha creduto in sé stesso, ha trovato altre strade e in capo ad un paio d’anni aveva Joshua, la barca con cui ha compiuto l’impresa epica di doppiare Capo Horn a vela e tempo dopo di percorrere 14.000 miglia, facendo un giro e mezzo del mondo in solitario, quando i solitari erano solitari davvero, mica come ora con meteofax, telefoni satellitari ed email. No, non devo perdermi d’animo.
 

Rosso, giallo e blu

Abbasso la testa e come un mulo e procedo imperterrito secondo la tabella di marcia che prevede carenaggio self service, ovvero asportazione della vecchia antivegetativa col raschietto, sistema che preferisco alla levigatrice perché in questo modo si respira meno polvere tossica (la vernice antivegetativa non è una botta di salute). E’ però un lavoro ingrato anche così, procedo a decimetri quadrati, ci vuole olio di gomito ma anche delicatezza, ché a fare troppo con forza si rischia di scheggiare il gelcoat. Alla fine in 4 giorni ho fatto tutta la prua, è meno di quello che speravo ma è pur sempre un bel pezzo di barca, il resto lo farò la prossima volta. Ogni tanto mi fermo per riposarmi qualche minuto e respirare un po’ di aria di mare, iodio che si mischia all’odore di zolfo, che pare sia dovuto alla posidonia morta, e al profumo delle vinacce che hanno fermentato nei mesi scorsi negli stabilimenti qua attorno dove si producono vini ad alta gradazione alcolica, poi torno a raschiare, fino a che il braccio mi fa male. Di bello c’è che sotto la vernice trovo la carena in perfette condizioni. Spedisco anche la zattera autogonfiabile al produttore per la revisione biennale, la imballo bene con cartone e millebolle e avverto il corriere di passare a ritirarla. Insomma, vado avanti, ho inerzia, o abbrivo visto che si parla di barche.
 

Un bell’astice

Il porto di Marsala sonnecchia in inverno, come pure un po’ sonnecchia tutta la città, in attesa forse della stagione estiva. E’ il destino delle località di mare, riconvertite volenti o nolenti al turismo quale principale se non unica fonte di sostentamento. Quasi nullo il traffico portuale, la mattina un piccolo gozzo scarica una o due cassette con un po’ di pesce di paranza e, quasi preda incidentale, un bell’astice di qualche chilo. Marsala sembra a volte trascinarsi un po’ spenta, come in attesa di qualcosa che arrivi dal mare, quel mare che 150 anni fa ha portato l’onda irrefrenabile del risorgimento che proprio da questo porto ha mosso i suoi primi passi alla conquista dell’Italia, chissà se questa cosa ha lasciato il segno nel carattere dei marsalesi oltre che nei tanti toponimi che evocano l’impresa di Garibaldi. Inutile ribadire quanto questa atmosfera rilassata mi piaccia! Ma anche in inverno, questo porto è crocevia di velisti: mi manco per un soffio con Max, che ha portato qui la sua barca per fare dei lavori, ma riesco ad incrociarmi con Paolo, velista giramondo che ha la sua base a Trapani, ed insieme a Davide passiamo una bella serata a parlare, com’è ovvio, di mare. Le chiacchiere mi fanno bene, stemperano un poco le mie preoccupazioni, confrontarsi con persone propositive come sono Davide e Paolo, sentirli parlare dei loro progetti di navigazione mi fa sentire i miei meno lontani, mi stimola, mi fa apparire gli ostacoli che si frappongono fra me e le mie rotte future non insuperabili.
 
Prendo l’aereo che mi riporta a casa, guardo le luci puntellare la costa siciliana nella notte. Restate sintonizzati!

Perchè devo tornare in Grecia

Sotto una pioggia che da giorni martella incessante la città, cammino lungo una strada del centro di Roma, mentre i miei occhi, bassi per schivare le pozzanghere, riflettono le luci al neon di insegne ed illuminazione comunale in uno sbrilluccichio continuo e quasi fastidioso. Le automobili sfrecciano scure nella sera, nella solita fretta sconclusionata di arrivare, non si sa bene perchè con tanta premura. Anch’io ho un po’ di fretta, per quanto il mio passo me ne conceda,  fretta di arrivare al ristorante greco dove ho appuntamento con alcuni amici, non fosse altro che per non inzupparmi troppo. L’idea di mangiare nuovamente greco dopo tanti mesi mi piace, giusto da qualche giorno si è riaccesa dentro di me la fiammella, il desiderio del mare, un piccolo barlume che man mano che la stagione si approssimerà diventerà un fuoco vivo ed impetuoso. Nella mia testa sto infatti ragionando sui programmi estivi, sulla rotta, sui lavori per preparare Piazza Grande e soprattutto sulla gestione delle spese chè, ahimè, la Natura m’ha fatto appassionare ad un hobby parecchio più costoso degli origami giapponesi. 

