La Costa Blanca, edificata o selvaggia

Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

(P. Neruda, Spagna nel cuore)

Da almeno due ore mi rigiro in cuccetta senza riuscire a riaddormentarmi. Sono le 3 del mattino, il rollio terribile non mi fa chiudere occhio malgrado la stanchezza ed il sonno, veramente tanto dato che è la seconda notte consecutiva che va in questo modo. Aggiungiamoci pure che sono andato a domire senza il 100% di tranquillità per quanto riguarda l’ancoraggio, avendo dato fondo su 15 metri, più di quanto faccia di solito, e su un fondale di alghe che certamente non terrà se dovesse alzarsi il vento; le circostanze però non offrivano nulla di meglio.

Cabo de la Nao
Il programma era di doppiare Cabo de la Nao e fermarmi per la notte a Denia, ma a qualche miglia dal capo si è alzato il mare proprio di prua e andare oltre è diventato impossibile, a meno di costringere barca ed equipaggio a ore ed ore di sofferenza per percorrere le ultime pochissime miglia. Proprio a ridosso del promontorio c’è una piccola baia, quella dove mi trovo, molto ben riparata dal vento ma purtroppo con un fondale non adeguato ad un ancoraggio sicuro. Tutte le previsioni concordavano che nella notte il vento sarebbe calato e allora  mi sono piazzato al centro della cala con 60 metri di catena ed un grippiale, pronto a restare di guardia in pozzetto in caso di necessità. Dopo cena il vento è calato, fin troppo, perchè l’onda residua ha causato quel maledetto rollio che mi impedisce di dormire. Alcuni credono che in barca si dorma male quando c’è troppo vento, invece è vero esattamente il contrario: quando ce n’è tanto, la catena si distende bene e la barca si allinea al vento che in qualche modo la tiene ferma e se si ha la certezza che l’ancora abbia agguantato bene si può dormire fra quattro guanciali. Invece quando il vento cala completamente, la barca resta in balia del mare e finisce per traversarsi all’onda; anche un’ondina di pochi centimetri può farla dondolare a destra e sinistra come un pendolo, con tutte le cose sottocoperta che si muovono, cadono, scricchiolano, come nella peggiore delle tempeste. Il programma di navigazione di oggi prevede di andare a Valencia, sono più di 50 miglia, voglio partire presto per essere sicuro di arrivare in serata, ma vorrei altresì evitare di fare adesso troppe ore di navigazione col buio, col fuso sballato spagnolo il sole sorge tardi, a questa longitudine intorno alle 7.30.
 
Fish (or seagull?) haven
Alle 4 mi alzo e compio i gesti consueti del primo mattino: aprire le tendine degli oblò, preparare il caffè, riassettare un poco le cose lasciate sparse la sera prima in quadrato, scaricare le previsioni meteo aggiornate. Alle 4.30 indosso la cintura di sicurezza, esco in pozzetto e recupero l’ancora; non c’è vento quindi metto il motore a 1500 giri e la prua sul capo da doppiare. Sopra di esso la luce del faro lancia nell’oscurità fasci di luce che si riflettono sulle nuvole basse a sud, mentre a est bagliori ripetuti segnalano temporali in corso che sono però sottovento, confido quindi di non incrociarne la rotta e mantenermi asciutto. L’aria è molto mite, in lontananza osservo le luci di navi e pescherecci, altre prore che solcano questo mare insieme a me; e mite è anche l’onda, non più quella corta e ripida di ieri, ancora intorno al metro di altezza, ma senza creste che sbattano sulla carena di Piazza Grande. Doppiato il capo, l’AIS mi segnala un’imbarcazione in pesca, tasto al buio il comando dell’autopilota per variare la rotta e passargli di poppa a distanza tale da non incappare nel suo strascico. Mentre la vedo sfilare via al mio fianco, penso alla devastazione procurata di questo tipo di pesca, pure assolutamente legale, che preleva indiscriminatamente specie edibili e non; si parla di un 40% di prede inutili impigliate incidentalmente nelle reti e rigettate morte in mare. Le acque spagnole vengono spremute ben bene da un punto di vista economico, sia con attività di pesca che di allevamento, i cosidetti fish haven, che per i fish sono tutto fuorchè haven e oltretutto sono spesso male o per niente segnalati e costituiscono un pericolo molto grande per la navigazione notturna, ragion per cui non vedo l’ora che sorga il sole, così da poter aumentare un poco la velocità e diminuire la mia attenzione. Mentre sono al traverso di Cabo de San Antonio, mi faccio un altro caffè, la luce di quest’altro faro comincia a confondersi con i primi bagliori dell’alba, aggiusto la rotta sulla mia meta e finalmente avverto sulla pelle una leggera brezza che mi dice che posso aprire le vele e respirare a pieni polmoni l’aria fresca del mattino.
 
