L'ultima pagina del diario di bordo


Amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia.

(F. Hölderlin)

Non sono ormai molte, in questo novembre inoltrato, le barche che passano o stazionano sul molo di Poros, piccola isola delle Argosaroniche. Lungo la banchina, ampi spazi vuoti si alternano a scafi che paiono abbandonati a un destino di irreversibile putrescenza, oppure ciondolano in attesa della prossima stagione. I ristoratori, esaurita la grinta estiva con cui solitamente agganciano i clienti, siedono stanchi e annoiati nella veranda vuota del locale, mentre osservano il rado passaggio davanti a loro. Anche i traghettini di legno, che per un euro collegano con la costa prospicente, non hanno più il ritmo incessante che avevano quando la presenza turistica era nel suo pieno vigore. 

 
Serifos, incanto serale
Nel tardo pomeriggio, fa a volte capolino qualche diportista con l’aria quasi sperduta: cala l’ancora nel mezzo del canale, fra l’isola e la terraferma, poi si accosta con la poppa fino a giungere a portata di mano per porgere le cime a me o a qualcuno degli irriducibili velisti che ancora popolano questo luogo e che, com’è prassi, non manca mai di aiutare chi deve ormeggiarsi. Sono qui da alcune settimane, un tempo così lungo che sulla catena dell’ancora è inziata a crescere la vegetazione, come sulle carene non adeguatamente trattate. La sera, salgo a volte in cima alla collina dove svetta la torre dell’orologio, per godere della vista del golfo quando il cielo vira al rosso, prima di farsi scuro e aggiungere quiete alla quiete. La stagione è eccezionalmete mite: di giorno si sta ancora in costume e prima di dormire, ma non sempre è necessario, basta stemperare un poco l’aria della cabina con la stufetta per starsene bene al caldo. È una fortuna, perché, quando inizia il freddo vero, vivere su una barca delle dimensioni di Piazza Grande diventa piuttosto scomodo. A parte l’umidità, difficilmente eliminabile da una cubatura così ridotta, ci si ritrova costretti sottocoperta, privati di tutto lo spazio esterno di cui si gode in estate, reso invivibile dal clima. Invece, faccio ancora la doccia in pozzetto – con l’acqua riscaldata dal boiler ma la faccio – assaporando gli ultimi brandelli di quella vita da zingaro di mare che da qualche anno ho sposato, mentre ultimo i preparativi per tornare a casa.
 
Il monastero abbandonato delle Strofadi
Navigo in Grecia da giugno scorso, lungo una rotta che mi ha portato dalle isole Ioniche al Peloponnneso, dal golfo Saronico alle Cicladi, dal Dodecaneso a Rodi, a Kastellorizo, a Creta e infine qui, dove lascerò la barca a terra a svernare. Cinque mesi di mare, migliaia di miglia, decine località visitate, tante persone salite a bordo per condividere con me un pezzo di strada, ma soprattutto un’emozione, vissuta fra le bonacce e le burrasche che il meltemi capriccioso di quest’anno ha dispensato in modo a volte inconsueto. È piovuto forse un paio di volte e solo il caso ha voluto che i due o tre fortunali che hanno fatto parecchi danni a Idra, Lavrion e altrove, siano stati sempre poco prima o poco dopo il mio passaggio. Chissà gli asini di Idra come avranno affrontato l’acqua e il fango nelle strade o come si sentiranno ora i poveretti che hanno avuto le barche sconquassate, malgrado queste giacessero a terra custodite. Già, senza un pizzico di fatalismo è impossibile andare per mare.
Quest’anno non ho avuto, come negli anni scorsi, una meta finale, non ci sono state Istanbul o Lisbona a dirigire la mia prua, ma piuttosto alcune località che avevo mancato durante le mie precedenti navigazioni nei mari greci e che desideravo visitare. La prima di queste sono state le Strofadi, un piccolo arcipelago disabitato a sud di Zante, dove, secondo la mitologia, risiedevano le arpie, essere mostruosi metà donna e metà uccello, citate sia da Omero che da Dante. Su una di esse si trova un antico monastero abbandonato, ricco di fascino, dove nel silenzio appena scalfito dal vento ho vagato curiosando fra le stanze deserte e i cortili cadenti dell’imponente costruzione, prima di condividere la baia dove ho passato la notte con una sola altra imbarcazione. Erano invece diverse le ancore calate a Porto Kaghio, nella penisola del Mani, una piccola rada già covo di pirati nel Settecento, dove il vento teso e rafficato ha reso ancora più spettacolare la sosta.
  
Peloponneso, il castello di Methoni visto dal mare
Costeggiando il Peloponneso si vive in una dimensione fatta di silenzio e solitudine, interrotta solo da alcune interessanti soste. Fra queste, Elafonisos, forse una delle spiagge più belle di tutto il Mediterraneo, una stretta lingua di sabbia che crea un istmo con un isolotto, formando due baie, entrambe spettacolari e ben ridossate, in una splendida morfologia del territorio che ho ritrovato pressoché identica, a Kithnos e Astipalaya. Quest’ultima, una delle destinazioni previste, non ha tradito le aspettative, offrendo a sera lo spettacolo suggestivo della rocca che domina la chora, la città antica, tutta illuminata, mentre con l’equipaggio consumavamo un pasto servito su tavolini poggiati lungo la battigia. E che dire di Sifnos, di Serifos, di Nisiros, di Sikinos, di Tilos, di Alimia e delle tante piccole isole sparse come perle cadute accidentalmente su un pavimento di mare blu, che provi ma non riesci a scegliere, a decidere quale, per forza di cose, raccogliere o tralasciare. Tra queste, non volevo mancare Kastellorizo, quasi sperduta nel mare turco, famosa per essere stata la location del film Mediterraneo di Salvatores. Anche lei non ha deluso, anzi la metto certamente fra le mie preferite. Il porto e le case colorate che lo cingono sono uno scenario davvero pittoresco, mentre il mare che la bagna intorno ha degli incredibili riflessi color turchese dove si specchiano gli scogli di cui è puntinato. Una sera, nella piazza davanti alla vecchia moschea, c’è stata una festa di matrimonio, dove decine di persone di tutte le età hanno ballato per ore il sirtaki e le mille altre canzoni della tradizione folklorica. Purtroppo, molti di questi posti non ho potuto immortalarli come si deve perché a metà viaggio si è improvvisamente rotta la reflex e ho potuto continuare a scattare foto soltanto con il telefonino, con la qualità che ne consegue.
 
Sorprendente Saronico

È stata invece una sorpresa, piacevole e non prevista, il golfo Saronico, raggiunto dopo aver doppiato capo Maleas bordeggiando contro trenta nodi da nord. Malgrado la vicinanza ad Atene, anche a fine luglio non era affollato come si potrebbe temere e gli scorci che ha offerto portano a chiedersi perché non sia generalmente tenuto nella dovuta considerazione dai vacanzieri. La visita al teatro antico di Epidauro, meravigliosamente conservato, varrebbe già da sé il viaggio. La gita, però, è costata un piccolo incidente; lasciare la barca incustodita nei porti greci espone sempre a qualche rischio. Una grossa imbarcazione a vela ha aggrovigliato la sua catena con quella di Piazza Grande in un modo inimmaginabile che ha richiesto mezz’ora di lavoro di tre persone per districarle, per fortuna in un momento di calma di vento. Un episodio simile mi è successo a Nisiros. Dopo una giornata passata a girare per l’isola, visitando fra l’altro la spettacolare caldera del vulcano, rientrando a bordo ho avuto l’impressione che l’ormeggio fosse meno teso che la mattina. Ho detto a mio figlio di cazzare la catena fino a metterla bene in tensione, ma facendolo ha finito per recuperare tutto il calumo senza l’ancora attaccata. Rapidamente abbiamo mollato le cime di poppa, armato un’altra ancora e rifatto la manovra. L’indomani mattina ho raccolto facilmente il ferro rimasto sul fondo del porto, scoprendo che sia il grillo su di esso che quello sullo stroppo che metto al barbotin erano divelti. Probabilmente qualche barca, salpata quando non c’eravamo, deve aver agganciato la nostra catena forzandola ma senza spedare l’ancora, finendo quindi per far cedere per rottura i grilli che dicevo. Resta comunque il fatto che per conoscere davvero un’isola non basta vederla dalla barca, ma è opportuno affittare una macchina o un motorino, generalmente non molto costosi, e visitarla un po’ nell’interno. Anche Karpathos, che arrivando dal mare non fa certo una bella impressione, girata in automobile rivela montagne a picco sul mare e preziose spiaggette incastonate fra le rocce, oltre al noto e pittoresco paese di Olympos.

  
Karpathos, Olympos
Poi ci sono state le grandi isole: Ios, Kos, Rodi e Creta. Le prime due già visitate anni fa, le seconde apprezzate, per quanto molto turistiche, per i centri storici e le fortezze antiche. Creta offre anche alcune spiagge magnifiche – Gramvousa su tutte – e uno dei siti archeologici più famosi della Grecia, se non del mondo: Cnosso. Purtroppo la visita ha comportato la delusione di scoprire che quanto raffigurato in tutti i libri di storia dell’arte altro non è che una ricostruzione di sana pianta fatta nel Novecento, sulla base di ipotesi formulate dagli archeologi senza alcuna certezza. Insomma, sono ruderi fasulli e si vede. L’arrivo a Creta è stato al termine di una navigazione divertente e impegnativa che nell’ultimo tratto mi ha costretto a bolinare con quasi quaranta nodi di vento. Non sono uno che se le va a cercare, era prevista burrasca forte nei giorni a seguire e non sfruttare quel momento relativamente tranquillo avrebbe voluto dire restare bloccati per lungo tempo a Karpathos, per altro un ridosso poco sicuro. 
  
Antikithira, il porto più piccolo del mondo
Il premio di tanta fatica sono stati la magnifica costa orientale della grande isola e i porti, spesso deserti, incontrati successivamente. In due di questi ho fatto delle soste più lunghe del solito; mi riferisco a Iraklion e Chania. Nel primo ho trovato l’ospitalità incredibile di Spyros, comandante del rimorchiatore Minotaurus, e Alberto, italiano trasferito in città, ma anche una barca gemella di Piazza Grande che le è stata affiancata durante la permanenza nello splendido scenario della darsena veneziana. Nel secondo, cioè Chania, sono stato catturato da un’atmosfera vacanziera ma delicata, fatta di taverne sotto le cui pergole l’immancabile duo di chitarra e bouzouki (un tipico liuto a 3 o 4 corde doppie) scandiva la colonna sonora delle cene al tavolo. Risalendo verso nord, ho passato una notte alla fonda in quell’isola fuori dal mondo e dal tempo che si chiama Antikithira. Solo la mattina dopo ho scoperto che il gavitello a cui mi ero assicurato non poteva reggere in caso di maltempo ma, d’altra parte, maltempo non era previsto, altrimenti avrei adottato tutte le precauzioni del caso. Non erano previsti neppure alcuni ancoraggi arditi che sono stato costretto a inventarmi a causa della notevole discrepanza fra le batimetriche riportate dalla cartografia e l’effettiva profondità che ho riscontrato in diverse zone. A volte ho dovuto improvvisare soluzioni al limite del buio per evitare di ritrovarmi senza riparo una volta fatta notte.
  
Spaghetti anchor
La vita a bordo è stata scandita dall’alternarsi degli equipaggi, dalle tratte in solitaria (non molte, quest’anno) e dagli incontri in mare con vecchi e nuovi amici. Tra i primi non posso non ricordare Carlo, con cui ho traversato di conserva il Tirreno e che all’arrivo a Cefalonia si è prodigato in un massaggio shiatsu, di cui è maestro, per alleviare il mio dolore cervicale; Michele, con cui da anni ci sfioravamo per mare senza mai riuscire a passare una serata insieme; ma anche Felice, che è passato a Poros con il suo caicco, di ritorno dalla Bodrum Cup, apposta per farmi una visita che ho gradito molto. Tra i nuovi, invece, i tanti vagabondi del mare, generalmente europei, che spesso fanno dell’Egeo la loro palestra, prima di affrontare Gibilterra e l’oceano sterminato che ne segue. A volte si tratta di coppie benestanti, pensionati di lusso che strappano gli ultimi scampoli di vita alla loro esistenza; altre, invece, di giovani sognatori che hanno saggiamente capito che siamo su questa terra per qualcosa di più che lavorare e riprodurci e che, come al banco della roulette, puntano tutto quel che hanno sul loro numero fortunato. Non sempre vincono, ma almeno hanno tentanto, cosa che gli assicurerà di invecchiare forse senza agi ma di sicuro senza rimpianti. Quest’anno ho sofferto parecchio il caldo, sia perché nelle due settimane centrali di agosto è mancato quasi completamente il meltemi a rinfrescare l’aria, sia perché ho fatto una rotta piuttosto meridionale, dove alle alte temperature si è spesso associata una forte umidità che mi ha dato non poco fastidio. O forse semplicemente perché invecchio, chissà; fino a pochi anni fa adoravo sentire il sole scottarmi la pelle e provavo una naturale idiosincrasia per il freddo. Ora, invece, non sopporto di passare le giornate madido di sudore, senza scampo sopra nè sottocoperta, in permanente attesa del tramonto per ritrovare un poco di sollievo. Che sia per me giunto il momento di mettere la prua verso nord?
  
Clinica veterinaria Piazza Grande
Una mattina, mentre ero alla fonda, vincolato a terra con due robuste cime, una piccola tartaruga marina è passata sotto la chiglia, trascinando un brandello di rete da pesca in cui era impigliata. Mi sono tuffato per prenderla a bordo e tentare di liberarla dal giogo. Purtroppo, oltre alla rete, aveva un amo in gola, piantato molto in profondità e per il quale non c’è stato molto da fare, se non tranciare il filo di nylon per evitare che si impigliasse nuovamente da qualche parte, rischiando di trattenere l’animale sott’acqua fino a lasciarlo senza fiato. Confesso che non sempre il mio atteggiamento nei confronti degli esseri che vivono in mare è così benevolo. Mi piace pescare, sia alla traina che col fucile, e anche quest’anno non sono mancate le soddisfazioni con entrambe le tecniche: tonni, cernie e lampughe le prede classiche che hanno allietato i pasti con carpacci e bottarga fatta da me. Non ho avuto, invece, cuore di catturare un grosso pesce luna che una sera nuotava attorno alla barca, fendendo l’acqua con la sua pinna  e ingannando così lo sguardo di chi vi ha scorto un pescecane. Anche i delfini, come di consueto, non hanno mancato di regalare qualche volteggio attorno alla prua. scortando Piazza Grande per qualche tratto di navigazione.
   
Un fiordo per pochi
Ero a Cefalonia nei giorni caldi della crisi, quando i giornali e le televisioni italiane riportavano scene drammatiche a cui, in verità, non mi è capitato di assistere. È vero che, grazie all’apporto di capitale straniero, le località che vivono di turismo risentono generalmente meno delle difficoltà economiche, ma ai bancomat non ho mai visto le file di cui si favoleggiava e, a conti fatti, i sessanta euro al giorno di prelievo cui erano limitati i greci corrispondono a 1800 euro al mese, molto di più di uno stipendio medio. Verò è, invece, quanto mi è stato raccontato dal personale di una moderna e attrezzata officina di Atene dove ho fatto fare un impiombatura su un cavo d’acciaio per realizzare un sistema di ancoraggio che mi sono inventato. Un impiegato molto cordiale mi ha spiegato che alle aziende greche erano state proibite le operazioni in denaro sull’estero e che, una volta esaurite le scorte di materiale che avevano, non sarebbero stati più in grado di soddisfare le richieste dei clienti. Mi chiedo come possa una nazione riprendersi se gli si impedisce, di fatto, di fare affari, di lavorare. Quando dalle urne del referendum è uscito vincitore oki, no, sono stato contento. Al di là del realismo del progetto di Tsipras, poi naufragato davanti al primo diniego tedesco, mi sono rallegrato del fatto che finalmente in Europa si levasse una voce ad affermare la necessità di una progettualità politica che non fosse solo computo bancario. Purtroppo si è trattato di un entusiasmo di breve durata, ma c’è da dire che il paese, nei mesi successivi, non ha mai dato segni di non essere in grado di sostenere il piano economico che gli è stato imposto. Effettivamente, in Grecia ci sono ampi settori la cui produttività può e deve essere migliorata. Certo, si può obiettare che i greci sono felici così, sono meno avidi del resto degli europei e probabilmente è vero. Per fortuna, comunque, non si sono aperte le porte a quella carestia nazionale che inizialmente sembrava quasi di scorgere.
  
Imprescindibilità del rollbar
Malgrado a ogni angolo si senta ripetere il ritornello «italiani, greci: una faccia, una razza», che la mentalità greca sia per molti aspetti diversa dalla nostra è un fatto che non si può fare a meno di notare durante una permanenza così lunga. I greci sono un popolo che ha ritrovato solo di recente la propria unità, dopo secoli di occupazione straniera, e sono ora giustamente fieri della loro identità, conservata gelosamente durante le fasi della Storia che hanno vissuto più da vittime che da dominatori. Forse è proprio questo ad aver tolto loro quell’aggressività che hanno invece altri popoli. Sono sempre gentili, cordiali, disponibili, ma mai ossequiosi, mai accondiscendenti. La loro generosità, che affonda le radici nell’antica filoxenia, il dovere di ospitalità, è genuina e senza calcolo, ma non ci pensano minimamente a cambiare qualcosa di sé per compiacere l’ospite. Sembrano insomma dire: questo è il piatto, prendine anche tu, ma prendilo così com’è. Un esempio? Una sera, a cena, abbiamo chiesto un dolce. La risposta è stata: «non ne abbiamo, siamo una taverna, non un ristorante», senza provare minimamente a suggerire qualche alternativa o almeno, mostrare un pizzico di rincrescimento di circostanza. 
   
