Sardegna selvaggia ed armata


Il sole è ancora alto al tardo pomeriggio, quando riverso gli spaghetti dalla pentola alla padella dove ho soffritto la bottarga autoprodotta con le uova dei tonni pescati nei giorni scorsi, per finire di cuocerli nella gustosa cremina che l’amido di cottura della pasta produce. A pranzo abbiamo sgranocchiato patatine e taralli, avere appetito a quest’ora più che normale è fisiologico. Piazza Grande brandeggia dolcemente, saldamente aggrappata al generoso calumo che ho calato per garantirci un sereno ancoraggio, muovendosi alternativamente a destra e sinistra e lasciando scorrere dagli oblò sulle murate il panorama, scoprendo e coprendo la barca francese che insieme a noi divide la splendida baia di Cala Zafferano, in prossimità di Capo Teulada.

 
L’equipaggio, una coppia piuttosto giovane, sta rientrando a bordo con un dinghy a vela dalla spiaggia deserta dove ha portato il loro cagnolino a fare  i propri bisogni; tolti loro e noi, nessun altro a godere, alla luce degli ultimi raggi di sole, di questa cornice meravigliosa. Mentre consumiamo la nostra cena, dagli altoparlanti della nostra radio si diffonde sommessamente Across the universe dei Beatles e penso che la mia dimensione è questa, nel mare, nella natura, nell’universo, penso che la vita non è lavorare per pagare le rate dell’auto per andare a lavorare, che l’uomo ha bisogno di spazi più ampi di un monolocale di città, che la vita non è stare in coda mattina e sera sulla tangenziale e che il giusto riconoscimento per 40 anni di lavoro non è una panchina su uno spartitraffico, pomposamente chiamata parco pubblico dall’amministrazione comunale, dove vomitare la propria mestizia esistenziale su altrettanto tristi omologhi.

 

Capo Teulada dal mare
Esco in pozzetto con la macchina fotografica, voglio cogliere con l’obiettivo gli ultimi raggi di sole che colpiscono la baia, scatto qualche foto, poi mi prende come un raptus: a mani nude mi arrampico sull’albero fino alla prima crocetta, due balzi e sono là sopra, ritto in piedi a 4 metri di altezza scruto la coperta, chiamo Andrea, ha un sussulto quando si accorge che sono sopra la sua testa, poi scoppia a ridere, rido anch’io, siamo contenti, ce lo diciamo, come si fa a non essere felici in un posto così. Attento che cadi e ti rompi la testa, direbbe mia madre, tutte le madri lo dicono, instillandoci l’ansia di preservarci dal pericolo, ma il pericolo è ovunque, si annida negli angoli di casa e a forza di temere che la vita finisca si finisce per non farla cominciare mai. Mi tengo all’albero con una mano, il vento mi sferza il viso portandomi odore resinoso di macchia mediterranea, il sole mi abbacina mentre il mare lo riflette rilucendo, guardo lontano, lungo la linea dell’orizzonte una piccola vela avanza sicura, altri che hanno capito.

 


Free climbing
Siamo arrivati a Capo Teulada un po’ per caso; partiti da Cagliari quasi in assenza di vento, dopo un po’ abbiamo trovato un inaspettato vento contrario che rapidamente è salito intorno ai 25 nodi alzando conseguentemente un metro abbondante d’onda. Bordeggiare contro il mare è una fatica improba, un vecchio detto dice che la bolina è riservata ai regatanti e ai cretini, non appartenendo alla prima categoria, dopo un paio d’ore passate a cercare di risalire il vento abbiamo dubitato di appartenere alla seconda e abbiamo pensato bene di fermarci nel primo posto possibile, ovvero la profonda cala a nord di Capo Malfatano. Siamo a circa 3 miglia di distanza, ammainiamo tutte le vele e procediamo a motore con una velocità al GPS di circa 3 nodi, preferendo un’ora contro il mare ad una sequela di virate strettissime nel tentativo di non scadere al vento ad ogni cambio di mure.

 

Caronte e il cane
Scendendo sottocoperta noto alcune goccie d’acqua su una paratia in corrispondenza dell’albero. Apro la porta del bagno e, orrore, piove acqua dal cieletto! Non avendo Piazza Grande l’albero passante bensì poggiato in coperta è impossibile un’infiltrazione dalla scassa, anzi, proprio in virtù dell’albero non passante, la coperta deve essere a tenuta stagna. In un attimo parte il film horror nella mia testa: non può essere altro che un’infiltrazione sotto il tek della tuga, la quale avrà di certo il sandwich completamente marcio per fare acqua in questo modo, l’albero stesso è a rischio di caduta, dovremmo rientrare a Cagliari, anzi a Marsala, no direttamente a Roma per rifare completamente la coperta, a dir poco 10mila euro anche facendolo da me, soldi che non ho, quindi tanto vale affondare qui, ora, Piazza Grande ti ho voluto bene, moriremo insieme, peccato solo per Andrea, anima innocente…

  

Ghiottonerie a bordo
Appena ridossati da Capo Malfatano, diamo ancora e parte lo smontaggio del cieletto per indagare la terribile malattia, sono medico e paziente allo stesso tempo, affondo il cacciavite nelle mie stesse carni ed il patofobico che vive in me è già pronto ad affondarlo in una cancrena putrescente. Via le cornicette di legno, via un piccolo oblò sulla tuga, via il cieletto con conseguente pioggia di gommapiuma polverizzata dagli anni ed ecco la vetroresina nuda davanti ai miei occhi. Scruto, passo la mano, è un po’ bagnato ma non troppo, non noto comunque segni di marciume e questo è già un buon segno, il core del sandwhich, un multistrato di legno di un paio di centimetri è come nuovo. Vado in coperta, prendo un secchio d’acqua di mare e ne verso un po’ attorno alla mastra dell’albero, poi torno di sotto e, orrore, gronda giù: avevo ragione, l’albero sta cedendo! Poi mi si accende una lucina in testa, vedo un buchino, piccolo, dove passano i cavi della stazione del vento di testa d’albero, infilo il dito, è bagnato, ci ficco dentro un pezzo di carta assorbente e la ritiro zuppa. Vuoi vedere che… éureka! Lo spinotto in coperta ha il dentino di ritenuta rotto, è tenuto fermo da qualche giro di nastro autoagglomerante, evidentemente è giunto il momento di sostituirlo, Andrea si occupa dell’operazione mentre io faticosamente rimonto tutto l’ambaradam del bagno, non prima di aver testato la perfetta tenuta della nuova nastratura. All’s well that ends well, una lavata al bagno, che sembra aver subito un bombardamento, una lavata al capitano medico, non meno sudicio, ed infine una meritata birra gelata a festeggiare lo scampato pericolo, Piazza Grande continua a navigare!
 

Acqua cristallina

Capo Teulada, oltre che per la sua incredibile bellezza, è famoso per essere una delle più importanti servitù militari italiane, credo sia addirittura il più esteso poligono militare europeo, qui vengono testate le nuove armi, spesso sotto segretezza assoluta, si vocifera di militari morti dopo aver raccolto i resti degli spari, evidentemente contaminati da materiali pericolosi. Non sono un pacifista idealista, credo nella risoluzione pacifica delle controversie internazionali ma credo anche che uno stato nazionale debba aver un suo esercito con scopi difensivi, ciò che appunto prevede la nostra carta costituzionale, e che l’illusione di vivere senza esercito sia appunto una pia illusione. Ciò premesso, ritengo pure che il diritto alla salute dei cittadini sia prioritario, l’esercito deve difendere i vivi, difendere i morti non ha senso. Gli abitanti della zona chiedono da tempo, inascoltati, la chiusura del poligono e la restituzione, dopo 60 anni, di questa vasta fetta di territorio sardo alla comunità, ma al momento non se ne parla neppure, anzi pare che l’esercito stia approntando un ampliamento della base. Nel frattempo, ogni tanto piovono colpi di cannone, la Guardia Costiera emette l’ordinanza che vieta l’avvicinamento al promontorio, molti proiettili inesplosi restano dietro le dune della spiaggia, protetti, si fa per dire, da numerosi cartelli che intimano di non oltrepassare il bagnasciuga, e tutto intorno l’incidenza di malattie tumorali fra esseri umani e animali è più alta che nel resto della Sardegna. No, forse no, forse a Quirra, sul versante sud-est dell’isola è ancora peggio, pare che lì abbiano testato i proiettili all’uranio impoverito che sono stati sparati in Serbia dalla NATO, i pastori parlano di greggi deformi, le statistiche di tumori infantili, le persone, invece, parlano della morte che incombe su di loro.
 