Dietro la facciata spesso nulla
Da alcuni giorni sto navigando lungo la Costa Blanca, il tratto di costa che va da Cabo de Gata a dove mi trovo ora, sempre spinto da venti moderati e favorevoli. Dopo il blitz ad Alboràn, ho messo in rotta per Cartagena correndo a 6 nodi in una notte di stelle con l’onda di poppa ad aiutare Piazza Grande nel suo procedere e con la compagnia di Augusto con cui dividere chiacchierate e turni di guardia. La mattina, complice forse la stanchezza, mentre eseguiamo una manovra, lasciamo incautamente la traina in acqua e la lenza si impiglia nell’elica del motore. Per un colmo di fatalità siamo proprio davanti a Cabo de Gata, il posto dove all’andata mi sono ancorato per smontare e rimontare l’elica in immersione a causa di un problema allo zinco sacrificale. Niente panico, ormai conosco bene l’ancoraggio, percorriamo a vela le ultime miglia e diamo fondo nello stesso identico posto dell’altra volta. Rapido infilo la muta, entro in acqua e con l’aiuto di un coltello in 10 minuti risolvo il problema. Torno a bordo, una doccia per ritemprarmi e visto che il vento sembra calato decidiamo per una sosta di qualche ora per riposarci un po’. Che ne dici di due fili di pasta?, mi fa Augusto. Affare fatto, abbiamo giusto un pescetto per insaporire il pomodoro. Ma proprio mentre sto per dare il colpo di grazia agli spaghetti terminandone la cottura nella padella del sugo, arriva improvviso un groppo, alcune raffiche piuttosto forti fanno strattonare leggermente l’ancora, guardo fuori dal tambuccio e vedo la muta che avevo messo a scolare penzolare pericolosamente sull’unico lembo di neoprene ancora a bordo. La muta!, urlo abbandonando gli spaghetti ad un triste e colloso destino. Mi precipito fuori, ma un attimo prima che riesca ad afferrarli, i pantaloni cadono in acqua. In pochi istanti il mio cervello elabora i rischi delle due possibili opzioni: tuffarmi per recuperarli o lasciarli andare. Valuto che non è tanto perdere una muta ormai vecchia a costituire un danno quanto il fatto di rimanere adesso senza; valuto pure che seppure dovessi essere trascinato via dal forte vento, c’è Augusto che può recuperarmi, quindi mezzo vestito mi tuffo e con due bracciate raggiungo il prezioso abito prima che si allontani definitivamente. Augusto mi segue con lo sguardo perplesso, forse un po’ preoccupato, ma rapidamente riesco a guadagnare la scaletta di poppa e tornare a bordo, Cabo de Gata deve sempre lasciarmi un segno, a quanto pare.
 
