Sulina, lo shtetl danubiano


Le antiche carte dei corsari
portano un segno misterioso,
ne parlan piano i marinari
con un timor superstizioso.

(F. Guccini, L’isola non trovata)


Le antiche leggende marinare, quelle storie fasulle e abusate che per secoli sono rimbalzate fra i tavoli delle taverne dei porti di tutto il mondo, narrano spesso di visioni incredibili e inattese: vascelli fantasma e isole, apparsi un solo istante per imprimersi come un lampo negli occhi di chi osserva l’orizzonte, prima di sparire di nuovo. Sempre, ciarlatani ed imbroglioni hanno in malafede alimentato queste leggende per meglio abbindolare il malcapitato di turno e derubarlo, magari dopo averlo incantato, oltre che con le parole, con qualche bicchiere di rum. Ma al giorno d’oggi, chi può ancora credere a certe fantasie?
A volte giochiamo a farlo, perché chi va per mare ha sempre un pizzico di romanticismo nel cuore ma, nel momento della verità, l’uomo del terzo millennio pondera le sue scelte sui fatti dimostrabili e sulla conoscenza scientifica, giammai sulla superstizione. Men che mai un razionalista come me. Cos’è mai allora, mi chiedo, quella strana cosa che vedo delinearsi lontano, in controluce, su questo mare deserto di imbarcazioni e liscio come l’olio? Un tratto in cui secondo la carta nautica non dovrebbe esserci nient’altro che acqua.
  

Atmosfere danubiane

La osservo da un po’ strizzando bene gli occhi, senza però riuscire a coglierne forma e dimensioni. Afferro il binocolo e la inquadro ma non cambia molto. Neanche una foto col teleobiettivo, ingrandita poi al computer, riesce a darmi qualche dettaglio in più. Un po’ per curiosità, un po’ perché potrebbe trattarsi di qualcuno in difficoltà, faccio una piccola deviazione e vado a vedere. Tanti anni fa, alcune miglia a largo del porto di Civitavecchia, una mattina in cui soffiava un deciso Forza 6, una visione analoga è poi risultata essere la prua di un piccolo motoscafo che affondava. Intorno, a mollo già da un’ora nel freddo mare di aprile, due ragazzi e una ragazza, intirizziti, che ho fortunatamente raccolto prima che finissero assiderati o peggio. Sarà mica qualcosa di analogo, ora? Accompagnato dall’allegro scoppiettio del motore, mi avvicino sempre di più, continuando a guardare e credendo di riconoscere prima la sagoma di una barca, poi di un peschereccio intento a salpare le reti, infine di una piccola isola. Ma di isole qui non ce ne sono, a meno che ne sia spuntata improvvisamente una nella notte, come la famosa Ferdinandea emersa nel Canale di Sicilia nel luglio del 1831 a seguito dell’eruzione di un vulcano sottomarino e poi inabbisatasi di nuovo nel giro di cinque mesi; un tempo comunque sufficiente perché Borboni, Inglesi e Francesi se ne contendessero la sovranità.
  

Visioni

Che si tratti di un qualcosa ricoperto di vegetazione mi appare sempre più indiscutibile man mano che mi avvicino; vedo ormai perfettamente il profilo di un fascio canne di fiume appena agitate da un vento leggerissimo. Decisamente incredulo, controllo di nuovo la carta nautica ricavandone ancora una volta la medesima informazione: non ci sono isole qui. Ma in mare non è facile cogliere l’esatta dimensione delle cose e solo a pochissime centinaia di metri di distanza riesco a capire cos’è davvero: un’enorme zolla di terra di diversi metri quadrati, ricoperta di vegetazione, che galleggia immobile sulla superficie del mare. Il pensiero mi va subito a cosa potrebbe succedere incontrandola di notte; non credo sia molto salutare centrarla a cinque o sei nodi di velocità. Probabilmente qualche piena del Danubio l’ha strappata via da un argine per lasciarla poi andare alla deriva nel Mar Nero. Chissà, magari qualche leggenda di mare è nata proprio così, ricercando nell’ultraterreno le risposte che il sapere umano del tempo non era in grado di fornire e individuando, di volta in volta nella crudeltà del demonio o nella benevolenza della divinità, il castigo o la salvezza che Madre Natura dispensa spesso con fatalistica casualità. Il ricorso al sovrannaturale è spesso la scorciatoia più comoda che hanno le menti pigre per trovare le risposte alle domande insolute che accompagnano la nostra esistenza.
  

Danubio, poco oltre l’ingresso

L’isola che non c’è, anzi che non ci dovrebbe essere, sembra però portarmi fortuna: si alza un po’ di vento e posso quindi spegnere il motore e ritrovare il silenzio perfetto della navigazione a vela. Nel frattempo proseguo la mia incessante guerra contro le mosche. Piazza Grande ne è invasa, le ho prese a bordo non so dove qualche giorno fa e puntualmente, nel primo pomeriggio, inziano a venir fuori a dozzine e posarsi dappertutto: sulle braccia, sulle gambe, sugli occhiali, nel naso. Per scacciarle mi muovo continuamente, agitandomi come un tarantolato in preda ad una crisi convulsiva acuta. Oggi sono apparse in coperta anche una cavalletta, una farfalla, una vespa e un calabrone: un completo corredo da entomologo. Con un canavaccio da cucina faccio una strage che, se da un lato mi libera dal fastidio e dai morsi (sono mosche che mordono, ho le caviglie piene di bolle), dall’altro trasforma Piazza Grande in un campo di battaglia. Ce ne sono di morte ovunque, sui materassi in cabina, nella dinette, sul piano cucina: uno schifo indicibile. In pozzetto, addirittura, ne trovo una matassa che inizialmente m’era sembrata di capelli. Prima di sera mi metto dieci minuti alla cappa e faccio una doccia saponata d’alto mare che mi restituisce la splendida sensazione di pulito. Almeno fino a quando scenderà la sera e arriveranno le zanzare. Ma se l’anno prossimo andassi sulla Marmolada? Se costruiscono il porto, perché no!
  

Sulina, la chiesa sull’argine

Mentre consumo un pasto frugale a base di insalata, formaggio e frutta fresca, vedo sfilare al mio fianco le piattaforme galleggianti, petrolifere o non so cosa, ancorate al largo della costa rumena. Il Mar Nero settentrionale è poco profondo per via dell’apporto di sabbie dato dai grandi fiumi che sfociano in questa zona, il Danubio e il Dnepr prima di tutti, e questo fatto consente di posizionarle anche a molte miglia di distanza dalla costa. Alcune sono davvero enormi ma hanno almeno il pregio di essere perfettamente segnate sulla carta e segnalate visivamente con le dovute luci. Quello che invece lascia amplissimi margini di incertezza sono le molte aree segnate come minate: da chi e perché? La carta rimanda agli avvisi ai naviganti ma il Navtex non dice nulla a riguardo. Da qualche parte leggo che in quelle zone è consentita la navigazione solo alle imbarcazioni non magnetiche. Fantastico, vuol dire che per saltare su una mina devo proprio finirci sopra, non basta passargli vicino e attirarla a me! Confido che la fine della guerra fredda abbia raffreddato questi ordigni e che il mare sia stato bonificato o alternativamente ben segnalato. Insomma, la Romania è pur sempre nell’Unione Europea e in Europa non ci sono tratti di mare minato senza chiare segnalazioni. Credo si tratti semplicemente di zone per esercitazioni militari, come avviene da noi in Sardegna, e che, quando sono in atto, il mare sia pattugliato dalla Guardia Costiera per tenere lontane le imbarcazioni.
    

Memento mori

Poco prima di mezzanotte, il vento improvvisamente cala del tutto lasciandomi tristemente abbonacciato. Sono diretto a Sulina, un paese adagiato sulle sponde del Danubio, lungo uno dei bracci che formano il delta, e ho ancora più di trenta miglia da fare. Non ho fretta e se non c’è vento, non vale la pena di passare la notte senza dormire, dato che, essendo sottocosta, non è il caso farlo in navigazione navigazione. Accosto qualche grado a sinistra e dirigo verso Sfintu Gheorghe, un’altro braccio del fiume, questo non navigabile per via dei bassi fondali. Avevo però visto, mentre preparavo il Piano B senza cui non prendo mai il mare, che c’è una sorta di rada, lunga alcune miglia, dove alcune zone sono sufficientemente profonde per ancorare. C’è un solo problema: è notte e la carta nautica avverte che a causa del riversamento in mare delle sabbie fluviali, le batimetriche possono differire significativamente da quelle riportate. Quando sono nei pressi avanzo con il motore al minimo e l’occhio fisso sull’ecoscandaglio e un paio di volte sono costretto a cambiare rotta dopo aver visto avvicinarsi pericolosamente quota due metri. Certo, il fondo è sicuramente fangoso e quindi non sarebbe un dramma, ma sempre meglio evitare un incaglio, soprattutto notturno. Alla fine calo l’ancora su un fondale di circa due metri a quasi mezzo miglio dalla costa, ma va benissimo. Poco distante intravedo alcune luci, forse piccole barche alla fonda: gli unici segni di vita che rilevo. L’aria è calda e molto umida, praticamente ferma; accendo la luce in testa d’albero e me ne vado felicemente a dormire.
  

