In principio – Chaim Potok

Prosegue la mia storia d’amore col barbuto rabbino newyorkese. 600 pagine sono scivolate via in pochissimi giorni, leggère come una carezza, ma profonde come pochi. Tema centrale di questo libro, l’odio ed il cieco pregiudizio che lo alimenta; l’odio razziale ma anche quello personale. L’odio come modo assurdo di sfogare le proprie frustrazioni, l’odio per il diverso, per il più debole, l’odio come affermazione di sé.

Sullo sfondo delle vicende storiche americane ed europee degli anni ’20 e ’30 (la grande depressione, l’avvento del nazismo, la guerra), l’infanzia e l’adolescenza di David Lurie, un bambino ebreo straordinariamente dotato nell’intelletto ma sfortunato nel fisico a causa di una caduta da neonato, e la sua crescita spirituale e morale scevra, per sua autonoma scelta, di condizionamenti religiosi.

Come ne Il dono di Asher Lev, anche stavolta il protagonista è una persona profondamente religiosa che però non affronta la fede con passività ma si pone domande e cerca delle risposte, sfidando suo malgrado la gretta ottusità degli ortodossi preoccupati solo di gareggiare fra loro sul campo dell’iperfideismo. La religione, quindi, vista come punto di partenza per aprirsi al mondo e non per rifiutarlo e chiudersi in se stessi o nel proprio microcosmo culturale.

600 pagine che non annoiano mai, non perché stupiscano con continui colpi di scena, ma perché l’indole naturale dell’autore per la narrazione le riempono di ritmo e sostanza in modo pressoché perfetto e quando c’è sostanza gli effetti speciali diventano inutili, ridondanti. Un libro pieno di cultura e sapienza antiche di millenni, che non vuole insegnare, eppure lo fa, lontano anni luce dalla filosofia spicciola formato sms dei vari Coelho, Volo, Murakami, ecc. Potok non era un guru nè aspirava ad esserlo, evidentemente. Un libro che riesce a trasmettere serenità malgrado narri di tragedie immani ed epocali come la shoah o la crisi economica degli anni ’30. Un libro di quelli che ti rapiscono, che per giorni ti fanno vivere nella loro realtà, illustrandotela pazientemente, e che sanno trasportarti in tempi e spazi lontani senza farti sentire un estraneo.

Uno sprono continuo ad usare la propria testa per pensare, a non accettare pedissequamente qualunque cosa arrivi da un pur autorevole pulpito. Un’esortazione a reagire alle avversità e combatterle, ma senza per questo ostinarsi quando queste dovessero essere soverchianti. La ricerca della verità come punto irrinunciabile della propria esistenza, il rifiuto della Verità e di coloro che ritengono di averla in tasca. La memoria di ciò che si è stati come punto di partenza verso ciò che si vuole essere. Lo smettere di odiare senza per questo precipitare in melensi e fasulli amori universali.

Inevitabile il confronto con Philip Roth, troppi gli elementi in comune: entrambi ebrei neworkesi, fra loro contemporanei, entrambi formidabili narratori. Ma dove Roth con il suo nichilismo sembra chiudere ogni porta alla speranza, Potok al contrario lascia sempre intravedere la salvezza, se non per l’individuo, per l’umanità. I suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità ed i loro principi, anche nel dolore, senza precipitare nell’edonismo quale risposta alle domande sul senso della vita. Diversi anche nello stile: colto e travolgente come un fiume in piena Roth, pacato e mai ricercato Potok.

Una piccola nota sul prezzo di copertina: 11 euro, quanto un centinaio di pagine di autori più alla moda o classici i cui diritti sono scaduti da secoli. Questo per dire che certi discorsi sul costo dei libri sono bugie degli editori. E’ il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta, che male c’è a dirlo chiaramente?

Di questo, come dell’altro libro di Potok che ho letto, fatico a parlare tanto me ne sento pieno. Mi sento emozionato, stordito, positivamente sconvolto. Sconvolto ed innamorato. Di un barbuto rabbino newyorkese; io, anticlericale fino al midollo, chi l’avrebbe detto!

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