Lo spinotto incriminato

Da quando stiamo qui a Capo Teulada, siamo in black-out comunicazionale, niente segnale telefonico, niente Internet, siamo tagliati fuori dal mondo ma soprattutto da seccature varie, l’assenza di contaminazioni emozionali esterne amplifica la magia di questo posto. Non si interrompe un’emozione, era lo slogan con cui molti artisti di cinema, fra cui Fellini e Benigni, alla fine degli anni ’70 tentarono di contrastare l’inondazione di pubblicità nelle proiezioni televisive dei loro film. La pubblicità è spesso sgradevole, per quanto innegabilmente necessaria, interrompe appunto l’emozione che il regista ha costruito secondo dei ritmi che se alterati sconvolgono irrimediabilmente il patos che egli perseguiva nello spettatore. I telefonini, e peggio che mai gli smartphone, ci rendono connessi e reperibili 24 ore al giorno, la cosa ha i suoi indubbi vantaggi, ma i continui squilli, i bip dei messaggini, la voglia di dare un’occhiata a Facebook o alle ultime notizie (che poi in Italia da decenni non succede granchè di interessante) sono elementi continui di disturbo come la pubblicità, ci impediscono di andare a fondo ad un’emozione perchè la interrompono continuamente spostando la nostra attenzione verso un altrove spazio-temporale che non appartiene al nostro presente contingente e condannandoci di fatto alla superficialità emotiva. Oggi abbiamo gustato l’ancoraggio stupendo, il tramonto nel silenzio, abbiamo chiacchierato a lungo, abbiamo cucinato, abbiamo letto, abbiamo scritto e dopo cena ci siamo anche visti un film, senza interruzioni, pubblicitare o telefoniche. Il mondo, credo, è sopravvissuto tranquillamente a queste 24 ore senza di noi e noi, del resto, non abbiamo sentito la sua mancanza. Che poi, è bastato scapolare il promontorio per riavere 5 tacche al telefonino, averlo saputo prima!

Slow sailing nel Canale di Sardegna


L’acciaista assesta gli ultimi colpi al rollbar che ho deciso di regalare a Piazza Grande, di corsa faccio i collegamenti elettrici dei due pannelli solari che mi garantiranno serenità energetica, faccio un giro sui pontili per salutare i tanti amici che ho trovato a Marsala  recupero i molloni che mi hanno assicurato un ormeggio elastico durante questi mesi e alle 13.40 di venerdì 20 giugno, molliamo finalmente le cime da questo porto che con tanto calore umano mi ha accolto ad ottobre scorso.


Essendo il vento favorevole
, ha scritto Joshua Slocum alla fine dell’800 salpando da Boston a bordo dello Spray; noi invece abbiamo una leggera brezza proprio sulla prua, ma si sapeva che le prime miglia sarebbero state di bolina, domani, pur restando leggero, dovrebbe girare in senso antioriario. Sono con Andrea, il caro amico che ha già navigato con me da Patrasso a Palermo l’anno scorso, siamo un equipaggio collaudato, navigo con piacere con lui, è serio ed affidabile, i miei turni di riposo notturno saranno quindi sereni. Col vento leggero di prua, però, non si va veloci, alle 9 di sera siamo ancora al traverso di Marettimo, abbiamo fatto praticamente 20 miglia in 7 ore, una VMG, velocità di avanzamento verso l’obiettivo, di neanche 3 nodi. Abbiamo fretta? No, sarà una traversata slow, molto slow! Il nostro obiettivo è Cagliari, prima tappa di un lungo viaggio che mi porterà oltre le Colonne d’Ercole per un primo assaggio di oceano per barca e capitano. Dopo cena il vento molla completamente e siamo costretti ad accendere il motore: 1800 giri, neanche 5 nodi di velocità, segno che abbiamo una leggera corrente contraria, ma in questo modo consumiamo poco più di un litro e mezzo l’ora, quindi alla via così! Nel frattempo scopro che l’AIS, lo strumento che serve a controllare il traffico delle grandi navi attorno a sè, non funziona. In questo mare non è un problema, ma per passare lo Stretto di Gibilterra è quasi indispensabile, per fortuna ci sono settimane di tempo per capire cos’ha che non va, fino a ieri funzionava perfettamente.
 

Pesce grande mangia pesce piccolo

Alle 2 di notte, quando è il mio turno di guardia, scopro un’altra terribile avaria, se così si può definire: Windows 8 non ha il solitario! Non sto qui a tediarvi, da ex informatico, sulle tante assurdità dell’ultimo sistema operativo della Microsoft, ma questa di togliere il solitario le batte tutte: perché? Perché hanno scelto di privare il navigante notturno di un compagno fedele di tante ore passate al tavolo da carteggio? Come se non bastasse, il PC crasha continuamente, non l’aveva mai fatto, è nuovo, proprio oggi doveva cominciare a fare i capricci? Di Venere e di Marte non si sposa nè si parte… che abbia incautamente sfidato la sorte? Ne approfitto per cercare di far rifunzionare l’AIS, ma i continui crash del sistema mi fanno desistere, esco in pozzetto, la coperta è piuttosto asciutta, l’aria è secca, il cielo è pieno di stelle come solo in mare capita di vedere, la luna rischiara appena la notte, mi basta un istante per capire che è per questo che navigo e che non baratterei mai le stelle e la luna con un PC ed un AIS funzionanti.
 
Verso le 4 e mezzo i primi bagliori dell’alba, la prima delle tante albe che vedrò, me la gusto tutta, il sole inizia a rosseggiare, l’aria si scalda e verso le 8 arriva pure il vento previsto: spengo il motore, avanziamo a circa 4 nodi al lasco, perfetto, ne approfitto per calare la traina, mi aspetto grandi cose da questa navigazione. Neanche un’ora ed il mulinello prende a frullare all’impazzata, molliamo le vele ma siamo al lasco, la spinta del vento sull’attrezzatura ci fa comunque avanzare a più di un nodo, troppo per il pesce che ha abboccato, evidentemente di taglia considerevole. Accendo il motore e metto la retromarcia al minimo per fermare la barca, recuperando la lenza metro per metro con parecchia fatica, ogni tanto, per paura che si strappi, ne mollo un po’, la canna è tutta piegata all’ingiù, meglio essere cauti. Dopo più di 20 minuti di tira e molla, una sagoma argentata appare sotto la poppa, è un bel tonno, Andrea è pronto ad afferrarlo con il raffio, di usare il retino non se ne parla proprio vista la taglia del pesce, e con uno slancio lo tira a bordo. Lo finisco rapidamente con il coltello, lo appendo al dinamometro che dice 9,5 kg, niente male, poi lo sfiletto e in men che non si dica finisce in frigo. 1 a 0, palla al centro!
 

Farfallina, bella e bianca…

Nel frattempo il vento è calato drasticamente, le vele quasi non portano, decido di chiudere la randa per evitare che sbatta inutilmente, è nuova, appena rifatta, vorrei farla durare, magari 20 anni come è durata l’altra prima di lei. Via anche il genova e su il gennaker, più leggero ed abbondate, porta bene anche se a stento superiamo i 2 nodi di velocità. Abbiamo fretta? No, ve l’ho detto, non ne abbiamo. Non voglio più avere fretta in vita mia, ha scritto Moitessier, non capire questo significa non capire il senso dell’andare a vela, una dimensione dove orari e distanze non hanno il rapporto incontrovertibile di un percorso autostradale; la formuletta che si studia al liceo, tempo uguale spazio diviso velocità, qui non conta, qui conta solo il vento, il mare ed il piacere di esserci, più a lungo possibile se la navigazione è tranquilla come nel nostro caso. Festeggiamo la cattura con patatine birra gelata, siano benedetti i pannelli solari, ogni tanto controllo la carica, erogano circa 10 Ampere con punte di quasi 13, un’enormità, la spesa per montarli sarà ripagata dal risparmio di gasolio per far andare il motore per la ricarica delle batterie, senza contare l’usura di quest’ultimo, altra voce di spesa non indifferente. Il vento continua ad essere pochissimo ma noi lenti ed inesorabili avanziamo verso la nostra meta.
 

Doccia d’alto mare

Alle 5 del pomeriggio di nuovo il mulinello della traina prende a frullare, di nuovo fermiamo la barca, di nuovo lentamente recupero la lenza, di nuovo Andrea assesta un colpo di raffio preciso e di nuovo un ospite pinnuto sale a bordo. Sono 7 kg questa volta, lo eviscero rapidamente e lo appendo sullo specchio di poppa per far colare bene il sangue. Avremo una dieta piuttosto monotona nei prossimi giorni! Al momento di rimettere in rotta Piazza Grande avverto qualcosa che non va, una forte vibrazione che aumenta dando gas al motore, di solito è sintomo che l’elica ha preso qualcosa, ma avendo fatto riparare da poco l’invertitore, non vorrei fosse questo ad avere problemi. Infilo la muta, filo una lunga cima a poppa a cui ho legato un parabordo, servirà nel malaugurato caso che la corrente dovesse allontanarmi dalla barca, ne filo un’altra da prua a cui tenermi quindi entro in acqua do un occhiata tutt’attorno, non si sa mai che la scia di sangue del tonno abbia richiamato qualche predatore d’alto mare di grossa taglia, di quelli che Spielberg ci gira il film con le mascelle spalancate sulla locandina. Infilo la testa sotto e vedo una grossa busta telata che ricopre completamente l’elica. Preparo il coltello, convinto di dover faticare per liberarla, invece  basta afferrarla per tirarla via, meglio così, salgo a bordo, recupero le cime e, già che ci sono, mi faccio una bella doccia a poppa che mi da un piacevole senso di freschezza.
  

