Autore: Luciano Piazza
Piazza Grande è un blog!
In principio – Chaim Potok
Sullo sfondo delle vicende storiche americane ed europee degli anni ’20 e ’30 (la grande depressione, l’avvento del nazismo, la guerra), l’infanzia e l’adolescenza di David Lurie, un bambino ebreo straordinariamente dotato nell’intelletto ma sfortunato nel fisico a causa di una caduta da neonato, e la sua crescita spirituale e morale scevra, per sua autonoma scelta, di condizionamenti religiosi.
Come ne Il dono di Asher Lev, anche stavolta il protagonista è una persona profondamente religiosa che però non affronta la fede con passività ma si pone domande e cerca delle risposte, sfidando suo malgrado la gretta ottusità degli ortodossi preoccupati solo di gareggiare fra loro sul campo dell’iperfideismo. La religione, quindi, vista come punto di partenza per aprirsi al mondo e non per rifiutarlo e chiudersi in se stessi o nel proprio microcosmo culturale.
600 pagine che non annoiano mai, non perché stupiscano con continui colpi di scena, ma perché l’indole naturale dell’autore per la narrazione le riempono di ritmo e sostanza in modo pressoché perfetto e quando c’è sostanza gli effetti speciali diventano inutili, ridondanti. Un libro pieno di cultura e sapienza antiche di millenni, che non vuole insegnare, eppure lo fa, lontano anni luce dalla filosofia spicciola formato sms dei vari Coelho, Volo, Murakami, ecc. Potok non era un guru nè aspirava ad esserlo, evidentemente. Un libro che riesce a trasmettere serenità malgrado narri di tragedie immani ed epocali come la shoah o la crisi economica degli anni ’30. Un libro di quelli che ti rapiscono, che per giorni ti fanno vivere nella loro realtà, illustrandotela pazientemente, e che sanno trasportarti in tempi e spazi lontani senza farti sentire un estraneo.
Uno sprono continuo ad usare la propria testa per pensare, a non accettare pedissequamente qualunque cosa arrivi da un pur autorevole pulpito. Un’esortazione a reagire alle avversità e combatterle, ma senza per questo ostinarsi quando queste dovessero essere soverchianti. La ricerca della verità come punto irrinunciabile della propria esistenza, il rifiuto della Verità e di coloro che ritengono di averla in tasca. La memoria di ciò che si è stati come punto di partenza verso ciò che si vuole essere. Lo smettere di odiare senza per questo precipitare in melensi e fasulli amori universali.
Inevitabile il confronto con Philip Roth, troppi gli elementi in comune: entrambi ebrei neworkesi, fra loro contemporanei, entrambi formidabili narratori. Ma dove Roth con il suo nichilismo sembra chiudere ogni porta alla speranza, Potok al contrario lascia sempre intravedere la salvezza, se non per l’individuo, per l’umanità. I suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità ed i loro principi, anche nel dolore, senza precipitare nell’edonismo quale risposta alle domande sul senso della vita. Diversi anche nello stile: colto e travolgente come un fiume in piena Roth, pacato e mai ricercato Potok.
Una piccola nota sul prezzo di copertina: 11 euro, quanto un centinaio di pagine di autori più alla moda o classici i cui diritti sono scaduti da secoli. Questo per dire che certi discorsi sul costo dei libri sono bugie degli editori. E’ il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta, che male c’è a dirlo chiaramente?
Di questo, come dell’altro libro di Potok che ho letto, fatico a parlare tanto me ne sento pieno. Mi sento emozionato, stordito, positivamente sconvolto. Sconvolto ed innamorato. Di un barbuto rabbino newyorkese; io, anticlericale fino al midollo, chi l’avrebbe detto!
Paura di volare – Erica Jong
Un poutpurrì di tutto ciò che ai suoi tempi era cultura o tale era più o meno debitamente considerato. Il tutto preso di striscio, citato a raffica con finta nonchalance, in quantità tale che a voler fare l’indice dei nomi ne verrebbe a sua volta fuori un libro. A rendere il tutto più siocco ha pensato l’editore italiano: nella quarta di copertina, a carattere grassettato è scritto: Una donna che parla di sesso come un uomo. ‘Azz, diranno subito i miei piccoli lettori!
Poi però a sfogliarlo si incappa continuamente in perle di questo genere:
– “… incontrare un uomo bello, aitante, potente e ricco che potesse riempirmi ogni buco“;
– “La sua lingua mi stava facendo impazzire la figa“;
– “Mi innamorai di Bennet perchè aveva le palle più pulite che avessi mai assaggiato“;
– “… fare i nostri bisogni accovacciati per terra con l’erba che ci faceva il solletico e le mosche che ronzavano orrendamente attorno al buco del culo per posarsi sugli stronzi freschi“.