Balli in piazza
In qualunque altra località di vacanza, l’offerta si sarebbe già da tempo adeguata alla richiesta dei clienti, cioè i turisti. Forse è per questo loro modo di fare che non ho mai avuto discussioni con nessuno e neppure visto persone litigare in strada o altrove. Il profitto, la ricerca del denaro, non è la loro priorità; sono filosofi, non mercanti, e lo straniero che arriva in barca viene fatto innanzitutto accomodare; poi sarà lui a scegliere cosa fare, dove andare. Spesso i gestori dei ristoranti aiutano nell’ormeggio, ma il corrispettivo che chiedono è semplicemente di prendere il biglietto da visita del loro locale che ti porgono a manovra ultimata. Sono più liberi di noi, privi di tutte quelle sovrastrutture che noi abbiamo acquisito negli ultimi decenni e che, grazie a leggi calate dall’alto da istituzioni lontane, ci hanno spesso inquadrato in schemi rigidi, estranei alla nostra cultura e costretto, nei fatti, a dismettere quel senso di ospitalità che caratterizava anche gli italiani. I greci sono orientali, più che occidentali, il loro sguardo è rivolto a est, a quella patria perduta che continuano a chiamare Costantinopoli e da cui furono deportati dopo la fine della guerra greco-turca, come stabilito nel 1923 dal trattato di Losanna, che assegnava ai nemici le città dell’Anatolia e a loro tutte le isole dell’Egeo. La loro musica è decisamente arabeggiante e il cumino è per loro una spezia non esotica ma d’uso comune. Posso dire con certezza che i greci sono senza dubbio la cosa più bella della Grecia, anzi, direi proprio che la Grecia sono loro.
   
Resti di naufragi
L’atmosfera di serenità è stata purtroppo funestata dai tristi fatti che hanno riguardato gli sbarchi di migranti provenienti dalla Siria e da altre zone del Medioriente. Arrivando a Kastellorizo, erano circa le quattro di notte, ho visto una luce illuminare la montagna sul lato disabitato dell’isola. Quando sono giunto sottocosta, quella stessa luce ha puntato me per qualche istante, per poi tornare a scandagliare la riva; si trattava, evidentemente, di una pattuglia della Guardia Costiera in cerca di clandestini partiti dalla Turchia, distante meno di due miglia. Sia a Kos che a Rodi ho incontrato gruppi numerosi di persone accampate sulla spiaggia o sul lungomare cittadino, a volte a pochi metri dalle barche all’ormeggio: un triste contrasto fra vacanza e disperazione. Poco distante, i resti della loro fuga dolorosa: mucchi di salvagenti e relitti di gommoni dall’aspetto così fragile che non sorprende che tanto frequenti siano i naufragi quando monta il mare. Spesso mi sono chiesto come comportarmi nel caso avessi incrociato una di queste imbarcazioni. Le autorità mettono in guardia dall’avvicinarsi troppo, perché le persone a bordo potrebbero agitarsi e rovesciare facilmente lo scafo sovraccarico, come infatti spesso è accaduto. E poi, cosa fare di fronte a cento persone che annaspano fra le onde, quale criterio adottare nel selezionare chi salvare e chi no, posta l’impossibilità di prendere tutti a bordo per non finire naufraghi a propria volta? Ringrazio la sorte per non avermi messo di fronte a un dilemma così atroce e lacerante per la mia coscienza. A Kos mi sono trovato a camminare mentre alcuni volontari distribuivano i pasti chiamando dei nomi registrati su un foglio; di questi, due su tre erano Mohammed o Ahmed. Nomi forse falsi, che portano inevitabilmente a temere che in mezzo ai profughi si infiltrino individui con finalità criminali.
   
Rischio corso!
Parecchie persone mi hanno chiesto perché quest’anno non ho aggiornato il blog regolarmente, come di consueto. Le ragioni sono diverse. La prima è che di Grecia ho già scritto molto durante in miei precedenti viaggi, sarebbe stata quindi, per grossa parte, una ripetizione di cose già dette. La seconda è che mantenere un blog di buon livello, che non sia cioè semplicemente la cronistoria della navigazione, è impegnativo, ci vuole molto tempo e soprattutto concentrazione, cosa che non sempre riesco a trovare quando ho gente a bordo, perché tendo a godermi la compagnia e anche a coccolare un po’ i miei ospiti. Infine, volevo dedicarmi all’ultimazione del libro che racconta la mia navigazione, quasi tutta in solitario, da Roma a Istanbul, fatta due anni fa e che sarà pubblicato tra pochi mesi da un editore del settore nautico. Se un blog è impegnativo, scrivere un libro lo è ancora di più, perché è un lavoro infinito di limatura, di aggiustamenti, di attenzione costante a non ripetere concetti o termini già usati. Credo che alla fine sia uscito un buon lavoro e mi auguro verrà apprezzato come il blog di cui è figlio naturale, anzi leggittimo. Se, come si dice, nella vita bisogna fare tre cose: un figlio, piantare un albero e scrivere un libro, posso dire di averle fatte tutte e tre.
  
La chora di Astipalaya
Apro il diario di bordo e lo sfoglio, sono tantissime pagine scritte a mano: dati di navigazione, appunti sui posti visitati, cose da fare o ricordare. Scorrendolo all’indietro ritrovo fatti che mi sembrano remoti e alcuni di essi lo sono davvero, visto che di tempo ne è passato davvero tanto. Ritrovo la notte passata in bianco per il rollio, la cena a bordo di qualche barca amica, gli appunti su un fondale o un ridosso, il pesce catturato e quello slamatosi a un passo dalla poppa. Ritrovo, insomma, le tante emozioni che mi hanno accompagnato in quesi mesi di mare. Faccio l’ultima cena greca in una taverna; Piazza Grande è stata alata questa mattina e ora giace tranquilla sull’invaso, mi godo quindi la serata, incredibilmente calda. Cammino lungo la strada buia che porta al rimessaggio, gli occhi di un gatto spiccano da una siepe quando incrociano i fari di un’auto di passaggio, un cane dietro il cancello di una casa abbaia svogliatamente, poi torna a distendersi al suo posto dopo che l’ho oltrepassato. Arrivo a destinazione e l’ultima pagina del diario la scrivono le luci delle case di Poros che osservo riflettersi colorate sul mare prima di chiudere il tambuccio, per l’ultima volta quest’anno.

Anema e core

Gente,
magnifica gente,
di questa città.
(C. Mattone, Scugnizzi)


L’orchestrina del Circolo canottieri, proprio alle spalle del mio ormeggio, suona alcune famose canzoni di Pino Daniele, imprimendo alla quiete della sera il marchio indelebile della festa, ma soprattutto di questa città. La melodia non sempre è azzeccata, ma la brezza leggera che scorre nella darsena e le luci della costa che si riflettono nel golfo trovano in essa un’inaspettata quanto pertinente colonna sonora che mi rilassa e mette di buon umore. Sono per mare da pochi giorni, partito in ritardo clamoroso sul previsto a causa di alcuni problemi familiari, e se si esclude Reggio Calabria, scalo tecnico quasi ineludibile prima di affrontare la traversata dello Ionio, con una sola tappa lungo il Tirreno veramente nel cuore: Napoli.

Amo questa città e desideravo arrivarci dal mare, a bordo di Piazza Grande, con quel modo di viaggiare che da qualche anno ho fatto mio. Approdare in una grande città ha sempre un fascino incredibile: senti la vita che pulsa fra i fasti antichi, percepisci la scia che i bastimenti del passato hanno tracciato con la forza di braccia dei marinai, senti la storia che nei secoli ha disegnato il paesaggio umano forgiando il carattere degli uomini col sole, col sale. Una pioggia di scintille colorate esplode nel cielo scuro, fuochi d’artificio, che qui suggellano ogni evento festoso pubblico o privato, interrompe il flusso dei miei pensieri; l’orchestra nel frattempo attacca una scialba riedizione di That’s ammore di Dean Martin, mentre alcune coppie accennano un ballo di cui colgo solo sagome in movimento e un senso generale di gaiezza che arriva fin dentro il tambuccio.
 

La città vista dal mare

Sono al pontile della Lega Navale, nel cuore della città, giusto dietro il palazzo reale e Piazza del Plebiscito, fra Castel dell’Ovo e il Maschio Angioino, praticamente nel mezzo delle principali icone della città. Il tunnel stradale che sfocia sul lungomare rigurgita un fiume ininterrotto di automobili forzatamente incanalato verso sud fra clacson ed indisciplina; ne resto stordito, sono mentalmente ancora troppo poco distaccato dal traffico di Roma per sostenere quello di Napoli senza esserne infastidito. Mi incammino sull’altro versante, quello pedonalizzato, dove le persone camminano, corrono, vanno in bicicletta o solo consumano un aperitivo o un piatto di spaghetti alla pescatora godendo del fantastico panorama. Ogni tanto un motorino sconfina nell’area interdetta e ovviamente le persone a bordo non hanno mai il casco. In compenso in un angolo vedo un tizio in piedi che lo indossa: che non siano abbastanza chiare le istruzioni per l’uso? La contravvenzione delle regole a Napoli è sistematica, sulle prime indispone, fa sentire stupido chi invece le osserva, nessun vigile fischia ai centauri a testa scoperta, fenomeno per altro trasversale alle classi sociali. Vedo anche una pattuglia di polizia passare distratta davanti al banchetto che vende sigarette di contrabbando. Umanamente comprendo, si tratta di sopravvivenza non certo di arricchimento, certo però che l’impressione che se ne ricava ha il sapore dello schiaffo all’onestà. Con quale faccia quella stessa pattuglia contesterà qualche cavillo al tabaccaio autorizzato?
 

Prua sul Vesuvio

Percorro Via Roma, Via Toledo, Via Chiaia pensando a Curzio Malaparte, alle sue chiacchierate con gli ufficiali americani raccontate ne La pelle, alla difficoltà, se non impossibilità, di spiegare o comprendere Napoli. La Napoli dell’occupazione americana, poi! La guerra, come racconta Malaparte, ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l’indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo. Un carattere che fortunatamente sussiste ancora oggi, malgrado la globalizzazione che tutto spiana e tutto scioglie in un’unico, primordiale brodo. Ecco, per fortuna neanche Internet è riuscito, almeno finora, a cambiarlo.
 

Gioie e dolori di Napoli

Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un’umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept-store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che volgendo verso Bagnoli resti abbacinato dalle sue brutture industriali.
 

Murales

Abbandono le vie eleganti e mi infilo, un po’ guardingo, fra i vicoli dei Quartieri Spagnoli e di Santa Lucia, per sentire l’anima della città esplodere in tutto il suo vigore. E’ la città dei bassi, dove l’occhio curioso scorge ambienti angusti ma sempre curati, dove capisci perchè proprio qui l’amore venga esaltato come valore universale. Provate a vivere a contatto di gomito con decine, centinaia di persone: amare il prossimo diventa l’unica alternativa possibile all’intolleranza e quindi all’odio, è un fatto di sopravvivenza. Un ragazzo, con l’aria da guappo, guarda la macchina fotografica che ho al collo, poi mi dice qualcosa con un sorriso a denti stretti non del tutto amichevole. Raccolgo benevolmente la sua provocazione e rispondo: Vuoi una foto? No, no, ribatte schivo e mi sorride ancora, stavolta senza equivoci, allontanandosi rapidamente. Dietro di lui, un uomo anziano, accovacciato su un gradino, mi guarda e piega entrambe le mani verso il suo viso, con un’espressione che dice apertamente: se vuoi fare una foto ci sono qua io! Lo accontento con piacere, mi chiede un secondo scatto, poi mi domanda di dove sono. Allora siamo cugini, mi fa dopo aver ascoltato la mia risposta. 
 

Semplicemente Napoli

Quanta umanità all’ombra dei filari di panni stesi fra i palazzi, così tanta da soverchiare la repulsione per la spazzatura ed il disordine che spesso regnano sovrani. E’ chiaro che un posto come Napoli lo ami o lo odi, tutto è esagerato, anche le stazioni della metro, con i loro colori sgargianti sembrano inneggiare ad un kitch che qui però trova una sua leggittimazione al punto da assurgere ad arte. Un cancello di ferro chiude l’accesso ad un cortile, un cartello sgrammaticato attaccato sopra invita le forze dell’ordine a suonare forte prima di dichiarare evase le due persone agli arresti domiciliari i cui nomi sono scritti a chiare lettere: dove c’è amore, non può esserci privacy, diceva il professor Bellavista di De Crescenzo.
 

Gennaro ti scruta severo

Vado al duomo per vedere il tesoro di San Gennaro, culto supremo di Napoli, il cui sangue, o quel che è, miracolosamente un paio di volte l’anno si scioglie fra le mani del vescovo e le urla dei fedeli. Mentre mi aggiro per le teche che contengono monili e mitre letteralmente tempestati di pietre preziose, mi avvicina Giovanna, una delle custodi del museo nonché amministratrice della pagina Facebook Evviva San Gennaro. Sono l’unico visitatore e con una gentilezza incredibile mi spiega tutto quello che c’è da sapere sul tesoro e sul santo. Gennaro per noi è uno di famiglia, è un qualcosa che travalica la religione cristiana, lo chiamiamo in causa per tutto quello di cui abbiamo bisogno e lui non manca di intercedere per noi. Per esempio, se c’è una partita di calcio importante, a casa mia mettiamo la sua foto sul televisore, se non lo facciamo il Napoli perde. Provo a chiederle quale sia per lei il confine fra fede e superstizione, quale la differenza fra la foto di San Gennaro ed un cornetto rosso qualunque. Poi mi ricordo che per strada ho visto vendere cornetti rossi benedetti e capisco che qui non esiste una linea di demarcazione netta. Fuori la chiesa un banco vende i pomodori ciliegini a 1 euro al chilo, gli stessi che pochi mesi fa a Saint Tropez ho visto (e lasciato sul bancone) a 9,90 euro. Certo, il pensiero va alla terra dei fuochi, ai veleni sotterrati dalla malavita e poi restituiti al mondo sotto forma di frutta e verdura fresche, ma anche a quell’amore e quell’umanità che nessun pomodoro griffato di Saint Tropez potrà mai contenere.
 

Pino Daniele tra i pastorelli di S. Gregorio Armeno

A Napoli sale a bordo di Piazza Grande Isabelle, francese con cuore italiano e accento veneto, che navigherà con me alcune settimane. Insieme ci dirigiamo verso le Eolie dove arriviamo dopo una notte di navigazione con vento fresco davvero esaltante. Diamo fondo all’isola di Vulcano, facciamo una bella escursione fino alle fumarole sulla cima del monte e la sera ci incontriamo con Felice, un amico che fa charter di lusso con il suo bellissimo caicco di 25 metri. Siamo invitati a bordo per un aperitivo, le attrezzature del Santa Lucia, questo il nome della barca, fanno impallidire per dimensioni quelle di Piazza Grande, ancorati vicini sembriamo il nano ed il gigante. Felice ha fatto del mare la sua scelta di vita, la sua stazza notevole copisce non meno della sua generosità. Una volta, ci conoscevamo appena, si è adoperato per aiutarmi a risolvere uno dei mille problemi che le barche elargiscono senza lesinare. Bisogna aiutare il prossimo, mi dice spiegandomi la sua filosofia, uno a casaccio, tanto il bene che facciamo prima o poi ci torna, in altre forme, per altri canali, da altre persone. Felice è napoletano, non mi sorprende la sua umanità, che poi è uno di quei tratti che rendono unica la sua città; non posso che ammirarlo e cercare di fare mie le sue parole. 
  

Vita nel vicolo

Quando torniamo su Piazza Grande mi scopro a pensare a Pasolini, che parlava della distruzione delle borgate romane non come dell’emancipazione di un sottoproletariato altrimenti senza speranze, bensì nei termini di un genocidio culturale. La prima volta che ho letto questa cosa ne sono rimasto interdetto, l’affrancamento di qualcuno dalla povertà non può che essere salutato con piacere. Poi ho capito cosa voleva dire e cioè che insieme alle baracche erano stati distrutti per sempre i valori che quella periferia di società civile portava con sè. Napoli non è periferia del mondo, anzi, ma qualcuno vorrebbe distruggerla o almeno ricondurla sui binari di un consesso che spesso ha nella ricchezza il suo unico valore. Allora la sopravvivenza di Napoli diventa la sopravvivenza del genere umano, anzi dell’umanità nel senso di capacità di provare sentimenti umani nei confronti del prossimo. Sarà l’umanità di Napoli a salvare l’umanità.

Questione di sopravvivenza

Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi.
  
(F. Pessoa)
 

E’ buio pesto e non si vede a un metro, siamo in sette in acqua, con indosso il salvagente arancione che ci cinge il collo ed il busto. Spruzzi d’acqua fredda ci investono da tutte le parti ed il rumore di tempesta è così forte da costringerci ad urlare anche ad un metro di distanza. Ci stringiamo a cerchio tenendoci con le braccia e ci contiamo per verificare di essere tutti quelli che dovremmo. Senza perdere il contatto fisico ci avviciniamo alla zattera, individuandola dal tenue riflesso sulle bande catarifrangenti poste sul tetto. Ci aggrappiamo al cordino di sicurezza che gira tutt’attorno e poi, non senza difficoltà per i vestiti zuppi e l’impaccio del salvagente, saliamo a bordo uno ad uno.
Dentro è tutto fradicio, sul fondo ci sono quattro dita d’acqua che abbiamo imbarcato salendo e che continua a sgocciolare dai nostri indumenti. Batto i denti dal freddo, proviamo a sgottare, ma non abbiamo una sassola e con le mani è più l’acqua che ricade dentro che quella che finisce fuori. Rinunciamo e chiudiamo la chiusura lampo della piccola apertura di ingresso per evitare che gli spruzzi entrino copiosamente all’interno. Ci contiamo nuovamente e mentre mi domando quanto tempo dovremo restare qui dentro, si comincia a sentire un rumore assordante di elicottero. Un potente fanale sopra di noi spara improvvisamente un fascio di luce verso il basso, guardo fuori e vedo che stanno calando un cavo d’acciaio. A turno ci tuffiamo in acqua per raggiungere la fune ad una decina di metri da noi. Quando tocca a me, mi assicuro di aver agganciato bene l’imbracatura, poi alzo un braccio e faccio ruotare la mano per segnalare che sono a posto e posso essere issato. Gli schizzi mi sferzano la faccia, nel momento in cui sento che sto uscendo dall’acqua lascio andare braccia e gambe e mi abbandono completamente: ho fatto tutto quello che dovevo e tutto ha funzionato.
 