Navigazione allegrotta tra Villasimius e Cagliari

A cena preparo un bel cous-cous con melanzane e, ovviamente, tonno. Ho deciso che il cous-cous sarà un piatto frequente quest’anno, ha tutte le qualità per essere un alimento ideale a bordo: è saporito, è nutriente, cuoce in 5 minuti, può essere, come la pasta, condito in mille modi ma, se ne avanza, il giorno dopo è ancora buono, mentre la pasta scuoce e diventa immangiabile. Inoltre, fatto non trascurabile, ha bisogno di pochissima acqua per cuocere, non dimentichiamo che a bordo l’acqua è un bene prezioso. Ci prepariamo per la seconda notte, Andrea fa il primo turno di riposo, quando a mezzanotte faccio il punto nave misuro che nelle 24 ore abbiamo percorso 80 miglia, veramente poche, ma vista la tranquillità della navigazione è come stare in casa. All’alba avvistiamo Capo Carbonara, l’AIS riprende miracolosamente a funzionare, ma il PC continua a crashare frequentemente, lo spengo e tanti saluti, tanto non c’è neppure il solitario, maledetto Windows 8! Avanziamo a poco più di 2 nodi, con genova e gennaker a farfalla, siamo in poppa piena, dopo ore la Sardegna è sempre là, la vediamo ma sempre lontana, un po’ come le rate del mutuo, le paghi da anni, ma il debito residuo sembra non calare mai. Un bel caffè ci ricorda che la vita ha inesauribili fonti di piacere, anche a chi avanza lento, anche a chi ancora tante rate di mutuo da pagare, non avendo dormito granchè gradisco molto quando Andrea mi passa la tazzina fumante. Avvicinando la mano alla bocca per berlo, mi accorgo che malgrado la doccia emano ancora un deciso odore di pesce, i braccialetti di corda che porto ai polsi si sono impregnati quando ho infilato le mani nelle viscere dei tonni per pulirli. L’omo ha da puzza’, si dice nell’alto Lazio, ma lì di pesce non ne hanno, forse si riferiscono ad altri e più virili profumi, chissà.
 
Alle 2 del pomeriggio siamo al traverso di Capo Carbonara, decidiamo di fermarci per la notte a Villasimius piuttosto che rischiare di arrivare col buio a Cagliari, tanto, come è ormai noto, non abbiamo fretta, domani faremo con calma le ultime 20 miglia. Ci sistemiamo proprio davanti all’avamporto, per sfruttarne il ridosso e scongiurare il pericolo che la leggera ondina di risacca ci faccia rollare togliendoci il sonno. Filiamo 25 metri di catena su poco più di 4 metri di fondale, ci battiamo il cinque come due adolescenti e, dopo un bagno nelle fresche acque sarde, cena e poi a nanna.
 

Cagliari

L’indomani mattina, contrariamente alle previsioni che davano venti leggeri, ci muoviamo alla volta di Cagliari con 25 nodi di levante, perfetto per la nostra rotta, c’è un po’ di onda, un metro circa, Piazza Grande surfa che è una bellezza, superando spesso i 9 nodi, e in sole 3 ore siamo nel capoluogo sardo dove ormeggiamo ai pontili della Lega Navale di cui, da circa 25 anni sono socio. Incontro Nicola, una vecchia conoscenza sui forum di vela, che ha una barca gemella di Piazza Grande, ci scambiamo consigli e riflettiamo sulle differenze che pure hanno due barche teoricamente identiche. Uno dei tanti aspetti interessanti del diporto è che nessuna barca è mai identica all’altra, ciascuno armatore la personalizzerà nel modo a lui più congeniale, più consono alle navigazione che generalmente intraprende. Incontro anche Monica, amica velista che l’estate scorsa ho incrociato a Kalimnos, in Egeo, e con lei tratto  affari: scambio il secondo tonno con due barattoli di marmellata fatta in casa, dopo 4 giorni di pesce cucinato in tutte le salse affondo il cucchiaino nella confettura di more con avido piacere. Poi passeggiata nel centro di Cagliari che è bellissima come la ricordavo, è ben tenuto, peccato solo per le tante automobili che infestano le piazze più antiche e belle malgrado i divieti di sosta. Tutto il mondo è paese… no, tutta l’Italia è paese! Scoviamo un piccolo mercato coperto, facciamo per entrare, un ragazzo inzia a parlarci in inglese per spiegarci cortesemente che è chiuso e che l’indomani potremo gustare assaggi di prodotti tipici. Sembra molto contento di darci indicazioni e per non deluderlo gli rispondo in inglese, solo quando ha finito lo ringrazio e gli faccio i miei complimenti: in italiano. Resta un attimo interdetto, poi capisce il gioco bonario e sorride, alla fine ci salutiamo calorosamente.
 

Tentativo di bottarga

Tento l’esperimento gastronomico del secolo: la bottarga. Ne ho due pezzi molto grandi ricavati dal pescato, si tratta di salarla ed essiccarla, non l’ho mai fatto, cerco su Internet il procedimento, provo a chiedere a qualcuno in banchina visto che la Sardegna è la patria della bottarga, ho indicazioni contrastanti, ma avvio la procedura mettendola sotto sale e cambiandolo frequentemente. Andrea si lamenta dell’odore, mi intima di tenerla fuori per la notte, ma temo che l’umidità notturna possa nuocergli, quindi, la piazzo al riparo dello sprayhood cercando di proteggerla come posso, staremo a vedere. A sera uno stormo di fenicotteri volteggia sulle nostre teste, sul porto, alle spalle della città c’è un grosso stagno che fornisce loro un ottimo habitat, è bello vedere una città, un porto, dove il mare riesce ancora a dare la vita a specie animali diverse dall’uomo, dove scarichi fognari e residui di idrocarburi non hanno ancora assestato il loro colpo mortale.
Un paio di giorni di sosta per sbrigare alcune faccende poi, appena il meteo lo consentirà, muoveremo verso ovest. Questa prima tappa, intanto, è andata: prosit!

La Sicilia, il mondo com'era

Lo respiri nei vicoli, nelle piazze, negli angoli di strada dove le persone camminano, sorridendosi quando si incontrano, scambiandosi una battuta in siciliano per poi riprendere con incedere flemmatico la propria direzione. Lo respiri negli odori forti e naturali, il pesce del mercato antico, lo zolfo delle alghe del porto, un soffritto d’aglio o una frittata che la brezza spande fuori dalla finestra da dove originano, aromi che la metropoli annienta a colpi di esalazioni di idrocarburi ma che qui vivono e prosperano per la gioia dell’olfatto. Lo respiri nelle botteghe artigiane del fabbro, dell’arrotino, del falegname, piccoli artisti di quartiere che la globalizzazione non ha spazzato via con l’invasione di prodotti cinesi non riparabili e dalla vita breve, un miracolo reso possibile da un mercato immobiliare incredibilmente basso. Dietro le loro saracinesche si trova sempre cortesia e disponibilità, a volte una battuta con il garbo consueto dei siciliani.


Lo respiri nei rapporti sociali, nella familiarità che rapidamente si instaura un po’ con tutti, nel reciproco aiutarsi che non è, come potrebbe superficialmente sembrare, il solito favoritismo italico, bensì una genuina benevolenza nei confronti del prossimo. Quando si ha bisogno di qualcosa si trova facilmente qualcuno disposto a dare una mano, non solo in porto dove la solidarietà fra la gente di mare è un fatto abituale; ovviamente bisogna essere pronti a ricambiare con la medesima disponibilità.
 

Magici riflessi al Preveto

La vita qui scorre più lenta e serena, c’è meno affanno, meno ricchezza ma anche meno pressione, un appartamento in affitto costa quando una stanza in una grande città del centro-nord e la differenza non è solo monetaria ma si traduce in minore quantità di lavoro necessario a pagarlo e quindi maggior tempo a disposizione per sè. E anche il lavoro scorre più lento, non per indolenza, che pure nella stagione più calda avrebbe una sua ragion d’essere, bensì perchè le persone non sono strette nella morsa mortale di mutuo e soddisfazione di bisogni spesso indotti. Forse non per merito loro, ma solo in ragione di un’economia che da queste parti non è mai stata florida e che, per assurdo, rende la crisi di questi anni meno aggressiva; non sono fallite aziende perchè non c’erano aziende, tutto scorre più o meno come prima.
Ed ecco che allora lo respiri, dicevo, respiri il sapore di una vita antica che per me, con mezzo secolo di esistenza metropolitana sulle spalle, ha il gusto ritrovato della mia infanzia, quando tutto era meno spasmodico, quando produrre e consumare non erano le uniche attività possibili, quando vedevo gli adulti perdere tempo magari perchè era l’unica cosa che avevano in abbondanza e che di lì a breve avrebbero scambiato con un’auto presa a rate o, peggio, con una villetta squallida in riva al mare dove non sarebbero andati perchè troppo occupati a pagarla.