Gli uomini parlano in questo modo? Solo in caserma ricordo di aver sentito persone esprimersi così ripetutamente in questo modo, ma solo fino al grado di caporalmaggiore, al massimo sergente. E una donna si affranca da qualcosa, secondo l’autrice, esprimendosi in questo modo? E non sono certo uno che si scandalizza facilmente per il linguaggio.
Che poi, di sesso vero e proprio ce n’è poco e niente, il turpiloquio è limitato ai ragionamenti della protagonista, ma non come catarsi di espressività repressa, a me è sembrato semplicemente un modo sempliciotto di attirare l’attenzione, proprio come certi personaggi televisivi di oggi.
Non mi sorprende che sia stato un best seller, la formula è sempre quella, da decenni non cambia, uno schema che basta applicarlo per farlo funzionare. La letteratura è altro, per fortuna.
America oggi – Raymond Carver
Non è uno Spoon river, non c’è la condanna della società, quali che ne possano essere le motivazioni, c’è solo rappresentazione di un’America minore che null’altro ha da offrire alla penna dello scrittore se non la propria ordinarietà. Volendo fare un piccolo paragone, mi vengono i mente i Racconti romani di Moravia; letti che avevo 12 anni, rimasi catturato proprio dalla quotidianeità delle storie, mi sembrava incredibile leggere su un libro di uno scrittore importante personaggi e situazioni della mia infanzia, della Roma di allora.
Lo stile è semplice ma non banale e non mancano guizzi geniali tipo: “Fai quello che ti ha detto la mamma, era solo un cadavere, tutto là“. Una frase che racchiude un mondo, descrivendolo senza fronzoli ma in modo perfetto. Del resto, ne ha ricavato un film Robert Altman, mica bau bau micio micio!
Cecità – José Saramago
Fiiuuuuuu… ed io che temevo fosse diventato improvvisamente cieco!
Scampato il pericolo del mal bianco, proseguo verso casa guardingo; parcheggio, entro nel portone, incrocio la portinaia con alcuni vicini, li osservo chiacchierare amabilmente, ma dentro di me una sola, unica, imperscrutabile immagine: loro ricoperti di feci che lottano nel fango per contendersi un pezzo di pane ammuffito che pagheranno con brandelli residui di dignità umana.
Il maestro e Margherita – Michail Bulgakov
pur consapevole del ruolo universalmente riconosciuto da critici e lettori a te e alla tua opera più nota nel panorama mondiale della letteratura del ‘900, ho deciso di mollarti. Il motivo è molto semplice: mi stavi annoiando, sfogliarti non mi dava nessuna emozione, né positiva né negativa. Pare Montale ti abbia definito un dono all’umanità, ma come ha giustamente commentato una delle mie consulenti letterarie, mia figlia, mica sarà stato completamente lucido tutti i giorni della sua vita!
Mi stavi annoiando perché ti ho trovato terribilmente datato, superato dai tempi, dalla storia, dalle vicende politiche che hanno stravolto il tuo paese alla fine del secolo scorso. La tua satira, politica più che sociale, mostra tutti i segni del tempo, non fa ridere, neanche sorridere, la si può solo cogliere come una testimonianza dell’epoca. La satira politica, a differenza di quella di costume, invecchia. Parlando di te con l’altro mio consulente letterario, mio figlio, commentavamo che Plauto o Trilussa mantengono intatta la lor vis comica perchè le tipologie umane da essi irrise esistono tutt’ora: il vanaglorioso, l’accidioso, lo spaccone, ecc. Il burocrate russo di epoca staliniana invece no, neanche il letterato di regime della medesima epoca; si sono estinti con il loro stesso regime. E con essi la capacità di far ridere o almeno sorridere facendone bersaglio della tua ironia. Perché la satira punge quando cammina sul filo dell’irriverenza, in bilico fra la sfida all’autorità ed il rischio di divenirne vittima. Ma l’autorità che la tua satira ha sfidato, non esiste più, e quindi viene inevitabilmente meno l’irriverenza. E la vis comica va a farsi benedire.
Lo so, il tuo è un libro che ha diversi livelli di lettura, come tutti i libri di un certo livello; ma a pag. 150, il limite oltre il quale non ho osato spingermi, di questi non v’erano che labili tracce. I parallelismi fra la Mosca di Stalin e la Gerusalemme di Pilato, appena accennati fin dove ti ho letto, appaiono anch’essi inattuali, traslati, dagli accadimenti storici, dall’attualità alla storia. Quanto può emozionare un lettore del XXI secolo un parallelismo fra Bisanzio e Troia? Quanto tacciare Tiberio di essere peggio di Hammurabi? E’ vero, le tue vicende non sono così remote, ma appartengono ormai ugualmente alla storia, hanno perso quindi l’energia dirompente che deriva dall’essere vividi.
