Gibilterra, sei giorni di navigazione d'un fiato


L’alba è ancora di là da venire mentre Piazza Grande avanza lenta nella notte in un’atmosfera sinistra, resa spettrale dalla fitta nebbia e dal suono cupo delle sirene delle tante navi che navigano in tutte le direzioni nei pressi di Gibilterra. Ne avvertiamo l’inquetante presenza, ma la nebbia ci rende ciechi e non riusciamo a scorgerne neanche una, siamo come insetti circondati da invisibili giganti che potrebbero schiacciarli in un istante. Ci aiuta l’AIS che visualizza sullo schermo del computer il traffico marittimo attorno a noi, ma il timore è sempre che ci siano in giro unità senza transpoder e perciò invisibili allo strumento.


Siamo in mare da 6 giorni, partiti una mattina da Minorca, senza un piano di navigazione preciso, col solo intento di andare verso ovest finchè ci va, siamo stanchi anche se la tensione dovuta alla situazione ci tiene svegli. Afferro il VHF e chiamo una petroliera che da più di un’ora ci tallona a neanche 2 miglia per sincerarmi che il loro radar ci abbia visti; non si sa mai, Piazza Grande è piccolina, mi rispondono affermativamente, mi tranquillizzo un attimo ma dura poco, nuove sirene echeggiano nel buio, l’attenzione richiesta è comunque massima. Quando sorge il sole ci illudiamo solo un attimo che la nebbia vada diradandosi rapidamente, in realtà i banchi si muovono in tutte le direzioni, a volte sembra scoprirsi la visuale a dritta altre a sinistra ma sostanzialmente non cambia nulla, se non il fatto che siamo quasi a destinazione, anche se a dircelo è il GPS; la rocca, la mitica rocca che segna il passaggio tra il Mar Mediterraneo e l’Atlantico, le Colonne d’Ercole che intimorivano i naviganti dell’antichità, è ancora invisibile a noi. Poi d’un tratto, a poche miglia dal faro di Punta Europa, ecco che la montagna si staglia maestosa verso l’alto rivelando appena la sua incombente presenza fra la foschia, ma è là, la vediamo, la qual cosa ci da serenità e anche un pizzico d’orgoglio per esserci arrivati navigando a vela, per oltre 1000 miglia, in circa 20 giorni dalla partenza da Marsala.

A Gibilterra c’è una nebbia che non si vede!

Passare d’un fiato dalle Baleari a Gibilterra non significa soltanto fare un salto spazio-temporale notevole ma anche passare da un posto dall’atmosfera vacanziera ed un luogo simbolico per i naviganti, porta sul mondo per noi mediterranei spesso intimoriti dal varcarne la soglia quanto un marinaio lacustre di solcare il mare. Essere nati sulle sponde del Mare Nostrum, culla della civiltà, ha indubbi vantaggi nella formazione di un individuo, ma inocula altresì l’immotivato pensiero che prima di andare oltre, di passare le Colonne, si debba avere un’adeguata esperienza e formazione nelle acque domestiche mentre per chi viceversa nasce sugli oceani il mare di casa ha già il sapore dell’infinito. Già, l’infinito, chi passa qui l’infinito l’ha già affrontato o è pronto a farlo, lo dicono anche le barche ormeggiate nei 3 marina della zona, sono attrezzate per lunghe navigazioni, per affrontare mari duri, per offrire confort e non far bella mostra di sè sulla banchina di qualche località alla moda. Del resto, Gibilterra è tutto fuorchè un posto chic, i caseggiati attorno al marina, pure molto curato ed elegante, sono squallide costruzioni in cemento che ricordano alcuni quartieri orribili della periferia romana, portici di cemento scrostato che sembrano appositamente progettati per una rapida fatiscenza e per ospitare un’umanità dall’aria sconfitta e quasi disperata. Tutt’altra cosa era Minorca!
 

Rifornimento in mare

Malgrado ciò, la grande baia prospicente pullula di navi alla fonda, di fronte a noi, sulla riva spagnola, Algeciras mostra una selva di gru per la movimentazione dei container, segno che la zona è viva, che le merci transitano, che l’area portuale funziona. E’ bello avanzare, dopo che la nebbia si è finalmente alzata, fra questi mostri lunghi anche più di 300 metri, qualcuno dall’aspetto trascurato, altri nuovi di zecca, chi in attesa di essere caricato o scaricato dei beni che trasporta, chi affiancato dalla nave cisterna che ne riempe gli enormi serbatoi, chi in manutenzione per mano di equipaggi orientali comandati da un ufficiale europeo. Fatte le debite proporzioni, la stessa atmosfera che ho trovato l’estate scorsa ad Istanbul, il porto come crocevia di un’economia su scala mondiale, vivido, attivo, la sensazione è che questa sia una delle tante attività dalle quali l’Italia è stata scalzata, con i nostri porti ridotti a vivere dell’attesa di qualche nave da crociera e degli spicci che i crocieristi lasceranno durante la loro breve sosta a terra. Genova, Napoli, Palermo, tanto per citarne alcuni, paiono addormentati sui fasti passati, stritolati forse dalla solita pessima amministrazione che ha nella tangente di oggi il solo obiettivo, incapace di vedere le possibilità del domani ed i benefici enormi per la collettività, presa com’è a litigare su dove smaltire la Concordia, dove cioè consumare risorse che arrivano dall’esterno anzichè immaginare di produrne per proprio conto con un sistema di distribuzione ben funzionante. Triste pensare che tutto questo avviene in una nazione che è una penisola, asfaltata quasi integralmente per trasportare le merci su gomma anzichè via mare come logica vorrebbe.
 

Ballando con una sconosciuta

Alla partenza da Minorca siamo stati presto accerchiati da un grosso branco di delfini, almeno una dozzina di esemplari, alcuni con un cucciolo che nuotava con perfetto sincronismo sotto il proprio ventre, è sempre uno spettacolo che emoziona, la vita nel mare, i salti e le piroette attorno alla prua di Piazza Grande ci regalano gioia. Una notte, mentre ero in cuccetta, ho chiamato Andrea che era di guardia: Dà un’occhiata fuori, gli dico, devono esserci i delfini. E’ vero, come hai fatto? La cabina ha fatto da cassa armonica, sentivo perfettamene i suoni sibilanti che emettono per comunicare tra loro. Dal mare a volte anche preleviamo, la traina quest’anno sta dando parecchie soddisfazioni, tiriamo su un tonno di circa 6 chili che provo ad essiccare sotto sale, il procedimento pare funzionare, ho già fatto con successo la bottarga nei giorni scorsi, putroppo però l’umidità della notte in alto mare riammorbisce quello che il sole ha seccato, impossibile farlo in navigazione, ci accontentiamo di consumarne il resto a carpaccio e con quello che è ormai il piatto forte di bordo quest’anno, il cous-cous con melanzane e dadini di tonno fresco. Abbondando con la cipolla rossa leggermente soffritta ed il risultato è veramente delizioso. Abbiamo il frigo pieno di tonno, quindi coscenziosamente riponiamo la canna e smettiamo di pescare fino a che non avremo consumato quello preso finora.

Passiamo un paio di giorni così, avanziamo placidi in un mare appena increspato, senza l’ossessione di controllare la rotta, anzi ad un certo punto spengo proprio il GPS per risparmiare energia, abbiamo i pannelli solari ma i miracoli non esistono, non possiamo sperperarla, ogni tanto un’occhiata alla bussola, un piccolo aggiustamento alle vele e via così, verso ovest, la navigazione è così liscia che alle 13 non ho scritto ancora nulla sul diario di bordo, veramente non c’è stato nulla di rilevante da appuntare. Ascoltiamo la musica, mando dagli altoparlanti in pozzetto alcuni pezzi di Pat Metheny, difficile immaginare una colonna sonora migliore per dei momenti così. Poi la notte del secondo giorno, come del resto era previsto, aumenta il vento e monta un po’ di mare, mi sveglio perchè sballottolato in cuccetta e decido di ridurre la velatura per ridare a Piazza Grande il suo giusto assetto. Indugio un momento in pozzetto, guardo avanti, gli spruzzi del mare frangono sulla prua ed esplodono riflettendosi sul rosso e verde dei fanali di via come fuochi d’artificio interminabili sparati da Madre Natura solo per noi, mentre a dritta ci sfila un grosso peschereccio le cui luci di poppa lasciano una scia bianca, brillante come tante piccole stelle.
 

Spettacolo serale quotidiano

All’alba del terzo giorno mi alzo piuttosto rimbambito mentre siamo completamente abbonacciati in vista di Formentera. Perchè non ti fermi alle Baleari?, mi hanno chiesto alcuni amici, sono belle anche se affollate. Non dubito siano belle, ma viaggiare è tralasciare, come ha scritto Saramago nel suo (illegibile) Viaggio in Portogallo, bisogna scegliere ed io quest’anno ho scelto l’oceano. Approfitto della bonaccia per ammainare tutte le vele e fare un bel bagno, sia nel senso di nuotata attorno alla barca sia di doccia saponata a poppa, siamo in navigazione da 48 ore, una passata di bagnoschiuma non ci sta male, rinvigorisce. Poi ci rimettiamo in rotta, a motore mancando il vento, poco male perchè manca anche il sole e perciò i pannelli non producono energia, quindi ne approfittiamo anche per ricaricare le batterie, scese parecchio nella notte. Passiamo nel canale segnato da mede rosse e verdi fra Formentera ed Ibiza, ci sfrecciano accanto mega yacht e traghetti, aliscafi e navi da crocera, gommoni e barchini; no, non credo che facciamo male a non fermarci. Poi si alza una bava di vento e allora spegniamo il motore ed alziamo il gennaker, bello, grande e colorato, con il quale avanziamo di nuovo senza il disturbo del rumore dell’entrobordo. Quando il vento cala nuovamente sbagliamo l’ammainata e la cimetta che regola l’apertura e la chiusura della calza si incattiva malamente sulla tromba fissata sotto il radar e tutti i tentativi per liberarla si rivelano infruttuosi. Dopo mezzora che proviamo ci restano solo due possibilità: tagliare la cimetta, che però è impiombata, mi dispiacerebbe tagliarla perchè non saprei rifare l’impiombatura, oppure salire su, fino alla seconda crocetta, per districare la faccenda. Andrea propende per la prima soluzione, io per la seconda, in qualità di comandante dell’unità decido di tentare di liberarla prima di risolverci a tagliare. Prendo il banzigo, una specie di imbracatura, lo lego ad una drizza ed inizio ad arrampicarmi mentre Andrea mi aiuta cazzando la drizza con un whinch. C’è un po’ d’onda, ho messo il motore al minimo per evitare che Piazza Grande si traversi, malgrado ciò un paio di rollate arrivano lassù moltiplicate dalla lunghezza dell’albero e devo tenermi con una certa forza per non mettermi a fare il pendolo d’alto mare. L’operazione è condotta rapidamente e senza danni per l’imbarcazione e l’equipaggio, riponiamo finalmente il gennaker e riprendiamo la nostra rotta.
 

Liscia come un mare d’olio (L. Dalla)
Proseguiamo alternando vela e motore, ma c’è poco vento e molta onda, la situazione peggiore, la priorità diventa ridurre il rollio più che avanzare nella giusta direzione, ma non c’è nulla da fare, che sia vela o sia motore si rolla parecchio e dopo qualche ora la cosa diventa estenuante. Cucinare l’agognato cous-cous diventa un’opera di alta acrobazia, ma dopo la performance in testa d’albero sono un acrobata provetto ed è pronto in tavola senza che un singolo chicco di semola sia stato versato fuori dai piatti. Solo a notte inoltrata arriva finalmente il vento da sud che aspettavamo ed il ballo termina con nostra infinita gioia. Nel frattempo, zitti zitti, abbiamo passato il meridiano zero, quello di Greenwich, quello dell’ora UTC che una volta si chiamava GMT, quello oltre il quale il calcolo della longitudine diventa negativo, come ben sanno tutti quelli che hanno appena preso la patente nautica. Fra le tante semplificazioni del navigare nei nostri mari, oltre a venti senza fetch notevoli e all’assenza totale, a parte rare zone, di maree e relative correnti, c’è quella di essere nella zona del piano cartesiano delle carte di Mercatore in cui X e Y sono entrambe positive, cosa che riduce molto le possibilità di errori di calcolo, anche se, è onesto dirlo, oggi di carteggio se ne fa ben poco, delegando all’elettronica una serie di incombenze che nessun umano è in grado di svolgere con altrettanta rapidità e accuratezza. Alcuni sembrano rimpiangere questa cosa, paventano tempeste con strumenti fuori uso e sostengono la navigazione come si faceva fino a pochi decenni fa: stime, rilevamenti e, per i più sgamati, il sestante. Mi sono patentato quando l’elettronica era troppo costosa per il diporto, non rimpiango nulla, i calcoli su una barca di piccole dimensioni sono suscettibili di errori di dimensione così ampia che saperli fare non aiuterà poi molto in caso di black-out elettrico.