 

Le antiche barche della tonnara

Siamo in cinque in barca, oltre a me, Roberta e Luciano, con cui ho navigato l’estate scorsa in Egeo, Maria Luisa, amica bolognese e Tiziana, palermitana alla sua prima esperienza di vela. Un equipaggio variegato e per me la novità di avere la barca così piena, di solito navigo con meno persone, ho voglia di provare, non è il massimo della comodità ma nella scelta fra libertà ed amore, come distingueva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, questa volta ho scelto l’amore. Il meteo sembra non assisterci, cielo coperto e vento contrario ma salpiamo comunque alla volta di Favignana. E’ il ponte del 2 giugno, ci siamo tutti, Ivan con Masciò, Luciano con Andante, Thomas con Girodoro, Benedetto con Pilierone, Michele con Okipik, in porto ed in mare è un continuo via vai, saluti e brindisi, cene in barca e fuori, tanta allegria, siamo italiani, il convivio è il nostro pane. In porto c’è il pienone, o meglio, il posto ci sarebbe, ma è tenuto gelosamente in serbo per barche di taglia maggiore di Piazza Grande, prova ne è che Michele, che contatta l’ormeggiatore dopo di noi, riceve una risposta positiva in virtù della sua maggiore lunghezza fuori tutto. Siamo italiani anche in questo, piccole furberie, consuete in tutti i porti dello stivale, isole comprese, poi ci si stupisce che il turismo sia in calo, che gli stranieri navighino altrove. Dal male nasce il bene, diamo àncora al Preveto, su un fondale di posidonia sul quale riusciamo a scovare una chiazza di sabbia che mi farà dormire tranquillo (sulle alghe le ancore non tengono bene). L’atmosfera è da sballo, siamo l’unica barca in un cornice incantanta, chiusi fra l’isola ed uno scoglio, l’acqua immobile, le luci di Trapani in lontananza e come colonna sonora lo stormire incessante di una folta colonia di gabbiani che ha eletto il Preveto a sua dimora.
 

Spostati che sparo!

La mattina si libera un posto in porto e ne approfittiamo per andare a terra, passeggiare per Favignana e discutere sul perchè la chiesa principale sia decentrata rispetto all’asse longitudinale della piazza, contrariamente alle più elementari regole di urbanistica. Non mi credono quando dico che se l’avessero messa nel mezzo si sarebbe trovata lungo il percorso delle palle di cannone sparate verso il mare. Equipaggio di infedeli, osa mettere in dubbio la parola del comandante! Solo quando Google conferma la mia spiegazione, si arrendono all’evidenza; siamo al paradosso, ciò che Internet non dice, non è, non esiste, versione terzo millennio del vecchio l’ha detto la televisione. Visitiamo anche la tonnara, accompagnati da un’ottima guida, una visita che mescola archeologia industriale ed etnografia, di che andare a nozze per i mie gusti. La macchina di cattura ed inscatolamento del tonno era perfetta ed armonica e coinvolgeva l’intera popolazione dell’isola nelle sue diverse fasi, nulla degli enormi pesci veniva buttato via, i tagli più pregiati erano venduti per il consumo alimentare, le interiora e le ossa destinate alla produzione di farine animali. Il rais, che supervisionava e dirigeva la tonnara, era un’autorità non solo in ambito lavorativo, aveva prestigio sociale e la carica si tramandava spesso di padre in figlio, quasi fosse un monarca. Sopra di lui, il divino, nella forma iconica di una croce tempestata di santini fissata alle reti della tonnara per ingraziarsi i favori del cielo. Nei tempi d’oro dalla mattanza si ricavavano circa 10.000 tonni, all’inizio degli anni 2000, al momento della chiusura definitiva, poco più di 1000. Colpa delle tonnare volanti, delle reti a circuizione, dei sonar: enormi navi circondano il branco e lo prelevano interamente, lo estinguono, tutto e subito, ricchezza immediata per pochi e fame per le generazioni future, anzi presenti, siamo già nel futuro da un punto di vista ittiologico; i 10.000 esemplari della tonnara erano viceversa un prelievo sostenibile che sostentava un’isola rinnovandosi di anno in anno. Dopo, solo silenzio nel blu dell’abisso.
 

Mezzo ecologico per le consegne

La sera in porto si alza un bel maestrale, sui 25 nodi, siamo ormeggiati quasi in testa al pontile, abbiamo un piccolo spazio sottovento dove una barca di 43 piedi prova ad infilarsi. Il vento laterale gli abbatte la prua, si traversa, sbatte la poppa procurandosi un graffio, lo skipper demorde e fa per andarsene. La manovra è praticamente impossibile, li chiamo offrendogli un traversino per tenergli la prua finchè non riescano ad afferrare la trappa. Ecco, bravo! è la risposta. Accidenti che arrogante pretesa! Non fare del bene se non sai sopportare l’ingratitudine, ha detto qualcuno, ed io non faccio una piega, li aiuto, arriva un grazie a mezza bocca, recupero la mia cima e tanti saluti. A notte ho l’abitudine di fare un giro di controllo prima di andare a dormire, vado in coperta e scopro un traversino fra loro e noi, posto senza chiederne il permesso e per giunta recuperando la nostra trappa dal pontile. Ecco perchè sentivo degli strappi sul corpo morto! Mi sembra francamente troppo, mi consulto con Maria Luisa, l’unica ancora sveglia e in un attimo liberiamo Piazza Grande dal giogo insostenibile, non può certo reggere una barca più grande di lei. I vicini scortesi scadono un paio di metri sottovento e noi ritroviamo la tranquillità. Buonanotte a tutti, qualche pagina del Gattopardo, odiato ai tempi della scuola, mi concilia piacevolmente il sonno.
 

Gibellina nuova, pare sia arte.

L’indomani con una bella veleggiata rientriamo a Marsala, qualche goccia di pioggia ci accompagna durante la manovra di ormeggio, le cime lasciate sul pontile hanno il sapore di casa, Tiziana rientra a Palermo, con il resto dell’equipaggio ci uniamo agli altri per un ulteriore convivio, con i piedi sotto la tavola siamo ancora italiani. Seguono giorni di lavori a bordo e riposo mentale, aiuto Serena che sta ultimando il suo b&b, ricambiando la cortesia che mi ha più volte offerto, ha un bell’armadio antico da sistemare, il restauro dei mobili è uno dei miei hobby, gli faccio un trattamento antitarlo prima che i simpatici insetti lo tramutino in segatura. Per il resto faccio vita di porto, mi traformo in un nauta piger di oraziana memoria e devo dire che la cosa ha i suoi aspetti positivi. In porto si chiacchiera, si scambiano consigli di navigazione, ci si aiuta per qualche lavoretto a bordo, si divide un caffè o una birra, qualcuno parte, qualcuno arriva e porta racconti di mare nuovi o ne rimpalla di ascoltati altrove, in un passaparola che travalica il mare, arricchendosi di nuovi particolari di volta in volta, trasformando una brezza in burrasca, una burrasca in tempesta, una tempesta in uragano e via dicendo. Una sera a cena con Paolo conosco una coppia di suoi amici, rientrati da poco dal Portogallo attraverso Gibilterra e le Baleari, più o meno la rotta che farò io in senso inverso, li ascolto con attenzione, mi danno indicazioni utili, sia di navigazione che turistiche, pare che valga proprio la pena di andare laggiù.
 