 

 
Avevo pensato di navigare nel Canale di Sicilia, fare Pantelleria, che non conosco, e poi andare in Tunisia, che conosco e che non è in fondo ‘sto granchè, ma non è molto turistica e questa è una caratteristica che automaticamente mi rende simpatico un posto. Parlando però con alcuni velisti, m’è stato sconsigliato di andarci per ragioni di sicurezza, sia a terra che in mare, mi sono state riferite situazioni poco piacevoli e rilassanti per il diportista, e visto che il posto, come ho detto, non è ‘sto granchè, il gioco non vale la candela. Che fare, quindi?
 
 
Il Mar Mediterraneo è praticamente diviso in due, versante settentrionale e versante meridionale. Il primo è ricco, antropizzato e con tutti i servizi per il diporto, ma ha il grande difetto di essere molto costoso, troppo per le mie tasche, soprattutto dovendo fare una navigazione di qualche mese. Quello meridionale, viceversa, è povero, poco antropizzato e poco o pochissimo costoso, ma è impraticabile per buona parte: Libia, Algeria ed Egitto non sono paesi per velisti; Marocco e Tunisia lo sono ma con parecchie controindicazioni ed io ho voglia di pace e libertà, due concetti che in Nordafrica sono stati smarriti da tempo.
 
 
Ci ho messo un attimo a trovare la soluzione: torno in Grecia! C’è poco da fare, l’ho scritto più volte, in Mediterraneo non ci sono posti altrettando belli, ospitali ed economici per chi naviga ed inoltre fra lato ionico ed egeo c’è una quantità talmente grande di isole e approdi da girarci per anni senza ripassare negli stessi posti. Nel 2012 ho navigato due mesi nelle isole Ioniche, nel 2013 quattro mesi in Egeo, quest’anno potrei fare una sintesi dei due mari, circumnavigare il Peloponneso, che l’anno passato un cambiamento improvviso di programma (imbarcare mio figlio ad Atene) mi ha fatto saltare, e godere ancora una volta l’unicità delle atmosfere greche, fatte di rade tranquille, porticcioli che sembrano ricami e, soprattutto, poco affollamento, escluse ovviamente le località più turistiche. Non sono un misantropo, sia chiaro, ma se all’ancora o quando scendo a terra devo sgomitare come sulla metro alle 8 di mattina, preferisco restarmene a casa e sgomitare al solo costo del biglietto ATAC.
 
 
Bene, non mi resta che trovare una ragione, uno scopo, per questo viaggio. L’anno scorso ho navigato fino a Istanbul per comprare un paio di jeans, perfetta imitazione dei Levi’s, a prezzo stracciato, quest’anno devo trovare una motivazione altrettando valida. E’ proprio il ristorante greco di Roma ad offrirmela, inaspettata e validissima; lo dico senza mezzi termini, ho mangiato da schifo, servito da cani e pagato il doppio di quello che mediamente si spende in Grecia! Vi basta come motivazione per partire? A me sì, partirò dunque, anche quest’anno con una missione speciale: alla ricerca della moussakà perduta!
 


La ragazza di Bube – Carlo Cassola

Quando ero piccolo vedevo in giro dei libri bellissimi che si intitolavano La ragazza di Bube, Il giardino dei Finzi Contini, L’Agnese va a morire e credevo che Bube fosse la località d’origine della ragazza in questione, i Finzi Contini una specie di alberi e l’Agnese un animale che come un’elefantessa anziana si recasse da sé al proprio cimitero. Qualche giorno fa ho investito 1 euro per un’edizione con copertina rigida del 1960 del libro di Cassola ed ho scoperto che Bube non è un luogo ma una persona. Ho scoperto pure un romanzo bellissimo, scritto magistralmente, ma soprattutto grande per il modo in cui descrive persone, situazioni e stati d’animo dei protagonisti non solo in modo diretto, ma anche indirettamente attraverso i dialoghi fra di essi.