Calafatando

Mi sveglio che sono appena le sei, il sole è sorto da poco e mi sembra di cogliere i segni di un vento favorevole, per altro annunciato dai bollettini meteo. La luce mi da l’esatta percezione del posto dove mi trovo: un’ampia baia dove regnano inconstrastati la natura ed il silenzio. Sulla riva, il verde degli alberi contorna una lunghissima lingua di sabbia completamente deserta. Solo in lontananza scorgo la sagoma di una nave, forse militare. Effettivamente, ieri notte ho sentito delle voci alla radio ma ho preferito ignorarle pensando che se non potevo fermarmi qui, che almeno fossero venuti di persona a mandarmi via. Recupero l’ancora e insieme tiro su qualche chilo di fango; la lascio quindi appesa al musone perché si sciacqui un po’ prima di riporla nel suo gavone. Poi imposto l’autopilota, metto a segno le vele e dopo qualche ora avvisto il faro di Sulina davanti alla mia prua. Il vento è sostenuto, non meno di venti nodi, ed entrare in un fiume la ritengo una delle manovre più rischiose che ci siano, per la quale ciascuno ha la sua tecnica preferita. La mia prevede motore su di giri, la sola vela di prua aperta e ancora libera da qualunque ritenuta, pronta ad essere calata in un attimo. Appena sulla destra dell’ingresso, giace sferzato dalle onde il relitto semiaffondato di un cargo, quasi a rammentare a chi passa di qui la pericolosità del luogo.
 

A vela nel grande fiume

Piazza Grande avanza decisa dentro il fiume, con il vento che la spinge da un lato e la corrente che la spinge dall’altro, e io vengo subito catturato dalla meravigliosa atmosfera danubiana. Stormi di  gabbiani, cormorani e cicogne volteggiano sulla mia testa per poi andarsi a posare lungo le sponde a contendersi a colpi di becco il frutto di una battuta di pesca. Per alcune miglia, i bassi argini artificiali mostrano un mare agitato sopravvento e una spianata di acqua verde sottovento. In mezzo, una lingua d’acqua dolce ritorta a tratti dalla forte corrente e percorsa da piccoli gozzi, lunghi e affusolati, spinti da moderni e potenti fuoribordo. La torre dell’Autorità Fluviale, addobbata di antenne e radar come l’albero di Natale di un centro commerciale, svetta sulla vegetazione e su alcune costruzione basse ad uso industriale apparentemente abbandonate. Un rimorchiatore si stacca da un molo e si dirige verso il mare, probabilmente per accogliere qualche grossa nave in arrivo. Qua e là, alcune gru e qualche relitto in avanzato stato di decomposizione. Incrocio molte chiazze galleggianti di vegetazione che provengono da chissà dove, chissà da quanto lontano: brandelli di continente trascinati verso il mare. È strano pensare che quest’acqua su cui sto navigando sia già passata sotto i ponti di Vienna, Budapest, Belgrado. Poi, la sagoma di un centro abitato e un lungofiume attrezzato per il passeggio mi dicono che sono arrivato a destinazione. Ora ho due problemi da risolvere: il primo, dove ormeggiare; il secondo, in che modo, perchè con la corrente e il vento laterale così forti, da soli è praticamente impossibile.
 

Un ormeggio difficile

Provo a contattare l’Harbour Master nella speranza di avere indicazioni e supporto ma si ripete il solito copione e le mie chiamate sul VHF restano inascoltate. Un uomo, intanto, ha notato che mi aggiro un po’ sperduto e mi fa cenno di accostare ad un pontile galleggiante di ferro. Colgo al balzo l’offerta e con il suo aiuto e un po’ tensione per il rischio di fare danni seri, porto a termine l’operazione in modo indenne. Ho messo ovviamente tutti i parabordi che ho dal lato di accosto e ora li vedo tremendamente compressi perché il vento mi schiaccia davvero con forza contro il pontile: ho il reale timore che ne possa scoppiare qualcuno. Inoltre, l’intenso via vai di barchini, provoca continuamente onde e risacca e che fanno ballare Piazza Grande come una marionetta. 

«Resta pure qui» mi dice Daniel, così si chiama il tale che mi ha aiutato, «vedrai che stasera i barchini si fermano e tutto diventa tranquillo».
Io mi chiedo invece come diavolo farò domani, o quando sarà, a lasciare quest’ormeggio, perché con la corrente così forte, appena mollo lo spring che mi tiene, in un attimo sono addosso alle barche alla mia poppa. Nel frattempo, per non sbagliare, invito Daniel a bordo per una birra, per sdebitarmi in qualche modo della sua cortesia e per il piacere di due chiacchiere con un locale. Quando scende la sera, noto che le due sponde del fiume sono illuminate con file di luci verdi e rosse, a dritta e a sinistra, per segnalare il percorso alle imbarcazioni in entrata. Io sono a sinistra e l’atmosfera è un po’ da Lanterne rosse, ma è bellissimo ed effettivamente è sparito tutto il traffico fluviale. Buonanotte e sogni d’oro!
 

Vicini d’ormeggio

Mi sveglio intorno alle sette, faccio il caffè poi vado in bagno.
«
Toc toc
», sento bussare sulla murata. Accidenti, proprio adesso!
«
Chi è?
», urlo dalla mia postazione. «Polizia», risponde una voce.
Mi do una sistemata ed esco in coperta. Mi fanno le normali domande di rito, poi mi invitano a passare da loro.

«
Certamente
», rispondo, «pochi minuti e arrivo» e torno alla mia precedente occupazione.
«Toc toc»
Di nuovo?

«
Chi è?
»«Autorità Portuale»
Peggio che in Italia: cento corpi di polizia diversi e sempre nel momento peggiore. Stesse domande, stesse risposte, poi mi chiedo io stesso: riuscirò a portare a termine l’importante e delicato compito che stavo diligentemente svolgendo? Non è detto, perché di buon ora sono ripresi l’intenso traffico di barchini e la conseguente onda a complicare le cose.
Faccio il giro degli uffici che mi attendono e trovo funzionari preparati e gentilissimi. Finite le pratiche, soddisfo volentieri l’incredulità dei graduati:
«Ma veramente sei arrivato dall’Italia da solo fin qui?»

«Beh, più o meno sì»
«
Incredibile! E non ti annoi?
»
No, in mare mai, ci sono troppe cose da fare. È a terra che invece mi capita a volte di annoiarmi, soprattutto in posti dove non ci sono altri navigatori con cui fare quattro chiacchiere. E in Mar Nero di diporto ce n’è davvero pochissimo, praticamente niente.
 

Per le vie di Sulina

Passeggiando per Sulina si respira un’aria d’altri tempi. Essendo collegata con il resto della Romania esclusivamente attraverso il Danubio, per le strade ci sono pochissime automobili e qua è là mi sono imbattuto in trasporti di merce fatti con un carretto trainato da un cavallo. Le case sono basse, cinte da staccionate in legno, come a Paperopoli o a Topolina, e hanno tetti con la foggia tipica di questi luoghi, a volte in paglia o tegole, altre purtroppo in amianto; così tante da chiedermi come sia possibile non respirarlo. Spicca la cupola a cipolla di una chiesa ortodossa, sormontata dalla croce con doppio braccio e poggiapiedi e mi ricordo di aver letto che un paio di secoli fa da queste parti si sono uccisi fra di loro per stabilire come fosse realmente stata fatta la croce di Cristo: una questione teologica dirimente per la quale davvero valeva la pena di accopparsi. I pochi negozi hanno l’aria degli spacci di paese, quelli dove si trova un po’ di tutto seppure in limitatissimo assortimento. Il retro della cittadina ha strade di sabbia che si chiamano freddamente Strada 1, Strada 2, eccetera, oltre le quali ci sono orti e campi coltivati a mais, in un atmosfera rurale che ha davvero un sapore antico. Camminando ancora mi imbatto in alcuni edifici più moderni e molto squallidi, condomini dai muri scrostati e dalle linee architettoniche divenute vecchie senza alcuna speranza di diventare mai antiche.
 
  

Fiumaroli si nasce!