Gli strumenti di tortura

Beh, certo che ha funzionato, eravamo nella piscina del Centro di Addestramento Soccorso e Sopravvivenza di Anzio, dove ho frequentato un corso ISAF (International Sailing Federation) di due giorni, ma la simulazione era di un realismo impressionante, con effetti speciali degni di Hollywood. Sì, era tutto finto, o quasi tutto, il freddo era vero; siamo in inverno e passare un pomeriggio ad entrare ed uscire dall’acqua non è stato piacevole, è stato anzi di per sè una lezione: l’ipotermia è uno dei pericoli maggiori in caso di naufragio. Il motivo che mi ha spinto a frequentare questo corso, obbligatorio per le regate d’altura ma non per la crociera, è che certe cose, certe procedure, è bene provarle quando si è in tranquillità in modo di averne già dimestichezza se mai dovesse capitare qualcosa di brutto, e non correre quindi il rischio di perdere tempo o sbagliare manovra, peggiorando così situazioni già pericolosissime. I miei compagni di corso, un paio di dozzine, sono distribuiti fra regatanti, velisti non agonisti e qualche skipper professionista. Ci sono anche alcuni ragazzi che lavorano a bordo di grosse navi, quelle che dopo indebiti “inchini” faticano ad avviare procedure corrette di salvamento e causano molte vittime invece evitabili. Insomma, in caso di naufragio o altri gravi problemi a bordo, direi proprio che la conoscenza salva, l’aver provato in sicurezza le manovre da effettuare, salva ancora di più.
 

Nuoto sincronizzato

Non è stato un corso all’acqua di rose, uno di quelli dove si gioca a a fare finta, bensì lezioni teoriche ed una serie di simulazioni delle situazioni tipiche di difficoltà in mare, dal naufragio, alla zattera, all’incendio a bordo. Una cabina con dentro alcuni di noi a turno è stata fatta cadere in acqua e poi rovesciata sottosopra; è incredibile come sia facile perdere l’orientamento dovendo uscire da un finestrino sott’acqua, tanto che uno dei primi è uscito dalla parte sbagliata rischiando di incastrarsi sotto la cabina stessa. Stare seduti al chiuso e sentire l’acqua che sale rapidamente fino a sommergerci non è una bella sensazione, il panico che scatta può far precipitare in un attimo una situazione già di per sè pericolosissima, bene quindi provarla in piscina con un sub pronto ad assisterci in caso di problemi. Anche prendere dimestichezza con la zattera è fondamentale: quanti velisti l’hanno mai vista aperta dal vero? E salirci sopra, impacciati da vestiti e salvagente è tutt’altro che semplice, soprattutto in presenza di mare formato. Penso a Fogar, alla sua terribile esperienza, raccontata quotidianamente dai telegiornali della mia infanzia, agli interminabili giorni passati alla deriva da lui e quell’altro grande velista che era Mauro Mancini, alla fine drammatica di quella vicenda. Penso a lui e ai tanti diportisti che si sono ritrovati su un metro quadrato di tela gommata, unico sottile diaframma fra loro e l’abisso, e mi chiedo: ma quanto si può resistere così? Al di là delle ovvie considerazioni sull’età e la preparazione atletica delle persone, c’è un fatto su cui riflettere: non siamo più abituati alla sofferenza, la mia generazione, almeno nel mondo occidentale, ha vissuto di agi, magari modesti, non di privazioni. Per provare sofferenza fisica abbiamo fatto sport di resistenza, ma era questione di poco, un’ora o due, poi c’era sempre la doccia e tutti i comfort a cui siamo abituati. Penso ai miei figli, ancora meno di me avvezzi alla sofferenza, una generazione sempre iperprotetta dalle famiglie.
 

Appeso ad un filo

E poi la pretesa che abbiamo che sempre tutto funzioni perfettamente, che in caso di problemi ci sia sempre un bottone da premere che in un istante ci catapulti fuori, come il seggiolino degli aerei da caccia, nelle braccia soffici ed accoglienti di qualcuno pronto a salvarci. Un po’ quello che è successo con la Norman Atlantic, in fiamme col mare in burrasca, ed i soccorritori in evidente difficoltà, non per loro incapacità, ma per la situazione oggettiva. Eppure non sono mancate le polemiche, essere salvati perfettamente integri è per qualcuno un diritto inalienabile, dovunque ci si trovi, ed un solo capello torto fa sentire in dovere di intraprendere cause legali contro chi di quel capello ha minato la salute. Chi va per mare sa che non è così, non esistono certezze, esistono procedure di salvataggio ma esiste la forza della natura, contro cui continuiamo ad essere piccoli ed insignificanti. Dopo la simulazione del sollevamento con l’elicottero e dopo un pomeriggio passato con i vestiti zuppi, finalmente a sera una doccia calda. Nello spogliatoio del centro, mentre mi lascio scrociare l’acqua addosso lungamente, penso che se non fosse stata una simulazione, ora starei al freddo su un velivolo, con il comfort ancora lì da venire. Il freddo mi ha sempre fatto paura in mare, fa perdere lucidità, sto sempre attentissimo a non raffreddarrmi, a non dissipare il calore, coprendomi sempre anticipatamente, soprattutto durante le navigazioni notturne.
 

Keep in touch!

Durante una lezione è squillato un telefono, era Matteo Miceli. Sì, proprio lui, quello che sta facendo il giro del mondo da solo con due galline, anzi una, l’altra è passata dopo poche miglia a miglior vita, gettata in mare senza neppure la consolazione di aver insaporito, con il proprio sacrificio estremo, un brodo domenicale. Collabora con il centro, è una telefonata programmata, ci racconta della sua esperienza poi si presta molto cortesemente a rispondere a qualche domanda sulla sicurezza. La sua voce arriva forte e chiara attraverso il telefono satellitare, è ai nostri antipodi, a poche miglia da Capo Horn, il terrore di tutti i bastimenti dell’antichità, ci riferisce di onde di 8 mt e vento a 70  nodi, una mostruosità, eppure sembra tranquillissimo come un diportista qualunque uscito in una bella giornata di sole estivo a fare il bagno fuori dal porto. Senza nulla togliere al prodigio di poter chiacchierare amabilmente con uno che sta in mezzo ad una tempesta all’altro capo del mondo e senza assolutamente negare il vantaggio in termini di sicurezza che questa possibilità offre, mi chiedo: ma uno, dove deve andare ormai per stare veramente lontano dalle seccature? Me lo sono immaginato alla prese con una strambata nella tempesta, distratto da uno squillo: pronto, sono l’amministratore, non ha saldato la rata del termosifone di marzo. Oppure: sono il commercialista, il mese prossimo c’è l’IVA da pagare. O ancora: tesoro, sono mamma, attento a non prendere freddo. Non dico per dire, sono cose che nel mio piccolo ho provato anch’io. Più di una volta è capitato che nel bel mezzo di una situazione difficile oppure incantevole, squillasse il telefono per portare a bordo qualche rottura di scatole o anche semplicemente una distrazione, un elemento estraneo che ha spezzato un’emozione. E’ uno dei drammi dei giorni nostri, siamo sempre costantemente in contatto con la nostra rete di conoscenze, digitiamo sui display dei nostri telefonini alla ricerca della soluzione di qualunque nostro piccolo o grande problema, in pratica non siamo mai al 100% dove siamo, anzi spesso siamo semplicemente davanti ad una quinta diversa ma con la testa sempre in quel medesimo iperspazio dal quale mentalmente non siamo veramente partiti. Durante il prossimo viaggio, è una promessa con me stesso, l’uso del cellulare e di Internet saranno ridotti al minimo.
 

Sopravvissuti!

Ritiro l’attestato di partecipazione con su stampato il mio nome, scambio qualche recapito con alcuni compagni di corso, poi torno a casa, stanco ma decisamente soddisfatto. Ho respirato nuovamente, dopo qualche mese, aria di mare, di vela: malgrado sia sbarcato solo tre mesi fa, stavo già andando in astinenza. Ora è tempo di guardare avanti, ai tanti lavori di manutenzione da fare a bordo di Piazza Grande, alla rotta che farò, al mare che si aprirà sotto la mia prua. Intanto, però, dalla finestra di casa vedo le macchine girare veloci attorno alla piazza lasciando dietro di sè una scia di puzza e rumore. Chiudo la persiana e mentre mi preparo per andare a dormire penso che anche questa è una questione di sopravvivenza.

Tornando a casa


Mare, metà della mia anima è fatta di aria di mare.

(S. de Mello)


Mi emoziono ancora. Sono mesi che sto per mare, ho percorso migliaia di miglia, ho navigato con la bonaccia e con la burrasca, ho visto centinaia di isole, cale, città, paesini, fiumi, eppure bastano i primi raggi di sole che al mattino colpiscono la coperta di Piazza Grande, ancorata poco distante da Porto Ercole, all’Argentario, mi basta osservare alcuni gabbiani planare sulla superficie appena increspata dell’acqua, mi basta scorgere la sagoma di un piccolo peschereccio in controluce, per sentire dentro di me una gioia viva che mi fa scordare in un attimo tutti i disagi della vita di bordo, la stanchezza accumulata, le scomodità, e godere dello spettacolo incomparabile dell’alba.

Ieri sera ho calato due ancore per evitare di rollare troppo durante la notte; oltre alla principale a prua, ho dato fondo ad un ferro da 15 chili a poppa in modo da mantenere la barca perfettamente allineata al mare. Recupero la cima, alcune gocce d’acqua mi colano sulle mani, sono tiepide, più calde dell’aria che a quest’ora, sono le 7 del mattino, è piuttosto fresca. Poi, facendo attenzione che l’ancora non sbatta da qualche parte sullo scafo, la isso a bordo e la lascio scolare un po’ in pozzetto prima di riporla nel suo gavone. Recupero anche l’ancora di prua, questa più comodamente, pigiando un tasto sul telecomando che ho in mano. Poi infine ingrano la marcia e inizio, ancora una volta, il mio cammino sul mare.

 

Uno degli ultimi pasti a bordo

Destinazione Riva di Traiano, Civitavecchia, sono circa 35 miglia, le giornate ormai sono corte, le ore di luce poche e quando cala il sole comincia a fare freddo, soprattutto se c’è vento. Preferisco quindi non navigare di notte se non è indispensabile ed evitare tratte troppo lunghe. Eolo oggi latita, procedo a motore, aspettare il vento vorrebbe dire non farcela prima del tramonto. Incrocio un paio di piccole barche, a bordo solitari pescatori che mi salutano, sarà l’affinità, ricambio col gesto della mano aperta sventolata e mentre saluto mi prende un filo d’ansia leggera. In città ci si ignora, qualunque cosa succeda al prossimo, ci si gira dall’altra parte facendo finta di non vedere e si tira dritto per la propria strada; l’esatto contrario di quello che avviene in mare, mi chiedo come reagirò rientrando nella cosiddetta civiltà. Mi reintegrerò rapidamente, comportandomi anch’io come se gli altri, gli estranei, fossero invisibili, oppure vivrò una condizione di diversità, di apertura che però in un contesto alienato potrebbe portarmi sofferenza? Mi riabituerò alla vita cittadina, ai rumori, al traffico, alla scortesia della gente ripensando al saluto spontaneo e reciproco dei tanti sconosciuti incontrati in mare? Scaccio questi pensieri, meglio godersi questi ultimissimi sprazzi di vita marinara, calo la traina, do anche oggi una chance al Roscio, l’esca artificiale presa a Macinaggio, anche se la mia stima nei suoi confronti è ormai scesa parecchio.
 

Ciminiere e grandi navi a Civitavecchia

Dopo una navigazione senza storia, il cui unico diversivo è stato l’avvistamento delle ciminiere di Montalto di Castro, la centrale nucleare costruita e mai entrata in funzione, entro nel porto di Riva di Traiano, accompagnato da un maestrale che ha preso finalmente a soffiare, a circa 20 nodi, quando sono ormai praticamente arrivato. Chiamo via radio la capitaneria, mi identifico e chiedo un posto. Mi indicano dove ormeggiare, poi mi sento chiamare di nuovo al VHF: Ciao Piazza Grande, appena hai ormeggiato passo a salutarti. E’ Sergio, un amico velista di Amici della Vela, lo storico forum, compagno di cene di gruppo e chiacchiere di barche, ha sentito la mia chiamata e mi ha riconosciuto. Che bello, mi fa sentire a casa ed in effetti ci sono quasi. Questo porto lo conosco, l’ho frequentato in diverse occasioni: in transito con Shipman, la barca che avevo prima di Piazza Grande, poi partecipando ad alcune regate del campionato invernale che si svolge qui, uno dei più importanti del Tirreno, infine durante un inverno di circa 10 anni fa, quando aiutai per un po’ un’amica che aveva un’agenzia di broker nautico proprio qui. La sera vado a cercarla, non la sento da parecchio tempo, trovo il suo negozio chiuso, S’è spostata più avanti, mi dicono, un locale più piccolo, sai la crisi. Trovo la nuova agenzia ma è chiusa, peccato, l’avrei salutata volentieri. Il posto che mi hanno dato è di fianco a due mostri velici, due barche da regata d’altura, lunghe poco più di Piazza Grande ma larghe il doppio, la poppa di una rischia di battere sul mio pulpito proprio dove tengo appeso il fuoribordo del tender, do una sistemata generale alle cime per evitare danni ad entrambi. In banchina mi aspetta anche Carlo, un caro amico che come me naviga spesso in solitario, quando non l’accompagna la moglie Manuela. Ceniamo insieme su Piazza Grande, orecchiette con zucchine e salumi provenienti da tutto il Mediterraneo occidentale, raccolti durante la navigazione. Mi piace parlare con Carlo, mi piace il suo approccio al mare e alla navigazione, fatto di sostanza e non di fronzoli, ci somigliamo parecchio in questo, forse non è un caso che anche lui abbia un blog dove racchiude racconti di vela e riflessioni. E in omaggio alla fisiognomica, ci somigliano anche un po’ nell’aspetto.
 

Lunga uguale, larga il doppio

L’indomani mattina mi preparo all’ultima tratta di questo lunghissimo viaggio, quella che mi porterà a Fiumara, la foce del Tevere, dove Piazza Grande passerà l’inverno. Ho già deciso di fermarmi fuori per la notte ed entrare la mattina successiva, voglio restare solo con me stesso, meditare un po’ e prepararmi spiritualmente a rientrare nella cosiddetta civilità. Anche Ambrogio Fogar, di ritorno dal suo giro del mondo in solitario, attese una notte alla cappa per entrare in porto proprio nel giorno di Sant’Ambrogio. Il sole si alza da dietro le colline, esco dal porto e mi metto in rotta, c’è una leggera brezza, avanzo quel tanto che basta per arrivare a destinazione prima che faccia buio. Metto bene a segno le vele per sfruttare al meglio il poco vento che c’è poi mi faccio un caffè che mi aiuti a smaltire i postumi enogastronomici della cena con Carlo. La costa laziale scorre alla mia sinistra, a Capo Linaro uno stormo di gabbiani volteggia incessantemente attorno ad un piccolo specchio acqueo indicando la probabile presenza di pesce, ci passo sopra, ma il Roscio resta ignorato da volatili e pinnuti. Vedo automobili e TIR sfrecciare sull’autostrada Roma-Civitavecchia, missili terra-terra in confronto alla mia velocità, il progresso impone che si corra sempre, ma forse più che progresso è sviluppo, sviluppo senza progresso come sottolineava già 40 anni fa Pasolini. Il mare intanto sta progressivamente cambiando colore, dal blu al grigio-verde della costa davanti a Roma, mi osservo mentre conduco la navigazione e compio quei mille piccoli quotidiani gesti che la accompagnano e mi scopro più cauto e prudente del solito. Credo che il mio inconscio non voglia che succeda qualcosa proprio adesso, un imprevisto a pochissime miglia dall’arrivo, sarebbe assurdo e grottesco dopo una navigazione che è filata liscia al 100% per 5 mesi e 3500 miglia. Scopro anche di aver perso un po’ la cognizione dello spazio e del tempo, mi sembra ieri che ero a Lisbona, a Gibilterra, a Siviglia, in Marocco, mi sembra quasi di poter girare la prua ed essere di nuovo lì in poco più che un istante, un battito d’ali di una farfalla, un’enorme farfalla con due grandi ali bianche che le mie mani possono regolare perchè mi conduca dove voglio io. All’altezza di Fregene la sorpresa di un delfino che volteggia un paio di volte sotto la prua, poi l’ultima onda che mi culla, un ultimo alito di vento che mi spinge, e sono a destinazione.
 

Il faro di Fiumara, rotto da decenni

Passerò la notte protetto dall’antemurale del venturo Porto della Concordia, un progetto ambizioso bloccato da un giudice troppo curioso e invadente che pare abbia scoperto l’uso di materiali da costruzione scadenti e diversi da quelli previsti dal capitolato approvato nonchè pagato, con soldi pubblici, ad uno dei soliti e ben noti nomi dell’edilizia romana. Mi ridosso bene e calo l’ancora, certo che agguanti a dovere sul fondo reso limaccioso dalle sabbie fini sospinte in mare dal Tevere. Cala il sole e la temperatura mi costringe sottocoperta, ogni tanto si sente il rumore di un aereo che atterra o decolla dal vicino aeroporto e sovrasta il rombo sordo della città, qualche fanale rosso e verde segnala barche di ritorno verso il Tevere, le luci sulla costa si riflettono sull’acqua, per il resto solo io ed i miei pensieri. E’ un momento di riflessione, non capisco se sto rientrando o se non sono mai partito, spostarsi con una barca è come spostarsi con tutta la casa, per certi aspetti si perde la cognizione del viaggio; in effetti, sono sempre stato qui, a bordo di Piazza Grande, la compagna fedele di migliaia di miglia. Dopo una cena veloce inizio a preparare le cose da sbarcare immediatamente, ovvero quelle di valore, i cibi deperibili rimasti nel frigo, i panni sporchi, i regali che ho portato alle persone care. Mentre scaldo un po’ il quadrato con il forno bevo un goccio di rum, poi me ne vado in cuccetta, non c’è più vento, il ridosso è perfetto, non c’è il minimo rollio. Buona ultima notte, Piazza Grande!
 