Avendo smaltito le scorte di tonno ricaliamo in mare la traina. Dopo poco abbocca qualcosa, siamo in poppa piena con il gennaker a circa 7 nodi, fermare la barca in queste condizioni non è cosa rapida, cerchiamo di fare in fretta mentre il mulinello della canna frulla all’impazzata, segno che la preda si sta tirando tutto il filo di nylon, ma la fretta è sempre deleteria, il pesce si slama ed una scotta del gennaker si incattiva sotto la chiglia. Filo da pruna una cima a cui tenermi ed entro in acqua, libero la scotta che si era avvolta attorno all’elica e nel mentre mi accordo che l’anodo di zinco che serve a proteggerla e proteggere il piede del motore si è allentato e balla fra questo e l’elica, vincolato in quanto anulare ma libero di muoversi. Per chi non è pratico, spiego che questa cosa può causare molti problemi, anche gravi. L’anodo serve ad evitare la corrosione galvanica dell’elica e del piede, senza di esso la corrente elettrolitica li corroderebbe rapidamente ed un piede motore costa 5/6mila euro! Anche a non voler essere catastrofisti, le due viti che tenevano lo zinco sono rimaste nella loro sede a ballare anch’esse, le vibrazioni del motore le porterebbero ad abradere rapidamente l’impanatura sul piede motore, il che vuol dire che non basterebbe riavvitarle ma occorrerebbe alare la barca ed intervenire in modo più pesante e costoso. Abbiamo due possibilità (di nuovo!), sistemare il problema da soli, ma per serrare le viti occorre smontare l’elica, farlo in acqua può essere pericoloso, basta perdere qualche vitarella per renderla inservibile, oppure andare nel primo porto ed alare, cercare un meccanico, ecc. con tutto ciò che ne consegue per la tasca e per la navigazione in corso.
 

Cabo de Gata
Proseguiamo intanto a vela in modo da non rischiare di fare danni, anche perchè è sera e non possiamo fare molto, domattina vedremo cosa fare. Nella notte espongo il problema su ADV, forum di velisti che frequento da anni e rapida e precisa mi arriva una risposta con tanto di foto dettagliate sullo smontaggio dell’elica. Si può fare, mi dicono, a patto di avere a bordo un bombolino, che non ho, ma da vecchio pescasub ho ancora un paio di polmoni discreti su cui fare affidamento. Alle 8 di mattina chiamo il meccanico di Marsala che in primavera ha smontato il piede del motore per rifare la frizione e la cuffia del sail drive, anche lui mi dice di provare e mi spiega come, anche se non sa spiegarsi perchè le viti si siano allentate così in fretta, del resto ero presente quando ha rimontato il tutto, se avessi notato negligenza gliel’avrei detto senza remore. La mattina del quinto giorno, diamo fondo a ridosso di Cabo de Gata, in 3 metri d’acqua, preparo tutti gli attrezzi che prevedo mi serviranno, indosso la muta ed entro in acqua come un chirurgo in sala operatoria per un intervento a cuore aperto, assistito dal fido anestesista Andrea. Tolgo un primo bullone, tolgo l’ogiva dell’elica, poi l’elica ed il suo dischetto di teflon, tolgo un altro pezzo la cui funzione mi risulta ignota, passando ad uno ad uno ad Andrea i pezzi che recupero perchè li disponga in modo sicuro in pozzetto ricordando il modo in cui erano montati. Arrivo infine allo zinco, lo serro meglio che posso, poi inizio l’operazione di rimontaggio, ripetendo pedissequamente ma in ordine inverso quanto fatto prima. Alla fine mi piazzo a pelo d’acqua mentre Andrea accende il motore ed ingrana per un istante la marcia avanti e poi la marcia indietro, tutto sembra funzionare perfettamente, l’operazione è andata a buon fine, il paziente può ridestarsi dall’anestesia e ricominciare la sua vita normale. Recuperiamo l’ancora e rapidamente alziamo le vele per riprendere il nostro cammino interrotto.
 
Appare a volte avvolta di foschia (F. Guccini)
Durante la sosta abbiamo involontariamente imbarcato parecchie mosche, piccole e fastidiose, non si riesce a scacciarle, il tiro a segno va avanti per ore fino a che l’ultima cade sotto l’implacabile mano assassina di Andrea. Sulla destra la costa spagnola scorre alternando montagna e lunghe spiagge spesso costellate di edifici grandi e brutti. Almeria, poi Malaga da cui però siamo troppo distante per coglierne qualunque aspetto. Nel frattempo avvistiamo le prime navi dirette o provenienti da Gibilterra, il Mediterraneo va stringendosi verso lo stretto ed il traffico marittimo concentrandosi. Controllo attentamente la carta nautica, questo posto che fino a pochissimo tempo fa aveva per me un’aura di remoto mi appare ora a portata di mano, calcolo distanze e ipotizzo tempi di percorrenza, leggo il portolano e mi leggo dentro, voglio sentire cosa si prova a stare per mare così a lungo, voglio percepire ogni minimo segno del mio corpo, le sue reazioni fisiologiche a qualcosa a cui non è abituato, almeno per così tanti giorni, circa 7 alla fine. Dopo un po’ arrivare non conta più, conta solo l’alternanza di giorno e notte, come nella vita terrestre, ci si organizza la giornata normalmente, la sera si pensa a cosa si farà l’indomani, si mangia, si riposa, si lavora, chè il da fare a bordo non manca mai.
 
Il faro di Punta Europa
Nel frattempo galoppiamo a 7 nodi verso la nostra meta, siamo nel pieno del Mar di Alboran, vi posso garantire che esiste veramente e non è un’invenzione degli estensori del bollettino del mare! Si chiama così per via della piccola isola, Alboran appunto, uno scoglio praticamernte, che sta nel mezzo, fra la Spagna e la costa africana. Abbiamo onda al giardinetto, si va che è una bellezza, l’acqua spumeggia attorno a noi, ad un tratto un piccolo pescespada balza fuori dall’acqua e ricade giù spanciando in un mare di spruzzi. Poi nel tardo pomeriggio il vento cala e purtroppo non lo rivedremo più fino all’arrivo. Accendiamo il motore ed ci organizziamo per la notte.
Ci risvegliamo nella calma piatta totale, pensando a quante volte il Meteomar ha annunciato burrasche terribili quanto lontane in questo specchio acqueo, meglio così, meglio il motore che una burrasca, magari di prua. La coperta è fradicia per l’umidità della notte e le bandiere di cortesia penzolano tristi dalle crocette come fossero morte, mi guardo attorno e mi godo lo spettacolo di una distesa azzurra ed infinita liscia come l’olio. E’ incredibile, guardo il mare da una vita e non mi stanco mai di farlo!
 
La rocca vista dal marina
Man mano che il sole sale, sale anche la temperatura e mancando il vento il caldo diventa asfissiante. A circa 70 miglia da Gibilterra agganciamo una corrente contraria di almeno 1,5 nodi, non credevo che gli effetti delle maree dello stretto arrivassero così lontano, ci ritroviamo cornuti e mazziati, andiamo a motore e per giunta lenti. Ma abbiamo raggiunto uno stato interiore di pace, arrivare domani o dopodomani non ci cambierebbe nulla. Ecco, questa è la vela veramente, senza orari prefissati o mete irrinunciabili, avanzare assecondando il vento ed il mare, con un obiettivo da centrare ma senza ossessione, la rocca è lì da sempre, ci aspetterà. Un elicottero militare arriva perpendicolarmente dalla costa, ci volteggia sopra e poi se ne ritorna da dove era venuto, chissà chi credevano che fossimimo, trafficanti di droga o di esseri umani, siamo invece solo due velisti tranquilli e felici. A sera spegniamo il motore e ci facciamo un bagno per rinfrescarci, poi ceniamo con il sole che muore lontano, davanti alla nostra prua.
 
Quando arriva la notte il traffico navale si intensifica notevolmente, l’umidità è fortissima e la corrente ci fa derivare di almeno 15 gradi, aggiusto quindi il pilota automatico per mantenere la rotta. Facciamo un paio di turni di riposo, poi l’umidità si trasforma in nebbia fitta, non si vede più la luna, non si vedono più le navi, non si vede più nulla. Solo si sentono le sirene, restiamo di guardia tutti e due, imbacuccati con felpe e cerate, ben vincolati con le cinture di sicurezza, pronti a manovrare in caso di pericolo. Dopo qualche ora che ci è parsa interminabile, diamo fondo sotto il versante est della rocca di Gibilterra, aspettiamo che si alzi la nebbia per entrare nella baia, siamo arrivati, all’alba del settimo giorno, ci meritiamo un po’ di riposo.
Il confine
Passiamo 3 giorni al Marina Alcaidesa, sul versante spagnolo, è il porto più economico, anzi è decisamente economico, è nuovissimo e molto curato, l’ideale per rinfrancarci tutti, Piazza Grande ed il suo equipaggio. Fuori dal marina si respira aria di frontiera, a 500 metri da noi c’è un confine vero e proprio, presidiato da poliziotti e doganieri di entrambi i paesi confinanti. E’ una delle tante situazioni paradossali create dalla storia, gente che si guarda dalla finestra ma per prendere un caffè insieme deve passare al controllo passaporti, un po’ come a Berlino durante la guerra fredda. Gli arabi prima, gli spagnoli poi ed infine gli inglesi hanno dominato su questa montagna, piccola ma strategica per posizione per il controllo del mare. Gli spagnoli la rivorrebbero, sono pochi chilometri quadrati, un’appendice della loro penisola, a loro pare assurdo che amministrativamente non gli appartenga. Non hanno tutti i torti, è come se in Italia porzioni di territorio non fossero sotto l’autorità nazionale ma, che so, di quella ecclesiastica o di qualche esercito straniero… no, mi sa che ho sbagliato esempio! Sia come sia, le ragioni degli spagnoli cadono tutte con due paroline magiche: Ceuta e Melilla. Già, perchè se gli inglesi si sono presi la sponda spagnola dello stretto, gli spagnoli si sono presi quella marocchina. Poveri marocchini, verrebbe da dire, se non ci fossero i Saharawi, quelli che abitano l’ex Sahara spagnolo, a sud del Marocco e da questi invasi in anni recenti. E’ la solita storia, non quella con la S maiuscola, più modestamente, o mestamente, quella della trave e della pagliuzza. Nel frattempo, la gente vive male, soffre e soccombe sotto i giochi del potere.
 

Angolo di Inghilterra in terra spagnola
All’autista del pulmino che ci porta in cima alla rocca chiedo come siano i rapporti con i vicini spagnoli: pessimi, mi dice, loro vorrebbero che diventassimo spagnoli, ma noi siamo inglesi da 300 anni, perchè dovremmo diventare spagnoli all’improvviso? Già, perchè? E poi, continua, la nostra economia è florida, il PIL in attivo, la disoccupazione all’1%, perchè dovremmo mischiarci con un paese in crisi? Verrebbe da dargli ragione, se non fosse che la floridità di questa piccola comunità di circa 27.000 persone si fonda sul turismo, sul commercio di prodotti duty free, sui proventi del casinò e sulla domiciliazione esentasse delle società di scommesse online, nonchè sulla vendita di carburante a prezzi stracciati alle tante navi di passaggio. Insomma, il solito paradiso fiscale che fa concorrenza ai vicini più propensi alla legalità, così sono capaci tutti ad avere il PIL in attivo. La cittadina inglese è comunque deliziosa, nulla a che vedere con la vicina ispanica, vicoli e casette basse che sembrano rubati ad una paesino britannico, pali stradali neri e dorati e cabine telefoniche rosse, tutto come da tradizione anglosassone.
 