Per uno strano gioco di ingegneria acustica, mentre lungo il fiume c’è un gran via vai e conseguente rumore, qui c’è pace assoluta. Un anziano accovacciato davanti alla sua casa risponde sorridendo al mio cenno di saluto, una donna col fazzoletto in testa porta alcune buste della spesa da cui tracimano ciuffi di verdura a foglia larga, alcuni uomini sono intenti a riparare il fuoribordo di un motoscafo sollevandolo con un argano a mano, un gatto fugge via al mio passaggio, rifugiandosi dietro un muro. Dà una strana sensazione questo silenzio, è un silenzio da rumori artificiali, si sente solo il vociare delle persone, qualche cane abbaiare e un piacevole gracidare di rane di cui la notte si riempono le strade: è il brusio naturale della vita. La sera la gente passeggia per le vie poco illuminate, alcuni bambini si rincorrono, uno di loro cade e piange per un solo minuto, il tempo necessario a trovare la consolazione della madre. Alla fine andando in giro per il mondo ti rendi davvero conto che il mondo è ovunque tranquillo, fatto in maggioranza di persone tranquille, e che le generalizzazioni, se non le mistificazioni, dei mass-media, fanno unicamente il gioco di chi ha interesse a creare tensioni fra le genti. Un’upupa si alza improvvisamente in volo e va a nascondersi dietro una fronda, distogliendomi bruscamente dai miei pensieri.
  

Lo shtetl

Sulina sembra un shtetl, uno di quei villaggi dell’Europa orientale dove, fino alla metà del secolo scorso, risiedeva la popolazione di religione ebraica. La parola sthetl è un diminutivo del tedesco stadt che significa città. Una cittadina, quindi, e l’etimo tedesco ci ricorda anche che l’yiddish, la lingua che parlavano quelle persone, è appunto un miscuglio di ebraico e tedesco. Ignoro se qui abitino o abbiano mai abitato degli ebrei, ma ho davvero l’impressione di un salto indietro nel tempo. Si assiste alla rappresentazione di un modo di vivere che appartiene al passato e che altrove si è perso da almeno un paio di generazioni. Qui sopravvivono i fiumaroli, quelli che vivono sul fiume e dal fiume ricavano di che vivere, svolgendo i tanti mestieri legati ai corsi d’acqua dolce. Sul lungofiume incontro persino un calafato, un uomo anziano intento a pressare con un martello di legno della stoppa negli interstizi delle tavole di legno della sua piccola barca. Riusciamo a comunicare solo a gesti e mi fa capire che una barca nuova costa troppo e che per questo è costretto a riparare quella che ha. Alla fine è il denaro a muovere il mondo, a dargli la direzione, e la sua mancanza ha almeno il pregio di preservare gli antichi saperi, evitando che un gozzo di legno termini la sua esistenza ardendo in un camino, sostituito da una barca di plastica che diverrà vetusta in pochi anni e il cui smaltimento contribuirà a produrre quell’inquinamento che prima o poi finirà con l’uccidere il mondo stesso. Con la beffa di chiamare tutto ciò progresso.

Il nuovo che avanzava

Controllo e Costanza


“Quando si ha la pancia vuota non ci si pone altro problema che quello della pancia vuota.”


(George Orwell)

I diversi siti meteo che consulto sono tutti concordi nel prevedere tredici nodi di vento da nord: bolina, quindi, per spostarmi da Balchik, in Bulgaria, a Mangalia, in Romania. Sono poche miglia, comunque, poche più di trenta, e tredici nodi di vento non dovrebbero alzare molta onda. Del resto è inutile aspettare che arrivi vento da sud: da queste parti, come mi hanno confermato alcuni pescatori locali, i venti estivi sono sempre dai quadranti settentrionali; e i pescatori locali, si sa, la sanno lunga. Con un cenno del braccio ringrazio il poliziotto e il doganiere che mollano le mie cime dalla banchina dove ho accostato per dichiarare l’uscita dal paese e poi me le lanciano in coperta. Le recupero, addugliandole e stivandole nel loro gavone, dopo di che tolgo i parabordi dalle draglie e metto Piazza Grande in rotta.

Quando arrivo in prossimità di Capo Kaliakra, ci sono almeno trenta nodi di vento e onda corta e ripida, altro che bolinetta tranquilla! Sperando di affrancarmi da alterazioni meteorologiche dovute alla morfologia della costa, mi allargo un paio di miglia dal promontorio e cerco l’andatura più stretta, anche se in queste condizioni, lo so, lo scarroccio è notevole e i bordi che faccio sembrano quelli dei tempi di Cristoforo Colombo, quando gli armi a vele quadre non consentivano di risalire il vento. Me ne dà conferma uno sguardo al tracciato che si disegna automaticamente sullo schermo del computer e così, dopo un’oretta di sofferenza, mi convinco a desistere.
  
Capo Kaliakra, oggi non si passa!
Giro la prua e cerco un ridosso per aspettare che la situazione migliori, cosa non è facile perché la zona a sud di Capo Kaliakra è sì ridossata ma ha per lo più fondali alti e rocciosi e nelle poche zone dove invece c’è sabbia la carta nautica segnala divieto di ancoraggio. Alla fine trovo un punto relativamente tranquillo davanti a una piccola spiaggia dove alcune macchine parcheggiate indicano la presenza di bagnanti. Calo l’ancora su un fondale di pochi metri e mi rilasso un po’, mentre raffiche di vento catabatico mi investono rabbiose come in Egeo. Certo che stare in una zona vietata e per di più senza documenti, visto che ho formalmente fatto l’uscita dalla Bulgaria, mi espone in modo duplice a contestazioni da parte delle autorità. Mai vista una motovedetta bulgara in giro comunque e, confidando che se ne restino in porto anche oggi, mi metto in modalità vacanziera: bagnetto, birra e patatine, caffè e infine pennica postprandiale per recuperare l’alzataccia di stamattina.
 
Piazza Grande nel porto di Mangalia
Ogni tanto la radio rimasta accesa gracchia qualcosa tipo «Sailing boat, sailing boat…», ma gracchia, appunto, e nel dormiveglia prevale il mio inconscio che mi sussurra: «Dormi pure, ti pare che chiamano te!» Quando infine dall’altorparlante in pozzetto arriva forte e chiaro «Piazza Grande, give me your position, please», capisco che non posso più fare finta di niente e prendo il microfono in mano per spiegare perché mi trovo dove non dovrei. È chiaro che mi tenevano d’occhio con il radar e d’altra parte, essendo l’unico in giro, non era difficile. Il radar vede tutto, non gli si può sfuggire: a meno, ovviamente, di sorvolare Ustica per abbattere un DC9 Itavia con un centinaio di passeggeri. Nel tardo pomeriggio il vento finalmente cala; me ne starei volentieri qui tutta la notte per ripartire con calma domani ma il Grande Fratello mi sorveglia e non credo sarebbe d’accordo. Chiamo sul VHF, comunico che sono in partenza, ringrazio e via!, di nuovo verso Capo Kaliakra.
 
Mangalia, figli offerti al Sol dell’avvenir
Ma se prima che c’era vento forte facevo i bordi colombiani, ora che ci sarà sì e no una decina di nodi, poco ci manca che li faccia all’indietro. Inutile insistere e visto che non posso tornare di nuovo davanti alla spiaggetta, ammaino le vele e accendo il motore, pur consapevole che con l’onda residua sarò comunque lento. Scopro presto di esserlo più di quanto immaginassi: c’è una corrente molto forte, almeno tre nodi, per cui anche col motore su di giri, ne faccio poco più di due, con la prua che fa su e giù sulle onde. Mi aspetta una lunga e dura notte in solitaria e, quando il sole tramonta dietro le colline, una selva di pale eoliche si disegna in controluce lungo la costa. Col passare delle ore l’onda si fa progressivamente più lunga e dolce e poco prima dell’alba un leggero giro di vento mi consente di ridare vela. A pochissime miglia dal confine sento di nuovo chiamarmi via radio e ripetermi le stesse domande sulla mia destinazione e sulla composizione dell’equipaggio: rispondo quello che già sanno e penso che Orwell è ancora vivo e che siamo nel 1984.
 
Mangalia, scene di strada
Appena in vista del porto di Mangalia, presumendo medesima solerzia da parte delle autorità rumene, gioco d’anticipo e chiamo io. Chiamo tutti: la polizia di frontiera, la Guardia Costiera, l’autorità portuale, ma niente, non mi fila nessuno. Entro nel grande bacino commerciale quando sono da poco passate le sei di mattina e finalmente una voce mi risponde: «Here is the Harbour Master, I give you the permission to enter in the port». Gentile, grazie, ma sono già dentro, basta affacciarsi alla finestra per vederlo. «Have you already called the Border Police?», mi fa sempre l’Harbour Master. Ma se è mezzora che infesto il canale 16 sgolandomi! «Ok, I will call for you». In testa al pontile trovo lei (l’Harbour Master è in realtà un’Harbour Mistress) e un poliziotto che parla un inglese perfetto, tanto che gli faccio i complimenti per la pronuncia. Purtroppo si rivela invece carente nell’assistenza all’ormeggio e solo su mia insistenza prende la cima che gli porgo, non so se per svogliata cortesia o perché ha capito che se non la prende non terminerò mai la manovra e lui passerà la mattinata qui in piedi. Sale a bordo, apre tutte le cabine e i bagni, poi mi dice di seguirlo in ufficio dove in cinque minuti mi fa tutti i documenti. Vado a registrarmi anche presso l’Harbour Mistress, la quale si scusa per la lungaggine burocratica dicendo che finché la Romania non farà parte di Schengen lei è costretta a seguire la procedura prescritta. In realtà anche qui con cinque minuti faccio tutto: non sarà Schengen, ma UE sì. Comunque sia, la prima impressione sui rumeni è ottima, entrambi i funzionari sono stati preparati e cortesi. «Welcome to Romania»; all’inglese, con l’accento sulla a!
   