Trionfo del rococò a Mazara del Vallo

L’estate irrompe improvvisa con temperature sui 30 gradi, in una giornata di solleone organizziamo una gita nell’entroterra, verso Salemi, salito agli onori delle cronache perchè Sgarbi vi era stato eletto assessore alla cultura. E’ un paese piuttosto squallido, pochi gli angoli pittoreschi, affogati nel disordine urbanistico e nell’incuria. Facciamo un salto a Mazara, praticamente un pezzo di Tunisia in terra sicula, una casbah bianca dal sapore mediorientale. Poco più su la valle del Belice, tristemente famosa per il terremoto del 1968, ci allunghiamo a Gibellina nuova, un ecomostro praticamente, un paese fantasma edificato nel nulla con uno stile che ricorda il cimitero romano di Prima Porta, in effetti il periodo di costruzione è lo stesso. Qualche chilometro più avanti, con non poca fatica, troviamo i resti di Poggioreale, l’altro paese distrutto dal terremoto. Un’associazione di volontari si occupa di pulirne le strade e limitare, per quanto possibile, ulteriori crolli, piuttosto frequenti dopo più di 40 anni di abbandono. E’ un paese fantasma, case umili e palazzetti decorati appaiono sventrati nelle volte e nelle murature, una costruzione semicircolare rivela un vecchio teatro, alcune finestre squadrate una scuola elementare di epoca fascista. L’atmosfera è spettrale, solo silenzio e dolore, quello di chi ha perso la casa, ha perso tutto. Qua e là alcune suppellettili resistono al tempo, un vecchio giornale dell’epoca, una carrozzina, una valigia di cartone, una scarpa che non è servita a scappare dalla morte. Eppure c’è qualcosa che mi piace, giro lo sguardo in tutte le direzioni, manca lo scempio edilizio, il terremoto ha cristallizzato Poggioreale, il nucleo abitato, piccolo e aggraziato come solo certi borghi italiani sanno essere, non è stritolato fra le squallide e scriteriate costruzioni che hanno devastato l’italia dagli anni ’60 in poi. Qui attorno, solo campagna, dalle finestre dell’ultima casa si vedono i campi, non capannoni industriali e villette a schiera; l’Italia com’era, l’Italia che ogni tanto si ritrova in qualche angolo sperduto dello stivale, l’Italia che aveva quel magico sapore che in Sicilia a volte si torna a respirare nei vicoli, nelle piazze, negli angoli di strada dove le persone camminano, sorridendosi quando si incontrano.

Vena poetica


Tra i soprammobbili ci’ ho ‘n pupazzetto
fatto de legno e sopra verniciato,
co’ ‘na faccia da lupo navigato
e addosso ‘n ber giaccone doppiopetto

blu marinaro, indossato stretto.
In mano ci’ ha ‘na pipa cor trinciato
e ‘na gamba de legno lavorato
contrasta quella co’ lo stivaletto.

Pare ‘n Corto Maltese attempatello,
co’ ‘n po’ de barba bianca qui’ davanti
intonata cor colore der cappello.

Su la faccia pero’ ‘n soriso amaro
dovrebbe fa’ riflette tutti quanti
sur senzo de ‘na vita appresso a ‘n faro.

Prua a ovest

Metti che avevi pensato di andare in Tunisia e poi hai capito che per varie ragioni non era il caso. Metti che allora avevi pensato di tornare in Grecia, ma a conti fatti sarebbe stato un girovagare senza meta. Non che sia brutto girovagare senza meta o che la Grecia non valga un terzo anno consecutivo (questo sarebbe nel mio caso), ma qualcosa dentro di me diceva che non era quello che volevo veramente. Metti che allora ti siedi a riflettere e capisci che la rotta va cercata innanzitutto dentro di sè, nei nostri desideri interiori e nella ricerca del loro appagamento. E’ emozione quello che cerco per mare, conoscere e conoscermi meglio, perchè per mare navigo soprattutto dentro me stesso. Ho fatto un giro di qualche giorno alle Egadi e ho chiesto a Piazza Grande: te la senti di andare a Lisbona, provare ad affrontare l’oceano? Le ho sciolto le briglie, il suo andare sicuro è stata la sua silenziosa risposta; tra poco partiremo insieme, oltre le Colonne d’Ercole.
Qui qualche dettaglio: http://piazzagrandevela.blogspot.it/p/rotta-2014.html

Ritrovarsi alle Egadi


Il lato sud del porto di Marsala è costeggiato da vecchi magazzini, alcuni ancora in uso per lo stoccaggio dei vini pregiati che si producono nella zona. C’è un atmosfera di incuria, di decadenza, marciapiedi sconnessi, muri scrostati dall’azione incessante del vento, camminando nelle vie traverse si respira un’aria di periferia urbana, poche le auto in sosta, alcune probabilmente da chissà quando. A bordo di una di queste una coppia: lei molto giovane al sedile di guida, lui, meno giovane, sul lato passeggero, stanno discutendo piuttosto animatamente, colgo involontariamente qualche parola che lascia trapelare un alterco amoroso, mentre gli passo accanto noto il cartello Scuola Guida. L’allieva ed il maestro, probabilmente, appartati durante una lezione, nascosti a sguardi indiscreti. Lei mette in moto, esce dal parcheggio, lui alterna parole di risentimento ad indicazioni sulla manovra. Sembra una scena di Camilleri, un perfetto set per Montalbano che il caso ha voluto che cogliessi per un istante.
 

Pescatori a Marettimo

Eccomi di nuovo qui dopo una breve parentesi romana, Piazza Grande mi attende al pontile, apro il tambuccio e respiro aria di casa, sistemo le mie cose, la spesa, mi godo la bella sensazione, quella di abitare in barca, una sensazione diversa da quella di andarci in giro, quando sei a casa tua sono tue anche le cose attorno ad essa: il panorama, le persone che vedi abitualmente, quelle che ti salutano con un sorriso e con cui volentieri prendi un caffè la mattina. Tra questi sicuramente Ivo, simpatico pensionato varesino, gentile e cordiale come pochi, anche lui è tornato in acqua, anche lui, come me, ancora alle prese con i lavori di manutenzione. Già, la lista è lunga, e malgrado abbia spuntato molte voci, anche pesanti, è sempre lontana da finire, ma le barche, si sa, sono cantieri sempre aperti, destinati a non esaurirsi mai. Per 3 o 4  giorni continuo a pulire, tiro a lucido la coperta, poi riarmo tutte le drizze e le vele, riposte via per l’inverno in modo che durino più a lungo, riparo qualche piccola cosetta che si era rotta, la doccetta di poppa ad esempio, monto due belle batterie nuove per i servizi, sperando che finalmente siano finite le mie pene elettriche (chi mi segue, forse ricorda il problema con le batterie comprate in Grecia), faccio tante altre cose, così tante da non averne più memoria. Sono stanco? No… di più! La sera ricarico le mie di batterie con un bel tegame di peperoni e patate, uno dei piatti forti a bordo di Piazza Grande.
 

Piazza Grande e Gioconda in banchina a Marettimo

Poi, finalmente, arriva il grande giorno, ci sono ancora diversi lavoretti da fare, ma si tratta di piccole cose, per lo più estetiche, la funzionalità è stata ripristinata completamente, c’è solo da uscire per verificare in mare che sia tutto a posto, che abbia rimontato tutto come si deve. Avverto gli ormeggiatori che esco per un giro di prova e che il giro potrebbe durare qualche giorno. Ho vento in prua all’ormeggio, mollo le cime di poppa, poi vado a prua a liberare il corpo morto e rapidamente torno a poppa per mettermi al timone. Che sensazione di leggera follia, sta colorando l’anima mia… di nuovo percepisco Piazza Grande attraverso le mie mani, attraverso la ruota della timoneria, lei pulsa, io la governo. Saluto Ivo all’ormeggio che mi chiede di portargli un paio di jeans nel caso andassi di nuovo a Istanbul a fare shopping, poi rapidamente esco dal porto, faccio qualche controllo ed infine, con goduria, alzo le vele e mi dirigo su Favignana, con vento moderato da nordovest. Era ora! Faccio qualche bordo poi a sera do fondo a Lido Burrone, piacevolmente deserto per la stagione non ancora iniziata. La mattina, dopo una bella dormita, mi metto in rotta per Marettimo, dove raggiungo Davide che ha a bordo alcuni amici comuni. Straordinariamente troviamo posto in banchina, previo contatto con la Capitaneria locale, a patto di liberarla l’indomani prima dell’arrivo del traghetto.
 

Un varo d’altri tempi

Siamo ormeggiati affiancati, mi invitano per pranzo, prendo una bottiglia di prosecco dal mio frigo a salto a bordo da loro. Pranzetto tutti insieme, poi una passeggiata sull’isola con Maria Luisa e Dianella. Che strano effetto calpestare questo suolo dopo tanti anni, perdersi nei vicoletti deserti del piccolissimo nucleo abitato. La mia prima volta alle Egadi risale al 1988, ci arrivai con un paio di amici pescatori subacquei, il parco non era stato ancora istituito, ma, per fortuna della fauna ittica locale, non eravamo ancora bravi. Mi sembrò di aver trovato il paradiso, ci tornai l’anno dopo con la fidanzata di allora, impossibile non fare qualche confronto, impossibile non avere qualche pensiero e qualche rimpianto su come sia cambiato il nostro paese, i posti di mare, anche quelli, come Marettimo, non completamente snaturati dal turismo di massa. Sopravvivono alcuni gozzi colorati, forse qualcuno riconvertito dalla pesca alle gite turistiche, assisto alla scena rara di uno di essi varato con un paranco a mano (neppure un argano!) ed i ciocchi di legno sotto la chiglia, una scena che nella mia infanzia, fine anni ’60, primi ’70, era assolutamente ordinaria. Dietro, una piccola gru riposa in attesa di varare con la forza meccanica le tante barchette da diporto che per due mesi infesteranno il mare circostante sciamando come api, con il ronzio fastidioso dei loro fuoribordo. Un bar sul molo spara la sua musica ad un volume da discoteca, ma in un piccolo magazzino sul porto, un gruppo di anziani attorniato da qualche ragazzino sta giocando a carte fra le reti da pesca e le nasse riposte al coperto. Contrasto di un microcosmo, paradigma di un’epoca che si è chiusa insieme al suo secolo ed i cui ultimi brandelli sopravvivono in luoghi come questo ma che probabilmente si esauriranno a breve lasciando come unica traccia un immagine un po’ sfocata nella mente delle persone o tutt’al più una vecchia foto un po’ ingiallita.
 