Le scimmie della rocca

Sulla vetta, mentre siamo attorniati dalle scimmie che un sultano arabo importò qui e che poi gli spagnoli liberarono, lo sguardo spazia fino all’Africa, poi verso l’azzurro infinito dell’oceano. Quando avevo circa 7 o 8 anni, mio padre aveva un piccolo gommone sui cui avevo imparato a remare. Spesso piantava l’ancora sulla battigia, legava la cima al gommone e mi lasciava andare da solo, tranquillo di avermi vincolato a terra. Le prime volte ero elettrizzato da questo mio primo comando di imbarcazione, presto, però, la cima che mi vincolava andò in tiro con uno strattone ed io avvertii il desiderio di liberarmi da quel vincolo. Pregai mio padre di sciogliere la cima ma lui, saggiamente, non lo fece ed io restai solo a bordo con la mia frustrazione. Ma le catene, soprattutto quelle immaginarie, siamo spesso noi stessi a crearcele, con i nostri ingiustificati timori o con il rimandare sempre quello che desideriamo ad un futuro incerto ed indefinito, Gibilterra è il posto giusto per spezzarle, per andare oltre, per essere liberi. L’oceano mi chiama, oltre lo stretto, oltre quella cima che mio padre non ha voluto mollare.

Da Carloforte a Minorca



Il sole splende con tutto il suo vigore estivo ed il vento dei giorni passati ha spazzato completamente il cielo rendendolo perfettamente terso la mattina che intorno alle 11 lasciamo il marina di Carloforte diretti a Minorca. Le ultime incombenze prima di mollare le cime sono le solite: il pieno d’acqua, il controllo delle previsioni meteo, l’acquisto di un po’ di verdura e di pane fresco da consumare durante la navigazione, un rapido check-up della coperta.


Restituiamo
al marina fichetto che ci ha ospitato la chiave fichetta (elettronica), passiamo in segreteria a salutare e ringraziare, siamo stati veramente bene, quando si dice qualità e cortesia. Secondo le previsioni dovremmo avere vento leggero da sud-est, invece appena fuori dal porto incappiamo in un residuo di maestrale che ci fa bolinare ad oltre 6 nodi di velocità tutti sbandati sottovento: divertente, speriamo però che giri in fretta, 200 miglia, tante ne abbiamo da fare, in queste condizioni sono improponibili. Veniamo esauditi, dopo un paio d’ore infatti inizia a calare e rapidamente ci troviamo abbonacciati. E il sudest previsto? Assente ingiustificato, accendiamo il motore, non abbiamo scelta, e fino al tardo pomeriggio avanziamo grazie ai 29 cavalli che Piazza Grande custodisce amorevolmente nel suo ventre.

 
Lavatrice da pontile
Quando lo spegniamo è l’imbrunire, il mare è appena increspato e quindi la leggerissima brezza che c’è ci consente di avanzare a poco più di 2 nodi; ci accontentiamo, l’andatura è lenta ma molto stabile, quindi assolutamente confortevole. Sarebbe ben diverso se ci fosse onda, magari lunga di mare in scaduta, il poco vento non riuscirebbe a darci velocità e soprattutto stabilità, rolleremmo a destra e sinistra e dopo poco rimpiangeremmo di non aver optato per gli origami giapponesi il giorno che si poteva scegliere il proprio hobby preferito. Il crocierista medio, quello italiano almeno, inorridisce se gli dici che navighi a 2 nodi, neanche 4 km orari, a me non importa, cerco il confort non la prestazione, soprattutto sulle lunghe navigazioni, meglio metterci qualche ora in più ma non stressarsi e non stressare l’attrezzatura. Comunque sia, dopo mezzanotte arriva finalmente il vento da sud-est che aspettavamo e Piazza Grande trova il suo passo intorno ai 5 nodi, per la gioia del diportista medio italiano e, perchè no, anche nostra!
Durante la notte non manca il momento adrenalico, sto tenendo d’occhio da un bel po’ una lucina verde in lontananza, si avvicina sempre più senza che se ne modifichi il rilevamento, siamo quindi in rotta di collisione. Si tratta di un peschereccio e l’abbondante luminaria a poppa indica inequivocabilmente che è in pesca, magari trascinando un strascico lungo qualche centinaio di metri in cui rischieremmo di impigliarci visto che gli passeremo a poppa tanto vicini da poterci salutare dandoci la mano. Provo a chiamarli sul VHF ma non rispondono, meglio non rischiare, orzo decisamente per alcuni minuti e solo quando sento che siamo a distanza di sicurezza rimetto la barca in rotta. Poi alzo lo sguardo verso le tante stelle che puntellano il cielo e serenamente mi lascio accarezzare dalla notte.
 
Una delle ragioni dell’andar per mare
L’indomani mattina si alza ovviamente un po’ di mare; ovviamente perchè dopo 12 ore di incidenza del vento sulla sua superficie è normale che si formi onda, ma è di poppa, ci fa scondinzolare un po’ come cagnolini felici e noi siamo felici così, felici di lasciare che il primo sole del giorno ci asciughi l’umidita della notte mentre ancora un po’ intorpiditi dai turni di guardia ci concediamo alternativamente un ulteriore sonnellino in pozzetto. E’ quasi ora di pranzo quando sentiamo partire il mulinello della traina; corro in coperta a lascare tutte le vele per perdere velocità poi chiudo la frizione della canna da pesca ed inizio lentamente a recuperare la lenza. Malgrado la cautela, sento improvvisamente mollare il tiro, segno inequivocabile di aver perso la preda, termino il recupero ed il rapala è ancora attaccato, vuol dire che il pesce s’è slamato, forse non aveva abboccato bene, l’invito a pranzo è sfumato per l’improvvisa rinuncia dell’invitato. Neanche un’ora e di nuovo il mulinello prende a frullare, questa volta sto attentissimo, anche perchè la bestia tira forsennatamente. Palmo a palmo recupero delicatamente tutta la lenza, Andrea si apposta sulla spiaggetta di poppa con il raffio in mano, lo vediamo bene, è un tonnetto, ma quando è a pelo d’acqua a mezzo metro da noi, si rompe il filo e se ne va con piantata in gola l’esca artificiale che lo condanna comunque a morte certa. Peccato, per lui e per noi, anche stavolta niente invito a cena.
 
Succede anche questo a bordo
Condividiamo evidentemente la rotta con un branco di tonni in transumanza perchè per la terza volta ne agganciamo uno. Stavolta faccio volteggiare la canna con una leggiadria pari a quella di una ballerina classica e dopo quasi mezzora di lotta ne abbiamo un bell’esemplare di 8 chili a pagliolo. Dopo averlo rapidamente eviscerato lo appendo a poppa per lasciarlo tutta la notte a scolare bene il sangue, domani un bel cous-cous di melanzane e tonno non ce lo leva nessuno.
Nel frattempo il cielo si copre, si sta più freschi, ma i pannelli solari smettono di produrre quanto dovrebbero e a sera siamo costretti ad accendere il motore in folle per ricaricare un le batterie. Cade qualche goccia di pioggia, in lontananza si vedono parecchi lampi, ma per il resto la navigazione scorre tranquilla tutta la notte, cadenzata dalla solita alternanza di sonno e veglia ogni due ore alternativamente Andrea ed io. All’alba avvistiamo terra e verso le 9 ci infiliamo fra i fanali rosso e verde che segnalano l’ingresso nel profondo fiordo di Mahon per dare ancora a Cala Taulera, subito a destra dell’Isola del Lazzaretto. Bienvenidos a España!
 
Perchè sia ben chiaro a tutti
Benvenuti per modo di dire, dopo neanche mezzora tutte le barche in rada vengono abbordate da un gommone dell’Autorità Portuale con a bordo un cortese funzionario che, dopo aver tirato un sospiro di sollievo ascoltando la mia risposta affermativa alla domanda: Habla español?, ci spiega che l’ancoraggio è vietato in tutto il fiordo e che ci concede un’ora per riposarci visto che siamo appena arrivati ma che poi dobbiamo spostarci in quale pontile, ovviamente a pagamento. Quante somiglianze fra noi ed i cugini spagnoli, anche da loro il diportista è principalmente una vacca da mungere!
Percorriamo lentamente a motore tutto il fiordo, è bello vedere le tante costruzioni antiche, fortificazioni munite di cannoni, strutture militari di quando si combatteva con armi da fuoco ancora rudimentali, è viceversa brutto vedere le tante, troppe strutture moderne, alberghi enormi, residence, che hanno sfregiato irreparabilmente un panorama bellissimo. Poi, in alto sulla sinistra, l’antico nucleo abitato, suggestivo passargli sotto navigando, più tardi gli faremo una visita a piedi.
Ci accostiamo a qualche pontile, chiediamo i prezzi e valutiamo le sistemazioni, alla fine optiamo per un marina carino e abbastanza economico, una notte ce la possiamo permettere, avremo anche i servizi a terra, acqua, luce, docce, che ogni tanto fanno piacere.
 
A passeggio per Mahon
Il paese di Mahon è veramente carino, ben tenuto, da solo meritava di venire fin qua. Ci perdiamo un po’ per i vicoli, spuntano spesso angoli pittoreschi, palazzetti antichi e piccole piazze con i tavolini dei bar all’aperto, sempre tutto molto pulito, ordinato,  scattiamo qualche foto, ci beviamo una bibita comodamente seduti ed infine torniamo a bordo perchè siamo piuttosto stanchi, soprattutto io. Quando i rumori della città si fanno più tenui, emerge in tutto il suo vigore il frastuono della centrale elettrica proprio a ridosso dei pontili che finora non si avvertiva. La mattina dopo troviamo la coperta tutta ricoperta di polvere giallastra, ha piovuto sabbia o la pioggia ha sparso al suolo quel fumo denso che sale su dalla ciminiera della centrale? Non lascerei qui la barca tutto l’anno, mi ricordo un tale che ho conosciuto anni fa a Portoscuso in Sardegna, aveva tolto la sua barca da lì perchè ogni volta che pioveva la ritrovava tutta nera, proprio là accanto c’è Porto Vesme, una delle più importanti centrali elettriche della Sardegna. So di diventare retorico, ma quando il progresso uccide la natura in modo così violento non mi piace. Che poi, siamo proprio sicuri che tutta questa elettricità sia necessaria? Quando ne hai poca, come in barca, impari presto a fartela bastare, ad utilizzarla bene non sprecandola con attività che possono essere perfettamente condotte manualmente. A cosa servono la grattugia elettrica, la bilancia elettronica e tante altre amenità che si trovano nelle nostre case quando esiste un omologo meccanico altrettanto efficiente il cui utilizzo è a costo zero? L’energia pulita non esiste, anche il solare e l’eolico consumano, consumano territorio, lo deturpano visivamente, soprattutto in Italia dove il panorama è uno dei nostri più importanti patrimoni, la base della nostra economia turistica, questo fatto non può essere ignorato. Spegniamo qualche luce, camminiamo di più, facciamolo per noi stessi.
 
Antichi fasti
Infine due parole su altri due aspetti significativi di questo posto: le Baleari fanno amministrativamente parte della Catalogna, quindi si parla catalano, una delle 3 lingue ufficiali della Spagna oltre al castigliano, le altre due sono il gallego in Galizia e l’euskadi nei Paesi Baschi. Il catalano è una lingua stranissima, un misto di italiano, spagnolo e francese con moltissime parole troncate dell’ultima vocale (mercat, bistec, carn de cavall), sembra la parlata di Cattivik, il protagonista grottesco di un fumetto di alcuni decenni fa, leggere insegne e cartelli per strada fa spesso ridere.
L’altro aspetto sono i Menorquin, delle barche a motore cabinate fatte sulle linee dei vecchi gozzi dell’isola che erano costruite qui, il cantiere è purtroppo fallito recentemente. Se ne vedono in giro in tutto il Mediterraneo ma qui ce ne sono veramente tanti, sono molto belli, niente a che vedere con i motoscafi moderni dall’aria aggressiva, hanno linee marine ed eleganti, se dovessi convertirmi al motore li prenderei in considerazione, ma al motore non posso convertirmi dopo il pistolotto che ho appena fatto sull’energia, quindi Piazza Grande sta tranquilla, al massimo potrei tradirti con un’altra barca a vela, ma in quel caso sarebbe un evoluzione, non un tradimento. O no?