Port Tomis
Al pontile mi guardo un po’ attorno: ci sono poche barche, fra cui un vecchio Franchini piuttosto malandato, finito qui chissà come; alcuni anziani se ne stanno accovacciati sul molo tenendo in mano una canna da pesca ma auguro loro che non abbocchi nulla vista la puzza di fogna che c’è; sul pontile di fronte, un uomo sta orinando disinvoltamente in mare, come se il porto fosse deserto e lui non si trovasse a pochi metri dalla banchina dove passeggiano le mamme con i bambini. Mi butto in cuccetta per farmi qualche ora di sonno prima di accasciarmi sul pontile ma poco dopo mi sveglia il rumore di un trapano elettrico: un uomo sta lavorando al Franchini, ormeggiato proprio alle mie spalle. Essendo le undici di mattina non posso obiettare nulla. Ci scambiamo un saluto e, quando gli dico di essere italiano, ci tiene a dirmi che la barca l’ha presa a un’asta giudiziaria in Italia e l’ha pagata solo cinquecento euro. «Davvero niente, ma per sistemarla dovrai spenderci parecchio», gli dico. «Ma no, sta benissimo, è perfetta!», mi risponde. Guardo la coperta, butto un occhio oltre il tambuccio e credo che l’ottimismo di quest’uomo sia encomiabile ma destinato a frustrazione certa e rapida. Gli racconto che sono diretto a Odessa e mi fa: «Ah, Odessa è bellissima e la vita non costa niente, soprattutto le donne, davvero due soldi». «Immagino…», rispondo con finta accondiscendenza. Poi, però, quando gli dico che ho bisogno di una bandiera rumena da mettere di cortesia, toglie la sua e me la regala: «Qui non c’è nessuno negozio di nautica, non la troveresti, tanto io a casa ne ho altre». Un puttaniere dal cuore d’oro!
 
Boa ingannatrice
Mangalia non offre davvero nulla. È una cittadina decisamente squallida senza costruzioni degne di nota, a parte una moschea ottomana del Cinquecento che non manco di visitare. Il resto sono palazzi fatiscenti, squadrati in stile sovietico e ricoperti di antenne paraboliche, perché piuttosto che dalla finestra a volte è meglio affacciarsi da un televisore, il panorama che si vede è tristemente migliore. Avevo avuto un butto presagio quando avevo chiesto al direttore del marina cosa ci fosse  di interessante da vedere in città e lui era rimasto a pensare per una ventina di secondi con lo sguardo fisso, per rispondere infine: «La spiaggia». Mi ha detto però una cosa molto interessante: a causa delle abbondanti piogge che si sono riversate nell’entroterra, sono state aperte le chiuse del Danubio, la cui foce è poche decine di miglia a nord di qui, e la forte corrente che ho incontrato è dovuta a questo. «Ne troverai ancora, almeno fino a Sulina», ha aggiunto. Buono a sapersi! Faccio un po’ di spesa in un piccolo supermarket, cucino rapidamente qualcosa da mettere sotto i denti, poi crollo esausto in cuccetta che non sono neanche le dieci. Da una barca vicina arrivano le voci soffuse di un programma in TV, ogni tanto ne colgo qualche parola assolutamente identica all’italiano.
 
Costanza
Mi sveglio ritemprato e mentre il caffè gorgoglia sul fornello metto la testa fuori dal tambuccio e vedo sventolare in modo deciso tutte le bandiere di Piazza Grande, segno che il vento è tornato a soffiare vigorosamente. Seppure in misura ridotta, sia per la minore intensità di vento e corrente, sia per le miglia da percorrere, si ripete il copione del giorno prima ma con due mani alla randa e un fazzoletto a prua riesco a fare una bolina decente e verso le quattro  del pomeriggio sono in prossimità del porto commerciale di Costanza, a ridosso del quale cerco un po’ di tregua prima di percorrere le ultime miglia fino a Port Tomis, dove ormeggerò. Il porto di Costanza è lunghissimo, circa cinque miglia, e il frangiflutti è stato allungato di almeno cinquecento metri rispetto alla carta nautica che ho. Me ne accorgo perché se seguissi le indicazioni delle boe di segnalazione con sistema cardinale finirei a scogli. In altri termini, hanno allungato il molo ma hanno lasciato le boe com’erano prima e come le riporta la mia carta. Tanto per completare il quadro, in questa zona è segnalata un’anomalia magnetica, quindi anche la bussola perde la sua affidabilità. Verso le cinque entro in porto, ignorato come sempre sul VHF ma intercettato immediatamente dalla Polizia di frontiera ormeggiata in testa al molo. Mi fanno accostare ad una banchina molto alta, fra due grossi pescherecci, dove mi infilo con sicurezza malgrado il vento sostenuto, benedicendo di aver imparato a manovrare anche in condizioni disagevoli e senza nessuno a bordo che mi aiuti. Dopo i controlli di rito mi sposto ai pontili galleggianti, facendo appena in tempo a pensare hic manebimus optime che noto che il posto che mi hanno assegnato è il numero 17 (e lo so, nessuno è perfetto!), fatto che mi costringe a sfoderare il mio repertorio migliore in fatto di gesti apotropaici, che però, come vedremo, si rivelerà insufficiente.
 
Che Casino!
Costanza è una delle mete di questo viaggio nonché una delle città più importanti di questo tratto di mare: sia per il grande porto che per la sua storia, legata, come tutto il Mediterraneo, con la mia Roma, un fatto che mi da la piacevole sensazione di sentirmi sempre un po’ a casa. Nella piazza principale, davanti al bellissimo edificio che ospita il Museo archeologico, c’è la statua del poeta Ovidio, mandato qui in esilio dall’imperatore Augusto e qui morto dopo pochi anni. E anche gli Argonauti pare abbiano fatto tappa qui, anzi pare che l’antico nome Tomis si riferisca proprio ad una vicenda accaduta a Giasone. Il nome attuale, invece, deriva da Costantina, figlia di Costantino e sorella di Costantino, progenie di una famiglia con evidentemente poca fantasia. Un luogo ricco di storia, insomma, di cui purtroppo ben poche tracce sopravvivono oggi. La maggior parte dei fabbricati è diroccata, fatiscente, in stato di abbandono e, quel che è peggio, al recupero delle antiche e pregevoli costruzioni è stato preferito l’innalzamento di palazzi orribili e privi di qualunque affinità architettonica con il contesto preesistente. È il caso dell’enorme scheletro in cemento armato che grava sul porto, un cantiere fermo da una decina d’anni per questioni di irregolarità urbanistiche tanto macroscopiche da competere probabilmente con la vicenda di Punta Perotti a Bari: non ci si può che augurare che l’epilogo sia lo stesso. Molti gli edifici in stile art nouveau, tra cui spicca il meraviglioso casinò in riva al mare, segni di una fase di splendore che ha marcato Costanza prima dei decenni cupi della dittatura, in cui non è stata fatta nessuna concessione al buon gusto, forse perché visto come un fatto borghese, antiproletario. Allo squallore intrinseco delle forme si aggiunge quello dato dai materiali usati, per un risultato, se possibile, ancora più antiestetico.
 
“Sulle note di Django…”
Passeggiando lungo una piccola strada che sfocia sul porto, deserta di automobili e ai cui lati giacciono alcune case di primo novecento, da una di queste si sente una musica rumena dello stesso periodo: sembra di stare in un film di Woody Allen, uno di quelli dove Django Reinhardt dà un tocco di leggerezza a vite altrimenti misere e pesanti da sopportare. Ci sono una moschea ed una sinagoga a poche centinaia di metri l’una dall’altra: visito entrambe, testimonianze di multiculturalismo e coesistenza religiosa che affonda le sue radici nelle dominazioni succedutesi su questa terra. La prima è ben tenuta e per pochi spicci compro il biglietto per salire in cima al minareto, da cui si gode di una bella vista della città. La seconda, invece, è quasi completamente crollata ed il piccolo giardino antistante è al momento la residenza dei cani della zona. C’è un cancello chiuso e, quando mi avvicino, un uomo con un mazzo di chiavi in mano mi fa capire che in cambio di una mancia mi permetterà di dare un’occhiata all’interno. Non c’è molto e la vegetazione sta finendo di distruggere quello che il tempo e l’incuria non hanno ancora devastato. O forse qui lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, fomentato anche dall’antisemitismo di Corneliu Codreanu e della sua Guardia di Ferro, è stato talmente duro che non c’è più nessuno che possa prendersi cura dell’edificio.
 