A molti lettori per i quali ho la massima stima e fiduca il tuo libro è piaciuto. Mi chiedo: quando l’hanno letto? Non è oziosa la domanda, forse t’avessi letto anch’io venti o trenta anni fa t’avrei apprezzato. Perchè venti o trent’anni fa era ancora vivo, ahimè, quel regime che, onore a te, hai osato sfidare con la tua penna. Morto lui, sei morto tu.
Addio caro Michael, pur riconoscendo il tuo valore, non credo ci incontreremo nuovamente, temo, per me, che tu non abbia molto da dirmi. Spero non me ne vorrai.
Cordialmente,
Il dono di Asher Lev – Chaim Potok
Poi qualche tempo fa ad una cena mi ritrovo seduto vicino ad un tizio che non conoscevo e chiacchierando viene fuori che è un fan sfegatato di Roth quanto me. E’ lui che mi consiglia Potok e il consiglio di uno che condivide la mia stessa passione non posso lasciarlo cadere nel vuoto. Mi da un titolo: Il dono di Asher Lev.
Dopo averlo comprato scopro che è il sequel di un altro libro, Il mio nome è Asher Lev, ma me ne frego e mi fido del suggerimento ricevuto. Devo dire che non ho mai sentito la mancanza della prima parte, mai percepito la storia come monca. Il protagonista, un pittore di fama mondiale, torna negli USA dopo 20 anni, dopo essere stato scacciato dalla sua comunità per aver dipinto una crocefissione (impensabile per gli ortodossi che un ebreo ritragga un soggetto simile) in occasione del funerale di uno zio e vi rimane più a lungo del previsto per una serie di vicissitudini.
Che dire? L’amore, immenso, è sbocciato dopo pochissime pagine.
Stilisticamente è piuttosto semplice, manca qualunque ricercatezza linguistica, la prosa però è veramente chiara, dice quello che deve dire, senza fronzoli inutili. Un libro scritto per essere letto, non per cibare il narcisismo dell’autore o arruffianarsi il lettore. Mancano del tutto gli effetti speciali, i colpi di scena non indispensabili, la suspense per tenere agganciati i lettori svogliati.
Eppure dentro c’è tutto, c’è di tutto.
Ho amato a tal punto questo libro ed i suoi personaggi da faticare a parlarne, perché farlo vorrebbe dire razionalizzare il mio sentimento e quindi in qualche modo svilirlo. Quando ti innamori non stai lì a spiegarti perché, te la godi e basta, a provare a farlo si romperebbe l’incantesimo.
Mi ha trasmesso un’incredibile senso di pace ed una grandissima voglia di vivere ed amare me stesso e gli altri, malgrado vi siano narrate situazioni di tensione e non manchino accenni alla shoah. Non è comunque un libro sull’olocausto, è ambientato in una setta immaginaria dell’ebraismo chassidico (quelli sempre vestiti di nero e con i boccoli al lato delle orecchie), molto interessante anche come finestra aperta su quello strano mondo. E’ un libro sulla libertà di espressione, sullo scegliersi la vita, sull’ostilità e la cecità dei bigotti. Insomma, un libro che ti insegna qualcosa sul vivere, senza peraltro volerlo fare, non pensate a Coelho e robaccia simile.
M’è venuto in mente che l’ebraismo non mira alla conversione degli infedeli, anzi diventare ebrei è piuttosto complicato, al contrario del cristianesimo che quando ha potuto ha convertito a forza e ucciso che si opponeva. Una volta m’è stato spiegato che un buon ebreo deve dare l’esempio con il suo stile di vita a chi ebreo non è. Ecco, credo che questo concetto sia in qualche modo collegato a quanto dicevo prima: questo libro insegna senza essere didattico o peggio ancora falsamente profetico o filosofico.
Devo dire che nelle ultime 50 pagine il pathos cala un pochino e la narrazione tende a ripetersi, ma gli si può perdonare tranquillamente. Potrei dire di più, moltissimo di più, ma dovrei usare la testa, invece questo libro voglio che mi resti nel cuore, credo che la differenza con Roth sia qui: Roth ti cattura la testa, ti trascina in un vortice infinito, a volte quasi stordendoti. Potok invece ti conduce con tranquillità e tu tranquillamenti ti lasci condurre.
Ah, tanto per concludere cazzeggiando: da grande voglio fare il rebbe! E’ facilissimo, basta farsi crescere la barba e parlare per enigmi: “il terzo ci salverà”. Buona pure come profezia calcistica!