Carloforte, Sardegna ligure

Dopo una ventosa notte trascorsa serenamente alla ruota di fronte Calasetta, sull’isola di Sant’Antioco, salpiamo l’ancora in tarda mattinata quando il vento ha ormai mollato quasi completamente. Andrea recupera la catena, facendo attenzione che si disponga senza ammucchiarsi nel suo gavone, e quando il ferro da 16 chili ha preso posto nel suo alloggiamento sul musone di prua, alzo rapidamente la randa per uscire dalla piccola insenatura che ci ha ospitato.

Salpare a vela con vento leggero e per giunta al traverso è piuttosto facile e torna molto utile quando si vuole credere di essere grandi velisti. Appena Piazza Grande prende un poco di abbrivo apro anche il genova convinto di prendere il via, ma un paio di improvvisi salti di vento ci costringono ad altrettante repentine virate e dopo 10 minuti siamo praticamente a 200 metri dalla rada, cosa che vanifica automaticamente l’incremento di autostima acquisito con la manovra eseguita poco prima.
 

Le antiche mura

Percorrere le sole 3 miglia che ci separano da Carloforte, sull’isola di San Pietro, si rivela estenuante, cambiamo 100 volte di bordo e appena lo facciamo il vento, il pochissimo vento che c’è, gira in senso a noi sfavorevole contringendoci a virare nuovamente. Ci dichiariamo infine vinti, l’ultimo miglio lo percorriamo a motore e con lo scoppiettio festoso dell’entrobordo entriamo in porto diretti al pontile della Lega Navale dove spero di trovare, come a Cagliari, ospitalità. All’imboccatura veniamo abbordati da un ragazzo su un gommone, ci offre ormeggio ai suoi pontili, uno dei due marina fichetti di Carloforte, gli dico che cerchiamo la Lega e lui gentilmente ci indica dove dirigere. Se non trovate posto venite da me, dice, vi faccio 25 euro vista la stagione, e ci salutiamo. Alla Lega il pontile è piccolo e strapieno, quindi torniamo indietro dal tizio gentile in gommone e contrattiamo: con 40 euro ci assicuriamo 2 notti comprensive di luce acqua e una club house talmente fichetta da non osare mai, in due giorni, metterci piede. Andrea si congratula con me per la trattativa, il mio passato da piccolo imprenditore torna utile nelle situazioni più disparate. Dato che è in arrivo una maestralata e che, visto il posto che ci assegnano, la prenderemo esattamente di prua, pretendo ed ottengo 2 corpi morti.
 

La club house fichetta del marina fichetto

Carloforte ha una storia particolare, è un’enclave ligure in terra sarda, colonizzata nel ‘700 da un gruppo abitanti di Pegli provenienti da Tabarka, nell’attuale Tunisia, colonizzata a sua volta dagli antenati di questi. Una vicenda che inizia nel ‘500, alla ricerca del corallo, prosegue con saline e tonnare due secoli dopo ed arriva ai nostri giorni con i carlofortini che tra loro si definiscono tabarchini e parlano un dialetto stranissimo, ligure con cadenza sarda, di fatto la mescolanza di due idiomi a me incomprensibili. Uno dei piatti tipici locali è, ovviamente vista l’ascendenza storica, il cous-cous. In pratica sono partito da Marsala, terra di saline, tonnare e cous-cous per arrivare a Carloforte, terra di… vabbè avete capito, mi sembra di non essermi mai mosso dalla Sicilia occidentale. C’è anche un’altro elemento che in qualche modo mi lega, anzi lega Piazza Grande, a questo posto: il precedente proprietario la teneva qui, gli telefono per dirgli che in qualche modo l’ho riportata all’ovile.
 

Antichi costumi alla processione

Caso ha voluto che siamo capitati qui proprio il giorno di San Pietro, quindi festa, mercatini, tanta gente e, soprattutto processione. Mentre passeggiamo per il paese, assolutamente delizioso, incappiamo nel lungo corteo salmodiante e per quanto non ami certi aspetti della religiosità non posso non apprezzare alcune presenze in costume antico che rendono tutto molto scenografico. San Pe’ lo chiamano qui, suona come un diminutivo affettuoso, di quelli che si danno ad un amico, del resto l’apostolo Pietro era pescatore, una certa familiarità non è fuori luogo. Quando la processione giunge in porto, statua e stendardi vengono imbarcati su un bellissimo gozzo antico e a suon di sirene tutto prosegue in mare in un pittoresco tripudio di barchini impavesati a festa. A suggello finale, la sera vengono sparati dei fuochi d’artificio come non ne ho mai visti in vita mia: durano più di mezzora, cinque le bocche di fuoco sul molo foraneo fra cui una piazzata in cima ad un’autogru, il cielo si illumina a giorno, fasci sfavillanti sfrecciano verso l’alto per poi esplodere e frantumarsi in mille frecce luminose che ricadono in acqua. Il santo è stato onorato degnamente, la pesca per l’anno a venire sarà quindi eccellente!
 

Il castello

Un’isola piccola come San Pietro è un microcosmo etnografico di cui il folklore religioso è solo uno degli elementi, vivere qui prima dell’avvento delle telecomunicazioni di massa significava essere veramente isolati dal mondo. Ma l’isolamento non ha solo l’aspetto negativo dell’essere tagliati fuori dal mondo, dai grandi eventi che fanno progredire l’umanità scrivendone la storia, è anche salvaguardia di piccole culture che nell’era della globalizzazione si ritrovano schiacciate da altre culture, più grandi, più importanti o semplicemente più ricche e quindi più invasive. Dove la sera si chiacchierava in piazza giocando a briscola e bevendo mirto, ora si bevono spritz e liquori importati tenendo la testa china sullo smartphone, dove si cucinava pasta fatta in casa ora si servono ora cheeseburger e kebab, dove si andava a teatro ad assistere ad una rappresentazione di qualche piccola compagnia ora si va ora al cinema a vedere il 15esimo episodio della saga di Rambo. Non mi sto piangendo addosso nè voglio sostenere che una cultura sia migliore di un’altra, voglio solo dire che la diversità è ricchezza e che il melting pot attuale sta sciogliendo tutto in un unico, indefinibile, miscuglio. Sapete perchè le vernici di sentina sono quasi sempre grigie? Perchè nei piccoli cantieri venivano fatte versando gli avanzi di tutte le vernici in un fusto e mescolandole ne veniva fuori appunto un grigio un po’ spento. Ora, se dobbiamo spennellare sotto i paglioli va benissimo, ma non possiamo verniciare il mondo senza il blu, il rosso, il verde, il giallo, finiremmo per scordare la bellezza vivida dei colori. Ecco, l’incomprensibile dialetto sardo-ligure dei carlofortini, pardòn, tabarkini, è proprio questo, un colore bellissimo non ancora sbiadito, non ancora disciolto nella vernice di sentina del finto progresso.
 

L’acqua del sindaco

Siamo qui in attesa del maestrale, quindi ne approfittiamo per fare un po’ di lavoretti: bucato, nafta e doccia, tanto per cominciare. Il primo nella lavatrice del marina, a gettoni (sono liguri qui), e successiva asciugatrice che però non asciuga bene e ci costringe ad un altro costosissimo ciclo; la seconda con le taniche, presso il benzinaio del paese che si arrotonda d’ufficio l’importo di 20 centesimi senza nemmeno fare la mossa di darci il resto dovuto (sono liguri, dicevo); la terza presso le lussuosissime docce del marina, a gettoni (tanto per rimarcare che sono liguri), 1 euro 10 minuti; beh, se loro sono liguri, noi siamo più parsimoniosi di loro, i 10 minuti ce li dividiamo, Andrea ed io, 5 ciascuno nel box doccia, più che sufficienti per rimettersi a nuovo ed inorgoglirci per aver salvaguardato la cassa di bordo. Ma no, quella del braccino corto dei liguri è solo una diceria, dico al mio compagno di navigazioni mentre saliamo su al castello. Sicuro?, mi fa lui, guarda là, e mi indica una specie di cabina telefonica che invece di conversazioni distribuisce Acqua del Sindaco, ovviamente a pagamento, come altrettanto ovvio è che nel frattempo tutte le fontanelle del paese sono all’asciutto. Non cediamo, fosse altro che per il fatto di aver ascritto al solo sindaco, quello che spende decine di migliaia di euro per mezzora di fuochi d’artificio, il merito di un’acqua pagata dai cittadini e a loro stessi rivenduta. Vabbè, la chiudo qua con la polemica.
 

Cent’anni e non sentirli (grazie al restauro)

Ormeggiata vicino a noi c’è la barca che ha portato il santo in processione, Ruggero II, un gozzo a vela latina del 1893, anzi una bilancella per l’esattezza, magnificamente restaurata dal proprietario, un’antica barca da carico che veniva usata per caricare il carbone estratto nelle vicine miniere di Buggerru e Porto Flavia. Anni fa ho visitato quelle miniere, ricordo le foto virate seppia di queste barche che venivano avvicinate alla riva il più possibile e poi raggiunte per mezzo di lunghissime passerelle stese sulla battigia e percorse da braccianti con in spalla i sacchi da caricare. Altra epoca, altri mondi, c’è poco da rimpiangere in questo caso, sudore e fatica per un pezzo di pane, vite di stenti in una Sardegna ai margini del mondo. Scatto mille foto a questo capolavoro di falegnameria nautica, ora utilizzato per portare a spasso i turisti, un giro lo farei volentieri anch’io, ma è tempo di salpare, la finestra meteo che aspettavamo è arrivata, alle 11 di una mattina molliamo le cime e ci mettiamo per rotta 283, abbiamo circa 200 miglia da percorrere, il vento lo avremo al gran lasco, le Baleari sono ad un paio di giorni di navigazione, lì che ci attendono.

Sardegna selvaggia ed armata


Il sole è ancora alto al tardo pomeriggio, quando riverso gli spaghetti dalla pentola alla padella dove ho soffritto la bottarga autoprodotta con le uova dei tonni pescati nei giorni scorsi, per finire di cuocerli nella gustosa cremina che l’amido di cottura della pasta produce. A pranzo abbiamo sgranocchiato patatine e taralli, avere appetito a quest’ora più che normale è fisiologico. Piazza Grande brandeggia dolcemente, saldamente aggrappata al generoso calumo che ho calato per garantirci un sereno ancoraggio, muovendosi alternativamente a destra e sinistra e lasciando scorrere dagli oblò sulle murate il panorama, scoprendo e coprendo la barca francese che insieme a noi divide la splendida baia di Cala Zafferano, in prossimità di Capo Teulada.

 
L’equipaggio, una coppia piuttosto giovane, sta rientrando a bordo con un dinghy a vela dalla spiaggia deserta dove ha portato il loro cagnolino a fare  i propri bisogni; tolti loro e noi, nessun altro a godere, alla luce degli ultimi raggi di sole, di questa cornice meravigliosa. Mentre consumiamo la nostra cena, dagli altoparlanti della nostra radio si diffonde sommessamente Across the universe dei Beatles e penso che la mia dimensione è questa, nel mare, nella natura, nell’universo, penso che la vita non è lavorare per pagare le rate dell’auto per andare a lavorare, che l’uomo ha bisogno di spazi più ampi di un monolocale di città, che la vita non è stare in coda mattina e sera sulla tangenziale e che il giusto riconoscimento per 40 anni di lavoro non è una panchina su uno spartitraffico, pomposamente chiamata parco pubblico dall’amministrazione comunale, dove vomitare la propria mestizia esistenziale su altrettanto tristi omologhi.