Briscola fra le reti

La mattina, prima che il traghetto ci faccia sloggiare, faccio in tempo a mangiare un cannolo niente male e intanto osservo il passeggio sulla piccolissima piazzetta davanti al bar. E’ la tipica atmosfera delle isolette con poco turismo, la conosco bene, l’estate scorsa in Turchia e Grecia ne ho fatto una scorpacciata, chissà fra un mese, in piena stagione, come sarà, chissà cosa è rimasto del sapore che colsi 25 anni fa e che quasi mi invogliò, giovane e facile all’innamoramento, a restarci a vivere. Chissà pure se avrei retto ad una vita che per 10 mesi l’anno scorre per buona parte nella sola attesa della stagione a venire. Guardo una piccola targa di marmo che ricorda una pesca miracolosa del 1870, poi, avendo smesso da tempo di credere ai miracoli, torno a bordo, recupero le cime messe a doppino e lascio l’isola. Fuori appena una bava di vento, ma non ho fretta, metto a segno le vele per dirigere su Levanzo dove mi unirò di nuovo a Davide & Co. Viaggio a circa 3 nodi, poco più che una camminata di buon passo, una velocità ridicola in una metropoli convulsa, una velocità umana, tranquilla, andando per mare. Una delle cose belle della vela è che ci restituisce i ritmi naturali dell’esistenza, si tarano i propri programmi sul vento, sulla luce del sole, si asseconda la notte con il proprio riposo. Per un lungo tratto Piazza Grande e Gioconda, la barca di Davide, navigano affiancate, poi loro decidono di fare ultime miglia a motore per andare a mangiare a Cala Fredda, io preferisco continuare così e godermi la giornata praticamente estiva, effettuando il periplo dell’isola, bella e selvaggia, dimora di gabbiani che incessantemente garriscono sotto il sole a picco.
 

Una pescata memorabile

La sera ci spostiamo di nuovo a Favignana, contrariamente alle previsioni che davano vento da sudest, soffia da nordovest, giriamo un po’ per trovare un ridosso adeguato, infine, all’imbrunire, caliamo l’ancora a Punta Fanfalo. Mi invitano di nuovo a cena, mi vengono anche a prendere col tender, come posso rifiutare! Di nuovo una bella serata in compagnia, Diana ha preparato un discreto intruglio a base di polpo, seppia ed altri ingredienti segreti che la riduzione ai minimi termini non rende identificabili, ma è buono e lo mangiamo volentieri. Poi, per digerire, il sifone, un liquore che il padre di Davide prepara e pazientemente lascia invecchiare per anni. Ancora qualche chiacchiera piacevole, poi torno a bordo e crollo in cuccetta, il sifone, incontrandosi col vino lungo l’apparato digerente, non mi ingenera un sonno ristoratore, al risveglio mattutino mi sento piuttosto cotto. Il cielo è coperto, ciondolo un po’ in coperta, finisco di leggere A occhi chiusi, un libro di un autore toscano di primissimo ‘900 in cui trovo alcuni spunti di attualità, faccio un paio di caffè per recuperare lucidità, guardo il panorama. Quando a metà mattinata il cielo si apre, il libro si chiude, recupero l’ancora, alzo le vele e metto la prua su Marsala.
 

In navigazione con Gioconda

L’aria è frizzantina, mi godo la navigazione, stringo al massimo la bolina, oltre la rotta diretta, in modo da poter poggiare se il vento dovesse girare sfavorevolmente, cosa che invece non accade. Piazza Grande trova subito il suo passo, ne sento il respiro, ne colgo ogni rumore e vibrazione, sono bastati 3 giorni per ritovarci, lei ed io, e per ritrovare insieme il mare; questa breve crociera doveva essere un test e direi che è andato a meraviglia per entrambi. Tremo al pensiero che in un momento di sconforto invernale ho temuto di doverla vendere, ormai è parte di me, darla via vorrebbe dire non morire ma vivere menomato sicuramente. L’ormeggiatore mi passa cortese le cime dal pontile, do volta sulle gallocce, poi spengo il motore e apro una birra, sono felice.
 
Sì, sono felice, anche di stare qui a Marsala, ci sto veramente bene, mi piace il porto, mi piace la città, ma soprattutto mi piacciono le persone, sempre cortesi, mai arroganti, solo al volante di un auto tutti paiono trasformati e l’incauto pedone, anche sulle strisce, sarà quasi sempre un ostacolo fastidioso, poco più di un insetto da schiacciare distrattamente. Il parabrezza sembra formare una barriera insormontabile, ma basta stabilire un minimo di contatto diretto, uno sguardo, una parola, ed ecco che il distacco lascia spazio ad una cordialità non facile da trovare altrove.
 

Indovina chi viene a cena…

Maria Luisa, Elisa e Paolo tornano a casa, la sera dopo invito a cena Diana, Dianella e Davide, peperoni e patate anche per loro, abbondano dolci e liquori sul finale, forse un po’ troppi entrambi, ma la convivialità ne favorisce il consumo. Già, non solo i marsalesi doc, anche gli stranieri che passano di qui sono belle persone, un paio di settimane fa ho conosciuto Milva e Roberto a bordo del loro Show 38, poi Max e Alessandra sul loro Beneteau 50, e poi tanti altri che vanno e vengono a bordo delle loro amanti di vetroresina. Incontro anche Serena, che sta aprendo un bel b&b proprio in centro, si è trasferita qui da Roma, cambiando vita e mestiere, con un coraggio ed una determinazione veramente ammirevoli. Visito il suo Palazzo Scalilla, un imponente scalone accoglie gli ospiti all’ingresso, le stanze, in via di ultimazione, sembrano destinate a mantenere una leggera patina di nobilità. Sì, a Marsala si sta decisamente bene!
 
Un pomeriggio mi decido finalmente a tagliare la bobina di cavo da 18 mm che mi porto appresso intonsa da due anni, ne faccio due lunghe cime da ormeggio e due pezzi che, impiombati con una redancia, andranno con le molle d’acciaio che ho preso per eliminare i copertoni che non posso davvero portarmi in giro quando partirò di qui, tra non molto, credo. Davanti agli occhi ho il software di navigazione aperto, guardo la rotta che ho tracciato, una rotta di massima, ancora da affinare, una rotta che guarda lontano, molto lontano. Piazza Grande è pronta e anch’io lo sono.

Jezabel – Irène Némirovsky

Profumi e balocchi in versione letteraria, la celebre canzone strappalacrime del 1928, ovvero lo stereotipo della donna ricca e senza cuore, presa solo da se stessa e dal suo desiderio, ossessione in questo caso, di apparire bella, di piacere. La paura di invecchiare che assurge al patologico, il rifiuto dell’età come rifiuto di sé, porta Gladys, la protagonista del romanzo della Némirovsky, a passare sopra a tutto, affetti in primis, come un buldozer, per giungere dove Dorian Gray è giunto pagando il prezzo che tutti sappiamo.

Il fascino come arma e l’omicidio come catarsi o come fuga dalla realtà, dal tempo che scorre, accomunano Gladys e Dorian, ma direi che le analogie si fermano qui, il valore letterario delle due opere è assolutamente incomparabile, Oscar Wilde ha tutt’altro spessore. Jezabel intrattiene ma nulla di più, cerca ripetutamente il colpaccio, ma è un colpaccio già ammiccato nelle prime pagine, non riesce a sorprendere come vorrebbe, almeno non un lettore del XXI secolo, non dimentichiamo che il libro è del 1936, ha cioè 80 anni.

Lo stile è essenziale, dialoghi, soprattutto dialoghi, poche le descrizioni e piuttosto sommarie ed un linguaggio non molto ricercato; ha comunque il pregio di una discreta scorrevolezza, anche se non sempre riesce a mantenere alta l’attenzione, soprattutto nei punti dove si intuisce anticipatamente il contenuto della pagina successiva.

Se sintetizzando al massimo Guerra e pace, Woody Allen diceva che parla della Russia, di Jezabel si può dire che anche i ricchi piangono, ma i poveri forse di più.