Italiani, brava gente!
Arriviamo la mattina successiva a Cartagena, dopo una navigazione veloce ma piuttosto sofferta a causa del rollio, a guidarci nella notte è stato il bagliore del bruciatore della raffineria accanto alla città che nell’oscurità, già a decine di miglia, appariva come una palla di fuoco con un enorme alone di luce. Chissà cosa ci bruciano, magari ci sarà qualche superperizia tecnica a dire che i fumi non sono tossici, ma certo che l’odore che si avverte non è molto gradevole. La città ha un biglietto da visita fantastico, il lungomare, restaurato, moderno, pulito, subito dietro il porto. Ah, il porto spagnolo più caro che ho trovato finora, malgrado il marinaio che ci ha preso le cime in banchina abbia detto: barato, economico cioè, muy barato. In ufficio, poi, hanno specificato che è sì barato, ma rispetto alle Baleari, che sono uno dei posti più cari del mondo: e grazie tante! Comunque, sempre meno caro di un qualsiasi porto italiano in estate, questo, fra l’altro, è un marina molto bello e curato. Il resto della città, seppur ben tenuta e pulita, è piuttosto insignificante, molti gli edifici diroccati e messi in sicurezza, veramente tanti, il motivo lo scopriamo poco dopo visitando il museo della Guerra Civil, il drammatico conflitto che dal 1936 al 1939 ha opposto repubblicani e franchisti e che ha provocato 700.000 morti fra gli spagnoli. Non esistono guerre civili, ha detto qualcuno, perchè comunque si tratta di scontri fra esseri appartenenti al genere umano; di sicuro sganciare bombe sulle abitazioni di gente inerme di civile ha assai poco, bombe i cui effetti perdurano a 80 anni di distanza in questa città. Il museo è molto interessante, spiega bene le varie fasi del conflitto e l’avanzata lenta e feroce dei golpisti. Con molta tristezza all’interno del museo trovo menzionata l’Aeronatica Militare Italiana; sapevo perfettamente che i nostri aerei avevano partecipato insieme all’aviazione tedesca ai bombardamenti delle città, ma vederlo scritto lì, leggere che l’Italia ha partecipato ad un’azione tanto infame ed infamante, mi da dispiacere. Quello che invece non sapevo è che Pio XII, il papa recentemente beatificato ed in corso di canonizzazione, si fosse congratulato con Franco per la vittoria conseguita. Il coinvolgimento della Chiesa nelle vicende spagnole era cosa nota, ma che fosse arrivato al massimo livello lo trovo davvero sconvolgente. Di cosa si sarà congratulato il papa con un uomo che ha la responsabilità di centinaia di migliaia di morti e del rovesciamento di un governo regolarmente eletto? Vedo i filmati dell’epoca in bianco e nero, la gente che sfolla fra le case distrutte, i cadaveri di bambini estratti dalle macerie e no, davvero non capisco di cosa si possa essere congratulato.
 
Qualcuno ha cancellato la lettera i
Augusto prende l’aereo per l’Italia e io riparto nuovamente in solitaria. Salpo con un po’ di mare lungo da sudovest e appena fuori dal porto incappo in un convoglio di navi militari. Cartagena è un importante base della marina spagnola, vedere tutte queste unità grigie in fila indiana dà un leggero senso di inquietudine anche se per fortuna siamo in tempo di pace, poggio la mia rotta per non incrociare la loro e proseguo la mia navigazione con un vento leggero al traverso. La Costa Blanca è molto particolare, alterna tratti pesantemente edificati, per non dire massacrati, a tratti selvaggi di incredibile bellezza, con montagne brune e brulle che sfiorano il mare e scogliere a picco che arrestano la corsa delle onde contringendole a frangere e disperdersi in mille spruzzi bianchi. Quando navigo, raramente mi ingarello con altre barche, Piazza Grande non è un’imbarcazione da regata e poi è carica come una bestia da soma, quando però 3 inglesi mi superano a motore da sopravvento e mi si piazzano davanti a me per poi aprire le loro vele, rimango talmente basito da una manovra così stupida, che regolo di fino le mie scotte deciso a riprenderli e superarli. In realtà non c’è storia, mi basta un’oretta per ritrovarmeli di poppa, malgrado li veda darsi parecchio da fare per cercare di far andare la loro barca. Me li ritroverò di nuovo fra i piedi la sera, quando calano l’ancora esattamente sopra la mia. Gli faccio segno di togliersi, non battono ciglio ma certo che non fanno molto onore al mito del diportista inglese. Per passare la notte ho trovato uno specchio acqueo molto ben protetto, si tratta di un porto in costruzione non ultimato, 4 metri di fondale, ridosso perfetto, peccato solo per il panorama, dietro di me c’è una distesa incredibile di grattacieli che certo non aiutano a creare l’idillio che spesso si vorrebbe quando si sta alla fonda. Faccio il solito confronto con le coste italiane, da noi grattacieli non ce ne sono, qualcuno ha tentato di costruirli, vedi Punta Perotti a Bari o qualche altro ecomostro sparso qua e là, ma sono casi isolati. In compenso le nostre coste sono completamente tappezzate di casette e palazzine basse, meno invasive alla vista guardando dal mare, ma ai grattacieli va riconosciuto il merito di concentrare la bruttura tutta insieme e preservare il resto. Da noi, gli unici tratti di costa rimasti salvi dalla furia edilizia sono il Parco dell’Uccellina in Toscana e la zona a sud di Alghero, il primo perchè parco, il secondo perchè servitù militare, tutto il resto, o quasi, è cemento, a volte architettonicamente bello, più spesso decisamente squallido.
 