 

Capo Teulada dal mare
Esco in pozzetto con la macchina fotografica, voglio cogliere con l’obiettivo gli ultimi raggi di sole che colpiscono la baia, scatto qualche foto, poi mi prende come un raptus: a mani nude mi arrampico sull’albero fino alla prima crocetta, due balzi e sono là sopra, ritto in piedi a 4 metri di altezza scruto la coperta, chiamo Andrea, ha un sussulto quando si accorge che sono sopra la sua testa, poi scoppia a ridere, rido anch’io, siamo contenti, ce lo diciamo, come si fa a non essere felici in un posto così. Attento che cadi e ti rompi la testa, direbbe mia madre, tutte le madri lo dicono, instillandoci l’ansia di preservarci dal pericolo, ma il pericolo è ovunque, si annida negli angoli di casa e a forza di temere che la vita finisca si finisce per non farla cominciare mai. Mi tengo all’albero con una mano, il vento mi sferza il viso portandomi odore resinoso di macchia mediterranea, il sole mi abbacina mentre il mare lo riflette rilucendo, guardo lontano, lungo la linea dell’orizzonte una piccola vela avanza sicura, altri che hanno capito.

 


Free climbing
Siamo arrivati a Capo Teulada un po’ per caso; partiti da Cagliari quasi in assenza di vento, dopo un po’ abbiamo trovato un inaspettato vento contrario che rapidamente è salito intorno ai 25 nodi alzando conseguentemente un metro abbondante d’onda. Bordeggiare contro il mare è una fatica improba, un vecchio detto dice che la bolina è riservata ai regatanti e ai cretini, non appartenendo alla prima categoria, dopo un paio d’ore passate a cercare di risalire il vento abbiamo dubitato di appartenere alla seconda e abbiamo pensato bene di fermarci nel primo posto possibile, ovvero la profonda cala a nord di Capo Malfatano. Siamo a circa 3 miglia di distanza, ammainiamo tutte le vele e procediamo a motore con una velocità al GPS di circa 3 nodi, preferendo un’ora contro il mare ad una sequela di virate strettissime nel tentativo di non scadere al vento ad ogni cambio di mure.

 

Caronte e il cane
Scendendo sottocoperta noto alcune goccie d’acqua su una paratia in corrispondenza dell’albero. Apro la porta del bagno e, orrore, piove acqua dal cieletto! Non avendo Piazza Grande l’albero passante bensì poggiato in coperta è impossibile un’infiltrazione dalla scassa, anzi, proprio in virtù dell’albero non passante, la coperta deve essere a tenuta stagna. In un attimo parte il film horror nella mia testa: non può essere altro che un’infiltrazione sotto il tek della tuga, la quale avrà di certo il sandwich completamente marcio per fare acqua in questo modo, l’albero stesso è a rischio di caduta, dovremmo rientrare a Cagliari, anzi a Marsala, no direttamente a Roma per rifare completamente la coperta, a dir poco 10mila euro anche facendolo da me, soldi che non ho, quindi tanto vale affondare qui, ora, Piazza Grande ti ho voluto bene, moriremo insieme, peccato solo per Andrea, anima innocente…

  

Ghiottonerie a bordo
Appena ridossati da Capo Malfatano, diamo ancora e parte lo smontaggio del cieletto per indagare la terribile malattia, sono medico e paziente allo stesso tempo, affondo il cacciavite nelle mie stesse carni ed il patofobico che vive in me è già pronto ad affondarlo in una cancrena putrescente. Via le cornicette di legno, via un piccolo oblò sulla tuga, via il cieletto con conseguente pioggia di gommapiuma polverizzata dagli anni ed ecco la vetroresina nuda davanti ai miei occhi. Scruto, passo la mano, è un po’ bagnato ma non troppo, non noto comunque segni di marciume e questo è già un buon segno, il core del sandwhich, un multistrato di legno di un paio di centimetri è come nuovo. Vado in coperta, prendo un secchio d’acqua di mare e ne verso un po’ attorno alla mastra dell’albero, poi torno di sotto e, orrore, gronda giù: avevo ragione, l’albero sta cedendo! Poi mi si accende una lucina in testa, vedo un buchino, piccolo, dove passano i cavi della stazione del vento di testa d’albero, infilo il dito, è bagnato, ci ficco dentro un pezzo di carta assorbente e la ritiro zuppa. Vuoi vedere che… éureka! Lo spinotto in coperta ha il dentino di ritenuta rotto, è tenuto fermo da qualche giro di nastro autoagglomerante, evidentemente è giunto il momento di sostituirlo, Andrea si occupa dell’operazione mentre io faticosamente rimonto tutto l’ambaradam del bagno, non prima di aver testato la perfetta tenuta della nuova nastratura. All’s well that ends well, una lavata al bagno, che sembra aver subito un bombardamento, una lavata al capitano medico, non meno sudicio, ed infine una meritata birra gelata a festeggiare lo scampato pericolo, Piazza Grande continua a navigare!
 

Acqua cristallina

Capo Teulada, oltre che per la sua incredibile bellezza, è famoso per essere una delle più importanti servitù militari italiane, credo sia addirittura il più esteso poligono militare europeo, qui vengono testate le nuove armi, spesso sotto segretezza assoluta, si vocifera di militari morti dopo aver raccolto i resti degli spari, evidentemente contaminati da materiali pericolosi. Non sono un pacifista idealista, credo nella risoluzione pacifica delle controversie internazionali ma credo anche che uno stato nazionale debba aver un suo esercito con scopi difensivi, ciò che appunto prevede la nostra carta costituzionale, e che l’illusione di vivere senza esercito sia appunto una pia illusione. Ciò premesso, ritengo pure che il diritto alla salute dei cittadini sia prioritario, l’esercito deve difendere i vivi, difendere i morti non ha senso. Gli abitanti della zona chiedono da tempo, inascoltati, la chiusura del poligono e la restituzione, dopo 60 anni, di questa vasta fetta di territorio sardo alla comunità, ma al momento non se ne parla neppure, anzi pare che l’esercito stia approntando un ampliamento della base. Nel frattempo, ogni tanto piovono colpi di cannone, la Guardia Costiera emette l’ordinanza che vieta l’avvicinamento al promontorio, molti proiettili inesplosi restano dietro le dune della spiaggia, protetti, si fa per dire, da numerosi cartelli che intimano di non oltrepassare il bagnasciuga, e tutto intorno l’incidenza di malattie tumorali fra esseri umani e animali è più alta che nel resto della Sardegna. No, forse no, forse a Quirra, sul versante sud-est dell’isola è ancora peggio, pare che lì abbiano testato i proiettili all’uranio impoverito che sono stati sparati in Serbia dalla NATO, i pastori parlano di greggi deformi, le statistiche di tumori infantili, le persone, invece, parlano della morte che incombe su di loro.
 

Lo spinotto incriminato

Da quando stiamo qui a Capo Teulada, siamo in black-out comunicazionale, niente segnale telefonico, niente Internet, siamo tagliati fuori dal mondo ma soprattutto da seccature varie, l’assenza di contaminazioni emozionali esterne amplifica la magia di questo posto. Non si interrompe un’emozione, era lo slogan con cui molti artisti di cinema, fra cui Fellini e Benigni, alla fine degli anni ’70 tentarono di contrastare l’inondazione di pubblicità nelle proiezioni televisive dei loro film. La pubblicità è spesso sgradevole, per quanto innegabilmente necessaria, interrompe appunto l’emozione che il regista ha costruito secondo dei ritmi che se alterati sconvolgono irrimediabilmente il patos che egli perseguiva nello spettatore. I telefonini, e peggio che mai gli smartphone, ci rendono connessi e reperibili 24 ore al giorno, la cosa ha i suoi indubbi vantaggi, ma i continui squilli, i bip dei messaggini, la voglia di dare un’occhiata a Facebook o alle ultime notizie (che poi in Italia da decenni non succede granchè di interessante) sono elementi continui di disturbo come la pubblicità, ci impediscono di andare a fondo ad un’emozione perchè la interrompono continuamente spostando la nostra attenzione verso un altrove spazio-temporale che non appartiene al nostro presente contingente e condannandoci di fatto alla superficialità emotiva. Oggi abbiamo gustato l’ancoraggio stupendo, il tramonto nel silenzio, abbiamo chiacchierato a lungo, abbiamo cucinato, abbiamo letto, abbiamo scritto e dopo cena ci siamo anche visti un film, senza interruzioni, pubblicitare o telefoniche. Il mondo, credo, è sopravvissuto tranquillamente a queste 24 ore senza di noi e noi, del resto, non abbiamo sentito la sua mancanza. Che poi, è bastato scapolare il promontorio per riavere 5 tacche al telefonino, averlo saputo prima!

Slow sailing nel Canale di Sardegna


L’acciaista assesta gli ultimi colpi al rollbar che ho deciso di regalare a Piazza Grande, di corsa faccio i collegamenti elettrici dei due pannelli solari che mi garantiranno serenità energetica, faccio un giro sui pontili per salutare i tanti amici che ho trovato a Marsala  recupero i molloni che mi hanno assicurato un ormeggio elastico durante questi mesi e alle 13.40 di venerdì 20 giugno, molliamo finalmente le cime da questo porto che con tanto calore umano mi ha accolto ad ottobre scorso.


Essendo il vento favorevole
, ha scritto Joshua Slocum alla fine dell’800 salpando da Boston a bordo dello Spray; noi invece abbiamo una leggera brezza proprio sulla prua, ma si sapeva che le prime miglia sarebbero state di bolina, domani, pur restando leggero, dovrebbe girare in senso antioriario. Sono con Andrea, il caro amico che ha già navigato con me da Patrasso a Palermo l’anno scorso, siamo un equipaggio collaudato, navigo con piacere con lui, è serio ed affidabile, i miei turni di riposo notturno saranno quindi sereni. Col vento leggero di prua, però, non si va veloci, alle 9 di sera siamo ancora al traverso di Marettimo, abbiamo fatto praticamente 20 miglia in 7 ore, una VMG, velocità di avanzamento verso l’obiettivo, di neanche 3 nodi. Abbiamo fretta? No, sarà una traversata slow, molto slow! Il nostro obiettivo è Cagliari, prima tappa di un lungo viaggio che mi porterà oltre le Colonne d’Ercole per un primo assaggio di oceano per barca e capitano. Dopo cena il vento molla completamente e siamo costretti ad accendere il motore: 1800 giri, neanche 5 nodi di velocità, segno che abbiamo una leggera corrente contraria, ma in questo modo consumiamo poco più di un litro e mezzo l’ora, quindi alla via così! Nel frattempo scopro che l’AIS, lo strumento che serve a controllare il traffico delle grandi navi attorno a sè, non funziona. In questo mare non è un problema, ma per passare lo Stretto di Gibilterra è quasi indispensabile, per fortuna ci sono settimane di tempo per capire cos’ha che non va, fino a ieri funzionava perfettamente.
 

Pesce grande mangia pesce piccolo

Alle 2 di notte, quando è il mio turno di guardia, scopro un’altra terribile avaria, se così si può definire: Windows 8 non ha il solitario! Non sto qui a tediarvi, da ex informatico, sulle tante assurdità dell’ultimo sistema operativo della Microsoft, ma questa di togliere il solitario le batte tutte: perché? Perché hanno scelto di privare il navigante notturno di un compagno fedele di tante ore passate al tavolo da carteggio? Come se non bastasse, il PC crasha continuamente, non l’aveva mai fatto, è nuovo, proprio oggi doveva cominciare a fare i capricci? Di Venere e di Marte non si sposa nè si parte… che abbia incautamente sfidato la sorte? Ne approfitto per cercare di far rifunzionare l’AIS, ma i continui crash del sistema mi fanno desistere, esco in pozzetto, la coperta è piuttosto asciutta, l’aria è secca, il cielo è pieno di stelle come solo in mare capita di vedere, la luna rischiara appena la notte, mi basta un istante per capire che è per questo che navigo e che non baratterei mai le stelle e la luna con un PC ed un AIS funzionanti.
 