Il grosso dei fatti si svolge nel primissimo dopoguerra, quel periodo cioè dove speranze e regolamenti di conti si accavallarono spesso nell’animo degli italiani generando purtroppo delusioni ed eccessi (ma forse è semplicistico parlare di eccessi col distacco dato da 70 anni di distanza). Veramente un affresco chiaro su un periodo travagliato della nostra storia, con gli anglo-americani ancora a dirimere le questioni e le morali cattolica e politica a dettare comportamenti e scelte di vita delle persone. Scelte che con gli occhi di oggi appaiono a volte eccessivamente rigide, come nel caso della protagonista, ma che rivelano una forza interiore straordinaria, ancor di più considerando la scarsità di mezzi, soprattutto culturali di cui i più disponevano allora.

Già che c’ero, mi sono visto pure il film di Comencini del ’63, con la Cardinale al top della sua bellezza; bello, anche se non quanto il libro cui pure è piuttosto fedele, mostra per immagini un’Italia che il neorealismo ha immortalato per noi.

Novembre alle porte – Chaim Potok


Potok
è Potok, non si discute. La sua inarrivabile maestria è nella narrazione, riesce a catturarti con una prosa che nella penna di altri risulterebbe banale, nella sua è semplicemente chiarezza senza fronzoli. Novembre alle porte non è un romanzo vero e proprio ma la storia, appena romanzata, secondo le dichiarazioni dell’autore stesso, di una famiglia di ebrei russi, dal periodo zarista alla fine della guerra fredda, passando per la rivoluzione d’ottobre, lo stalinismo, i pogrom e tutte quelle altre belle cose che i russi, ebrei e non, hanno dovuto patire per 70 anni. Si legge come un romanzo ma è anche un saggio che racconta in modo circostanziato i fatti e ne descrive le atmosfere che ne derivano attraverso gli stati d’animo dei protagonisti.
Grandissimo libro, peccato per la traduzione, è un continuo di “un gruppo di loro fecero“, “la maggior parte andarono“, lo stesso errore ripetuto dozzine di volte, perchè putroppo, a volte la gente non si regolano!

Marsala, quasi per caso


Marsala, Italia, Marsa Alam, Egitto. Troppo simili i due toponimi per non tradire un’origine comune e troppo curioso io per non cercare di scoprirla. Mi basta aprire Wikipedia per avere la risposta: Marsa Allah vuol dire Il Porto di Allah, è così che la città siciliana è stata battezzata dai conquistatori arabi che nell’800 dopo Cristo da qui hanno iniziato la loro espansione nel sud del nostro paese, anche se forse parlare di battesimo è un po’ fuori luogo visto che si trattava di conquistatori musulmani, ma ci siamo capiti. Il Porto di Dio quindi. Offrirà un ridosso della Madonna, penso! Purtroppo non è così, basta aprire la carta nautica per rendersi conto che è piuttosto esposto ai venti dei quadranti meridionali, almeno nella sua parte centrale, quella che conseguentemente costa meno, quella che ho scelto io per ragioni squisitamente economiche. Piazza Grande starà al pontile per qualche settimana, poi conto di metterla in secco ai primi di novembre, sia per stare tranquillo, sia per fare quei lavori che la cura regolare di un’imbarcazione impone. Marsala è anche il porto dove è sbarcato Garibaldi per iniziare la sua impresa con le mille camicie rosse, un luogo ricco di storia, insomma, cosa che me lo rende già simpatico prima ancora di arrivarci. Marsala è l’ultimo posto dove pensavo di finire quando sono partito, quattro mesi or sono; come ha detto qualcuno la vita è tutto quello che ci accade mentre siamo impegnati a progettare altro.

Sarà stato il problema all’invertitore o la voglia inconscia di non tornare, di prolungare questo lungo viaggio, seppur spezzandolo con un rientro a casa prima che mi diano veramente per disperso in qualche mare lontano, fatto sta che dopo la sosta cultural-gastronomica a Palermo, la mia prua punta a ovest anziché a est.