Altri modi di andar per mare
L’indomani mattina, con la solita leggera brezza degli ultimi giorni, mi incammino verso Tabarka, un’isola il cui nome mi riporta a Carloforte, la splendida località sarda dove sono passato a giugno, anche questa colonizzata nei secoli passati da famiglie genovesi provenienti dalla Tabarka originale, quella tunisina, stesso toponimo, stesse origini. L’isola è parco ed è vietato dappertutto l’ancoraggio, però, secondo quanto riporta il portolano, i locali ignorano il divieto. Mi consulto con Nito, l’amico spagnolo conosciuto in navigazione un paio di mesi fa, e lui mi consiglia di arrivare tardi e partire presto: Quando ci siamo stati noi, mi dice, c’erano un paio di barche in rada e nessuno gli ha detto nulla. Seguo il consiglio, ma quando arrivo trovo la baia strapiena di barche, al punto che giro un po’ per trovare un buon punto per dare fondo, evidentemente essendo sabato sera c’è molto più traffico del solito. Del divieto, comunque, nessuno ad esigerne il rispetto. Mi cucino un bel couscous con le ultime forze che mi rimangono, tanto per omaggiare l’origine tunisia del posto dove mi trovo, poi mi bevo una birra in pozzetto guardando le tante stelle su nel cielo, infine crollo felice in cuccetta. Quando mi sveglio il sole è già alto, il vento è assente ma non mi importa, ora devo coprire le poche miglia che mi separano da Alicante dove devo assolutamente fare rifornimento di nafta. Puoi evitare di fermarti in città, mi ha detto il solito Nito ed in effetti osservandone il prospetto dal mare convengo che quella sfilza interminabili di grattacieli non ha nulla per me di interessante. Mi accosto alla gasolinera, il personale sembra quasi seccato e controvoglia prende le mie cime dopo che gli ho fatto notare che sono solo a bordo. Uscendo dal porto per poco non succede il patatrac: una barca di spagnoli, evidentemente in vena di prodezze senza però essere in grado di farle, manovrando a vela fa improvvisamente un’inversione di 180 gradi dopo aver tagliato la mia rotta e per poco non ci scontriamo proprio nel mezzo del bacino. Gliene dico di tutti i colori in tutte le lingue in cui sono capace di esprimermi ed insultare il prossimo. Uscendo faccio in tempo a notare sul molo le barche che parteciperanno alla prossima edizione della Volvo Ocean Race, la regata intorno al mondo, belle, colorate, supetecniche e con una pinna di deriva con un pescaggio tale che mi avrebbe tenuto lontano dalla costa per il 90% di questo viaggio. Unicuique suum!
 
Lo skyline di Benidorm
La giornata prosegue senza note particolari, è domenica e c’è più traffico marittimo del solito, avanzo a motore nella calma piatta, ogni tanto abbocca qualche piccolo tonno, piccolo al punto da meritare di essere liberato e rigettato in mare, fa caldo e malgrado sia fine settembre me ne sto spaparanzato in costume da bagno cercando ogni tanto un po’ di refrigerio in una bibita fresca. Nel tardo pomeriggio arrivo a Benidorm, che non è il nome di un sonnifero ma di una citta lungo la costa. Non la conoscevo, anzi non l’avevo mai sentita nominare, eppure è piuttosto grande, anche qui una sfilza di grattacieli quasi piantati nel nulla, con alle spalle montagne brulle ed inospitali. Mi chiedo di cosa viva una città così, non c’è neanche un porto degno di questo nome quindi non di attività marittime. A volte si innesca un meccanismo infernale per cui un posto attira persone che hanno bisogno di case, allora si costruiscono case per queste persone, quindi serviranno altre persone per costruirle e via dicendo fino a quando il meccanismo si inceppa in mancanza di un’attività a monte che fornisca le ragioni economiche del tutto e scoppia la bolla. Certo che è triste che parlando di mare si finisca così spesso a parlare di case. Di fronte Benidorm c’è un isolotto dove trovo alcuni gavitelli liberi, ne prendo prima uno poi, dato che c’è la solita ondina morta che mi fa rollare, mi tuffo e a pinne porto una cima su un altro di poppa in modo da allineare Piazza Grande al mare e garantirmi il giusto riposo per la notte. La mattina dopo apro il tambuccio ed un cielo plumbeo si stende sopra di me, senza una bava di vento che possa increspare anche leggermente la superficie del mare, tutto è calmo, tutto tace, solo un gabbiano osa sfidare con il suo garrire quel silenzio quasi irreale. Guardo le costruizioni altissime di Benidorm e mi sorrido benevolmente pensando che, affetti esclusi, le cose che ho lasciato a terra non valgono quelle che ho trovato in mare.

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