Verso le 4 e mezzo i primi bagliori dell’alba, la prima delle tante albe che vedrò, me la gusto tutta, il sole inizia a rosseggiare, l’aria si scalda e verso le 8 arriva pure il vento previsto: spengo il motore, avanziamo a circa 4 nodi al lasco, perfetto, ne approfitto per calare la traina, mi aspetto grandi cose da questa navigazione. Neanche un’ora ed il mulinello prende a frullare all’impazzata, molliamo le vele ma siamo al lasco, la spinta del vento sull’attrezzatura ci fa comunque avanzare a più di un nodo, troppo per il pesce che ha abboccato, evidentemente di taglia considerevole. Accendo il motore e metto la retromarcia al minimo per fermare la barca, recuperando la lenza metro per metro con parecchia fatica, ogni tanto, per paura che si strappi, ne mollo un po’, la canna è tutta piegata all’ingiù, meglio essere cauti. Dopo più di 20 minuti di tira e molla, una sagoma argentata appare sotto la poppa, è un bel tonno, Andrea è pronto ad afferrarlo con il raffio, di usare il retino non se ne parla proprio vista la taglia del pesce, e con uno slancio lo tira a bordo. Lo finisco rapidamente con il coltello, lo appendo al dinamometro che dice 9,5 kg, niente male, poi lo sfiletto e in men che non si dica finisce in frigo. 1 a 0, palla al centro!
 

Farfallina, bella e bianca…

Nel frattempo il vento è calato drasticamente, le vele quasi non portano, decido di chiudere la randa per evitare che sbatta inutilmente, è nuova, appena rifatta, vorrei farla durare, magari 20 anni come è durata l’altra prima di lei. Via anche il genova e su il gennaker, più leggero ed abbondate, porta bene anche se a stento superiamo i 2 nodi di velocità. Abbiamo fretta? No, ve l’ho detto, non ne abbiamo. Non voglio più avere fretta in vita mia, ha scritto Moitessier, non capire questo significa non capire il senso dell’andare a vela, una dimensione dove orari e distanze non hanno il rapporto incontrovertibile di un percorso autostradale; la formuletta che si studia al liceo, tempo uguale spazio diviso velocità, qui non conta, qui conta solo il vento, il mare ed il piacere di esserci, più a lungo possibile se la navigazione è tranquilla come nel nostro caso. Festeggiamo la cattura con patatine birra gelata, siano benedetti i pannelli solari, ogni tanto controllo la carica, erogano circa 10 Ampere con punte di quasi 13, un’enormità, la spesa per montarli sarà ripagata dal risparmio di gasolio per far andare il motore per la ricarica delle batterie, senza contare l’usura di quest’ultimo, altra voce di spesa non indifferente. Il vento continua ad essere pochissimo ma noi lenti ed inesorabili avanziamo verso la nostra meta.
 

Doccia d’alto mare

Alle 5 del pomeriggio di nuovo il mulinello della traina prende a frullare, di nuovo fermiamo la barca, di nuovo lentamente recupero la lenza, di nuovo Andrea assesta un colpo di raffio preciso e di nuovo un ospite pinnuto sale a bordo. Sono 7 kg questa volta, lo eviscero rapidamente e lo appendo sullo specchio di poppa per far colare bene il sangue. Avremo una dieta piuttosto monotona nei prossimi giorni! Al momento di rimettere in rotta Piazza Grande avverto qualcosa che non va, una forte vibrazione che aumenta dando gas al motore, di solito è sintomo che l’elica ha preso qualcosa, ma avendo fatto riparare da poco l’invertitore, non vorrei fosse questo ad avere problemi. Infilo la muta, filo una lunga cima a poppa a cui ho legato un parabordo, servirà nel malaugurato caso che la corrente dovesse allontanarmi dalla barca, ne filo un’altra da prua a cui tenermi quindi entro in acqua do un occhiata tutt’attorno, non si sa mai che la scia di sangue del tonno abbia richiamato qualche predatore d’alto mare di grossa taglia, di quelli che Spielberg ci gira il film con le mascelle spalancate sulla locandina. Infilo la testa sotto e vedo una grossa busta telata che ricopre completamente l’elica. Preparo il coltello, convinto di dover faticare per liberarla, invece  basta afferrarla per tirarla via, meglio così, salgo a bordo, recupero le cime e, già che ci sono, mi faccio una bella doccia a poppa che mi da un piacevole senso di freschezza.
  

Navigazione allegrotta tra Villasimius e Cagliari

A cena preparo un bel cous-cous con melanzane e, ovviamente, tonno. Ho deciso che il cous-cous sarà un piatto frequente quest’anno, ha tutte le qualità per essere un alimento ideale a bordo: è saporito, è nutriente, cuoce in 5 minuti, può essere, come la pasta, condito in mille modi ma, se ne avanza, il giorno dopo è ancora buono, mentre la pasta scuoce e diventa immangiabile. Inoltre, fatto non trascurabile, ha bisogno di pochissima acqua per cuocere, non dimentichiamo che a bordo l’acqua è un bene prezioso. Ci prepariamo per la seconda notte, Andrea fa il primo turno di riposo, quando a mezzanotte faccio il punto nave misuro che nelle 24 ore abbiamo percorso 80 miglia, veramente poche, ma vista la tranquillità della navigazione è come stare in casa. All’alba avvistiamo Capo Carbonara, l’AIS riprende miracolosamente a funzionare, ma il PC continua a crashare frequentemente, lo spengo e tanti saluti, tanto non c’è neppure il solitario, maledetto Windows 8! Avanziamo a poco più di 2 nodi, con genova e gennaker a farfalla, siamo in poppa piena, dopo ore la Sardegna è sempre là, la vediamo ma sempre lontana, un po’ come le rate del mutuo, le paghi da anni, ma il debito residuo sembra non calare mai. Un bel caffè ci ricorda che la vita ha inesauribili fonti di piacere, anche a chi avanza lento, anche a chi ancora tante rate di mutuo da pagare, non avendo dormito granchè gradisco molto quando Andrea mi passa la tazzina fumante. Avvicinando la mano alla bocca per berlo, mi accorgo che malgrado la doccia emano ancora un deciso odore di pesce, i braccialetti di corda che porto ai polsi si sono impregnati quando ho infilato le mani nelle viscere dei tonni per pulirli. L’omo ha da puzza’, si dice nell’alto Lazio, ma lì di pesce non ne hanno, forse si riferiscono ad altri e più virili profumi, chissà.
 
Alle 2 del pomeriggio siamo al traverso di Capo Carbonara, decidiamo di fermarci per la notte a Villasimius piuttosto che rischiare di arrivare col buio a Cagliari, tanto, come è ormai noto, non abbiamo fretta, domani faremo con calma le ultime 20 miglia. Ci sistemiamo proprio davanti all’avamporto, per sfruttarne il ridosso e scongiurare il pericolo che la leggera ondina di risacca ci faccia rollare togliendoci il sonno. Filiamo 25 metri di catena su poco più di 4 metri di fondale, ci battiamo il cinque come due adolescenti e, dopo un bagno nelle fresche acque sarde, cena e poi a nanna.
 

Cagliari

L’indomani mattina, contrariamente alle previsioni che davano venti leggeri, ci muoviamo alla volta di Cagliari con 25 nodi di levante, perfetto per la nostra rotta, c’è un po’ di onda, un metro circa, Piazza Grande surfa che è una bellezza, superando spesso i 9 nodi, e in sole 3 ore siamo nel capoluogo sardo dove ormeggiamo ai pontili della Lega Navale di cui, da circa 25 anni sono socio. Incontro Nicola, una vecchia conoscenza sui forum di vela, che ha una barca gemella di Piazza Grande, ci scambiamo consigli e riflettiamo sulle differenze che pure hanno due barche teoricamente identiche. Uno dei tanti aspetti interessanti del diporto è che nessuna barca è mai identica all’altra, ciascuno armatore la personalizzerà nel modo a lui più congeniale, più consono alle navigazione che generalmente intraprende. Incontro anche Monica, amica velista che l’estate scorsa ho incrociato a Kalimnos, in Egeo, e con lei tratto  affari: scambio il secondo tonno con due barattoli di marmellata fatta in casa, dopo 4 giorni di pesce cucinato in tutte le salse affondo il cucchiaino nella confettura di more con avido piacere. Poi passeggiata nel centro di Cagliari che è bellissima come la ricordavo, è ben tenuto, peccato solo per le tante automobili che infestano le piazze più antiche e belle malgrado i divieti di sosta. Tutto il mondo è paese… no, tutta l’Italia è paese! Scoviamo un piccolo mercato coperto, facciamo per entrare, un ragazzo inzia a parlarci in inglese per spiegarci cortesemente che è chiuso e che l’indomani potremo gustare assaggi di prodotti tipici. Sembra molto contento di darci indicazioni e per non deluderlo gli rispondo in inglese, solo quando ha finito lo ringrazio e gli faccio i miei complimenti: in italiano. Resta un attimo interdetto, poi capisce il gioco bonario e sorride, alla fine ci salutiamo calorosamente.
 

Tentativo di bottarga

Tento l’esperimento gastronomico del secolo: la bottarga. Ne ho due pezzi molto grandi ricavati dal pescato, si tratta di salarla ed essiccarla, non l’ho mai fatto, cerco su Internet il procedimento, provo a chiedere a qualcuno in banchina visto che la Sardegna è la patria della bottarga, ho indicazioni contrastanti, ma avvio la procedura mettendola sotto sale e cambiandolo frequentemente. Andrea si lamenta dell’odore, mi intima di tenerla fuori per la notte, ma temo che l’umidità notturna possa nuocergli, quindi, la piazzo al riparo dello sprayhood cercando di proteggerla come posso, staremo a vedere. A sera uno stormo di fenicotteri volteggia sulle nostre teste, sul porto, alle spalle della città c’è un grosso stagno che fornisce loro un ottimo habitat, è bello vedere una città, un porto, dove il mare riesce ancora a dare la vita a specie animali diverse dall’uomo, dove scarichi fognari e residui di idrocarburi non hanno ancora assestato il loro colpo mortale.
Un paio di giorni di sosta per sbrigare alcune faccende poi, appena il meteo lo consentirà, muoveremo verso ovest. Questa prima tappa, intanto, è andata: prosit!

La Sicilia, il mondo com'era

Lo respiri nei vicoli, nelle piazze, negli angoli di strada dove le persone camminano, sorridendosi quando si incontrano, scambiandosi una battuta in siciliano per poi riprendere con incedere flemmatico la propria direzione. Lo respiri negli odori forti e naturali, il pesce del mercato antico, lo zolfo delle alghe del porto, un soffritto d’aglio o una frittata che la brezza spande fuori dalla finestra da dove originano, aromi che la metropoli annienta a colpi di esalazioni di idrocarburi ma che qui vivono e prosperano per la gioia dell’olfatto. Lo respiri nelle botteghe artigiane del fabbro, dell’arrotino, del falegname, piccoli artisti di quartiere che la globalizzazione non ha spazzato via con l’invasione di prodotti cinesi non riparabili e dalla vita breve, un miracolo reso possibile da un mercato immobiliare incredibilmente basso. Dietro le loro saracinesche si trova sempre cortesia e disponibilità, a volte una battuta con il garbo consueto dei siciliani.


Lo respiri nei rapporti sociali, nella familiarità che rapidamente si instaura un po’ con tutti, nel reciproco aiutarsi che non è, come potrebbe superficialmente sembrare, il solito favoritismo italico, bensì una genuina benevolenza nei confronti del prossimo. Quando si ha bisogno di qualcosa si trova facilmente qualcuno disposto a dare una mano, non solo in porto dove la solidarietà fra la gente di mare è un fatto abituale; ovviamente bisogna essere pronti a ricambiare con la medesima disponibilità.
 

Magici riflessi al Preveto

La vita qui scorre più lenta e serena, c’è meno affanno, meno ricchezza ma anche meno pressione, un appartamento in affitto costa quando una stanza in una grande città del centro-nord e la differenza non è solo monetaria ma si traduce in minore quantità di lavoro necessario a pagarlo e quindi maggior tempo a disposizione per sè. E anche il lavoro scorre più lento, non per indolenza, che pure nella stagione più calda avrebbe una sua ragion d’essere, bensì perchè le persone non sono strette nella morsa mortale di mutuo e soddisfazione di bisogni spesso indotti. Forse non per merito loro, ma solo in ragione di un’economia che da queste parti non è mai stata florida e che, per assurdo, rende la crisi di questi anni meno aggressiva; non sono fallite aziende perchè non c’erano aziende, tutto scorre più o meno come prima.
Ed ecco che allora lo respiri, dicevo, respiri il sapore di una vita antica che per me, con mezzo secolo di esistenza metropolitana sulle spalle, ha il gusto ritrovato della mia infanzia, quando tutto era meno spasmodico, quando produrre e consumare non erano le uniche attività possibili, quando vedevo gli adulti perdere tempo magari perchè era l’unica cosa che avevano in abbondanza e che di lì a breve avrebbero scambiato con un’auto presa a rate o, peggio, con una villetta squallida in riva al mare dove non sarebbero andati perchè troppo occupati a pagarla.