Di nuovo a galla


E’ ancora una volta il volto amico di Davide ad accogliermi in terra siciliana dopo un breve volo da Ciampino scivolato via nel breve volgere di una scorsa ad un quotidiano. Esco dall’aeroporto, lascio il giornale in un cestino e con lui i pensieri della vita romana, sono qui per dedicarmi a Piazza Grande, la lista dei lavori è lunga e non si tratta di lavoretti di poco conto, almeno in termini di fatica fisica. In porto è tutto come da programma: è ritornata indietro la zattera revisionata, è arrivata l’antivegetativa ordinata ad Andrea, ship chandler di Licata serio e cortese, sono arrivati i pezzi di ricambio dell’invertitore e, last but not least, sono arrivati i diversi pacchi, fra cui la nuova randa, che ho affidato a Ivan e Luciano, i due amici appena giunti a Marsala con le loro rispettive barche dopo una settimana di navigazione di conserva.


Si sta formando una bella comunità di velisti alloctoni in questo porto, cosa utile perchè ci si da una mano a vicenda per sorvegliare le barche, ma soprattutto cosa piacevole perchè fa sì che in banchina non manchi mai qualcuno con cui scambiare due chiacchiere o un caffè. La sera a cena siamo una piccola combriccola per festeggiare il compleanno di Ivo, spaghetti pesce spada e melanzane, la cucina siciliana non delude mai!
 

Sull’invaso poco prima del varo

I primi 3 giorni sono dedicati all’opera viva, mi sono accordato con il gruista per varare sabato, per quel giorno tutto deve essere pronto. In effetti potrei varare venerdì, ma è venerdì santo, il pomeriggio c’è la processione della madonna e Vito, il gruista capo, mi ha detto di essere molto devoto e di non poter mancare. Vabbè, tanto di venere e di marte non si vara nè si parte! Vado di rullo su tutta la carena, raddoppiando il passaggio nei punti più soggetti alla formazione di concrezioni varie: la linea di galleggiamento, il dritto di prua, il timone, il bulbo. Quest’ultimo ha richiesto qualche attenzione in più, c’erano alcune chiazze scoperte e ho dovuto portare la ghisa a vista, passare il ferox, poi un primer epossidico… insomma, c’è di che annoiare i lettori poco tecnici, quindi mi fermo qui. Aggiungo solo che fare carena è veramente un lavoro massacrante, ho risparmiato un sacco di soldi facendolo da me, ma non è stata una passeggiata.
 
Arriva Vincenzo, il meccanico, serio, onesto e scrupoloso, con il sail drive rimesso a posto, e in un paio d’ore lo rimonta. Ne ho approfittato per sostituire la cuffia, a vederla era in condizioni eccellenti ma aveva 10 anni, dicono sia quella la sua vita massima. Certo che pagare 325 euro un pezzo di gomma stampata che ne costerà sì e no un paio… Ringrazio, si fa per dire, il signor Volvo Penta e cerco di non pensarci! Rientrando al b&b dove sono costretto a stare finche Piazza Grande è sull’invaso, incrocio la processione, c’è veramente tantissima gente, donne vestite di nero e con la veletta sulla testa, portatori di ceri, davanti alla statua della madonna due carabinieri in alta uniforme, dietro il sindaco con la fascia tricolore. Lo dico, non amo queste commistioni fra religione ed istituzioni, sono un laicista convinto, mi viene in mente il sindaco di Napoli, De Magistris, che bacia l’ampolla col sangue di san Gennaro, anche lui con la fascia tricolore indosso. A mio modo di vedere certe cose dovrebbero farle da privati cittadini, un sindaco rappresenta tutti anche chi, pur rispettandole, ritiene che certe manifestazioni attengano alla supertizione più che alla fede.
 

La processione del venerdì santo

Arriva il giorno fatidico, Piazza Grande è incastrata fra un motoscafo, il muro di cinta del porto e un palo della luce, tirarla fuori di lì significa veramente giocare con i centimetri. Posiziono qualche parabordo sulle murate lucidate faticosamente a mano, poi scendo dal trespolo e mi affido ai gruisti, fra cui un rumeno che fatica a parlare italiano ma in siciliano si esprime alla perfezione: calamula ddocu, dice ai suoi compragni di squadra. Attimi di tensione, basta un niente per fare danni seri, la mia bella barchina è sospesa sulle nostre teste, manco mi chiamassi Damocle, osservo un po’ nervoso tutta la manovra, quando si avvicina un tale che ha voglia di chiacchierare. C’è un momento per parlare ed uno per tacere, mi spiace, non nego mai una parola a nessuno in banchina, ma questo non è proprio il momento, non do quindi corda al dialogo auspicato. Ma il tipo non demorde e mentre Piazza Grande è a un metro dal molo e basterebbe un piccolo errore per sfracellarla, mi fa: ad un mio amico si sono rotte le cinghie della gru! E’ un attimo, come nei cani di Pavlov l’istinto prevale, la mia mano sinistra si porta lesta e scaramantica verso i gioielli di famiglia mentre la destra si chiude a pugno per riaprire immediatamente i soli indice e mignolo in direzione del menagramo: tiè, gli rispondo secco e deciso!

 

Riusciranno i nostri eroi…?

Non so a quale delle due mani vada ascritto il merito, ma l’operazione è condotta a termine senza danni e Piazza Grande ritrova, dopo circa 5 mesi il suo elemento naturale, il mare. Scaramanzie a parte, veramente bravi i ragazzi con la gru, a Marsala non mancano davvero ottimi professionisti. Controllo che le prese a mare non facciano acqua poi faccio un piccolo giro dentro il porto insieme a Vincenzo per provare l’invertitore ed infine mi accosto al pontile dove Ivo e Davide raccolgono gentilmente le mie cime. Piazza Grande è di nuovo al suo posto ed io con lei.
 

Che casino!

Sottocoperta è un vero casino, tutto è sottosopra, è un cantiere aperto e la polvere si è accumulata dappertutto, non mancano neppure schizzi di olio e nafta vicino al motore. Passo 3 giorni a pulire, svuotando ogni gavone e stipetto, sollevando ogni pagliolo, controllando con l’occasione la barca in ogni suo punto, anche il più nascosto. Tutto è come deve essere, averlo accertato di persona mi renderà più tranquillo in navigazione. Salta fuori qualche avanzo di cibo greco e turco, fra cui un paio di lattine di Mythos, l’ottima birra ellenica, ne approfitto per festeggiare il ritorno al mare. Eccomi qua, nel mio guscio, dove ritrovo tutto il calore e la gioia interiore che avevo lasciato a novembre al momento dell’alaggio.
 

Fresche relique

Sistemo per prime una cabina e la cucina, lascio il b&b e torno ad abitare a bordo, la notte fa ancora freddo ma un piccolo termoconvettore basta a stemperare l’ambiente. Ritrovo i gesti che mi sono consueti, quei tanti movimenti automatici necessari ad assecondare gli spazi ristretti della vita a bordo, ritrovo i miei piccoli riti quotidiani, la moka la mattina appena alzato, anche se l’avanzo di caffè turco produce una ciofeca imbevibile, comprare un pacco di caffè italiano e fresco è una priorità assoluta. Ritrovo infine una bottiglia di ouzo, il liquore greco a base di anice, me ne verso un po’, mi accarezza il palato, mi accarezza l’anima.
 
Un pomeriggio, tornando dalla spesa, vedo un ragazzo che non conosco sul pontile, proprio davanti alla mia poppa. Mentre sto per salire a bordo mi fa: Luciano? Sì, chi sei
?, gli rispondo. Un tuo lettore, mi dice, ti seguo sul blog, sono passato a conoscerti. Ecco, queste sono le sorprese che fanno piacere, Vieni a bordo, ci beviamo una birra. Chiacchieriamo di vela, tra appassionati ci si intende rapidamente.
 

Tiziana cunza in cannoli in casa.

A pasqua sono invitato a pranzo da Tiziana, una cara amica di Palermo, prendo la corriera e vado da lei. Ve l’ho già detto che i siciliani sono gente fantastica? Sì, l’ho scritto la volta scorsa e qui lo confermo. La loro ospitalità non è dovere, è scelta, la loro cortesia non è forma, è sostanza, il loro accettarti come amico è sincerità, non calcolo di convenienza. Amo i siciliani, li amo da quando da piccolo trascorrevo le vacanze estive con i miei a Messina, lì ho imparato a conoscerli ed apprezzarli, fino al punto da sentirmi sempre a casa quando sto con loro. Solo il loro modo di declinare le parole mi lascia a volte perplesso. Qualche giorno fa in porto mi hanno chiesto in prestito un prolungo, le cose le ripongono nello scatolo e, giuro che è vero, ai piedi mettono le zoccole! A Palermo faccio il bucato, mi porto un fagotto di panni sporchi e gentilmente Tiziana mi mette a disposizione la sua lavatrice. Sto molto attento al programma selezionato, l’estate scorsa, con la medesima cortesia, mi sono tornati indietro un paio di bermuda, entrati nel cestello come pantaloni lunghi.
 