Battaglia aerea per il pane

Il sole sulla costa tirrenica sorge dalla parte sbagliata, non offre lo spettacolo maestoso della sfera infuocata che si alza dal mare, ma schiarisce l’aria progressivamente da dietro le colline per poi mostrarsi quando la luce è ormai piena e diffusa. Faccio un caffè poi esco in pozzetto, è la prima volta che sento veramente freddo, ci saranno 7 o 8 gradi, sottocoperta il termometro ne segna 15, pochini anche qui. Accendo la radio, trasmettono le previsioni del traffico, una cosa che mi ha sempre inquietato, cambio immediatamente canale preferendo sorbirmi la musica banale che generalmente si capta in modulazione di frequenza piuttosto che il bollettino delle strade intasate. Alcuni amici mi aspettano al pontile per le 11, un piccolo comitato d’accoglienza, ho il tempo per fare un po’ di pulizie in modo da lasciare tutto in ordine e non invogliare animali sgraditi a fare visita, dopo l’esperienza sivigliana sto molto in guardia. Compio i gesti con lentezza, come se volessi prolungare questi ultimi momenti, come per assaporarli fino in fondo. Faccio a rate le cose che ho da fare, mi interrompo spesso, quasi non voglia scrivere la parola fine a questa esperienza fantastica. Ho una pagnotta sana di pane ormai secco, la lancio ad uno stormo di gabbiani che volteggia poco lontano, tutti si precipitano in quella direzione, ma nessuno riesce a mangiarla. Ogni volta che qualcuno si posa sull’acqua per staccarne un pezzo col becco, un altro gabbiano da dietro lo attacca in picchiata e cabrando lo costringe a desistere e volare via rapidamente. Poi la scena si ripete identica col vincitore del duello aereo nella parte del nuovo perdente, così per molte volte, quasi una traslazione nel mondo animale di ciò che spesso succede fra gli uomini, soprattutto fra quelli che non vanno per mare. Alla fine, quando è l’ora, accendo il motore ed esco dal mio riparo. Subito mi trovo circondato da un numero impressionante di barche, sono centinaia, è un sabato bellissimo di sole e in tanti ne hanno evidentemente approfittato per un giro o una battuta di pesca. Faccio lo slalom per evitare di abbordarne qualcuna, poi entro dentro Fiumara, avvertendo quell’odore consueto che ho incontrato tante volte nei fiumi spagnoli e portoghesi che ho navigato, un odore diverso da quello del mare.

 

Le bilance di Fiumara

Per quanto il Tevere sia un fiume di modesta portata, l’avanzare diventa più affannato nel punto dove si scontrano corrente uscente e mare entrante. Come è noto si forma una barra di sabbia che solleva il fondo a meno di 3 metri rendendo impossibile entrare o uscire quando ci sono vento e onda, soprattutto da libeccio. Appena dopo l’ingresso, su entrambe le sponde, le bilance, i tipici attrezzi da pesca della zona; dietro, le tante casette abusive e fatiscenti che danno a questa foce un aspetto degradato. Peccato perchè non sarebbe un brutto posto, anche se oggi mi appare diverso perchè oggi sono diversi i miei occhi. Risalgo il fiume per 3 miglia cercando di non agganciare con l’elica le lenze dei tantissimi trainisti che incautamente lo percorrono nei due sensi. Mentre il pilota automatico mantiene la rotta sistemo cime e parabordi per prepararmi all’ormeggio, chiamo l’ormeggiatore al telefono come d’accordo, poi mi accosto al pontile dove scorgo le facce amiche che mi attendono. Un gesto di saluto, un sorriso, i ragazzi del cantiere mi indicano dove affiancarmi, gli lancio le cime, poi, una volta ben assicurato in andana, scendo per abbracciare Andrea, Thomas, Nicola, Marco e Rosella e ringraziarli della gioia che mi hanno dato venendo qui ad aspettarmi. Stappo una bottiglia di prosecco per un brindisi, Thomas ha portato le pastarelle, tutti loro mi chiedono del viaggio, sono amici di vela, di mare, con la stessa mia passione. Ritrovo anche alcuni degli amici che sono qui stabilmente con la barca, anche loro mi domandano della rotta, dei posti che ho visitato, dei venti che ho incontrato, dei mari che ho navigato. Ecco, ora sono pronto per riaffrontare la città, la sua alienazione, il suo traffico, ho scelto di rientrare di sabato proprio perchè generalmente ce n’è molto meno, mezzora di auto e ritrovo Roma, che nonostante tutto non smetto di amare.
 

Degrado sul Tevere

A casa Camilla, Tommaso e Alessandra mi accolgono con un abbraccio, so di essergli mancato come loro sono mancati a me, ma è impossibile intraprendere un cammino, un viaggio anche interiore, senza che nessunno degli affetti ne risenta. Noto alcuni dei miei spazi occupati, la mia piccola scrivania, la scarpiera, l’attaccapanni dove lascio i vestiti la sera. Noto anche che il mio accappatoio appeso in bagno è scolorito e mi chiedo quanto tempo resisterò senza essere nuovamente catturato dai valori della città, decisamente più consumistici di quelli del mare. Che i valori di città siano diversi me l’hanno silenziosamente confermato i due vicini che ho incrociato nel portone: il primo, una persona scorbutica, antipatico a tutto il palazzo, mi ignora come sempre, malgrado abitiamo nello stesso stabile da almeno 3 lustri. Il secondo, un pensionato invece molto cordiale che spesso incrocio mentre porta il cane a spasso e con cui scambio sempre volentieri due chiacchiere sul tempo, mi saluta e mi fa il suo solito commento meteorologico: sono stato via 5 mesi e lui non se n’è accorto. Non me ne sorprendo, la stessa cosa è capitata a me tempo fa con un altro vicino che alla mia domanda, Come va?, mi rispose Torno ora da 6 mesi di ospedale. Alla fine non è colpa delle persone, è la città che spersonalizza gli individui trasformandoli in una massa umana quasi senza volto che spesso attraversiamo impermeabili a qualunque interazione emotiva. Anche con la rete WiFi di casa fatico ad interagire, sembra non riconoscermi, mi consolo pensando che Ulisse, al suo rientro, è stato riconosciuto immediatamente solo dal cane Argo. Ma tutte queste cose, queste perdite, erano state messe in conto, era il costo preventivato da pagare, il dazio imprescindibile; il mare prende, il mare da, alla fine tutto si bilancia. Il guadagno, oltre all’incommensurabile soddisfazione di aver navigato così tanto, è stato recuperare parti di me che giacevano nel fondo della mia anima, soffocate dal marasma metropolitano e dallo stress, che ho ritrovato grazie al mare e che nel mare cercherò ancora. Perchè di modi di trovarsi ce ne sono tanti, ma per quanto mi riguarda il mare è insuperabile, è una fonte inesauribile d’emozione, di gioia, di vita. Sì, il mare è vita e grazie alla vela si va per mare, si va nella vita. E allora viva la vela, viva il mare, viva la vita!

Arcipelago toscano, proibito proibire

Scacciati senza colpa
andrem di terra in terra,
a predicar la pace
ed a bandir la guerra.

(P. Gori, Addio a Lugano)

Dopo una mattinata passata a scrostare sale da Piazza Grande, sciacquando con abbondate acqua dolce la coperta, gli acciai, le vele, le cime e tutto quanto è stato esposto ai 3 giorni di burrasca portuale, mollo le cime e lascio Macinaggio in direzione di Capraia, la piccola isola dell’Arcipelago Toscano a sole 15 miglia dalla Corsica. Il vento non mi assiste, è poco, poi gira sfavorevolmente costringendomi ad accendere il motore. Ma la tempesta insegna ad apprezzare la quiete, la vita è un alternarsi di stagioni e forse se non fosse per le cose brutte non si apprezzerebbero in pieno quelle belle. O forse in tutto c’è del bello, basta saperlo cogliere.
Ne approfitto quindi per cercare una secca a circa 50 metri di profondità, una sorta di cono che si erge da oltre 400 metri, segnata sulla carta proprio lungo la mia rotta. Ricerca infruttuosa, quando secondo il GPS sono sullo spot, l’ecoscandaglio segna ancora più di 100 metri e i cerchi che provo a descrivere sempre più larghi intorno al punto dove mi trovo, non sortiscono alcun risultato. Insomma, la secca non la trovo, forse è davvero piccola, chissà. Ho a traina una nuova esca, un bellissimo rapala che ho preso a Macinaggio, soprannominato il Roscio perchè è bianco con la testa tutta rossa; sostituisce Tigro, portato via dal grosso tonno che giorni fa per un pelo non sono riuscito a tirare a bordo. Capraia segna per me il ritorno in Italia, da mesi navigo in acque spagnole, francesi, portoghesi e africane, ora torno in patria e lo faccio, purtroppo, con apprensione; mi riferisco ad ormeggi portuali ed ancoraggi in rada. I fatti, purtroppo, confermeranno i miei timori.
 

Capraia, il faro

La temperatura è ancora piacevole, resa mite dal sole che quando c’è scalda l’aria permettendo di stare in costume e maglietta durante la giornata. Quando però cala, in pochi minuti tutto cambia e rapidamente indosso pantaloni lunghi e pile; è un continuo mettere e levare indumenti, si inizia la mattina a sfogliarsi come una cipolla, per poi ricomporsi a sera. Che il sole non sia più quello estivo se ne sono accorti anche i pannelli solari, la carica che forniscono quotidianamente è precipitata, sia perchè sono diminuite le ore di luce, sia perchè il sole non si alza più come in estate sull’orizzonte, i suoi raggi arrivano sulla terra con un angolo sempre più acuto. Guardo il mare appena mosso, rimango incantato, dopo 5 mesi resta ancora per me uno spettacolo, incredibile e mai uguale, che mi cattura e mi porta via, un po’ come il fuoco nel camino, potrei stare ore ad osservare entrambi senza annoiarmi. Verso le 6 e mezzo il sole tramonta e dopo circa un’ora sono davanti a Capraia, preferisco evitare di entrare in un porto sconosciuto di notte e decido di mettermi all’ancora. Pochi minuti prima di me è arrivato un catamarano francese, li vedo trafficare con l’ancora più del normale, mi avvicino e il tizio alle prese col salpancore mi fa: C’è una catena sul fondo, l’abbiamo presa con la nostra ancora. Non posso fare nulla per aiutarli, resto in attesa, poi vedo due gavitelli e decido di prenderne uno, l’altro resta per i francesi quando avranno sbrigato l’impiccio. Dopo una mezzora, si avvicina un gommone: Qui non potete stare, dovete andare via. E dove?, rispondo sorpreso. Sotto la torre, date ancora là. Quanti metri ci sono di fondale?, chiedo. Circa 20. Bene, dare fondo in 20 metri, di notte, al buio, a ridosso di una scogliera a picco, su un fondale di roccia: direi che ci sono tutti gli elementi per andare in cerca di rogne. Resto qui, dico al tizio, il gavitello l’ho controllato, è assolutamente in grado di tenermi, e poi c’è il catamarano ancora nei guai e una catena sott’acqua, non è sicuro spostarmi. Il tipo borbotta qualcosa, poi se ne va. Quando i francesi riescono finalmente a sbrogliarsi, mi cucino un frittatone di cipolla e poi vado a dormire.
 

Capraia, la torre

L’indomani, di buon mattino, mi preparo per entrare in porto, ho voglia di visitare Capraia, dove non sono mai stato prima, e poi conosco i miei polli, sono sicuro che se resto qui qualcuno verrà a protestare. Neanche il tempo di un caffè, e torna il tizio di ieri sera: Ti avevo detto di andare via. E io ti avevo detto che non era possibile, rispondo, non potevo ancorare dove hai detto tu. Per mare, mi fa, bisogna saperci andare. Ah, ecco, ora è tutto chiaro, è colpa mia! Hai ragione, dico per tagliare corto. E poi, quando si arriva in un posto, bisogna rispettare le regole. Perfetto, anche la lezione di vita, c’è tutto! Mi chiedo se lui, parcheggiando la macchina in un posto senza divieti, avrebbe dato retta ad uno sconosciuto che al buio, senza alcuna apparente autorità gli avesse detto di andarsene. Ok, dico, voglio andare a fare due passi sull’isola, dove mi ormeggio? Entra, ti aiuto io, mi fa, con una gentilezza un po’ sospetta: quanto mi chiederà per un metro di banchina? Prendo la trappa, gli lancio le cime di poppa, neanche il tempo di rilanciarmele e mi fa: Hai un’ora di tempo, alle 10 devi andare via. Adesso mi sembra francamente troppo, un ora non basta neppure per andare e tornare a piedi al paese, il porto è mezzo vuoto, siamo a fine ottobre, perchè non posso stare? Per soste più lunghe mi rimanda all’ufficio, dove mi concedono, in via del tutto eccezionale e dopo le scuse per il reato di leso gavitello della sera prima, 2 ore. Aspettiamo altre barche, mi dicono, una frase che in Italia si sente spesso ripetere dai gestori di pontili. Chiedendomi perchè Piazza Grande non sia mai nel novero delle “altre barche”, corro in paese, scatto due foto, ricorro giù, 2 ore nette, un record probabilmente. Il porto, ovviamente, è vuoto come l’avevo lasciato, le altre barche più che attese erano auspicate. Devo dire che in tutto questo, sia l’ormeggiatore che la tizia in ufficio sono stati molto cortesi, altre volte, alle Tremiti ad esempio, mi è capitato di essere mandato via con minacce più o meno velate. Passo a ringraziare di tanta bontà e chiedere, per la prossima volta che tornerò, il costo per notte: 45 euro, malgrado la stagione sia tutt’altro che alta. Forse ora comincia ad essere più chiaro, per chi sta leggendo, il busillis della questione: tutti i porti d’Italia sono stati dati in concessione a privati, i quali hanno aggiunto servizi che non c’erano (corpi morti, acqua elettricità) e chiedono conseguentemente un corrispettivo per tali servizi. Sulla carta tutto giusto, la realtà dei fatti è, come spesso accade da noi, un’altra faccenda.
  

Un’ora sola ti vorrei…

Innazitutto, in molti casi i servizi si limitano al corpo morto, soprattutto nei porti del centro-sud, in pratica dove prima si dava àncora, ora si prende la trappa. A Ischia per un pezzo di cima lungo 15 metri, 10 anni fa, mi hanno chiesto 120 euro al giorno. Si può rifiutare? No, perchè tutte le banchine sono state date in concessione. Se non posso scegliere se usufruire o no di un servizio, non è più un servizio ma un obbligo, una tassa. A Saint-Tropez ho pagato 15 euro, a Porquerolles 20, sono località famose e turistiche non meno di Capraia, non posti sfigati e sperduti, eppure costano un terzo ed i prezzi sono disponibili online per chiunque voglia conoscerli prima di entrare: avete mai visto un porto italiano con i prezzi esposti su Internet? Entra, poi vediamo, è il ritornello che si sente spesso. Perchè non si può vedere prima, come avviene nel resto del mondo? Il problema è ben noto alle autorità, esiste una disposizione a riguardo, nota come Circolare Burlando, emanata più di 20 anni fa, che dice che ogni porto deve riservare almeno il 10% dei posti al transito, ma chissà perchè viene disattesa in tutti i porti, oppure applicata in modo da renderne impossibile l’attuazione. In alcuni porti la Guardia Costiera chiede di scrivere un’istanza (la chiamano proprio così!) in triplice copia bollata per chiedere l’ormeggio. Avete capito bene, 50 euro di bolli solo per chiedere di calare la propria ancora; uno arriva la sera stanco e si mette a scrivere la domanda di grazia, che come tutte le istanze potrebbe anche essere rigettata e il diportista doversene tornare fuori, oppure… andare ad un pontile privato! Quello che è stato fatto nei porti, da qualche anno lo stanno replicando nelle rade, riempite di gavitelli a pagamento, prenotabili telefonicamente come se fossero una stanza d’albergo e non una necessità contingente, e contestualmente vietando l’ancoraggio tutto intorno oppure consentendolo solo dove è la profondità del mare a renderlo impossibile. Questa situazione è una delle ragioni per cui preferisco navigare altrove nonchè il motivo per cui la maggior parte dei diportisti stranieri passa correndo lungo le nostre coste per poi andarsene da qualche altra parte. Del resto, Capraia è molto carina, ma il Mediterraneo è pieno di isolette non meno graziose ed infinitamente più economiche. Dico Capraia, ma potrei dire Ponza, Lipari, Favignana, una qualunque piccola isola italiana, per ognuna di esse avrei una storia simile da raccontare, assurda nella logica, non solo nei costi.
 

Il Roscio ha deluso le aspettative

Nelle 2 ore d’aria, chiamiamole così, riesco a fare 4 chiacchiere con una paio di personaggi interessanti: un pittore che espone le sue opere nell’antica torre ed una giovane coppia che gestisce un bar del porto. Il primo mi racconta la storia dell’isola, legata tristemente a Rais Dragut, un corsaro turco che nel ‘500 uccise tutti gli uomini e rapì le donne del posto. Gli stati che dominavano allora il Mediterraneo non potevano certo permettere una presenza ostile in mezzo al Tirreno, perciò rapidamente lo ricacciarono in mare dotando l’isola di fortificazioni. La più grossa, la rocca, sempre secondo il racconto che ascolto molto volentieri, non è mai stata gestita dagli isolani perchè fu costruita grazie a mutui concessi da banchieri genovesi e che non furono onorati per mancanza di denaro, quindi, proprio come avviene ai nostri tempi, vennero confiscate dai creditori. Oggi è di proprietà di una nobile inglese, pare titolare di una importante fabbrica di cosmetici, che dopo aver speso cifre astronomiche per il restauro, ha visto morire d’infarto il marito il giorno prima dell’inaugurazione e comprensibilmente da allora non ci ha voluto più mettere piede. La coppia al bar, dove finalmente dopo mesi prendo un caffè e un cornetto italiani, mi racconta delle difficoltà di vivere qui in inverno, quando tutte le attività chiudono e resta solo un piccolo alimentari aperto poche ore al giorno. Lei mi dice di aver vissuto a Roma e Firenze ma di essere tornata per amore del mare; del mare, dice proprio così, non dell’isola. La guardo e penso che forse non resisterei tutto l’anno in un posto così piccolo e isolato, l’amore per il mare ci accomuna, il mio mi porta per mesi a zonzo, ma non vivrei sempre in barca, almeno non alle nostre latitudini, al caldo, chissà. Saluto, salto a bordo, mollo le cime, mollo Capraia, una visita che si potrebbe definire una sveltina.
 