Costanza, i resti della sinagoga
Malgrado le TV locali mostrino modelli consueti anche da noi, belle ed eleganti ragazze e giornalisti in giacca e cravatta che conducono telegiornali in stile americano, la realtà della popolazione è ben diversa. In giro si vedono molti mendicanti, suonatori improvvisati di violino o fisarmonica, bambini laceri e scalzi che vagano soli per la città: tutta un’umanità che non si è integrata nel nuovo corso post-comunista e sopravvive ai margini della società, raccogliendone scarti per altro davvero miseri. «Quando c’era Ceausescu, tutti mangiavano e avevano lavoro e casa, ora invece ci sono poche persone ricchissime e tanti morti di fame», mi dice Dimitru, ex-marinaio su navi mercantili e ora skipper su una piccola barca a vela perché stanco di passare la vita in mare, lontano da casa e dalla famiglia. Sembra quasi rimpiangere il periodo comunista ma poi mi dice che allora per essere arrestati e picchiati dalla polizia bastava niente: «Anche solo chiacchierare con uno straniero, come sto facendo ora con te, mi avrebbe esposto ad un rischio altissimo». Insomma, è la vecchia diatriba: a cosa serve la libertà se poi non hai da mangiare? Quando gli dico che sono diretto a Odessa, anche lui ci tiene ad informarmi che le donne in Ucraina costano pochissimo; pare quasi che da queste parti il prezzo delle mignotte sia un indicatore economico più rilevante del PIL! Poi, con quella gentilezza che sto trovando un po’ ovunque in Romania, si offre di accompagnarmi con la macchina a fare la spesa in un buon supermercato, che vicino al porto non ce ne sono. Trovo la mia marca preferita di patatine, ma scopro tristemente che la qualità è più scarsa, segno che il prodotto viene tarato sul mercato di riferimento, chissà se in base al PIL nazionale o a quell’altra cosa.
 

La piazza di Costanza e la statua di Ovidio

Una mattina, mentre mi lecco le ferite di una notte passata a combattere le zanzare con uno spray bulgaro evidentemente inefficace contro gli insetti rumeni (l’integrazione europea dovrebbe comprendere anche quella dei pappataci e dei metodi per sterminarli) sento un rumore secco e forte in coperta. Schizzo fuori e vedo una cornacchia appollaiata in testa d’albero. Dò qualche scossone per farla andare via prima che possa rompere il Windex o la stazione del vento ma, appena si alza in volo, mi accorgo di non avere più l’antenna del VHF. Visto il posto 17? Provo a cercarla sulla tuga ma a quanto pare è finita in acqua e chissà dove e quando ne troverò una nuova da montare perché da queste parti di ship chandler neanche l’ombra. «No, neanche a Odessa ce ne sono», mi dice il vicino d’ormeggio, un ucraino di cui approfitto per chiedere altre informazioni sulle pratiche di ingresso. È gentilissimo e mi dice che posso fare tutto da me, senza pagare alcun agente. Una conferma, anche del fatto che le informazioni migliori si hanno sul luogo e soprattutto da gente che ha già  percorso le rotte che stiamo per intraprendere.
   

In cima al minareto scopro il trucco del muezzin!
Costanza è collegata al Danubio attraverso un canale artificiale protetto da un paio di chiuse. Accarezzo l’idea di percorrerlo e poi discendere il fiume per circa duecento miglia fino a Sulina, dove ho comunque in programma di andare. La cosa mi eviterebbe di affrontare ancora la corrente ed il vento contrari ma una gentilissima Harbour Mistress (anche qui ce n’è una) che parla italiano si informa per me presso l’autorità che gestisce questo canale e mi riferisce che andando poi verso la foce ci sono alcuni ponti troppo bassi per me. Ovviamente di abbattere l’albero non se ne parla proprio, non mi resta che prepararmi ad una nuova bolina colombiana.
La sera, mescolate al canto del muezzin e al sibilo delle zanzare, mi arrivano le note delle solite vecchie canzoni italiane che qui in Mar Nero impazzano. Sambariò, cantava Drupi quarant’anni fa a Sanremo e oggi può ancora capitare di ascoltarla: ma ci vuole Costanza!

La pompa comunista


Chi non è comunista a vent’anni è senza cuore, 
chi è comunista a quaranta è senza testa.

(Anonimo)

 

Con la prua puntata su Varna, affronto la prima sventolata di questo viaggio in Mar Nero: una bolina piuttosto dura, con circa venticinque nodi di vento e onda corta e ripida. Piazza Grande tiene comunque un bel passo e le quaranta miglia che abbiamo da percorrere sembrano scorrere rapide, seppure certamente in modo poco comodo e rilassato. D’altra parte, se il mare fosse sempre placido e tranquillo e le veleggiate sempre sospinte da brezze leggere, navigare sarebbe noioso. Tutto, alla fine, stanca ed è al male che talvolta va ascritto il merito di farci apprezzare il bene o, almeno, di farcelo riconoscere. Poi capita che improvvisamente il male si trasformi in peggio e divenga a sua volta bene, se non in senso assoluto, certamente da un punto di vista relativo. E il mare, a breve, me ne darà la dimostrazione.

Di bolina

Intorno all’una, dopo alcuni lunghi bordi e relative virate, il vento improvvisamente cala e nel giro di mezzora svanisce del tutto, lasciando le vele a sbattere inerti e vuote mentre l’onda residua ci sbatacchia impotenti qua e là. Rollo il genoa e accendo il motore ma, dopo neanche cinque minuti, fa un paio di starnuti e si spegne: eccolo il peggio! Provo senza successo a riavviare ma, pur non essendo un esperto meccanico, mi pare di aver colto negli ultimi sussulti i segni della mancata alimentazione. Lasciando che Piazza Grande scarrocci nella tanta acqua che abbiamo sottovento, faccio tutte quelle cose che si fanno in casi del genere, dallo spurgo della nafta al controllo dei filtri, che comunque avevo sostituito o pulito non più di un mese fa. Inizio poi a scollegare progressivamente i tubi che portano il carburante, provando succhiare e avendo la conferma che il circuito è ostruito. Provo anche a soffiare, nella speranza di sturare, ma non ottengo niente se non delle labbra che mai nessuna donna vorrebbe baciare e un alito che annichilirebbe qualunque cellula olfattiva. Mi consulto telefonicamente con un amico, il quale mi dà un suggerimento furbo: prova a soffiarci dentro con il gonfiatore del tender. Eureka! Rimonto tutto, spurgo a dovere e rimetto in moto. Riprendiamo il cammino interrotto, con il timore che di nuovo la morchia, perché è evidente che di morchia si tratta, possa di nuovo intasare tutto. La morchia, detto semplicemente, è sporcizia, impurità e perfino alghe o batteri che si addensano e che Dio solo sa come possano vivere e prosperare tra i miasmi degli idrocarburi dentro la piccola cubatura di un serbatoio. O forse, più che a Dio, bisognerebbe chiederlo a Darwin, in genere è più informato su queste cose.
  

Lo Yacht Club di Varna

Entriamo in porto, dopo qualche ora, con il timore che il motore possa spegnersi di nuovo proprio nel momento peggiore. Sono comunque pronto ad aprire le vele o calare l’ancora nella malaugurata ipotesi che ciò avvenga. Acclarato che qui in Bulgaria sul VHF non risponde nessuno, cerco lo Yacht Club seguendo le indicazioni del portolano, mentre scorgo una camionetta della polizia con quattro uomini in divisa in testa al molo. «Vuoi vedere che ci stanno aspettando?», dico a Giovanna. Rigidi, formali e impassibili ci chiedono di visionare i documenti e ispezionano la barca per verificare che non abbiamo carichi o persone non dichiarate. «Da, da, Piaza Grandi», sento che dicono parlando via radio con la centrale. L’esito positivo del controllo pare sciogliere i loro algidi cuori: «Buono viagio, arivedderci», mi fanno con un sorriso pieno e sincero. Stappo una Burgasko, la buona ed economica birra bulgara, e festeggiamo di essere arrivati senza danni in porto. Ora, però, inizia la via dolorosa, quella che condurrà all’eliminazione della morchia dal serbatoio. Ma domani: stasera passeggiata sul corso e cenetta in un ristorante tipico dove, grazie al WiFi, ricevo la mail del signor Penev, del marina di Burgas, dove già sono stato un paio di notti nei giorni scorsi, che mi informa che purtroppo non hanno posti in transito per me. Penev: nomen omen.
   