La tana

Sono le 10 di sera quando, alla luce fioca dei pontili e sotto una pioggia leggera, torno a bordo. Apro il tambuccio e una sensazione meravigliosa mi investe: sento che la fatica enorme che ho fatto viene ripagata con la gioia che Piazza Grande sa darmi, sento che sono riuscito con la determinazione là dove, per un attimo, ho dubitato di riuscire, sento che tra poco lei ed io saremo pronti a salpare, andremo dove il mare ed il vento vorranno, vicino o lontano non importa, ma sarà un atto d’amore reciproco. Sorseggio l’ultimo goccio di ouzo rimasto, poi me ne vado in cuccetta, leggo qualche pagina di Bjorn Larsson, il leggero sciabordio mi concilia il sonno, l’ultimo pensiero prima di addormentarmi è che Piazza Grande è di nuovo a galla. Ed io con lei.


Marsala di marzo


Le zaffate di kerosene che respiro camminando la mattina presto sulla pista dell’aeroporto di Ciampino hanno il sapore dolce del viaggio di piacere. L’idiota di turno sgomita per superare la fila già di per sé non molto disciplinata, cercando di guadagnare per primo la scaletta per salire sull’aereo che ci porterà, di certo senza lasciare a terra nessuno, a Marsala. Dopo tre mesi torno da lei, la mia amante di vetroresina e legno, solo un’ora di volo ci separa ormai, è marzo inoltrato, tempo di cominciare a mettere le mani sui mille lavori e lavoretti di manutenzione da fare in vista della stagione estiva. L’aereo decolla, guardo fuori dal finestrino, il mare riluccica lontano giù in basso.

Sulla strada (ma non come Jack Kerouac)

Quando atterro all’aeroporto di Birgi la prima sorpresa: i pullman che lo collegavano tutte le ore con Marsala sono stati quasi tutti soppressi, sono le 9 del mattino ed il primo utile è alle 13:15. Vorrei evitare di prendere il taxi, quindi tento l’autostop, in fondo quando avevo 17 anni sono arrivato a Capo Nord in Norvegia in questo modo, cosa vuoi che siano 15 km. Non devo però avere lo stesso aspetto rassicurante di allora perchè nessuno accenna neanche a fermarsi per chiedermi dove devo andare e dopo una ventina di minuti desisto. Camminando nel parcheggio dell’aeroporto vedo una coppia che sta salendo su un’auto, chiedo se vanno verso Marsala, non proprio, ma almeno mi avvicino. Sei un rappresentante?, mi chiede lui. No, rappresento solo me stesso, nel bene e nel male, rispondo. Nel breve tragitto chiacchieriamo, familiarizziamo, e alla fine mi portano quasi fin sotto il b&b dove dormirò dato che Piazza Grande è in secco sull’invaso. Gente fantastica i siciliani! Hanno sempre un pizzico di diffidenza verso lo “straniero”, ma ci mettono un attimo a considerarti un amico e a farsi in quattro per darti ospitalità come meglio possono. Ringrazio, saluto e lascio un mio recapito promettendo di sdebitarmi con la medesima cortesia se capiteranno a Roma.
 

Raschia che ti passa!

Arrivo in porto sereno, so che è tutto a posto perchè sullo stato di salute di Piazza Grande mi tiene aggiornato Davide (gente fantastica i siciliani, ve l’ho detto!) che gestisce qui da anni una scuola di vela (www.scuolavelaspiego.it). Quest’anno ha comprato una nuova barca, simile per dimensioni e struttura a Piazza Grande, spero che si navighi un po’ insieme alle Egadi, poi lui se ne andrà verso la Tunisia, io… chissà! Già, la questione economica mi rende tutto piuttosto incerto, pur facendo da me la manutenzione ho parecchie spese da affrontare, non ultima quella del meccanico per rifare la frizione dell’invertitore che ha mollato per usura a ottobre scorso. Quando il meccanico arriva, arriva pure la prima mazzata: preventivo quasi il doppio del previsto, i pezzi di ricambio pare li forgino con oro zecchino e sangue di vergine! Ma è un lavoro indispensabile, le barche sono a vela, però in porto si manovra a motore, impossibile fare senza. Quando poi arriva il velaio, la seconda mazzata: la randa, che pure sapevo malridotta, appare parecchio più acciaccata di quello che pensavo, così a occhio direi che un rattoppo non può bastare a fare la stagione, occorre rifarla nuova e non sono spicci. Mi demoralizzo, così tanto che neanche i cannoli con la ricotta riescono a consolarmi.
 

Arte consolatoria

La sera torno al b&b, leggo un po’ di Moitessier, anzi rileggo, sarà la terza o quarta volta che mi sciroppo l’opera omnia del sommo, ma come prescindere dalla sua esperienza? Non solo da quella di navigatore, uno dei più grandi in assoluto, ma da quella umana, dal suo morire e risorgere quattro volte, come le barche che ha perso navigando, abbattendosi nello spirito ma ritrovando dentro di sé la forza per reagire e tirarsi fuori dai problemi. Se faccio una solida ossatura in legno, posso stratificare lo scafo con fogli di giornale e resina ed avere una barca in grado di attraversare l’oceano. Alla fine non l’ha fatto, ma ci ha creduto, ha creduto in sé stesso, ha trovato altre strade e in capo ad un paio d’anni aveva Joshua, la barca con cui ha compiuto l’impresa epica di doppiare Capo Horn a vela e tempo dopo di percorrere 14.000 miglia, facendo un giro e mezzo del mondo in solitario, quando i solitari erano solitari davvero, mica come ora con meteofax, telefoni satellitari ed email. No, non devo perdermi d’animo.
 

Rosso, giallo e blu

Abbasso la testa e come un mulo e procedo imperterrito secondo la tabella di marcia che prevede carenaggio self service, ovvero asportazione della vecchia antivegetativa col raschietto, sistema che preferisco alla levigatrice perché in questo modo si respira meno polvere tossica (la vernice antivegetativa non è una botta di salute). E’ però un lavoro ingrato anche così, procedo a decimetri quadrati, ci vuole olio di gomito ma anche delicatezza, ché a fare troppo con forza si rischia di scheggiare il gelcoat. Alla fine in 4 giorni ho fatto tutta la prua, è meno di quello che speravo ma è pur sempre un bel pezzo di barca, il resto lo farò la prossima volta. Ogni tanto mi fermo per riposarmi qualche minuto e respirare un po’ di aria di mare, iodio che si mischia all’odore di zolfo, che pare sia dovuto alla posidonia morta, e al profumo delle vinacce che hanno fermentato nei mesi scorsi negli stabilimenti qua attorno dove si producono vini ad alta gradazione alcolica, poi torno a raschiare, fino a che il braccio mi fa male. Di bello c’è che sotto la vernice trovo la carena in perfette condizioni. Spedisco anche la zattera autogonfiabile al produttore per la revisione biennale, la imballo bene con cartone e millebolle e avverto il corriere di passare a ritirarla. Insomma, vado avanti, ho inerzia, o abbrivo visto che si parla di barche.
 

Un bell’astice

Il porto di Marsala sonnecchia in inverno, come pure un po’ sonnecchia tutta la città, in attesa forse della stagione estiva. E’ il destino delle località di mare, riconvertite volenti o nolenti al turismo quale principale se non unica fonte di sostentamento. Quasi nullo il traffico portuale, la mattina un piccolo gozzo scarica una o due cassette con un po’ di pesce di paranza e, quasi preda incidentale, un bell’astice di qualche chilo. Marsala sembra a volte trascinarsi un po’ spenta, come in attesa di qualcosa che arrivi dal mare, quel mare che 150 anni fa ha portato l’onda irrefrenabile del risorgimento che proprio da questo porto ha mosso i suoi primi passi alla conquista dell’Italia, chissà se questa cosa ha lasciato il segno nel carattere dei marsalesi oltre che nei tanti toponimi che evocano l’impresa di Garibaldi. Inutile ribadire quanto questa atmosfera rilassata mi piaccia! Ma anche in inverno, questo porto è crocevia di velisti: mi manco per un soffio con Max, che ha portato qui la sua barca per fare dei lavori, ma riesco ad incrociarmi con Paolo, velista giramondo che ha la sua base a Trapani, ed insieme a Davide passiamo una bella serata a parlare, com’è ovvio, di mare. Le chiacchiere mi fanno bene, stemperano un poco le mie preoccupazioni, confrontarsi con persone propositive come sono Davide e Paolo, sentirli parlare dei loro progetti di navigazione mi fa sentire i miei meno lontani, mi stimola, mi fa apparire gli ostacoli che si frappongono fra me e le mie rotte future non insuperabili.
 
Prendo l’aereo che mi riporta a casa, guardo le luci puntellare la costa siciliana nella notte. Restate sintonizzati!