Marciana Marina, un’altro molo inavvicinabile

Me ne vado all’Elba, dove ho appuntamento con Alessandra e Roberto a bordo della loro bellissima barca, due amici velisti che a Marsala mi hanno dato parecchi consigli sulla rotta portoghese da loro recentemente percorsa. Prima però mi serve un posto dove passare la notte, entro nel porto di Marciana Marina, ricordo che c’era un molo per i transiti, il portolano conferma, forse uno degli ultimi rimasti in Italia. Lo trovo in fondo, in un angolo molto scomodo, ma a caval donato non si guarda in bocca. Qualcuno invece ha guardato me, dalla banchina un tizio si sbraccia, protesta, mi dice di aspettare per ormeggiare, avrei dovuto chiamare. Chiamare chi?, chiedo senza alcun intento polemico. Il porto!, mi risponde. Già, come se fosse una cosa facile. In tutti i porti del mondo, all’ingresso c’è un cartello con i recapiti telefonici ed il canale VHF da chiamare, in Italia questo non avviene mai. Sapete perchè? Perchè l’Italia è l’unico posto al mondo dove non esiste un gestore unico del porto, ma tanti pontili, ognuno gestito da un pontilaro differente, quindi bisogna entrare, chiedere, sbracciarsi, mercanteggiare. Questi però dovrebbero essere transiti liberi, passo le cime al tizio che cortesemente me le rende passate a doppino e poi mi fa: Puoi stare un paio d’ore, poi c’è da pagare. Questo delle 2 ore sembra il mantra dell’arcipelago, cogli l’attimo e fuggi via. Faccio un po’ di spesa, ho finito il pane e la verdura, poi riguadagno rapidamente l’uscita, ricordo anni fa di essermi ancorato in un angoletto delizioso nel piccolo Golfo di Viticcio, non c’è vento, il mare è calmo, passerò la notte lì. Arrivo, ci sono alcuni gavitelli ma solo uno è occupato, ne afferro uno libero, è vincolato ad una catena da almeno 10 millimetri, ci passo una cima dentro e spengo il motore: passerò una notte tranquilla.
 

Viticcio, mogli e boe dei paesi tuoe

Tranquillo non è invece il risveglio; verso le 8 sulla spiaggia vicina vedo un tale che si sbraccia per richiamare la mia attenzione: Devi andare via!, mi urla. Mi guardo attorno per cercare di capire per quale ragione non possa stare qui, veramente non ne trovo nessuna. I casi sono due, o questi gavitelli sono in regolare concessione, qualcuno ha quindi il diritto di chiedermi di pagare qualcosa per averne utilizzato uno, se c’è da pagare lo faccio e la questione si chiude qui, oppure sono buttati lì da non si sa chi, nel qual caso non capisco davvero perchè non possa usarne uno visto che ce ne sono almeno una decina liberi. Penso alle volte in cui l’anno scorso i pescatori in Grecia mi hanno offerto il loro gavitello vedendomi calare l’ancora, penso a che differente modo di intendere l’andar per mare c’è da noi; è incredibile, siamo al 25 ottobre e girare in barca in Italia è ancora così complicato! Come pure è incredibile che invece che di vela, stia parlando di burocrazia, di rotture di scatole, perchè da che sono rientrato l’andar per mare è questo. Finisco di fare colazione, poi mollo la cima e vado via, ancora una volta cacciato, non dall’autorità regolare ma da qualcuno che ha occupato un tratto di mare, una zona demaniale, cioè di tutti, non la usa e impedisce ad altri di fruirne. Poi ci meravigliamo che Berlino o Montreal abbiano più turisti che le nostre città d’arte.
 

Trasparenza incredibile all’Elba

Ma la corsa a ostacoli non è finita qui, l’arcipelago non è libero, non si può navigare dove si vuole. C’è l’isola che è Area Marina Protetta, c’è quella che è carcere, quella che lo era, quella che è riserva integrale, quella che si può percorrere solo nei giorni dispari delle settimane pari a patto di chiamarsi Arturo ed avere il bisnonno vivente. Montecristo, Pianosa, Gorgona, le Formiche di Grosseto, sono inavvicinabili a meno di 500 metri dalla costa. Capraia e Giannutri hanno zone consentite, zone semiconsentite e zone vietate. Ogni volta che mi sposto di qualche miglio, perdo più tempo a studiare i divieti che la carta nautica o le previsioni meteo. Anche in Francia e Spagna ci sono aree protette, ma i divieti sono chiari e uguali per tutti, da noi ci sono situazioni assurde e ridicole, ci sono posti dove è vietata la pesca hobbystica e permessa quella professionale: quale delle due, secondo voi, incide maggiormente sugli stock ittici? Poi c’è sempre Favignana, dove è vietato l’ancoraggio per preservare la posidonia, come è ben spiegato nelle 34 pagine di regolamento del parco. Solo di notte, però, di giorno si può. No comment! Ecco cos’è diventata la nautica in Italia, la burocrazia ha traformato i diportisti in scimmie ammaestrate che saltano da un gavitello pagato a peso d’oro all’altro, costretti ad studiare ripetutamente leggi e regole cambiate 10 volte negli ultimi 20 anni. Mi sento come il titolo di un famoso film con Liz Taylor, La gatta sul tetto che scotta.
 

Montecristo, è bello sapere che c’è

Raggiungo Alessandra e Roberto, speravo di presentarmi con un bel pesce, ma il Roscio si trascina da giorni senza dare frutti. Passiamo una bella serata insieme, tante chiacchiere di mare, un’ottima cena, vino abbondate e di qualità, ci raccontiamo reciprocamente le esperienze nel tratto di Oceano Atlantico che abbiamo percorso entrambi, le correnti, le maree, le lagune; è piacevole confrontarsi e vedere che si condivide lo stesso profondo amore per il mare. L’indomani mi sposto al Giglio, un’isola che ho nel cuore da quando avevo 16 anni, ci venni con alcuni amici, con una tenda e l’attrezzatura da pesca sub. Ci accampammo a Campese, fra i cespugli della macchia, davanti al faraglione, al momento di andar via raccogliemmo tutto lasciando il posto pulito come al nostro arrivo. A farlo oggi verrebbe allertata la Forestale e si prenderebbe una multa salatissima. Divieti, divieti, siamo il paese con più leggi e meno regole! Ricordo la pace, era aprile, il mare ancora ricco di fauna, alcune granseole, un granchio mediterraneo gigante ormai praticamente estinto e molte Pinna Nobilis, o gnacchere come mi pare le chiamino da queste parti, un mitile bivalve anche questo gigante. Dopo una bella veleggiata a oltre 6 nodi, spinto da un vento di circa 20, do fondo a Cala dell’Allume, ben ridossato dal vento ma con un’ondina morta che fa un po’ di risacca e nella notte fa rollare Piazza Grande, potrei risolvere mettendo una cima a terra, ma anche questo, pratica normale in Grecia o Turchia, in Italia è vietato. Sono le ultime battute di un viaggio lunghissimo, le ultime notti che passo cullato dal mare, fra pochi giorni avrò di nuovo un letto che non si muove, chissà che effetto mi farà. Nel frattempo mi godo questi ultimi sprazzi di libertà, come quello di alzare le vele per cercare il vento senza ancora una rotta precisa in testa, solo l’intento di fare anche oggi un piccolo passo verso casa. L’aria è frizzantina, il sole mi scalda, il vento mi spinge, in mare aperto ridivento padrone del mio destino, senza divieti assurdi, senza leggi ridicole, solo la Natura a governare la vita mia e degli esseri umani tutti.

Macinaggio, che botta sul dito!

Il mare non è mai stato amico dell’uomo, tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza.
 

(J. Conrad, Lo specchio del mare)

Soffia, soffia forte, fortissimo. Colpisce Piazza Grande sul lato di dritta, la scuote, la strattona facendo stridere le cime di sopravvento che si allungano fino al massimo consentito dalla loro elasticità per poi ritrarsi su se stesse una volta arrivate al limite. Così ininterrottamente, una frustata dopo l’altra. Fra le sartie risuona come un ululato, le bandiere alle crocette sbattono con lo stesso rumore delle lenzuola stese al vento, le drizze tintinnano all’interno della cavità dell’albero malgrado le abbia cazzate a ferro.

L’acqua nel porto ribolle sbattendo contro la parte inferiore dello slancio poppiero, aggiungendo il cupo rimbombo delle sciabordate all’assordante rumore generale. Era tutto previsto, tutto annunciato a suon di tamburo dai meteorologi di mezzo mondo, la depressione più forte degli ultimi mesi sul Mediterraneo, venti fino a Forza 10 nel tratto di mare fra il Golfo del Leone e le isole di Corsica e Sardegna, esattamente dove mi trovo io, ovviamente non fuori ma in porto.

 

Capo Corso, ancoraggio sull’erba
Sono partito da Menton un paio di giorni fa, in ampio anticipo sulla tempesta, spinto da una leggera brezza a circa 4 nodi, con mare calmissimo e branchi di tonni che saltavano fuori dall’acqua, non ho capito se in quanto prede o predatori, erano un po’ troppo grandi, dai 10 chili in su, per appartenere alla prima categoria. Uno di questi ha deciso di pasteggiare con il mio rapala, l’esca artificiale che uso per la traina, ci ho messo mezzora per recuperare la lenza e portarlo sottobordo, per poi vederlo andar via quando era già con la testa sulla spiaggetta di poppa e stavo per afferrarlo con il raffio. Il filo ha ceduto, consumato sfregandosi sullo spigolo dello specchio di poppa, bastava che durasse 10 secondi di più ed avrei messo a paiolo una bestia di almeno 20 chili, il pesce più grosso che abbia mai visto abboccare. Inutile dire quanto ci sia rimasto male, se volevo una conferma sulla necessità di un’attrezzatura da pesca più robusta, l’ho avuta nel peggiore dei modi. Ho ricazzato le scotte e rimesso la barca in rotta per Capo Corso, con davanti circa 100 miglia e parecchie ore di buio perchè ormai le notti in questa stagione durano più del giorno. Temevo il freddo notturno, il freddo è una delle cose che più mi fa paura a bordo, fa perdere lucidità peggio della stanchezza, faccio quindi sempre molta attenzione a mantenermi al caldo, una volta perso calore è difficile riacquistarlo senza avere un riscaldamento di tipo nautico che io purtroppo non ho. Invece la notte è asciutta e quasi tiepida, quando cala il sole resto in pozzetto con una felpa leggera indossata più per scrupolo che per necessità, è incredibile questo autunno, uno strascico lunghissimo d’estate che sembra non voler finire mai.
 
La Giraglia e la luna dell’alba
E’ una notte senza luna, spengo tutte le luci tranne quelle di navigazione, il cielo si riempe di stelle in modo quasi inverosimile, c’è un senso di pace e tranquillità fantastico, spengo anche il computer con il GPS cartografico, ho verificato che non ci sono scarroccio nè corrente, non c’è pericolo di andare fuori rotta. Dopo qualche ora la luce lampeggiante del faro della Giraglia, l’isoletta davanti Capo Corso famosa per una regata omonima, mi conferma che sono esattamente dove dovrei essere. Quante notti ho passato a scrutare nel buio per cercare qualche luce che potesse segnalare un pericolo o un’opportunità, un po’ come le carte del Monopoli. Poi giro la testa e vedo un piccolo spicchio di luna rosato che si sta alzando sul mare riflettendo sull’acqua una luce di un colore incredibile. Quando arriva l’alba sono ormai al traverso del capo, il sole emerge da uno strato di nuvole basse, vi filtra attraverso con sottili lame di luce, poi tinge di rosso il cielo dopo averlo lentamente acceso. La navigazione notturna è stancante, si dorme poco o niente, ma certi spettacoli naturali ripagano qualunque sacrificio, in questi mesi ho fatto una collezione di albe e tramonti incredibili sul mare da essermene saziato per tanti mesi a venire. Passo la Giraglia investito dall’odore resinoso della macchia mediterranea, qualche piccola barca da pesca lambisce la costa cercando pesce che da queste parti generalmente non manca, poi, un paio di miglia più avanti, dopo una breve sosta per un giretto di pesca sub, il porto di Macinaggio, un posto che mi è entrato nel cuore tanti anni fa e che da allora porto dentro.
 
L’ira del mare sul frangiflutti
La prima volta che sono stato qui avevo 26 anni, m’ero appena patentato nauticamente e avevo messo un’annuncio su una rivista di vela per offrirmi alla pari, come si usa, imbarcato cioè senza pagare o essere pagato, condividendo spese e lavori con tutti. Fra quelli che mi contattarono scelsi una coppia di mezza età che voleva un paio di braccia giovani, fu un’esperienza ottima, navigammo per quasi due mesi fra il Tirreno centrale e la Costa Azzurra, imparai tantissimo da loro che avevano anni d’esperienza alle spalle, fatti quando si andava con compasso e squadrette. Le sole concessioni all’elettronica che c’erano a bordo erano un Loran ed un radiogoniometro, due strumenti ormai obsoleti che la maggior parte dei diportisti di oggi neppure sa cosa siano. Quando arrivammo a Macinaggio mi innamorai subito del posto: un porticciolo, qualche casa, niente albergoni o villette a schiera, tante vele e qualche ragazza che dalle barche vicine lanciava sorrisi e sguardi decisamente invitanti. Sarà stata l’euforia del primo imbarco lungo, sarà stata la giovane età o i sorrisi femminili, fatto sta che da allora Macinaggio è per me un posto incantevole. Ci tornai una quindicina di anni dopo, con la barca che avevo prima di Piazza Grande, un 29 piedi di fabbricazione inglese, volevo mostrarlo ai miei figli, non ne rimasero delusi. In quell’occasione ci fu una maestralata memorabile, tre giorni di vento fortissimo, mai sotto i 50 nodi, con raffiche che mandavano a fine corsa i vecchi anemometri analogici. Su uno elettronico lessi il più alto numero che abbia mai letto: 78 nodi, una raffica arrivò a quest’incredibile valore. Anche allora era tutto ampiamente previsto, i ragazzi del porto presero con un gommone le ancore delle barche più grandi, ormeggiate nel punto maggiormente esposto, e le calarono a mano nell’altra estremità del bacino, a 80/100 metri di distanza. Passata la buriana, nessuna barca aveva rotto gli ormeggi.
 
Così l’onda dentro il porto. E fuori?
Stavolta è diverso, siamo fuori stagione, gli ormeggiatori non ci sono, l’ufficio apre solo un paio d’ore al giorno, alla reception una signora che ha l’aria di non saper nemmeno prendere in mano una cima mi dice di mettermi dove voglio e arrangiarmi, tanto tutto il molo di sopraflutto e praticamente deserto. C’è solo una barca francese, un Supermaramu, una barca lussuosa e grande, con l’aria un po’ trasandata, non meno della coppia non più giovane che c’è a bordo. La mattina, prima che inizi la bufera, chiacchiero un po’ con loro, è antipatico dare consigli non richiesti, ma il modo in cui sono ormeggiati è veramente insicuro. Perchè non mettete un paio di spring? gli dico. Spring?, risponde lui. , replico, delle cime da prua che allentino un po’ il tiro laterale sui corpi morti. Inoltre dovreste allontanarvi, siete troppo vicini alla banchina, il vento fra poco vi ci butterà addosso. Dice una parola alla moglie, poi mi fa: possiamo vedere come ti sei messo tu? Vengono e hanno tutta l’aria di scoprire per la prima volta cosa sia uno spring. Insisto sul fatto di cazzare il corpo morto, mi dice di sì, ma quando nel pomeriggio il vento inizia a montare, noto che non hanno seguito nessuno dei miei consigli, ma hanno invece messo tutti i parabordi che possiedono dietro la poppa. Quando il vento diventa veramente forte, i parabordi cominciano a saltare su come palloncini e la poppa inzia a battere sul molo. Cazza il corpo morto, gli urlo per cercare si sovrastare il rumore del vento, aiutati con il motore, ormai a mano non ce la fai! Mi fa cenno di salire a bordo, il corpo morto non si può cazzare perchè è al limite, sono in un posto troppo corto per la lunghezza della barca, impossibile ormai spostarsi, dove poi, non si può mica cercare alla cieca di notte un posto più lungo di 16 metri. E mò so’ cazzi, penso romanamente fra me e me, mentre noto che lo spring ancora non l’hanno messo. Accendono il motore con la marcia avanti al minimo, è l’unico modo di non sfracellarsi, gli dico di chiamarmi se dovessero aver bisogno e me ne vado a dormire. Le raffiche, intanto, si sono fatte veramente rabbiose.
 
Senza tubo di gomma forse le cime non avrebbero retto
Passate un paio d’ore, verso mezzanotte, sento chiamarmi. Aiutami, mia moglie ha un problema! Infilo al volo un paio di scarpe ed un maglione e salto sul molo. L’uncino di un rapalanella spalla, biascica. E mò so’ veramente cazzi, penso sempre romanamente. Nel tentativo di fissare il tender, che a buriana iniziata stava ancora semplicemente poggiato in coperta con tanto di motore, pronto a volare via come un aquilone, la signora ha agganciato l’esca della canna, anch’essa buttata là senza essere messa in sicurezza. A volte mi domando se sono troppo scrupoloso, a bordo ripongo sempre qualunque cosa quando ho finito di usarla, l’istruzione che do ai miei ospiti e di rimettere sempre tutto a posto nella stessa posizione in cui stava, in modo da poterlo ritrovare anche al buio, anche sballottati dal mare. Non so se sono esagerato, ma questi lo sono sicuramente nell’altro senso. Scendo sottocoperta, la signora ha l’ancorotto piantato nel braccio e lo sguardo contratto dal dolore, si dovrebbe far uscire completamente l’amo ed estrarlo dal nuovo buco, ma è entrato in profondità, non mi sembra un’operazione semplice. Li convinco a chiamare il 112, ma l’ambulanza non si sposta per una ragione così poco grave, l’ospedale più vicino è a Bastia e non abbiamo un’auto per andarci. Con un paio di pinze da meccanico, il marito tenta comunque l’intervento, le urla della signora poco ci manca che le sentano fino ad Ajaccio, insisto sull’ospedale, ho capito che non vogliono lasciare la barca incustodita in queste condizioni di mare e di pessimo ormeggio, mi offro di restare io a controllare, ma niente: Ci andremo domattina, dicono convinti entrambi. Me ne torno a bordo un po’ preoccupato, gli ho lasciato il mio cellulare per chiamarmi se cambiassero idea, non posso purtroppo fare altro. Prima di scendere mi va l’occhio sull’anemometro che hanno a bordo (il mio è rotto da un anno): sono quasi 60 nodi.
 