Varna, la spiaggia

Quando vado a registrarmi all’ufficio dello Yacht Club (chiamiamolo così, dai!), conosco Tony, che parla sia un po’ di inglese che di italiano, e in un cocktail linguistico mi racconta di aver lavorato molti anni come macchinista sulle navi da crociera. Colgo la palla al balzo e gli spiego il mio problema: «Devo togliere e mettere da qualche parte i cento e più litri di nafta che stanno nel serbatoio, in modo di poterlo poi pulire». «Ti presto io le taniche e una pompa, tu intanto svuota tutto poi, più tardi, vengo ad aiutarti.» «Fantastico, grazie! Verso che ora pensi di venire?», gli chiedo. «Intorno a mezzogiorno Saluto e ringrazio ancora, poi guardo l’ora sul telefonino e mi accorgo che è quasi l’una; mi sa tanto che intendeva dire domani, mi toccherà fare da solo. Intanto ripasso fra le mani questo strano attrezzo a manovella che mi ha lasciato, mai visto prima e dall’aspetto rozzo ed efficiente. Su un bordo ha una scritta in cirillico, chissà se è di fabbricazione russa; di sicuro ha qualche decennio di servizio sulle spalle. Ricordo che della tecnologia sovietica si diceva proprio questo: rozza ma efficiente. Poi quando un amico infatuato dell’ideologia anticapitalista si comprò una reflex Zenith, capii, confrontandola con la mia Canon, che forse era rozza e basta. Costava pochissimo, però, un vantaggio competitivo vanificato poi dall’apertura dei mercati ai prodotti cinesi, nati da quella sintesi perfetta di capitalismo e comunismo che si può definire schiavismo di Stato. Il peggio di entrambi i fronti sul piano umano, in buona sostanza, fornisce le merci migliori.
  

Pompa e taniche

E a proposito di zenith: è in quella posizione il sole quando inizio l’improbo lavoro. Fa un caldo atroce, ma non ho scelta, farò finta che sto facendo la sauna. Anzi, senza finta: la faccio sul serio. Alla fine per svuotare il gavone, succhiare tutta la nafta, pulire il serbatoio attraverso un buco largo poco più di una moneta da due euro, filtrare la nafta, riversarla nel serbatoio, ripulire con il sapone tutto quello che inevitabilmente si è sporcato, ecc, vanno via due giorni. Sono però nel posto ideale per farlo: un molo rozzo (ed efficiente!) dove se mi cade qualche goccia di gasolio in terra, che ovviamente provvedo a ripulire, nessuno ha da ridire e dove il via vai di barche e la conseguente onda è limitato agli Optimist della scuola vela. È davvero un ormeggio tranquillo, oltre che economico: circa 8 euro al giorno, comprese acqua e luce. Giovanna riparte e la sera sono l’unico a dormire a bordo; dall’altro lato del porto arriva il clangore delle gru che depongono i container sui mercantili ma, quando sto in cuccetta, è così ovattato da essere quasi piacevole anziché fast idioso. E un goccio di raki mi concilia ulteriormente il sonno.
 

Varna, il Teatro dell’opera

Sistemate le incombenze motoristiche, mi dedico alla visita di Varna, che ha diversi aspetti interessanti. La città si dipana sulla dorsale del corso principale, una lunga via pedonalizzata dove si alternano edifici in stile liberty e brutte costruzioni moderne. Tra quelle brutte spicca sicuramente l’hotel Cherno More (Mar Nero), un grattacielo solitario e squallido piantato nel mezzo del centro storico come Dracula pianterebbe un paletto nel petto delle sue vittime. Ai bordi delle strade, come e più che a Burgas, molte persone che arrotondano le loro misere entrate con piccolissimi commerci di merletti e fiori. Non hanno l’aria da mendicanti, anche se il loro aspetto non è certamente dei migliori; lo Stato sociale qui è quel che è e gli anziani soli non hanno davvero alcun sostegno, a parte una pensione che spesso non arriva a cento euro. Come in Cina, del capitalismo sono stati presi gli aspetti peggiori. La cosa curiosa dei bulgari è che hanno una forte componente xenofoba, soprattutto anti-islamica. Chissà se frutto della loro aspirazione di reintegrarsi con l’occidente dopo i decenni di dittatura sovietica o se è un fatto che affonda le sue radici nei secoli di dominazione ottomana. Resta il fatto che individuare un nemico esterno quale origine dei propri guai è il modo più semplice che ha un popolo di deresponsabilizzarsi e i politici disonesti di prendere voti per continuare a rubare. Da questo punto di vista, l’integrazione bulgara nella UE è già cosa fatta.
 

L’elicottero di Topolino

Visito un paio di musei interessanti: quello del mare, una collezione di artiglieria navale dei tempi della guerra fredda, e quello enografico, ospitato in un’antica casa borghese del Settecento, che però ha il difetto di avere i cartelli con le spiegazioni solo in bulgaro e le finestre tappate che creano un effetto sauna che mi riporta indietro di un paio di giorni, quando trafficavo con la pompa sovietica. Nel primo è esposta anche la barca a vela del capitano Georgiev, il primo bulgaro, dice la targhetta, ad aver girato il mondo per diporto. Sembra un Carter 33, una barca di serie dei primissimi anni Settanta; un viaggio relativamente recente quindi.
  

Varna

Una sera arriva in porto una barca con bandiera ucraina e a bordo una coppia di mezza età ed un gatto. Li aiuto nell’ormeggio, visto che il molo è deserto di autorità, e loro prontamente ricambiano con un bicchiere di non so cosa ma molto alcolico. Stanno andando in Grecia e suppongo che vengano da Odessa. «No, da Kiev, è li che teniamo la barca», mi fanno, «Per arrivare al mare ci sono cinquecento chilometri di fiume che possiamo percorrere perché abbiamo un sistema rapido per abbattere l’albero e passare sotto i ponti». Potessi anch’io abbattere l’albero rapidamente, quasi quasi ci fare un pensierino…
Intraprendiamo un cordiale scambio culturale: informazioni sulla Grecia in cambio di informazioni su Odessa, soprattutto per la parte burocratica. Mi danno alcune dritte che dovrebbero servire a scavalcare l’agente che per fare le pratiche di ingresso mi ha chiesto cinquecento dollari; qualcosa come un paio di stipendi medi per un’oretta di lavoro.
  

Ci passerò?

Prima di lasciare Varna voglio passare una notte all’ancora nel grande lago (o laguna) navigabile che si trova alle spalle della città e a questa collegato attraverso un canale accuratamente segnato con boe rosse e verdi. «Ma che ci vai a fare?», mi chiede Tony. Già, che ci vado a fare? Ci vado perché mi incuriosisce il posto e  perché dopo tanti giorni di porto ho voglia di un ancoraggio solitario. Mollo le cime e mi infilo nel canale, passo sotto un alto ponte stradale e mentre faccio ancora una volta la sauna, visto che il leggerismo vento che c’è è esattamente da poppa e si annulla con quello di avanzamento, una grossa nave alle mie spalle avanza lungo il mio stesso percorso dandomi la sensazione di un cane che cerchi di mordermi il sedere; affondo quindi la manetta del gas e mi tolgo di mezzo. Una volta dentro questa sorta di laguna, inizio a gironzolare: ci sono alcuni piccoli cantieri navali, alcune baracche lungo le sponde, un piccolo marina e molte persone che pescano dalla riva. In lontananza si vedono un paio di grosse navi che stanno facendo carenaggio e qualche piccolo insediamento industriale. Nel frattempo noto che l’acqua ha un aspetto davvero terribile, probabilmente qualche scolo fognario finisce qui senza alcuna depurazione ma, nonostante ciò, un paio di moto d’acqua si rincorrono allegramente schizzandosi a vicenda come fossero in un mare paradisiaco anzichè in una sorta di lago fecale, così insalubre che perfino le meduse, organismi generalmente resistenti, sono tutte a testa in giù, evidentemente morte. Spero proprio di non avere necessità di tuffarmi per spedare l’ancora o liberare l’elica da qualche pezzo di plastica.
 

Per favore non mordermi le chiappe!

Alla fine trovo un angoletto dignitoso, dove si sente lo stormire delle fronde degli alberi sulla riva, e mi metto alla ruota. Il sole cala rosseggiando dietro le gru, dietro una ciminiera, dietro una piccola barca a vela alla fonda e dopo cena mi distendo in pozzetto a prendere il fresco. Dalla riva opposta della laguna arriva di tanto in tanto lo sferragliare di un treno che corre via, la cui sagoma vedo scorrere fra le tante luci della costa. C’è un senso di pace incredibile; è sparito il calore soffocante del giorno e alla sensazione di refrigerio contribuisce psicologicamente anche il leggero sciabordio dell’acqua sotto la chiglia. Acqua o quel che è.
 