 

Le antiche barche della tonnara

Siamo in cinque in barca, oltre a me, Roberta e Luciano, con cui ho navigato l’estate scorsa in Egeo, Maria Luisa, amica bolognese e Tiziana, palermitana alla sua prima esperienza di vela. Un equipaggio variegato e per me la novità di avere la barca così piena, di solito navigo con meno persone, ho voglia di provare, non è il massimo della comodità ma nella scelta fra libertà ed amore, come distingueva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, questa volta ho scelto l’amore. Il meteo sembra non assisterci, cielo coperto e vento contrario ma salpiamo comunque alla volta di Favignana. E’ il ponte del 2 giugno, ci siamo tutti, Ivan con Masciò, Luciano con Andante, Thomas con Girodoro, Benedetto con Pilierone, Michele con Okipik, in porto ed in mare è un continuo via vai, saluti e brindisi, cene in barca e fuori, tanta allegria, siamo italiani, il convivio è il nostro pane. In porto c’è il pienone, o meglio, il posto ci sarebbe, ma è tenuto gelosamente in serbo per barche di taglia maggiore di Piazza Grande, prova ne è che Michele, che contatta l’ormeggiatore dopo di noi, riceve una risposta positiva in virtù della sua maggiore lunghezza fuori tutto. Siamo italiani anche in questo, piccole furberie, consuete in tutti i porti dello stivale, isole comprese, poi ci si stupisce che il turismo sia in calo, che gli stranieri navighino altrove. Dal male nasce il bene, diamo àncora al Preveto, su un fondale di posidonia sul quale riusciamo a scovare una chiazza di sabbia che mi farà dormire tranquillo (sulle alghe le ancore non tengono bene). L’atmosfera è da sballo, siamo l’unica barca in un cornice incantanta, chiusi fra l’isola ed uno scoglio, l’acqua immobile, le luci di Trapani in lontananza e come colonna sonora lo stormire incessante di una folta colonia di gabbiani che ha eletto il Preveto a sua dimora.
 

Spostati che sparo!

La mattina si libera un posto in porto e ne approfittiamo per andare a terra, passeggiare per Favignana e discutere sul perchè la chiesa principale sia decentrata rispetto all’asse longitudinale della piazza, contrariamente alle più elementari regole di urbanistica. Non mi credono quando dico che se l’avessero messa nel mezzo si sarebbe trovata lungo il percorso delle palle di cannone sparate verso il mare. Equipaggio di infedeli, osa mettere in dubbio la parola del comandante! Solo quando Google conferma la mia spiegazione, si arrendono all’evidenza; siamo al paradosso, ciò che Internet non dice, non è, non esiste, versione terzo millennio del vecchio l’ha detto la televisione. Visitiamo anche la tonnara, accompagnati da un’ottima guida, una visita che mescola archeologia industriale ed etnografia, di che andare a nozze per i mie gusti. La macchina di cattura ed inscatolamento del tonno era perfetta ed armonica e coinvolgeva l’intera popolazione dell’isola nelle sue diverse fasi, nulla degli enormi pesci veniva buttato via, i tagli più pregiati erano venduti per il consumo alimentare, le interiora e le ossa destinate alla produzione di farine animali. Il rais, che supervisionava e dirigeva la tonnara, era un’autorità non solo in ambito lavorativo, aveva prestigio sociale e la carica si tramandava spesso di padre in figlio, quasi fosse un monarca. Sopra di lui, il divino, nella forma iconica di una croce tempestata di santini fissata alle reti della tonnara per ingraziarsi i favori del cielo. Nei tempi d’oro dalla mattanza si ricavavano circa 10.000 tonni, all’inizio degli anni 2000, al momento della chiusura definitiva, poco più di 1000. Colpa delle tonnare volanti, delle reti a circuizione, dei sonar: enormi navi circondano il branco e lo prelevano interamente, lo estinguono, tutto e subito, ricchezza immediata per pochi e fame per le generazioni future, anzi presenti, siamo già nel futuro da un punto di vista ittiologico; i 10.000 esemplari della tonnara erano viceversa un prelievo sostenibile che sostentava un’isola rinnovandosi di anno in anno. Dopo, solo silenzio nel blu dell’abisso.
 

Mezzo ecologico per le consegne

La sera in porto si alza un bel maestrale, sui 25 nodi, siamo ormeggiati quasi in testa al pontile, abbiamo un piccolo spazio sottovento dove una barca di 43 piedi prova ad infilarsi. Il vento laterale gli abbatte la prua, si traversa, sbatte la poppa procurandosi un graffio, lo skipper demorde e fa per andarsene. La manovra è praticamente impossibile, li chiamo offrendogli un traversino per tenergli la prua finchè non riescano ad afferrare la trappa. Ecco, bravo! è la risposta. Accidenti che arrogante pretesa! Non fare del bene se non sai sopportare l’ingratitudine, ha detto qualcuno, ed io non faccio una piega, li aiuto, arriva un grazie a mezza bocca, recupero la mia cima e tanti saluti. A notte ho l’abitudine di fare un giro di controllo prima di andare a dormire, vado in coperta e scopro un traversino fra loro e noi, posto senza chiederne il permesso e per giunta recuperando la nostra trappa dal pontile. Ecco perchè sentivo degli strappi sul corpo morto! Mi sembra francamente troppo, mi consulto con Maria Luisa, l’unica ancora sveglia e in un attimo liberiamo Piazza Grande dal giogo insostenibile, non può certo reggere una barca più grande di lei. I vicini scortesi scadono un paio di metri sottovento e noi ritroviamo la tranquillità. Buonanotte a tutti, qualche pagina del Gattopardo, odiato ai tempi della scuola, mi concilia piacevolmente il sonno.
 

Gibellina nuova, pare sia arte.

L’indomani con una bella veleggiata rientriamo a Marsala, qualche goccia di pioggia ci accompagna durante la manovra di ormeggio, le cime lasciate sul pontile hanno il sapore di casa, Tiziana rientra a Palermo, con il resto dell’equipaggio ci uniamo agli altri per un ulteriore convivio, con i piedi sotto la tavola siamo ancora italiani. Seguono giorni di lavori a bordo e riposo mentale, aiuto Serena che sta ultimando il suo b&b, ricambiando la cortesia che mi ha più volte offerto, ha un bell’armadio antico da sistemare, il restauro dei mobili è uno dei miei hobby, gli faccio un trattamento antitarlo prima che i simpatici insetti lo tramutino in segatura. Per il resto faccio vita di porto, mi traformo in un nauta piger di oraziana memoria e devo dire che la cosa ha i suoi aspetti positivi. In porto si chiacchiera, si scambiano consigli di navigazione, ci si aiuta per qualche lavoretto a bordo, si divide un caffè o una birra, qualcuno parte, qualcuno arriva e porta racconti di mare nuovi o ne rimpalla di ascoltati altrove, in un passaparola che travalica il mare, arricchendosi di nuovi particolari di volta in volta, trasformando una brezza in burrasca, una burrasca in tempesta, una tempesta in uragano e via dicendo. Una sera a cena con Paolo conosco una coppia di suoi amici, rientrati da poco dal Portogallo attraverso Gibilterra e le Baleari, più o meno la rotta che farò io in senso inverso, li ascolto con attenzione, mi danno indicazioni utili, sia di navigazione che turistiche, pare che valga proprio la pena di andare laggiù.
 

Trionfo del rococò a Mazara del Vallo

L’estate irrompe improvvisa con temperature sui 30 gradi, in una giornata di solleone organizziamo una gita nell’entroterra, verso Salemi, salito agli onori delle cronache perchè Sgarbi vi era stato eletto assessore alla cultura. E’ un paese piuttosto squallido, pochi gli angoli pittoreschi, affogati nel disordine urbanistico e nell’incuria. Facciamo un salto a Mazara, praticamente un pezzo di Tunisia in terra sicula, una casbah bianca dal sapore mediorientale. Poco più su la valle del Belice, tristemente famosa per il terremoto del 1968, ci allunghiamo a Gibellina nuova, un ecomostro praticamente, un paese fantasma edificato nel nulla con uno stile che ricorda il cimitero romano di Prima Porta, in effetti il periodo di costruzione è lo stesso. Qualche chilometro più avanti, con non poca fatica, troviamo i resti di Poggioreale, l’altro paese distrutto dal terremoto. Un’associazione di volontari si occupa di pulirne le strade e limitare, per quanto possibile, ulteriori crolli, piuttosto frequenti dopo più di 40 anni di abbandono. E’ un paese fantasma, case umili e palazzetti decorati appaiono sventrati nelle volte e nelle murature, una costruzione semicircolare rivela un vecchio teatro, alcune finestre squadrate una scuola elementare di epoca fascista. L’atmosfera è spettrale, solo silenzio e dolore, quello di chi ha perso la casa, ha perso tutto. Qua e là alcune suppellettili resistono al tempo, un vecchio giornale dell’epoca, una carrozzina, una valigia di cartone, una scarpa che non è servita a scappare dalla morte. Eppure c’è qualcosa che mi piace, giro lo sguardo in tutte le direzioni, manca lo scempio edilizio, il terremoto ha cristallizzato Poggioreale, il nucleo abitato, piccolo e aggraziato come solo certi borghi italiani sanno essere, non è stritolato fra le squallide e scriteriate costruzioni che hanno devastato l’italia dagli anni ’60 in poi. Qui attorno, solo campagna, dalle finestre dell’ultima casa si vedono i campi, non capannoni industriali e villette a schiera; l’Italia com’era, l’Italia che ogni tanto si ritrova in qualche angolo sperduto dello stivale, l’Italia che aveva quel magico sapore che in Sicilia a volte si torna a respirare nei vicoli, nelle piazze, negli angoli di strada dove le persone camminano, sorridendosi quando si incontrano.

Vena poetica


Tra i soprammobbili ci’ ho ‘n pupazzetto
fatto de legno e sopra verniciato,
co’ ‘na faccia da lupo navigato
e addosso ‘n ber giaccone doppiopetto

blu marinaro, indossato stretto.
In mano ci’ ha ‘na pipa cor trinciato
e ‘na gamba de legno lavorato
contrasta quella co’ lo stivaletto.

Pare ‘n Corto Maltese attempatello,
co’ ‘n po’ de barba bianca qui’ davanti
intonata cor colore der cappello.

Su la faccia pero’ ‘n soriso amaro
dovrebbe fa’ riflette tutti quanti
sur senzo de ‘na vita appresso a ‘n faro.

Prua a ovest

Metti che avevi pensato di andare in Tunisia e poi hai capito che per varie ragioni non era il caso. Metti che allora avevi pensato di tornare in Grecia, ma a conti fatti sarebbe stato un girovagare senza meta. Non che sia brutto girovagare senza meta o che la Grecia non valga un terzo anno consecutivo (questo sarebbe nel mio caso), ma qualcosa dentro di me diceva che non era quello che volevo veramente. Metti che allora ti siedi a riflettere e capisci che la rotta va cercata innanzitutto dentro di sè, nei nostri desideri interiori e nella ricerca del loro appagamento. E’ emozione quello che cerco per mare, conoscere e conoscermi meglio, perchè per mare navigo soprattutto dentro me stesso. Ho fatto un giro di qualche giorno alle Egadi e ho chiesto a Piazza Grande: te la senti di andare a Lisbona, provare ad affrontare l’oceano? Le ho sciolto le briglie, il suo andare sicuro è stata la sua silenziosa risposta; tra poco partiremo insieme, oltre le Colonne d’Ercole.
Qui qualche dettaglio: http://piazzagrandevela.blogspot.it/p/rotta-2014.html

Ritrovarsi alle Egadi


Il lato sud del porto di Marsala è costeggiato da vecchi magazzini, alcuni ancora in uso per lo stoccaggio dei vini pregiati che si producono nella zona. C’è un atmosfera di incuria, di decadenza, marciapiedi sconnessi, muri scrostati dall’azione incessante del vento, camminando nelle vie traverse si respira un’aria di periferia urbana, poche le auto in sosta, alcune probabilmente da chissà quando. A bordo di una di queste una coppia: lei molto giovane al sedile di guida, lui, meno giovane, sul lato passeggero, stanno discutendo piuttosto animatamente, colgo involontariamente qualche parola che lascia trapelare un alterco amoroso, mentre gli passo accanto noto il cartello Scuola Guida. L’allieva ed il maestro, probabilmente, appartati durante una lezione, nascosti a sguardi indiscreti. Lei mette in moto, esce dal parcheggio, lui alterna parole di risentimento ad indicazioni sulla manovra. Sembra una scena di Camilleri, un perfetto set per Montalbano che il caso ha voluto che cogliessi per un istante.
 