Centuri: cime enormi da un lato all’altro del porto: ma quanto soffia qui?
La mattina mi svegliano i forti scossoni sulla barca. Il vento, come da programma, è girato da nord, cambiando completamente lo scenario. Ora entra molta onda in porto, mi tranquillizzo vedendo che le cime che ho messo sono piazzate nei punti giusti e lavorano a dovere, ma certo è che il ballo è decisamente agitato. La volta scorsa, malgrado il vento fosse più forte, non entrava mare, credo che dipenda dal fatto che si trattava di Maestrale, vento che parte dal Golfo del Leone e che qui arriva deviato, da ovest, dopo essersi aperto a ventaglio. Stavolta invece è da nord, il porto di Macinaggio non pare essere in grado di ridossare a dovere in questo caso, chissà se Port Toga, poche miglia più a sud, avrebbe garantito un riparo migliore, dato che ha l’imboccatura esposta a nord è possibile che la situazione fosse la stessa. A metà mattinata viene il francese, con il sorriso sulle labbra. Come va?, chiedo? Tutto bene, ho estratto l’amo, mia moglie ha urlato parecchio, ma con quell’affare non poteva dormire, ora invece riposa serena. Che culo!, penso, ancora una volta romanamente. Mi ringrazia per l’aiuto dato nella notte, mi dice che stanno ancora col motore acceso, ma lo spring non c’è verso di farglielo mettere. La giornata passa tutta così, nel pomeriggio cala leggermente e ne approfitto per una passaggiata lungo gli scogli, è un’area protetta, c’è una natura meravigliosa e nessuno in giro. Cammino fra la vegetazione bassa, guardo le onde frangere nel mare, macchie di spuma bianca che punteggiano il blu profondo, all’orizzonte il profilo Capraia e dell’Elba, reso nitido dall’aria completamente tersa dal vento, in un grande prato che arriva al mare alcuni cavalli si rincorrono custoditi da un enorme recinto, poco oltre un piccolo gregge di capre cerca riparo dietro un muretto di pietra. Il sole inizia a calare dietro la montagna, dietro il dito della Corsica, perchè la Corsica sulla cartina sembra un pugno chiuso con il pollice alzato, un pugno oggi sferrato contro questo vento che ancora non accenna a spegnersi.
 
Il mare sul lato ovest del dito
Dopo una notte abbastanza tranquilla, il peggio sembra essere passato, Piazza Grande è tutta incrostata di sale ma ha l’aria di scoppiare di salute, un paio di barche lasciate incustodite, invece, hanno le vele di prua strappate. Ne approfitto per un giro nei dintorni, ricordo anni fa alcuni paesini deliziosi nei paraggi, Tollare, Barcaggio, Centuri, vorrei affittare una macchina ma l’unico noleggiatore ha chiuso i battenti da anni, bisogna andare a Bastia. Ma non ci sono autobus per Bastia, dovrei prima prendere un taxi… Ok, capito, mi gioco la mia solita carta, l’autostop. Mi metto sulla strada ed in pochi minuti mi carica una coppia francese in vacanaza che mi lascia proprio nel porto di Centuri. Che posto delizioso, uno dei porticcioli più belli del Mediterraneo, esattamente come lo ricordavo, non è cambiato nulla. Passeggio sul molo, faccio qualche foto, passo un paio d’ore, mi concedo un ristorantino di pesce, uno dei pochi aperti, poi rialzo il pollice per tornare indietro. Mi carica un italiano, si chiama Mario ed è di Firenze, si è trasferito qui per amore, ha lavorato per un importante team di Formula 1, poi stanco di girare il modo ha aperto Facebook, ha ritrovato la fidanzata di gioventù e dopo un breve corteggiamento telematico se l’è sposata e si è trasferito qui. In Italia ‘un ci torno manco morto, mi dice con accento toscano. Qui c’è lavoro, sussidi per i disoccupati, c’è pace, la gente è tranquilla. Tranquilla?, dico, Mi pare che i corsi siano invece piuttosto nervosetti. Beh, risponde, devi rispettare le loro regole, altrimenti ti sparano senza preavviso. E poi non devi costruirti una casa, sennò te la fanno esplodere. E neanche aprire un’attività senza pagare il pizzo, altrimenti ti bruciano il negozio. Comincio a pensare che lui ed io abbiamo un concetto diverso di tranquillità. Qui comandano gli indipendentisti, continua, dove abito io ogni tanto sparano col mitra sulla caserma della Gendarmerie, ma se ti prendono a benvolere ti trattano da re. Chissà, forse l’ha aiutato avere una moglie corsa oppure il fatto, come mi dice lui stesso, di essere uno che si fa gli affari suoi. Quest’estate hanno bruciato un paio di camper, erano stranieri, pescavano, pescavano troppo e la cosa non è piaciuta. Però non hanno fatto vittime, ma anche se ne avessero fatte, nessuno avrebbe visto nulla, a meno di voler fare presto la stessa fine. Pizzo, omertà, strano patriottismo questo corso, forse lo chiamerei in altro modo. Penso alla mostella a cui ho sparato il giorno che sono arrivato, penso al camper bruciato e a tutte le altre cose che mi ha raccontato Mario e capisco che quest’isola ha un problema, un grosso problema, un problema che la soffoca, la stritola in modo tentacolare come una piovra e le getta discredito agli occhi del mondo: il vento!

Ottobrata francese

A Saint-Tropez
la gente si chiede perché
tu balli il twist
portando un vestito in lamé.

(P. di Capri, Saint-Tropez)

Guardando Roma dall’alto dell’Aventino o del Gianicolo lo sguardo abbraccia tutta la città, le mille cupole svettano sui palazzi ed i pini, insieme ai platani, chiazzano di verde il panorama. In questa stagione l’aria è generalmente molto tersa, non ha ancora il sapore frizzantino che acquisterà da qui a poco ma ha perso quella foschia che sfuma i contorni alla vista. E’ l’ottobrata romana, anche se il termine in origine si riferiva a feste e scampagnate che si facevano in questo periodo, favorite di certo dal buon clima. Questo mio ottobre, invece, è per mare, in una zona che per il mio modo di essere e di navigare è meglio evitare in estate; la Costa Azzurra, luogo dove alcuni sfoggiano le più grandi ricchezze del pianeta e molti altri trovano piacere ad osservarle, se non con invidia di certo con curiosità.
Non appartenendo nè alla prima nè alla seconda categoria ed avendo una discreta avversione per la mondanità, evito generalmente di incrociare queste acque, dove fra l’altro ho già navigato circa 25 anni fa, ed è un peccato, perchè è un tratto di mare molto bello. Stavolta ne approfitto visto che mi trovo da queste parti a stagione turistica ormai finita, una tempistica che ha oltre tutto il vantaggio di rendere accessibili per costo porti altrimenti infrequentabili per le mie tasche.
 

Temporale in arrivo

Ho lasciato Marsiglia col rammarico di non averla vista, volevo cercare a terra le atmosfere di Jean-Claude Izzo, lo scrittore scomparso prematuramente qualche anno fa, avrei voluto camminare per i vicoli attorno al Vieux Port ed assaporare, annusare, toccare con le mie mani quello che lui ha descritto con tanta maestria. Purtroppo il meteo mi ha costretto a passare 3 giorni all’ancora davanti a Point Rouge, sono andato a terra un paio di volte col tender con fatica per il forte vento e non me la sono sentita di abbandonare Piazza Grande per alcune ore per andare in centro. Peccato, ma sono stati 3 giorni di riposo e lettura, la stanchezza accumulata in questi mesi di navigazione comincia ad avere tempi lunghi di smaltimento. Quando il vento è finalmente calato mi sono spostato a Porquerolles, cercando tutt’altra atmosfera. E’ un parco nazionale, ci sono mille divieti, alcuni anche poco logici e che creano difficoltà al diportista, ma se penso ai divieti di certi parchi italiani, tipo quello di non ancorare sulla posidonia per non rovinarla ma valido solo di notte, allora mi convinco che sono divieti giusti, ad esempio quello di navigazione per navi più lunghe di 30 metri; da noi invece navi da crociera lunghe più di 300 transitano davanti Piazza San Marco a Venezia o fanno inchini che finiscono in tragedia. Arrivo nel tardo pomeriggio, mi metto all’ancora poco fuori dal porto, ridossato dal vento previsto per l’alba di domani ma col dubbio che il piccolo promontorio che mi protegge sia in grado di fermare il mare a dovere. C’è finalmente uno spicchio di sole, ne approfitto per fare un tuffo, l’acqua è limpidissima, trasparente, davvero invitante. Dopo il tramonto restiamo in 4 barche, fosse agosto sarebbero 400, mi gusto una birra in pozzetto osservando queste piccole 4 lucine brillare intorno a me.
 

Questo mi pare un divieto sacrosanto

La mattina, come temevo, l’onda è entrata nella baia, accendo il motore e in un attimo trovo riparo in porto. Ormeggio al quai d’accueil, il molo di attesa, con qualche difficoltà per il forte vento laterale, aiutato da un tizio in banchina perchè di ormeggiatori in giro nemmeno l’ombra. L’ufficio infatti è chiuso, è domenica e apre solo per un paio d’ore. Mettiti dove vuoi, poi domani registriamo i documenti e paghi, mi dice uno degli impiegati mentre sta abbassando la saracinesca. Almeno spero di aver capito bene perchè il mio francese è molto elementare e lui, come ogni buon francese, non parla inglese. C’è una lavanderia a gettoni, anche qui il francese è la sola lingua intellegibile malgrado la macchina sia di fabbricazione americana; metto il gettone e premo avvio col timore di aver scambiato le vaschette di detersivo e ammorbidente o aver lanciato il programma sbagliato. Tutto bene invece, in compenso sbaglio qualcosa sull’asciugatrice perchè dopo due cicli il bucato è ancora umido e tale resterà per 4 giorni a penzolare sottocoperta appeso a qualunque appiglio disponibile, conferendo al quadrato un’aria piuttosto spettrale. Nel pomeriggio, sotto un cielo cupo e piovigginoso, faccio due passi per la campagna attorno al paese, non c’è praticamente nessuno in giro, ritrovo il verde che un po’ mi mancava dopo tanto blu, i campi sono coltivati a vigna e ulivo, c’è una splendida atmosfera autunnale, in terra ogni tanto vedo qualche fungo la cui commestibilità non sono in grado di valutare, da un cespuglio salta fuori spaventato un bellissimo fagiano che per un attimo appanna la mia visione bucolica del posto trasportando la mia mente verso libagioni di cacciagione e porcini che purtroppo resteranno sogni. Poco più avanti c’è un vecchio mulino ormai in disuso, più su ancora i ruderi di una rocca, il panorama da lì è veramente superbo. Ridiscendendo passo fra le case, è domenica sera è molti stanno sbaraccando per tornare probabilmente in città, c’è un aria davvero di fine stagione, qualche turista dall’aria sperduta si rinserra nel suo giaccone, mi accorgo che ho addosso solo una felpa, torno in barca prima di beccarmi un raffreddore.
 

Campagna a Porquerolles

Sempre con l’occhio al meteo, decisamente avverso da un paio di settimane a questa parte, me ne vado a Port Cros, l’altra isoletta dell’arcipelago, un piccolissimo gioiello, un vero ricamo, 4 case davanti ad un pontile, ci sarebbe da prendere un gavitello, ma piove, non ho voglia di inzupparmi, do un’annusata poi mi cerco, non senza fatica per i soliti divieti, un posto dove ancorare. C’è una piccola baietta poco più avanti, do fondo un paio di volte prima che l’ancora agguanti a dovere la piccola chiazza di sabbia fra la posidonia, il posto buono me l’ha fregato una barca di francesi, sempre loro!, arrivata non più di 5 minuti prima di me. Me ne sto rintanato sottocoperta tutto il giorno, riparato dalla pioggia ma non dall’umidità, le mie articolazioni lanciano qualche segnale di protesta, ma come il bucato, anche loro dovranno attendere il sole per asciugarsi. Sono in giro da 5 mesi, non sono più un giovincello e le posture scomode che la vita di bordo impone alla lunga regalano qualche doloretto cui l’umidità non giova di certo; tutto ha un prezzo e questo lo pago volentieri. Supponendo di avere un numero finito di crediti da spendere, quelli delle mie ossa, del mio corpo, io me li spendo nel modo migliore, quello a me più consono, quello che più appaga la mia anima, cioè in mare. Di fronte a me un’altra isola, l’Ile du Levant, secondo il portolano per metà base militare e per metà riservata ai naturisti. La domanda sorge spontanea: ma le persone normali dove vanno? Qui tutto è stabilito ed incanalato, di certo l’ordine regna sovrano, ma la sensazione è quella di vivere a compartimenti stagni, il mare, quello per cui sacrifico i mei bonus reumatici, lo amo per l’impagabile sensazione di libertà che mi da, non per ritrovarmi ingabbiato fra boe che obbligano o proibiscono tutto. Mi consolo pensando che a stare qui in estate sarebbe un delirio totale, mi godo il silenzio e la pace, a sera arriva una piccola barca con a bordo un ragazzino col papà, mi salutano come si usa fra velisti, il bambino per primo, segno che certe buone abitudini si apprendono da piccoli; me ne vado a nanna sereno.
  

Saint-Tropez

Proseguendo il mio cammino verso est, verso casa, decido di fare tappa a Saint-Tropez, la regina della Côte d’Azur, il luogo consacrato da Brigitte Bardot a simbolo di eleganza e mondanità. Ricordavo un porto molto carino ed economico, per sicurezza mi sono informato via email prima di arrivare, i tempi evidentemente sono cambiati, dirotto quindi su Marines de Cogolines, 2 km più avanti, costa un terzo, non c’è storia. In realtà ero stato anche qui tanti anni fa, si tratta di due grandi marina molto ben gestiti, un dedalo di pontili sulla foce di un fiume che si dipana fra una sfilza interminabile di casette a schiera; non bello ma funzionale ed il centro a soli 10 minuti di autobus. Fra l’altro, dell’acqua fluviale ha il colore ma non  l’odore, non almeno quello del Tevere cui Piazza Grande tornerà presto. L’unica cosa a lasciarmi un po’ perplesso di questo posto è il fatto che abbiano collegato le trappe dei corpi morti al pontile, anzichè con una cimetta, con una pesante catena. Il risultato è che nel momento in cui si deve dar volta sulla galloccia di prua, a causa del peso della catena, si ha a che fare con una cima che tira in entrambe le direzioni, se c’è vento è piuttosto disagevole. Sia come sia, l’ormeggio viene condotto a termine, posso dedicarmi all’amico che ho preso a bordo venendo qui mentre ero attorniato da enormi nuvoloni carichi di pioggia che scaricavano ovunque tranne, fortunatamente, sopra di me; si tratta di un bel dentice di circa 3 chili che finisce degnamente la sua esistenza nel forno, c’entra di un soffio dopo che gli ho tolto la coda, una bottiglia di bianco ghiacciato preso a Marsala alla partenza lo annaffia a dovere.
  

Ville sul mare a saint-Tropez

Il paese di Saint-Tropez è delizioso ed offre angoli incredibili e pittoreschi fatti di casette affacciate sul mare, vecchi vicoli ma anche ville sfarzose che raramente scadono nel kitch ed hanno invece il sapore di una ricchezza antica che amava sì mostrarsi ma mostrarsi elegante. Il mito di BB sopravvive, all’interno dei negozi si vedono spesso suoi ritratti, le edicole vendono ristampe dei giornali patinati degli anni ’50 e ’60 dove le foto dell’attrice occupano l’intera copertina. Penso alle riviste di gossip di oggi, alle veline, alle attricette senza fascino che si danno per una comparsata e che per questo guadagnano gli onori del  giornalismo scandalistico e mi chiedo se è cambiato davvero qualcosa o si tratta del solitò gioco che fa l’età, quello di far apparire belle le cose di ieri solo perchè collegate alla propria giovinezza. Mi rispondo da solo ricordandomi che la Bardot già furoreggiava ed io non ero ancora nato, quindi forse sì, era un altro mondo, un altro modo di intendere la carriera cinematografica e la mondanità. Ma forse non è solo la stampa ad essersi involgarita, per le strade molti dandy dall’aria di periferia vestiti con le espadrillas da 100 euro che ho visto sulle vetrine del corso e per questo in diritto di assumere un’aria snob, parecchi russi in giro, comitive in visita alla ricchezza e felici per questo di spendere 20 euro per un panino ed una birra. Sono preda anch’io del salasso, malgrado mi sieda nel bar meno fichetto della città, pago una Coca Cola 4 euro; a Lagos, in Portogallo, la stessa bibita l’ho pagata 1 euro e 20, ma a differenza dei russi non ne sono affatto felice. Tutto qui ha prezzi folli, una frutteria vende i pomodori a 9,9 euro al chilo, un pantaloncino da uomo con disegnate delle ancorette 190 euro; carino, volevo prenderlo, ma mi tengo il mio costume di Decathlon pagato 5. Sia chiaro, ognuno è padrone di spendere i propri soldi come vuole, finchè c’è gente disposta a pagare i commercianti fanno bene a chiedere qualunque cifra, la cosa è comunque interessante da un punto di vista antropologico.
  

Otto il denticiotto

Lungo la banchina del porto vecchio sono ormeggiate alcune barche fra le più belle del mondo, imbarcazioni d’epoca di impareggiabile fattura, veri e propri stradivari del mare i cui legni luccicano come specchi, costantemente tirati a lucido da schiere di marinai instancabilmente all’opera. Alcune di esse sono famose, sulle poppe nomi che si leggono spesso sulle riviste di vela, vittoriose ai raduni di vele d’epoca, come Les Voiles, che si tiene proprio a Saint-Tropez .Poco più avanti tutt’altro genere di barche, enormi yacht a motore, sgraziati e massicci, pieni di orpelli costosi ed inutili alla navigazione, verniciati di colori forti e metallizzati, utili solo per chi vuole bere un drink in pozzetto osservato dallo struscio serale. In mare come in terra due modi diversi di intendere la ricchezza, non c’è dubbio che anche i proprietari dei velieri vogliano mostrarsi, ma, impossibile negarlo, lo fanno con tutt’altra classe. L’eleganza, in fondo, è soprattutto sobrietà, quando si sente l’esigenza di stupire con effetti speciali, la volgarità prende il sopravvento. Alcuni pittori espongono sul molo le loro opere, coppie di pensionati e famiglie con passeggini passeggiano con il gelato in mano, un uomo con una Aston Martin cabriolet fa salire una bionda chiaramente dell’est che si muove con passo sgraziato a causa di tacchi altissimi quanto inutili per la sua altezza, un francese con indosso una tunica di raso fa il trucco dell’indiano sospeso, nessuno lo guarda, per certe cose ci vuole le physique du rôle.
  

Ok, ragazzi, dite pure al vostro comandante che può stare tranquillo.