Atmosfera lacustre

Quando la mattina dopo ritorno in mare, mi sembra limpidissimo; tanto per rifarmi al discorso a proposito di male, bene e peggio. Sul filo di una bolina leggera, mi metto in rotta per Balchik, ultima tappa bulgara nonché porto dove farò i documenti di uscita dal paese. Mentre sulla destra scorre una costa molto rovinata da un’edilizia scriteriata, incrocio una boa che indica un bassofondo e che emette anche il segnale sonora. Bisogna riconoscere che le segnalazioni marittime in Bulgaria sono sempre accurate e ben mantenute, al contrario di quanto avviene in Italia: il faro di Fiumara, la foce del Tevere, è spento da decenni, tanto per citarne una. L’unico errore lo riscontro proprio entrando nel marina di Balchick: il fanale di ingresso sulla dritta è rosso anziché verde, ma il portolano mette adeguadamente in guardia da una situazione potenzialmente fatale. L’altra sorpresa di questo marina è il prezzo: trenta euro. Poi, però, realizzo che gli unici due porti cari di tutta la Bulgaria sono questo e Tsarevo, cioè i due sui confini nord e sud, quelli dove è più ovvio fermarsi per fare i documenti. Si tratta, quindi, di semplice speculazione. C’è vento forte quando entro e nessuno che mi aiuti per quello che, in solitaria, è l’ormeggio a mio avviso più complicato: il finger. Considerato il costo della sosta, almeno un paio di braccia che raccolgono le cime potrebbero tenerle pronte. E magari mettere anche una doccia calda!
 

Balchik

In città l’attrazione più interessante è il palazzo che negli anni Venti fece costruire la regina Marie, moglie di Ferdinando di Romania, quando questo tratto di costa apparteneva, appunto, al regno di Romania. Forse palazzo è un termine esagerato per una costruzione di queste dimensioni, è poco più di una villetta borghese, anche se è sicuramente interessante dal punto di vista architettonico, sopratutto per la piccola torre modellata sulla forma tipica dei minareti turchi e per il bellissimo giardino. Prima di tornare a bordo faccio un salto negli uffici della polizia di frontiera, nella speranza che ci sia un modo per non dovermi domattina spostare al loro molo, un colata di cemento corta e bassa contro cui lasciare facilmente le penne. Mi rispondono con estrema cortesia e disponibilità, ma non c’è nulla da fare: domani mi tocca la manovrina al cardiopalma. Nel frattempo i bar del porto si sono predisposti per la sera: i tavolini cominciano a riempirsi di gente che mangia, beve o tutte e due le cose insieme. L’attività mandibolare degli avventori è accompagnata dalla musica italiana d’antan, soprattutto Eros Ramazzotti e i Ricchi e poveri, un ascolto cui mi sottopongo malvolentieri, che ha però l’indubbio pregio di farmi andar via da qui senza troppi rimpianti. Punto la sveglia per domani, quando “sarà, sarà l’aurora“, e penso che forse, cara Bulgaria, se sono qui “sarà perché ti amo!

L'Uomo Nero


“Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all’uomo nero che lo tiene un anno intero.”

(Filastrocca tradizionale italiana)

C’è una linea invisibile, a volte sottile altre più marcata, a volte nitida altre appena sfumata, che ci separa dall’ignoto. Al di qua c’è il consueto o, nei casi peggiori, la routine; al di là c’è la scoperta o, nei casi peggiori, il pericolo. Varcare la soglia del mondo conosciuto, se anche ci priva del conforto dell’esperienza, è sempre un momento emozionante, di crescita; a patto, ovviamente, di avere una mente curiosa e il cuore aperto alle novità. E se anche viviamo in un mondo ormai già tutto esaustivamente esplorato, la modalità con cui approcciamo un luogo o un contesto può ancora porci in una condizione di esplorazione, cosa che il luogo e il contesto di per sé non sarebbero in grado di fare.
Una pioggia fine ed insistente cade leggera sulla coperta di Piazza Grande che avanza lenta in un mare grigio e deserto, dopo una notte intera di navigazione. Un cormorano con il collo completamente proteso in avanti vola radente all’acqua sbattendo rapido le ali; all’improvviso si tuffa e sparisce per qualche istante per poi riemergere, a becco vuoto, da una battuta di pesca evidentemente infruttuosa.
 

Il porto di Tsarevo

Scruto l’orizzonte tutto intorno a me e ho quella meravigliosa sensazione di benessere psicofisico che provo ogni volta che navigo in solitaria, un misto di rilassatezza e gioia che scaturisce dal fare ciò che amo: navigare. Un’occhiata alla carta nautica sullo schermo del computer mi rivela quello che allo sguardo è ancora celato dalla leggera foschia: sono a pochissime miglia da Tsarevo, la mia meta, la mia prima destinazione in Mar Nero. I miei occhi cercano impazienti elementi che mi aiutino a dare un volto, una connotazione, a questo mare, quasi sconosciuto e non frequentato da diportisti, men che mai, a parte rarissime eccezioni, mediterranei.
 

Tovarish!

All’imboccatura del porto chiamo sul VHF, provando diversi canali ma senza ottenere alcuna risposta. Entro e dirigo verso il molo che il portolano indica per il diporto, un tratto di banchina dove sono ormeggiate un paio di piccole barche dall’aspetto vetusto e trasandato. Un uomo mi fa il cenno di alzare una trappa, quindi accosto di poppa e gli lancio le mie cime. Republic Bulgaria – Port Tsarevo, dice un enorme cartello in inglese e in bulgaro, ovvero in caratteri cirillici dato che qui si usa questo alfabeto. Dice pure qual è il canale che dovevo chiamare sul VHF, il 73: ancora una volta diverso da quello indicato dal portolano, ma avevo provato anche questo senza successo.     
 

Proprio Nero non sembra…

In banchina trovo tre persone ad aspettarmi: un poliziotto in divisa e due uomini uomini in abiti civili: il direttore del porto e un marinaio suo sottoposto. Con fermezza e cortesia il poliziotto mi fa alcune domande sulla mia provenienza, poi chiede il permesso di salire a bordo per controllare che non trasporti qualcosa di proibito, sia esso merce o clandestini. Terminata l’ispezione, mi dice di seguirlo nel suo ufficio, un edificio moderno e ben attrezzato che sarebbe in grado di svolgere le funzioni dell’autorità frontaliera in un aeroporto di medie dimensione, ma che suppongo veda transitare non più di un paio di forestieri al mese. Il poliziotto, oltre che cortese, è preparato (è ancora vivo nella mia mente il delirio di un paio di giorni prima con la polizia turca) e in venti minuti sono pronte le autorizzazioni che mi servono per navigare in Bulgaria. Poi vado alla direzione del porto, dove il responsabile si dichiara grande amante dell’Italia e in mio onore inizia a cantare il peggio della musica leggera nostrana degli ultimi cinquant’anni: solo al terzo refrain comprendo che l’annunciata La mia amica di stasera di più è in realtà Cara amica di una sera dei Pooh. Faccio un sorriso di circostanza che, vuoi per la stanchezza, vuoi per le stonature e le storpiature linguistiche che ascolto, esce un po’ stiracchiato.
   

Reperti del tempo che fu

Dopo una indispensabile dormita, faccio due passi in città, in realtà poco più di un paesotto decisamente anonimo. Si chiama Tsarevo perché pare fosse frequentato dagli Zar (Tsar), un nome ripristinato dopo la parentesi sovietica in cui era stato ribattezzato Michurin, in onore di uno scienziato russo; nome che alcune carte riportano ancora.  Fa caldo e in giro non c’è quasi nessuno; cerco un po’ di fresco in un bel parco che si affaccia sul mare e in cui trovo alcune giostre e giochi che non vedevo dalla mia infanzia, come il punchball che misura la forza del pugno che riceve o il volante che muove un piano su cui far scorrere una biglia senza che cada nelle buche lungo il percorso. L’abitato non ha davvero alcuna attrattiva, ha l’aria del luogo di villeggiatura senza villeggianti, quindi piuttosto triste, ma se anche fosse pieno non sarebbe certo un posto che apre il cuore. Un paio di banchetti vendono reperti dell’era comunista, decorazioni al valore senza ormai alcun valore, neanche affettivo visto che con un pugno di spicci chiunque se li può portare via. Sic transit gloria mundi, ammesso che di gloria si trattasse.
 

Qualche danno l’hanno fatto

I bulgari, comunque, paiono socievoli: sono cortesi e se parlano inglese mostrano il desiderio di scambiare due parole e volentieri danno indicazioni. Direi che l’immagine che si era delineata dopo il loro coinvolgimento nell’attentato al papa è assolutamente archiviata: è gente mite, tranquilla e solo alcune rare macchine sportive di grossa cilindrata, vecchie e attrezzate con il meglio degli optional tamarri sul mercato, lasciano intendere che qualcuno, del nuovo corso, ha preso il peggio. Da quando sono qui mi risuona nella testa la canzone di Elio e le storie tese, Il ballo del pippéro, che parlava in toni scherzosi proprio di quell’ultimo brandello di guerra fredda consumatosi in Piazza San Pietro per mano di un turco, armato, così dissero le cronache del tempo, dai servizi segreti bulgari.
   