 

Il sole cala dietro Capo S. Vito

Mi sveglio un po’ stordito, quattro giorni a gozzovigliare lasciano il segno, ieri sera il colpo finale dato dagli spaghetti con le sarde in un ristorante popolare di Mondello in compagnia di un caro amico, o forse dal vino che ci abbiamo bevuto su, chissà, me lo chiedo mentre carico la moka abbondando col caffè nella speranza di ritrovare la perduta lucidità e liberarmi dal cerchio alla testa che mi opprime. Sono di nuovo solo a bordo, dovrò manovrare con molta attenzione per uscire da quel budello che è La Cala di Palermo con l’invertitore che tarda ad ingranare la marcia. Comunque vada, vado; navigare necesse, è anche il motto della Lega Navale che mi ha ospitato tanto gentilmente in questa bella città, mollo cime e corpo morto e rapidamente e senza danni guadagno l’uscita. C’è vento, non molto, ma c’è, c’è anche mare, anche questo non molto ma c’è. C’è tutto, insomma, ma non ci sono io, questa sosta m’ha rammollito, Moitessier si rammolliva dopo mesi e mesi a Papetee, a me sono bastati pochi giorni e qualche cannolo con la ricotta. Piazza Grande, sbatte, arranca sull’onda ed io con lei, ho troppa tela a riva o forse è semplicemente mal regolata, fatico a trovare il giusto assetto, solo dopo un po’, non senza fatica, riesco a farle prendere il giusto passo, a farla andare come si deve. Non altrettanto si può dire di me, non ho molta voglia di bordeggiare contro questo mare, speravo in una navigazione tranquilla, ma faccio buon viso a cattivo gioco, stringo i denti e regolo di fino la randa, anzi, quel che ne rimane, viste le condizioni in cui versa. Anche qui il paragone con Moitessier è inglorioso, a lui sono voluti dieci mesi alle alte latitudini meridionali per consumare le vele, a me molto meno, anche se le mie già alla partenza mostravano parecchi acciacchi. Sono lento, ho una VMG, la velocità di avanzamento verso l’obiettivo considerata la rotta a zigzag, di meno di 3 nodi, 5 Km l’ora, quanto una camminata di buon passo, quanto, forse Colombo con l’armo a vele quadre. La giornata passa tutta così, conto di fermarmi a San Vito lo Capo per la notte, ma speravo di arrivare prima del buio, invece solo alle 10 di sera sono davanti al porto. Di entrare dentro non se ne parla, di notte, da solo e col motore che fa i capricci sarebbe un suicidio, decido di dare fondo in pochi metri cercando di ripararmi dietro al molo di sottoflutto nella speranza di non ballare tutta la notte. Non c’è luna, in compenso ci sono le luci del lungomare che mi sparano negli occhi, peggio di così si muore, avanzo lento, poi calo l’ancora e mi godo il meritato riposo.
 

Il faro di S. Vito lo Capo

La mattina mi alzo ben riposato, c’è il sole e ci sono meno vento e mare rispetto a ieri, percorrere le ultime 30 miglia di questo lungo viaggio sarà meno faticoso di ieri. Il mare è in scaduta, ne percepisco il respiro lento e regolare che segnala il cessato allarme, imposto la rotta sul pilota automatico e mi godo la tranquilla navigazione, la costa è molto bella, la Sicilia è proprio come l’ha cantata Pino Daniele in una bellissima canzone musicata da Chick Corea, è lava e sale. Mi godo anche il fatto che malgrado sia ormai ottobre me ne sto piacevolmente in costume da bagno. Dulcis in fundo, noto di aver riacquistato il piede marino, rapidamente lo si perde, rapidamente lo si riprende, è un po’ come andare in bicicletta, una volta imparato bastano poche pedalate per ritrovare l’equilibrio e l’andatura giusti. I miei movimenti a bordo sono automatici, si sono adattati alle necessità, agli spazi angusti e alle onde, è automatico cercare un appiglio quando sporgo la testa fuori dal tambuccio per controllare che la rotta sia libera, è automatica la specie di giravolta che faccio per uscire dalla cuccetta, automatici sono anche tutti i gesti che compio in coperta, a volte mi sembro un equilibrista da circo, se ne esistessero di marini forse potrei esibirmi con successo.
 