Tornando a bordo faccio due passi sui pontili di Cogolin, ci sono barche di tutti i tipi, una nautica più umana e meno mondana ma di certo non una nautica povera. Il cantiere del porto ha una dozzina di Swan, barche di serie fra le più costose del mondo, sull’invaso, molti gli operai al lavoro, si tratta di opera specializzati, non si mette uno Swan in mano a maestranze poco qualificate. La Costa Azzurra è uno dei centri mondiali della nautica di lusso, a Tolone, ad esempio ci sono bacini di carenaggio per i superyacht, quelli degli sceicchi del petrolio e dei banchieri russi, ma anche qui, dove le lunghezze fuori tutto sono di parecchie decine di metri inferiori, la cantieristica dà lavoro a migliaia di persone. E’ un tipo di nautica che non mi piace molto, mossa dalla ricerca del lusso più che dall’amore per il mare, ma ha il pregio di far girare l’economia senza per questo aver massacrato l’ambiente, non più che in Italia, almeno. Fa un po’ di rabbia pensare a come la visione sciocca della nautica che c’è da noi abbia impedito lo sviluppo di questo tipo di attività. Pensiamo a Fiumicino, è al centro del Mediterraneo, a 10 minuti da un aeroporto internazionale, a 40 da una città che offre tutto sia turisticamente che commercialmente, perchè non ha un grande porto per ospitare le tante barche che svernano nel Mare Nostrum bensì tanti piccoli pontili affidati spesso a maneggioni e trafficoni vari? Per non rovinare l’ambiente, dice qualcuno, con grossi impianti portuali. A me pare che il Tevere, con la sua foce, sia il fiume messo peggio fra i tanti che ho visto e navigato quest’anno, ma meglio non pensarci sennò salgono rabbia e tristezza.
 

Menton, quasi Italia

Quando lascio il golfo di Saint-Tropez c’è una portaerei poco al largo, è praticamente sulla mia direttrice, cerco di non avvicinarmi troppo ma non vorrei neppure andare fuori rotta. Evidentemente il mio proposito non è bastato, un grosso gommone nero mi punta, a bordo due ragazzi poco più che ventenni, quello seduto a prua imbraccia un mitra, mi girano da un lato e fanno per raggiungermi da poppa. Gli indico il filo della traina, quello al timone ha un sussulto, poi toglie immediatamente il gas. A cenni gli faccio intendere di aspettare che recuperi la lenza, poi gli do l’ok per accostarsi, praticamente sto dando ordini alla marina militare francese, mi diverte questa cosa. Cortesissimi mi pregano allontanarmi perchè c’è un’esercitazione in corso, mi scuso e accosto 20 gradi a sinistra, ci salutiamo, poi ognuno se ne va per la sua strada. La mia porta a Menton, sono curioso di dare uno sguardo a questo paese di confine, un po’ Francia, un po’ Italia, molta Liguria, anche nella lingua, il mentonasco, che suona un po’ ligure, appunto, un po’ credo occitano. E’ come me l’aspettavo, molto turistico ma piuttosto gradevole nell’architettura. Per strada praticamente solo italiani, è sabato e immagino che molti siano qui per il fine settimana, invogliati sicuramente dalla temperatura decisamente alta per la stagione. E’ l’ultima tappa di questa mia ottobrata francese, tra un paio di giorni arriverà un maestrale di quelli terrificanti, le previsioni parlano di Forza 9 sul Golfo del Leone, sulla Corsica e sulla Sardegna, meglio trovarsi un posto sicuro dove restare rintanato fino a che la buriana passi. Alzo le vele e mi metto in rotta, ho una notte di navigazione davanti, il vento è leggero e Piazza Grande avanza a non più di 4 nodi, sufficienti per raggiungere il rifugio che ho scelto prima che arrivi la tempesta.

Cadaqués ed il controruggito del Leone.


A sei anni, volevo diventare cuoco, a dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo.

(S. Dalì, intervista)

Lasciata di poppa già da qualche ora Cadaqués, estremo lembo orientale di terra spagnola, un vento gagliardo mi spinge al traverso a oltre 6 nodi malgrado l’onda formata, mentre dagli altoparlanti in pozzetto i Pink Floyd cantano Money get away, Denaro va via, e dentro di me sento che hanno ragione, che quello che sto vivendo non ci sono soldi con cui lo baratterei, ma so pure che certe emozioni non possono prescindere da scelte di vita che hanno a loro volta un costo, monetario e non. Su questo viaggio ho investito molto, sia a livello economico che emotivo, ho fatto i mie conti su entrambi gli aspetti, ho pagato il dovuto ed ho mollato le cime dalla banchina.
 
So quello che ho lasciato partendo, non so bene quello che troverò quando tornerò, sto cominciando a pensarci in questi giorni, il rientro alla cosiddetta civiltà non è più così remoto. Gli ultimi scampoli di bella stagione sembrano tenere alla larga l’autunno, ma è ottobre ormai, è questione di giorni, poche settimane al massimo, e poi arriverà il freddo a sancire la fine dell’estate e di questo lungo viaggio.
 

Tramonto inclinato
Stappo una birra e guardo il mare, le creste delle onde cominciano a frangere e spumeggiare, è un mare un po’ antipatico, incrociato, ogni tanto Piazza Grande dà qualche spanciata per poi rimettersi in rotta senza scomporsi troppo, sono a tutta vela, serve potenza per avanzare in queste condizioni. Lo spettacolo, comunque, è meravigliosamente vivido. Penso a dove sarei ora se non fossi partito, se non avessi reciso quel cordone invisibile che ci lega alla terraferma, probabilmente in macchina, in coda da qualche parte a sprecare tempo, il bene più prezioso che abbiamo a livello individuale, e a sporcare l’aria, la cosa più preziosa che abbiamo a livello collettivo; un doppio crimine, insomma. Poi mi ricordo che la macchina non ce l’ho più, l’ho venduta un anno e mezzo fa, una delle cose sacrificate alla scelta di partire, forse allora starei ad una fermata di autobus, perdendo tempo ugualmente ma inquinando un po’ meno, almeno fino a quando non inventeranno gli autobus a vela.
 
Riciclo creativo
Vivere in città ti fa credere che tutto abbia un prezzo e che le cose belle costino care. Il ragionamento non è privo di logica, il costo di un oggetto è la giusta retribuzione per chi l’ha prodotto utilizzando la sua abilità ed il suo tempo, quanto più ce n’è voluto, tanto più prezioso è un bene. Quando però ti convinci che per essere felice hai bisogno di avere quelle cose allora sei fregato, entri nell’ingranaggio, inizi a produrre anche tu per poter consumare, ma nel frattempo altri avranno prodotto altre cose che ti costringeranno a produrre sempre di più ed allora il prezzo che pagherai sarà quello della rinuncia al tuo tempo che, come dicevo prima, è la cosa più preziosa che abbiamo dato che non è infinito. Senza scadere nell’estremismo di sette tipo Amish, una macchina più bella o vestiti più eleganti non svolgono la loro funzione in modo migliore, semplicemente appagano altri bisogni che con l’oggetto in sè non hanno nulla a che vedere. In altri termini, consumiamo per lenire il male interiore che ci deriva dal vivere per produrre, un circolo vizioso assurdo e terribile. In mare non ci sono centri commerciali e quando il bene scompare alla vista, scompare il bisogno. La prova l’ho avuta in questi due anni passati in barca, spesso approdando in isolette o località dove al massimo c’è un piccolo spaccio con il pane e un po’ di scatolame, a volte qualche verdura fresca. Ogni volta che ricapitavo, magari dopo settimane, in una città ed entravo in un supermercato, mi sentivo come un bambino nel paese dei balocchi, avrei voluto comprare tutto, riempire la barca di oggetti inutili, ero come ubriacato dalla vista di tanto ben di dio. Qualche volta ho abboccato alle lusinghe di tanto benessere, per poi ritrovarmi a bordo cose ingombranti e difficili da stivare che non miglioravano affatto la mia qualità di vita. E con cosa avevo pagato tutto ciò? Con il tempo passato a produrre il denaro per comprare quelle cose, in pratica ho barattato piccoli lussi, futili se non inutili, con giornate di mare. C’è una parola che da qualche tempo va di moda, è downshifting, una sorta di filosofia che sostiene che si può vivere con meno consumando meno. A parte la mia idiosincrasia per l’uso smodato di termini stranieri, quando l’ho scoperta mi sono accorto di essere un downshiftatore ante litteram, è una vita che io downshifto, forse avrei dovuto scriverci su qualche libro ed arricchirmi come ha fatto qualcuno di questi pseudosantoni che spacciano ricette preconfezionate per riempire i vuoti esistenziali di persone che non si rendono conto di aver creato esse stesse i loro vuoti.
 
Cadaques
E allora va’ Piazza Grande, va’, corri a briglia sciolta su queste onde, frangile con la tua prua, lasciati alle spalle una scia spumeggiante e bianca, una scia che si allunga sempre più, migliaia di miglia, da Roma, da Marsala, da Lisbona, da Istanbul, da ogni porto che hai toccato, da ogni rada che ha protetto il tuo ancoraggio; portami più oltre, dove io sono io e non le cose che possiedo, dove la mia anima è libera, dove sono il mare ed il vento a governare la mia esistenza, dove il sole ogni mattina scaldandomi mi dice che sono vivo, vivo, vivo! Il vento intanto gira verso prua ed aumenta, prendo una mano di terzaroli alla randa, poi ne prendo un’altra, poi rollo un po’ di genova e alla fine mi ritrovo a bolinare contro 25 nodi abbondanti di vento nel mezzo del Golfo del Leone, anzichè avanzare tranquillamente al lasco come da previsioni meteo. Tengo una rotta un po’ orzata, per avere possibilità di poggiare se il vento dovesse girare ulteriormente verso prua o comunque per avere un’andatura un po’ più tranquilla durante la notte. Ogni tanto Piazza Grande va in leggera straorzata, l’autopilota corregge prontamente e si rimette in rotta, sono molto veloce, sempre intorno ai 7 nodi con punte oltre gli 8, tolgo la traina, difficile prendere qualcosa in queste condizioni, qualche ora fa, quando ero più lento, ha abboccato un tonnetto di qualche chilo, ha fatto un paio di salti fuori dall’acqua, poi si è slamato durante il recupero lasciandomi a bocca asciutta mentre già pregustavo un bel carpaccio d’alto mare. In giro non c’è nessuno, a parte qualche peschereccio spagnolo alla partenza non ho più incrociato traffico di alcun tipo, neppure mercantile, malgrado Marsiglia, la mia destinazione, sia uno dei più importanti porti commerciali del Mediterraneo.
 
Cattedrale di Cadaques con gatto
Quando il sole cala all’orizzonte il mare è leggermente diminuito restando comunque uno stupefacente spettacolo di natura viva. L’onda è ancora incrociata e mi costringe ad incredibili contorsionismi sottocoperta per compiere qualunque gesto, come sedermi a controllare la strumentazione o mangiucchiare qualcosa di freddo, un po’ di pane con qualche fettina di salame preso a Cadaqués che si rivela il primo salame veramente saporito da quando ho lasciato l’Italia. Il vento fischia ancora forte tra le sartie, mi tengo all’erta, se dovesse aumentare ulteriormente mi costringerebbe a poggiare decisamente mancando quindi Marsiglia, ma non è questo a preoccuparmi, quanto piuttosto il fatto che il fondale nel Golfo del Leone risale con una rapidità incredibile nei pressi della costa, da oltre 1000 metri a poco più di 100, le onde, compresse da questo sbalzo repentino, potrebbero diventare molto corte e ripide e rendere la navigazione piuttosto disagevole. Tutto ciò perchè il vento soffia da sudest, stranamente per questo tratto di mare generalmente infestato dal Maestrale e da affrontare con il massimo rispetto. Il Leone ruggisce, ma fa uno strano verso che non ti aspetti, contrario alla consuetudine. Esco in pozzetto, c’è una luna pienissima che illumina la notte come fosse giorno, vedo il mare frangere e la prua di Piazza Grande che sia apre la strada in modo deciso, l’aria è calda, indosso solo una felpa, è incredibile visto che siamo ad ottobre inoltrato, se penso che a luglio ed agosto navigavo con pile e cerata completa; ma ero in Atlantico, correnti fredde di aria e di mare mi investivano provenendo da molto lontano. Mi metto in piedi al riparo dello sprayhood, guardo le goccioline d’acqua sulla plastica trasparente sfavillare alla luce della luna e canto a squarciagola Stavo andando a 100 all’ora per veder la bimba mia; non vado a 100 all’ora e non ho una bimba che mi aspetta a Marsiglia, al massimo una rada protetta dove riposare, ma mentre canto confesso a me stesso che sì, ho un po’ di nostalgia di casa.
 
La rada di Cadaques
In effetti da quando ho lasciato Valencia sto un po’ correndo, c’è l’impulso inconscio di recuperare il tempo perduto in quella sosta più lunga del previsto, quando finalmente ho ripreso il mare ho iniziato a macinare miglia fermandomi solo per riposare un po’ di tanto in tanto, del resto questo tratto di costa è deturpato in modo veramente pesante da un’edilizia tanto squallida quanto intensa, non merita un’attenzione maggiore di quella che gli sto dedicando. Ho passato Barcellona di notte, svicolando fra l’intenso traffico di navi enormi; una di esse, cui ho ceduto il passo nel timore di un abbordo, ha improvvisamente rallentato fino a fermarsi, evidentemente in attesa del pilota del porto, esattamente sulla mia rotta; in pratica mi sono trovato un muro lungo 300 metri e alto 30, così ha misurato l’AIS, a poche decine di metri dalla prua, un muro scuro con appena le luci di via a dare un’indicazione vaga dell’ostacolo da schivare, un bel momento adrenlinico sicuramente. L’unica sosta degna di questo nome l’ho fatta a Cadaqués, un luogo imprescindibile per me, nella frazione di Portlligat c’è la casa di Salvador Dalì, ora adibita a museo. Ho già visitato anni fa il museo Dalì di Figueres, l’altro fulcro della vita del pittore surrealista, adoro le atmosfere che ha saputo creare con le sue incredibili opere, non posso, ora che sono qui, non fermarmi e vedere il luogo dove alternava alle creazioni artistiche le sue stravaganze. Entro in rada nel tardo pomeriggio ed afferro, non senza qualche difficoltà, uno dei tanti gavitelli liberi di fronte al paese, l’unico modo di ormeggiare visto che stranamente non c’è un porto, malgrado il nucleo abitato sia antico di secoli. C’è una barca con una coppia francese di mezza età, chiedo loro se si debba pagare e a chi, mi dicono di no, poi protestano, non capisco bene perchè, quando mi vedono prendere un secondo gavitello a poppa. Non è che faccio come quel tale che non si fidava delle bretelle e allora metteva pure la cinta, piuttosto vedo che il vento sta calando ed entra una leggera onda nella baia, so già come finirà, barche traversate e rollio estenuante. Faccio un gesto ai francesi con l’intento di invitarli, nel modo più educato possibile, a farsi gli affari loro visto che di gavitelli liberi ce n’è un’infinità, poi me ne vado sottocoperta ad ispezionare la sentina: 3 giorni di mare e neppure una goccia d’acqua, brava Piazza Grande! Dopo cena, puntuale si avvera la mia previsione, il vento è sparito e la rada è piena di alberi che ondeggiano a destra e sinistra come orologi a pendolo, solo una di esse sta bella ferma con la prua rivolta verso il mare, è quella su cui mi trovo, guardo fuori dalla parte dei francesi e sorrido fra me e me.
 
Portlligat, la casa di Dalì
L’indomani, dopo una bella dormita ristoratrice, gonfio il tender e vado a terra, lo lego ad un piccolo pontile di pietra e me ne vado un po’ a passeggio. Il paese è veramente carino anche se decisamente turistico, lo attestano i prezzi astronomici delle case che sbircio sulle vetrine di alcune agenzie immobiliari; siamo però a fine stagione, l’atmosfera è molto tranquilla, c’è un piccolo gruppo di tedeschi accalcati attorno alla statua di Dalì sul lungomare e poi molti francesi, il confine è a pochi chilometri, normale trovarli qui. Che siamo vicini alla Francia me lo dice anche il modo in cui al forno mi incartano il filone di pane: con un francobollo di carta al centro che ne lascia scoperta la maggior parte. Quando esco sono quasi tentato di metterlo sotto l’ascella e fischiettare la Marsigliese, poi invece cedo alla gola, emana un odore fantastico e il sapore non è da meno. Chiacchiero un po’ con la commessa di un negozio dove compro un paio di regalini, La stagione è agli sgoccioli, mi dice, la prossima settimana i ristoranti chiuderanno tutti e riapriranno a primavera. E l’inverno cosa fate?, chiedo con la mia solita curiosità di scoprire come si viva in posti così. Si lavora nell’edilizia, mi dice, nella costruzione e nella manutenzione delle case per i turisti. L’anno scorso a Panarea ho avuto la stessa risposta, finchè dura, buon per loro. Alle finestre delle case tantissime bandiere catalane, la corte suprema spagnola ha appena dichiarato inammissibile il referendum per l’indipendenza che avrebbe dovuto celebrarsi nei prossimi giorni. Probabilmente gli animi si erano già raffreddati dopo l’esito del referendum scozzese di qualche settimana fa, ma a quanto sembra la questione qui è molto sentita, malgrado la Catalogna goda di uno status speciale che prevede fra l’altro l’uso ufficiale della lingua locale. Pare però che da un po’ di tempo tutti abbiano il prurito di separarsi da qualcun’altro, fosse pure il dirimpettaio, non sia mai che ci si debba mischiare con uno che pronuncia una parola con un accento un po’ diverso dal proprio o condisca la minestra con una spezia che la nonna non s’è mai sognata di usare, le tradizioni vanno salvaguardate, diamine!
 
Il genio
Mi incammino verso Portlligat, ci vorrà circa mezzora e forse sarà una fatica inutile. Ieri ho scoperto che per visitare la casa di Dalì bisogna prenotare, ho telefonato ed era tutto pieno: Venga e si metta in lista d’attesa, m’ha detto una voce gentile all’altro capo del telefono; insistere un po’ accennando ai tanti giorni di navigazione impiegati per arrivare qui non è servito a perorare la mia causa. La piccola rada di Portlligat è un delizioso ricamo, c’è una piccola banchina in pietra su cui si affaccia la casa museo, una spiaggetta con alcuni gozzi tirati in secco, un altro paio di costruzioni e nulla più. Di fronte due isolotti chiudono la baia offrendo un buon ridosso alle barche alla fonda, c’è veramente un senso di pace incredibile. Vado alla biglietteria della casa, Mi dipiace, non è proprio aria per oggi, se ne riparla martedì, mi dicono allo sportello. Pazienza, mi accontenterò di guardarla da fuori, come mi è capitato tanti anni fa a New York, dove quasi ero andato con lo scopo di vedere il museo Guggheneim, tanto ero appassionato di Frank Lloyd Wright, e lo trovai chiuso per restauro. Scatto qualche foto, guardo un audiovisivo sulla vità di Dalì che proiettano in una piccola bottega, poi me ne torno verso Cadaqués. Un gatto si struscia contro un muro, mi vede e si allontana distrattamente, la campana di una cappella chiama alle preghiere del vespero, guardo le colline ricoperte di ulivi degradare verso il mare e poco oltre Piazza Grande che riflette gli ultimi raggi di sole di una calda domenica d’ottobre.
 