Pescatori a Marettimo

Eccomi di nuovo qui dopo una breve parentesi romana, Piazza Grande mi attende al pontile, apro il tambuccio e respiro aria di casa, sistemo le mie cose, la spesa, mi godo la bella sensazione, quella di abitare in barca, una sensazione diversa da quella di andarci in giro, quando sei a casa tua sono tue anche le cose attorno ad essa: il panorama, le persone che vedi abitualmente, quelle che ti salutano con un sorriso e con cui volentieri prendi un caffè la mattina. Tra questi sicuramente Ivo, simpatico pensionato varesino, gentile e cordiale come pochi, anche lui è tornato in acqua, anche lui, come me, ancora alle prese con i lavori di manutenzione. Già, la lista è lunga, e malgrado abbia spuntato molte voci, anche pesanti, è sempre lontana da finire, ma le barche, si sa, sono cantieri sempre aperti, destinati a non esaurirsi mai. Per 3 o 4  giorni continuo a pulire, tiro a lucido la coperta, poi riarmo tutte le drizze e le vele, riposte via per l’inverno in modo che durino più a lungo, riparo qualche piccola cosetta che si era rotta, la doccetta di poppa ad esempio, monto due belle batterie nuove per i servizi, sperando che finalmente siano finite le mie pene elettriche (chi mi segue, forse ricorda il problema con le batterie comprate in Grecia), faccio tante altre cose, così tante da non averne più memoria. Sono stanco? No… di più! La sera ricarico le mie di batterie con un bel tegame di peperoni e patate, uno dei piatti forti a bordo di Piazza Grande.
 

Piazza Grande e Gioconda in banchina a Marettimo

Poi, finalmente, arriva il grande giorno, ci sono ancora diversi lavoretti da fare, ma si tratta di piccole cose, per lo più estetiche, la funzionalità è stata ripristinata completamente, c’è solo da uscire per verificare in mare che sia tutto a posto, che abbia rimontato tutto come si deve. Avverto gli ormeggiatori che esco per un giro di prova e che il giro potrebbe durare qualche giorno. Ho vento in prua all’ormeggio, mollo le cime di poppa, poi vado a prua a liberare il corpo morto e rapidamente torno a poppa per mettermi al timone. Che sensazione di leggera follia, sta colorando l’anima mia… di nuovo percepisco Piazza Grande attraverso le mie mani, attraverso la ruota della timoneria, lei pulsa, io la governo. Saluto Ivo all’ormeggio che mi chiede di portargli un paio di jeans nel caso andassi di nuovo a Istanbul a fare shopping, poi rapidamente esco dal porto, faccio qualche controllo ed infine, con goduria, alzo le vele e mi dirigo su Favignana, con vento moderato da nordovest. Era ora! Faccio qualche bordo poi a sera do fondo a Lido Burrone, piacevolmente deserto per la stagione non ancora iniziata. La mattina, dopo una bella dormita, mi metto in rotta per Marettimo, dove raggiungo Davide che ha a bordo alcuni amici comuni. Straordinariamente troviamo posto in banchina, previo contatto con la Capitaneria locale, a patto di liberarla l’indomani prima dell’arrivo del traghetto.
 

Un varo d’altri tempi

Siamo ormeggiati affiancati, mi invitano per pranzo, prendo una bottiglia di prosecco dal mio frigo a salto a bordo da loro. Pranzetto tutti insieme, poi una passeggiata sull’isola con Maria Luisa e Dianella. Che strano effetto calpestare questo suolo dopo tanti anni, perdersi nei vicoletti deserti del piccolissimo nucleo abitato. La mia prima volta alle Egadi risale al 1988, ci arrivai con un paio di amici pescatori subacquei, il parco non era stato ancora istituito, ma, per fortuna della fauna ittica locale, non eravamo ancora bravi. Mi sembrò di aver trovato il paradiso, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, impossibile non fare qualche confronto, impossibile non avere qualche pensiero e qualche rimpianto su come sia cambiato il nostro paese, i posti di mare, anche quelli, come Marettimo, non completamente snaturati dal turismo di massa. Sopravvivono alcuni gozzi colorati, forse qualcuno riconvertito dalla pesca alle gite turistiche, assisto alla scena rara di uno di essi varato con un paranco a mano (neppure un argano!) ed i ciocchi di legno sotto la chiglia, una scena che nella mia infanzia, fine anni ’60, primi ’70, era assolutamente ordinaria. Dietro, una piccola gru riposa in attesa di varare con la forza meccanica le tante barchette da diporto che per due mesi infesteranno il mare circostante sciamando come api, con il ronzio fastidioso dei loro fuoribordo. Un bar sul molo spara la sua musica ad un volume da discoteca, ma in un piccolo magazzino sul porto, un gruppo di anziani attorniato da qualche ragazzino sta giocando a carte fra le reti da pesca e le nasse riposte al coperto. Contrasto di un microcosmo, paradigma di un’epoca che si è chiusa insieme al suo secolo ed i cui ultimi brandelli sopravvivono in luoghi come questo ma che probabilmente si esauriranno a breve lasciando come unica traccia un immagine un po’ sfocata nella mente delle persone o tutt’al più una vecchia foto un po’ ingiallita.
 

Briscola fra le reti

La mattina, prima che il traghetto ci faccia sloggiare, faccio in tempo a mangiare un cannolo niente male e intanto osservo il passeggio sulla piccolissima piazzetta davanti al bar. E’ la tipica atmosfera delle isolette con poco turismo, la conosco bene, l’estate scorsa in Turchia e Grecia ne ho fatto una scorpacciata, chissà fra un mese, in piena stagione, come sarà, chissà cosa è rimasto del sapore che colsi 25 anni fa e che quasi mi invogliò, giovane e facile all’innamoramento, a restarci a vivere. Chissà pure se avrei retto ad una vita che per 10 mesi l’anno scorre per buona parte nella sola attesa della stagione a venire. Guardo una piccola targa di marmo che ricorda una pesca miracolosa del 1870, poi, avendo smesso da tempo di credere ai miracoli, torno a bordo, recupero le cime messe a doppino e lascio l’isola. Fuori appena una bava di vento, ma non ho fretta, metto a segno le vele per dirigere su Levanzo dove mi unirò di nuovo a Davide & Co. Viaggio a circa 3 nodi, poco più che una camminata di buon passo, una velocità ridicola in una metropoli convulsa, una velocità umana, tranquilla, andando per mare. Una delle cose belle della vela è che ci restituisce i ritmi naturali dell’esistenza, si tarano i propri programmi sul vento, sulla luce del sole, si asseconda la notte con il proprio riposo. Per un lungo tratto Piazza Grande e Gioconda, la barca di Davide, navigano affiancate, poi loro decidono di fare ultime miglia a motore per andare a mangiare a Cala Fredda, io preferisco continuare così e godermi la giornata praticamente estiva, effettuando il periplo dell’isola, bella e selvaggia, dimora di gabbiani che incessantemente garriscono sotto il sole a picco.
 

Una pescata memorabile

La sera ci spostiamo di nuovo a Favignana, contrariamente alle previsioni che davano vento da sudest, soffia da nordovest, giriamo un po’ per trovare un ridosso adeguato, infine, all’imbrunire, caliamo l’ancora a Punta Fanfalo. Mi invitano di nuovo a cena, mi vengono anche a prendere col tender, come posso rifiutare! Di nuovo una bella serata in compagnia, Diana ha preparato un discreto intruglio a base di polpo, seppia ed altri ingredienti segreti che la riduzione ai minimi termini non rende identificabili, ma è buono e lo mangiamo volentieri. Poi, per digerire, il sifone, un liquore che il padre di Davide prepara e pazientemente lascia invecchiare per anni. Ancora qualche chiacchiera piacevole, poi torno a bordo e crollo in cuccetta, il sifone, incontrandosi col vino lungo l’apparato digerente, non mi ingenera un sonno ristoratore, al risveglio mattutino mi sento piuttosto cotto. Il cielo è coperto, ciondolo un po’ in coperta, finisco di leggere A occhi chiusi, un libro di un autore toscano di primissimo ‘900 in cui trovo alcuni spunti di attualità, faccio un paio di caffè per recuperare lucidità, guardo il panorama. Quando a metà mattinata il cielo si apre, il libro si chiude, recupero l’ancora, alzo le vele e metto la prua su Marsala.
 

In navigazione con Gioconda

L’aria è frizzantina, mi godo la navigazione, stringo al massimo la bolina, oltre la rotta diretta, in modo da poter poggiare se il vento dovesse girare sfavorevolmente, cosa che invece non accade. Piazza Grande trova subito il suo passo, ne sento il respiro, ne colgo ogni rumore e vibrazione, sono bastati 3 giorni per ritovarci, lei ed io, e per ritrovare insieme il mare; questa breve crociera doveva essere un test e direi che è andato a meraviglia per entrambi. Tremo al pensiero che in un momento di sconforto invernale ho temuto di doverla vendere, ormai è parte di me, darla via vorrebbe dire non morire ma vivere menomato sicuramente. L’ormeggiatore mi passa cortese le cime dal pontile, do volta sulle gallocce, poi spengo il motore e apro una birra, sono felice.
 
Sì, sono felice, anche di stare qui a Marsala, ci sto veramente bene, mi piace il porto, mi piace la città, ma soprattutto mi piacciono le persone, sempre cortesi, mai arroganti, solo al volante di un auto tutti paiono trasformati e l’incauto pedone, anche sulle strisce, sarà quasi sempre un ostacolo fastidioso, poco più di un insetto da schiacciare distrattamente. Il parabrezza sembra formare una barriera insormontabile, ma basta stabilire un minimo di contatto diretto, uno sguardo, una parola, ed ecco che il distacco lascia spazio ad una cordialità non facile da trovare altrove.
 

Indovina chi viene a cena…

Maria Luisa, Elisa e Paolo tornano a casa, la sera dopo invito a cena Diana, Dianella e Davide, peperoni e patate anche per loro, abbondano dolci e liquori sul finale, forse un po’ troppi entrambi, ma la convivialità ne favorisce il consumo. Già, non solo i marsalesi doc, anche gli stranieri che passano di qui sono belle persone, un paio di settimane fa ho conosciuto Milva e Roberto a bordo del loro Show 38, poi Max e Alessandra sul loro Beneteau 50, e poi tanti altri che vanno e vengono a bordo delle loro amanti di vetroresina. Incontro anche Serena, che sta aprendo un bel b&b proprio in centro, si è trasferita qui da Roma, cambiando vita e mestiere, con un coraggio ed una determinazione veramente ammirevoli. Visito il suo Palazzo Scalilla, un imponente scalone accoglie gli ospiti all’ingresso, le stanze, in via di ultimazione, sembrano destinate a mantenere una leggera patina di nobilità. Sì, a Marsala si sta decisamente bene!
 
Un pomeriggio mi decido finalmente a tagliare la bobina di cavo da 18 mm che mi porto appresso intonsa da due anni, ne faccio due lunghe cime da ormeggio e due pezzi che, impiombati con una redancia, andranno con le molle d’acciaio che ho preso per eliminare i copertoni che non posso davvero portarmi in giro quando partirò di qui, tra non molto, credo. Davanti agli occhi ho il software di navigazione aperto, guardo la rotta che ho tracciato, una rotta di massima, ancora da affinare, una rotta che guarda lontano, molto lontano. Piazza Grande è pronta e anch’io lo sono.

Jezabel – Irène Némirovsky

Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da se stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell’età come rifiuto di sé, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Némirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.

Il fascino come arma e l’omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt’altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.

Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l’attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.

Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.