Il mare è pieno di alghe galleggianti, impossibile tenere la traina

Avvisto Trapani, poi le Egadi, Favignana mi è entrata nel cuore trent’anni fa, ci arrivai un po’ per caso campeggiando con amici pescasub, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, poi quando fu istituita l’Area Marina Protetta e conseguentemente vietata la pesca ai comuni mortali smisi di andarci. Notizie recenti parlano di un campo boe istituito a Cala Rossa, una baia spettacolare dove erano le antiche cave di tufo, col pretesto di salvaguardare la posidonia. Nobile intento per carità, resta da capire perché sia vietato ancorarsi di notte ma non di giorno, come se le alghe spuntassero solo col favore delle tenebre. Lo so, è difficile da capire o anche solo da credere ma è così, uno dei tanti paradossi dei mari italiani. Proseguo ancora, avvisto lo Stagnone, l’area di bassifondi tra Trapani e Marsala dove ancora oggi si produce sale marino, continuando imperterrito a trascinare una traina che da giorni non da soddisfazioni ma solo noia, riempiendosi spesso di alghe morte che galleggiano in superficie. Alla fine rinuncio, ho tentato il colpaccio con un Rapala piuttosto grande, forse col polpetto piumato qualcosina sarebbe venuta fuori, chissà. Apro una birra ed un pacchetto di patatine mentre il profilo di Marsala comincia a delinearsi sempre più chiaro all’orizzonte, infine, verso le 4 del pomeriggio, mi infilo fra i fanali verde e rosso e mi dirigo verso i pontili, non prima di aver annunciato telefonicamente il mio arrivo sia agli ormeggiatori, sia a Davide, il gentilissimo amico che mi ha spiegato tutto quello che c’era da sapere sulla città ed il suo porto. Nel timore che l’invertitore faccia qualche scherzo, parto a retromarcia con larghissimo anticipo, entro nel posto che mi assegnano con precisione millimetrica, passo le cime, recupero la trappa e penso che è l’ultima manovra della stagione. Pensiero errato, mi hanno dato il posto nel pontile peggiore, quello esposto, quello dove in caso di mareggiata c’è serio rischio di fare danni alla barca. Vado a parlare col responsabile, lo convinco a farmi spostare sull’altro pontile, tergiversa un po’, alla fine, nel giro di un paio di giorni, arriva the ultimate mooring, Piazza Grande vi si acciambella come un animale stanco che reclama riposo ed io con lei.
 

Piazza Grande nella sua nuova casa

Ci sono alcune piccole incombenze da sbrigare, lavare bene la coperta, disarmare un po’ di cose e sistemarle nei gavoni, fare la cernita di quello che è possibile riportare a casa nell’angusto spazio di una valigia di massimo quindici chili di peso come dettato dalle severe regole di Ryanair. Davide, la cui ospitalità è qualcosa di favoloso che spero di poter un giorno ricambiare, mi accompagna a comprare due spezzoni di catena e a rimediare un paio di copertoni d’auto usati per vincolare Piazza Grande al pontile in modo sicuro. Lo so, ci sono quei bellissimi molloni che vendono gli spacciatori di cose nautiche, però hanno due difetti: sono costosi e si rompono, i copertoni, invece sono gratis ed eterni (o quasi). Perdiamo un po’ di tempo a fare il lavoro, raddoppio le cime, non si sa mai, raddoppio pure il corpo morto a prua recuperandone uno abbandonato sul fondo del porto e riemergendo con in bocca un fantastico sapore di melma ed idrocarburi, ma alla fine Piazza Grande è vincolata con cinque, dicasi cinque, cime, posso dormire sonni tranquilli. 
   

Ammortizzatore di ormeggio per poco abbienti

Consumo l’ultimo pasto a bordo, ne cerco il sapore nella mia anima, ha l’amaro della partenza, dei saluti, ma anche il dolce del ritorno a casa, degli affetti ritrovati. Qui resta una parte di me, fisica e metaforica, qui so che potrò tornare tutte le volte che vorrò, sarà un po’ come avere una tana, un rifugio o anche banalmente una casa al mare. Da qui potrò fare base per girovagare a terra ed in mare, entrambi sono ricchi di cose da vedere, da visitare, da assaporare. Marsala è un gioco di quei tanti che fa la vita (F. Guccini, Amerigo), la tappa incidentale di un percorso che doveva dipanarsi altrove, la sorpresa inaspettata e ricca di questo lungo viaggio partito alla ricerca di un paio di jeans turchi e finito sulle spiagge sontuose della gastronomia siciliana. Ma è anche un viaggio che non finisce, perché non è finita in me la voglia di andare, di prendere il mare per cercare un’altra isola, un’altro approdo, un altro sorriso sconosciuto che mi dia il benvenuto nella sua terra. Le barche sono fatte per navigare, a volte anche le persone.
  Alle cinque passa a prendermi Davide, l’ennesima sua cortesia che quasi mi imbarazza, strada facendo vedo le saline ed i mulini a vento ancora in uso, poi la sagoma della torre di controllo, la coda di un aereo, sento il rombo di un decollo. Saluto il mio amico, entro dentro, svolgo le procedure di imbarco, poi, rannicchiato nel piccolo sedile che mi hanno assegnato, chiudo gli occhi mentre sento l’aereo sollevarsi da terra. Torno a casa.