L’alba sulle isole Frioul
L’arrivo a Marsiglia, dopo quasi 24 ore di navigazione, è piuttosto movimentato, soffia ancora forte lo scirocco, decido di non entrare in porto ma fermarmi alle Frioul, un piccolo arcipelago già sede di un distaccamento militare e ora libero da servitù. Sulla carta ci sono un paio di rade che dovrebbero offrirmi un buon ridosso, invece quando arrivo scopro con grande delusione che il mare gira attorno alle isole e praticamente entra da tutti i lati, impossibile dare fondo in sicurezza. Con la stanchezza di una notte passata quasi tutta in bianco, studio la carta ed il portolano e individuo in Pointe Rouge, periferia est della città, il posto che fa per me, una mezz’ora ancora di vela e ci sono, mi avvicino più che posso al molo del piccolo marina omonimo, calo un calumo molto generoso e poi finalmente me ne vado in cuccetta a riposare, il Leone, comunque sia, è di poppa. Mi svegliano dopo qualche ora le voci dei bambini della scuola di vela, ci sono decine di piccoli Optimist attorno a me, virano, strambano, scuffiano, si divertono da pazzi ed anch’io mi diverto a guardarli. Il mare li ha strappati per qualche ora a videogiochi e televisione ed il vento, forse, gli sta insegnando che la vera ricchezza non è avere tante cose bensì tempo per vivere e navigare e che a volte le due cose coincidono.

Valencia e la grande truffa meteorologica

Qui regarde trop la météo
passe sa vie au bistrot.

(Proverbio francese)

Il cielo è completamente grigio e pur nascondendo del tutto il sole alla vista non sembra minacciare pioggia, bandiere e guidoni penzolano inerti dalle crocette attestando inequivocabilmente l’assenza totale del vento, la superficie dell’acqua all’interno del Marina Real Juan Carlos I di Valencia è completamente liscia, quasi oleosa, su tutto soggiace una cappa di quiete e silenzio, è domenica mattina e le attività portuali rispettano la consegna settimanale del riposo. Mi siedo in pozzetto con il caffè caldo appena fatto ed un pastel, un croissant, vabbè, un cornetto, diciamolo in italiano, comprato ieri sera in una pasticceria artigianale, e consumo la mia colazione assaporandola insieme a quest’atmosfera rarefatta.

 

Mi piacciono le giornate così, sono grigie, sì, ma di un grigio che rasserena, che rilassa, non danno la carica e la voglia di vivere che dà una bella giornata di sole ma sembrano piuttosto suggerire un momento di riposo, di riflessione, di introspezione. Sono le giornate ideali per sedersi su uno scoglio a pensare, oppure per passeggiare su una spiaggia ormai deserta di vacanzieri, magari chiacchierando con un amico, segnalano la fine della bella stagione scandendo il trapasso lento dalla calura estiva ai rigori di un inverno ancora lontano, ma sembrano suggerire la bellezza che ogni periodo dell’anno racchiude in sè. A metà mattinata qualche voce sul pontile, diportisti locali che nel fine settimana accudiscono la loro imbarcazione, un bambino si sporge sotto l’occhio vigile della madre nel tentativo vano di catturare con un piccolo retino i soliti pescetti che stazionano nei porti, gli skipper delle barche di lusso perennemente all’ormeggio si scambiano un saluto con la faccia annoiata dalla monotonia, mentre l’anziana coppia olandese accanto a me prosegue la lettura di libri evidentemente molto avvincenti che conduce ininterrottamente da quando siamo ormeggiati affiancati.

 

Il fantasma della Coppa
Sono qui da diversi giorni, doveva essere una sosta breve, per spezzare un po’ la navigazione e rivedere Valencia che anni fa mi piacque molto, invece le previsioni meteo mi hanno indotto a fermarmi più a lungo per aspettare che passi il forte vento da est annunciato da tutti i siti che ho consultato. Parliamo di oltre 25 nodi con relativa onda di oltre 2 metri, impensabile mettersi a bordeggiare a lungo in un mare simile, vorrebbe dire grande sofferenza e minimo avanzamento, meglio starsene tranquilli in porto qualche giorno, del resto in questi mesi non ho mai avuto soste forzate per meteo avverso per più di 36 ore, è quindi assolutamente accettabile questo stop imposto da Madre Natura. L’ultimo alito di vento a favore si alza improvviso a poche miglia dalla città, entro in porto con oltre 20 nodi in poppa dopo aver faticato un po’ a trovare l’ingresso dato che il piano riportato dalla cartografia elettronica che possiedo è completamente sbagliato e non ho avuto ancora la possibilità di comprare un portolano aggiornato di questo tratto di costa. Il marina è molto bello, costruito pochi anni fa quando Valencia divenne il centro mondiale della vela ospitando le regate dell’America’s Cup. Accosto al molo di attesa, anzi il vento laterale mi ci butta contro, ma ho previdentemente messo tutti i parabordi che possiedo su quel lato e Piazza Grande rimbalza delicatamente sulla banchina mentre lancio le cime al marinaio che ho sollecitato via radio e che mi attende. Mi trasferisco al posto che mi assegnano, raddoppio le cime sul lato sopravvento e a questo punto, caro vento da est, ti dico che mi fai un baffo, il marina oltre che bello è anche economico, me ne starò qui fino a quando ti sarai stancato di soffiarmi contro, nel frattempo mi riposerò, farò qualche lavoretto di manutenzione, me ne andrò a spasso per la città e soprattutto mi ingozzerò scientemente presso Sagardi, il mio spacciatore di tapas preferito. Alla via (terrestre) così!
 
Tapas, stato dell’arte
Per un paio di giorni mi lascio pervadere dall’indolenza, la mattina quando mi alzo me ne resto stravaccato in pozzetto, a volte a leggere, a volte a non far nulla: ma ne ho bisogno, ultimamente ho navigato molto e dormito poco, sono parecchio stanco e mi serve di recuperare un po’ di energia. Rinvio anche la visita al centro storico, distante mezzora di metro, limitandomi a quattro passi nel quartiere dietro il porto, per niente interessante, giusto per sgranchirmi un po’ le gambe. Lungo le banchine gruppi di operai lavorano alacremente per abbattere gli enormi capannoni dove risiedevano i vari team dell’America’s Cup, costruzioni moderne in acciaio e vetro di fronte alle quali galleggiano desolatamente vuoti i pontili dove le barche ormeggiavano al termine delle regate. Vedere abbattuti degli edifici così nuovi mi induce due sensazioni contrastanti: la prima di indignazione, penso che è folle distruggere delle costruzioni che hanno solo 10 anni, vedo un’assurdo spreco consumistico. La seconda di ammirazione, penso che la capacità di riciclarsi rapidamente è ammirevole, a Roma ci sono voluti decenni per trovare un nuovo utilizzo per il vecchio mattatoio ed i mercati generali di Via Ostiense, qui in un attimo voltano pagina e cominciano una nuova storia. Alla fine non so decidermi se sia giusto o sbagliato, penso che le scelte di Bertarelli, l’uomo che ha voluto che le regate si disputassero qui, hanno sicuramente portato un grosso beneficio economico a Valencia, ma agli spagnoli va sicuramente il merito di aver saputo approntare un porto ed una città in modo ineccepibile in tempi rapidi. Quello che è fallito è invece il tentativo di trasformare l’America’s Cup in qualcosa di simile alla Formula 1 o ai mondiali di calcio, un circuito di regate che si svolgono in un lasso di tempo molto lungo seguito da tifoserie nazionali. Con la sconfitta di Alinghi nel 2007 la Coppa è ritornata quel che era, la sfida fra due miliardari disputata su barche spaziali costruite al limite estremo di regolamenti complessi e farraginosi. Dal mio punto di vista una noia mortale, guardando le regate non c’è nulla che poi si possa replicare, seppur in piccolo, su una normale barca da crociera e anche dal punto di vista strettamente sportivo le trovo decisamente poco interessanti, la vela in TV non rende, è poco comprensibile e raramente avvincente.
 
E’ uscito il 35?
Seguo costantemente le previsioni meteorologiche per capire quanto dovrò restare qui, ogni giorno sul monitor del computer vengo messo in guardia circa le tempeste in atto in questa zona e ogni giorno guardo oltre l’antemurale del porto e vedo il mare calmo e le persone che fanno tranquillamente il bagno, fra l’altro malgrado sia fine settembre la temperatura è decisamente calda. Consulto siti, scarico mappe meteo, tutti, chi più chi meno, paventano marosi enormi e venti di burrasca, magari sarà domani, penso, stanno sbagliando la tempistica ma l’evento, se tutti concordano, prima o poi ci sarà. Intanto me ne vado un po’ a spasso a la Ciutat de les Arts i les Ciències, l’avveniristico progetto urbanistico volto appunto a celebrare arte e scienza, realizzato qualche anno fa su progetto di Santiago Calatrava, l’architetto spagnolo che a Venezia costruisce ponti traballanti e che qui ha dato decisamente il meglio di sè. Trovo questo posto bellissimo architettonicamente e trovo fantastico dal punto di vista sociale un progetto di questo genere che celebra quanto di meglio l’uomo riesce ad esprimere, scienza ed arte, in altri termini ingegno ed abilità, un’esaltazione dell’umanesimo che da noi si è persa all’ombra dell’ennesima statua di Padre Pio. Me ne vado a spasso anche per il centro, Plaza de la Mare de Deu, la cattedrale, il mercato, posti che sfortunatamente visito insieme ai gruppi 29, 45 e 67 di una da nave crociera carica di americani e russi che sciamano per la città ciascuno disciplinatamente dietro il proprio sherpa con il cartello che riporta il numero del gruppo di appartenenza. Scappo via, mi viene l’orticaria al solo vedere questo tipo di turismo, ciascuno viaggia come può o crede, ma per quanto mi riguarda preferisco starmene a casa mia se la sola alternativa è questa qua.
 
Il fiume d’erba verde
Tra le peculiarità di Valencia c’è il fatto che il fiume che l’attraversava è stato deviato dopo l’ennesima esondazione ed ora il suo tratto urbano è stato trasformato in parco pubblico, una striscia di verde che si dipana lungo abitato, dove le persone corrono, vanno in bicicletta, giocano, all’ombra degli antichi ponti che univano le due sponde. La sera, quando torno in barca, il cielo si riempe di enormi nuvoloni neri carichi di pioggia: che sia il big-one annunciato da giorni? Chiudo tutti gli oblò, mi preparo al temporale, invece i nuvoloni mi passano sopra senza lasciar cadere che qualche goccia che macchia appena la coperta qua e là. Mentre cucino una frittata di cipolle di quelle che piacciono a me, cioè con tanta cipolla, controllo ancora i 3 o 4 siti meteo che consulto abitualmente, a sentir loro dovrei restarmente barricato in porto ancora per giorni, a guardar fuori, invece, vedo un mare calmo che riflette il rimpianto di aver dato retta ai bollettini e non essere ripartito dopo la prevista sosta di un paio di giorni. A volte sento la terra che mi brucia sotto i piedi ed il bisogno di prendere il mare, appena fuori mi quieto quasi come se avessi patito la lontananza dal mio elemento, questa volta ho represso l’anelito per prudenza; la prudenza però può essere saggezza ma anche trasformarsi in incapacità di cogliere le opportunità che la vita ci offre, ancora una volta il mare è metafora della vita.
 
Anche la donna tatuata scruta il mare
Una volta le uniche previsioni meteorologiche erano quelle dell’Aeronautica Militare, in TV c’era il colonnello Bernacca che tutte le sere indicava con la sua bacchetta le isobare su una carta dell’Europa spiegando l’evoluzione del tempo. Erano previsioni che avevano il limite di essere fatte, soprattutto nel caso di quelle dei mari, su zone molto ampie, impossibili da omogeneizzare, erano però previsioni fatte da un organismo neutrale, che non aveva alcun interesse nel dire o non dire determinate cose. Oggi è tutto cambiato, abbiamo tante fonti di informazione, private, indipendenti, ma spesso in conflitto di interessi, sembra assurdo ma è così. Un quotidiano lo compriamo se c’è una notizia che ci interessa leggere, se siamo preoccupati per qualcosa e vogliamo tenercene informati; se sul giornale di ieri avessimo letto: tutto tranquillo, domani non succederà niente, restate pure a dormire serenamente fino a tardi o andate a fare una bella gita con la famiglia, di sicuro oggi non saremmo andati in edicola. Ma un quotidiano vive grazie ai suoi lettori e deve cercare di non perderli ed indurli ad acquistare ogni giorno una nuova copia, quindi non ci darà mai un annuncio di questo genere. Per i siti di previsione meteo è la stessa cosa, vivono di accessi, di click, di pubblicità conseguente, hanno bisogno che torniamo spesso a visitarli, quanto più lo facciamo tanto più hanno successo e quindi guadagnano. Ed ecco che come i quotidiani, non ci diranno mai che va tutto bene, che è previsto sole per tutta la prossima settimana, altrimenti noi per una settimana non accenderemmo neppure il computer. Vuol dire che mentono sul tempo che farà? No, certamente, altrimenti perderebbero credibilità e sarebbero finiti, il loro gioco è più sottile. Le previsioni, soprattutto quelle a lunga scadenza, hanno un’escursione minima e massima, il vento, ad esempio, fra 6 giorni potrebbe essere fra i 10 ed i 30 nodi e la pioggia probabile fra il 10 ed il 50%. Nella migliore delle ipotesi avremo una brezza leggera che rinfrescherà un poco una giornata soleggiata, nel peggiore una bella sventolata che unità alla pioggia potrebbe dare qualche problema per mare. Un sito che fornisce come previsione l’ipotesi peggiore, non mente e ci induce comunque a controllare anche i giorni successivi l’evolversi della situazione. Col passare dei giorni la forbice fra minimo e massimo si riduce fino a che, molto spesso, si verifica l’ipotesi migliore, il tempo è bello e noi abbiamo visitato il sito meteo tutti i giorni precedenti.
 
Che nero!
E’ un gioco sporco che può fare danni seri, quest’estate alcune federazioni di albergatori si sono lamentate delle previsioni sempre catastrofiche per i fine settimana, poi puntualmente rettificate progressivamente al meglio quando ormai le persone avevano cancellato prenotazioni o evitato di farne. Uno dei più importanti siti italiani fa esattamente questo, l’anno scorso l’ho visto dare un Forza 10 in Tirreno a settembre, un evento assulutamente eccezionale per quella stagione e che ha messo in allerta tutti quelli che vanno per mare, divenuto poi un tranquillisimo Forza 4 il giorno prima della prevista tempesta. E’ un gioco che ha bisogno di creare ansia nelle persone per spingerle continuamente a cercare informazioni utili alla propria salvezza. Ecco allora l’uso sproporzionato dei termini: quello che fino a poco tempo fa era un temporale, oggi è sempre una bomba d’acqua, una normale depressione atmosferica diventa un ciclone, è un continuo allerta per eventi che sono assolutamente normali alle nostre latitudini. Come se non bastasse, si fanno previsioni a lunghissima scadenza, sempre ovviamente con toni allarmistici: un altro importante sito italiano a maggio scorso ha pronosticato un’estate torrida, africana, sappiamo bene come invece sono andate le cose, l’estate più fredda e piovosa degli ultimi anni. Lo stesso sito, pochi giorni fa ha predetto un gennaio glaciale, mica freddo o molto freddo, ha scritto proprio così, glaciale. Dire questo ad ottobre non ha doppiamente senso, perchè le previsioni fatte con mesi di anticipo sono carta straccia, oltre tutto, come per la celebre storiella di Al lupo, al lupo, si finisce poi per non essere creduti quando l’allarme è serio e la situazione realmente pericolosa.
 
Valencia, chiare fresche dolci acque
Vuol dire questo che consultare le previsioni è inutile? No, certamente è doveroso farlo e soprattutto è bene confrontare fonti di informazioni diverse, non dimentichiamo che spesso i siti si limitano ad elaborare graficamente le previsioni fatte da grossi organismi internazionali. Personalmente uso molto i file GRIB, un sistema di codifica numerica delle previsioni che viene poi elaborata con un software sul proprio PC, tutto assolutamente gratis. Non sto ad annoiare con spiegazioni tecniche sul funzionamento di questi file, dico solo che sono piuttosto attendibili e sono rilasciati da enti che non hanno interessi economici poco chiari, hanno solo il limite di essere un’elaborazione automatica che non tiene conto di fenomeni locali, quindi sono molto più affidabili per la navigazione d’altura che per quella costiera dove la morfologia del territorio può creare alterazioni anche significative. Non ci resta che una soluzione, essere sempre pronti a tutto, alla burrasca come alla bonaccia, non ostinarsi a proseguire nel proprio progetto di navigazione ma essere pronti a modificarlo in qualsiasi momento, avere sempre una via di fuga, un piano B da intraprendere nel caso qualcosa andasse storto e soprattutto avere acqua sottovento. Passo in ufficio a saldare il conto, saluto i vicini di banchina e mollo le cime dal pontile, fuori c’è un po’ d’onda contraria, forse dovrò bolinare, forse sarò costretto a poggiare parecchio, forse addirittura a tornare indietro se il mare dovesse montare in modo importante, ma nel cuore ho la certezza che sto facendo la cosa giusta: navigare.

La Costa Blanca, edificata o selvaggia

Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

(P. Neruda, Spagna nel cuore)

Da almeno due ore mi rigiro in cuccetta senza riuscire a riaddormentarmi. Sono le 3 del mattino, il rollio terribile non mi fa chiudere occhio malgrado la stanchezza ed il sonno, veramente tanto dato che è la seconda notte consecutiva che va in questo modo. Aggiungiamoci pure che sono andato a domire senza il 100% di tranquillità per quanto riguarda l’ancoraggio, avendo dato fondo su 15 metri, più di quanto faccia di solito, e su un fondale di alghe che certamente non terrà se dovesse alzarsi il vento; le circostanze però non offrivano nulla di meglio.

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