Così dal Mare d’Azov a Bodrum

All’ormeggio sono affiancato a una barchetta davvero piccola, intorno ai sei metri, con bandiera russa. A bordo una coppia sulla sessantina con cui tento uno scambio verbale in un misto di gesti e inglese minimo. Vengono dal Mare d’Azov, un bacino chiuso che si estende a nordest del Mar Nero in territorio russo, e sono diretti a Bodrum, nella Turchia egea. «Un viaggio molto lungo con una barca così piccola», gli dico, «complimenti!». Definire spartana la loro imbarcazione è riduttivo e quasi insultante per gli abitanti dell’antica Grecia: non ha nulla, neanche la battagliola. Provo una sincera ammirazione per loro, per la loro determinazione e forza d’animo di mettersi per mare in questo modo. Penso ai tanti “grandi diportisti” di casa nostra che attrezzano le loro barche depredando negozi di elettronica e ship chandler e che senza l’ultimo modello di bozzello al titanio foderato in spectra non affronterebbero mai la terribile tratta Porto Santo Stefano-Isola del Giglio. «La vostra barca ha un aspetto robusto, è di ferro.» «Non è ferro», mi rispondono battendo le nocche sulla coperta, «è bachelite; è sì robusta ma molto economica.» Resto di stucco, ho a bordo un paio di bozzelli in bachelite (negli anni Trenta/Quaranta con la bachelite si costruivano gli apparecchi telefonici) ed effettivamente una volta ho provato a segarne a mano uno senza successo, ma non ho mai sentito di barche costruite con questo materiale; ignoro come si lavori e quali siano i costi di produzione. Mi chiedono alcune informazioni sulla Turchia e volentieri dico loro quello che so, poi infine ci congediamo con un reciproco buon vento.
 

Un’icona del passato

Quando mi raggiunge Giovanna, un’amica che navigherà con me per alcuni giorni, tentiamo la sorte in un ristorante locale, ma forse non incappiamo in quello giusto perché la qualità del cibo che ci servono è decisamente scadente. Almeno a me pare così, Giovanna, invece, è più di bocca buona. La cucina bulgara sembra comunque avere influenze da quella greca e da quella turca, oltre che da quella slava: segni tangibili di interscambi culturali e di dominazioni subite nei secoli passati.
Al momento di pagare il porto, scopro che per sedici centimetri Piazza Grande paga il doppio. Praticamente sono circa quindici euro fino a 10,68 metri fuori tutto, poi diventano trenta fino a 12,34. Mi chiedo sui multipli di quale antica unità di misura sia stato costituito il tariffario per essere ripartito su cifre così frazionarie del sistema metrico decimale, qualcosa tipo la spanna slava dell’IX secolo o la pertica reale dell’imperatore Svetoslav. Oltre al salasso (trenta euro a notte qui è davvero una cifra folle) devo subire un nuovo ascolto de “La mia amica di stasera di più” dalla voce del direttore. Stavolta, però, restituisco la cortesia facendo il coro!
 

Sozopol, rovine dell‘antica fortezza

Una navigazione breve e tranquilla ci conduce a Sozopol, una delle città di questa zona che più mi interessano. Ci fermiamo davanti all’imboccatura del porto e ci gustiamo un meraviglioso tramonto prima di passare la notte all’ancora nella calma assoluta. La mattina successiva entriamo in porto, anzi in marina (è un marina!), ignorati, come al solito, sul VHF. C’è vento, non meno di una ventina di nodi, e senza qualcuno che mi prenda le cime non mi fido di manovrare. Fra l’altro non vorrei scegliere il posto sbagliato ed essere poi costretto a spostarmi. Dopo dieci minuti a zonzo fra i pontili, sbuca una tale che vuole che mi metta all’inglese in fondo a un budello dove, con questo vento, non uscirei se non tirato da un rimorchiatore. Declino l’offerta e gli indico invece una zona con parecchi posti liberi; mi fa segno che va bene e in pochi minuti siamo sistemati. Il marina è bello e curato ma meno caro di Tsarevo e il personale in ufficio parla un ottimo inglese; e soprattutto non canta i Pooh! Nella zona commerciale del porto stazionano alcuni pescherecci e un paio di motovedette, tanto vecchie e malandate che portano a chiedersi se la paura della capacità militare del Patto di Varsavia che avevamo trent’anni fa non fosse esagerata.
 

Tipiche case di Sozopol

Sozopol, l’antica Apollonia fondata dai Greci nel ‘600 a.C., è davvero deliziosa. È un agglomerato di case rivestite di legno, adagiato su un piccolo promontorio. Le abitazioni, tra i cui tetti svetta una piccola cupola dorata con in cima una croce ortodossa, ricordano quelle del Trentino e in mezzo ai vicoli si respira un’aria verace, quella di un posto non ancora raggiunto, o almeno non invaso, dal turismo di massa. Una vecchia Trabant, l’utilitaria che furoreggiava in epoca comunista, è parcheggiata davanti a un ristorante, ben restaurata e probabilmente esposta per attirare clienti in cerca di stereotipi che evidentemente hanno ormai fatto il loro tempo. Davanti agli usci, molte donne vendono i loro manufatti: centrini ricamati all’uncinetto (un articolo nei cui confronti ho maturato un odio viscerale durante l’infanzia a causa di una prozia che ci ha infestato il soggiorno regalandocene a vagonate) e marmellate fatte in casa. Mi avvicino a un banchetto e ne prendo in mano un barattolo: Fig marmalade, dice l’etichetta, marmellata di fichi. La signora che li vende, quando capisce che siamo italiani, ci tiene a tradurre personalmente: «In italiano, marmellata di figa!». Ostento imperturbabilità ma non ho il coraggio di rivelarle l’equivoco.
A sera, in porto, il sole ci regala uno spettacolo fantastico, infuocando il cielo e riflettendosi sulle nuvole che vanno addensandosi sopra di noi e che nella notte porteranno un po’ di pioggia.

  

Burgas, il porto commerciale

L’indomani lasciamo Sozopol alla volta di Burgas, dove arriviamo intorno all’ora di pranzo, dopo quattro ore di bolina tranquilla. Entriamo nel grande porto commerciale ma, prima di dirigermi verso la zona riservata al il diporto, faccio un giro di perlustrazione nel bacino, curiosando fra le navi e le gru, in un atmosfera calda e assolata e con tratti di fatiscenza nelle strutture ma, almeno ai miei occhi, decisamente affascinante. Come è ormai prassi, al VHF non risponde nessuno e neanche in banchina le poche persone che ci sono sembrano notare che da un quarto d’ora facciamo avanti e indietro davanti al molo dello Yacht Club, un nome altisonante quanto vacuo viste le apparenze. Le poche barche che ci sono sono ormeggiate con le cime di poppa e la prua fissata a un gavitello. Ne adocchiamo uno libero e, pur nel dubbio che sia sufficientemente robusto per Piazza Grande, Giovanna lo afferra e poi rapidamente ci passa dentro la cima già predisposta sulle gallocce di prua. Lascio che il poco vento faccia ci faccia ruotare, poi si pone il problema di come vincolarci al molo, visto che le poche persone che c’erano sono sparite, forse erano operai andati in pausa pranzo, e la banchina è troppo alta per saltarci su.
 

Commerci minimali

Rimaniamo dieci minuti buoni in questo limbo, schiumando dal caldo e cercando una non facile soluzione, finchè vedo avvicinarsi a passo rapido un poliziotto. Meno male, penso, ora gli passo le cime. Invece, quando faccio il gesto di lanciargliele, mi chiede di dargli i documenti. Chissà come pensa che possa farlo, a due metri da lui! Alla fine capisce la situazione e si convince a darci una mano. «Da dove venite?», mi chiede. «Da Sozopol», rispondo. «Ah, allora tutto ok, arrivederci» Una verifica sulla fiducia, misteri della burocrazia bulgara.
Come la banchina, anche l’ufficio dello Yacht Club è deserto. Provo a chiedere a qualcuno ma non ottengo informazioni utili a capire se posso restare, se devo registrarmi e quanto devo pagare. Anche perché io chiedo in inglese e tutti mi rispondono in bulgaro. Ok, in dubio, pro reo! Metto un paio di spring per allentare lo sforzo del gavitello di cui continuo ad ignorare la resistenza, poi ce ne andiamo a visitare la città.
  

Piazza Grande nel “marina” di Nesebar

Da Burgas non mi aspettavo granché e infatti la trovo brutta e piuttosto squallida; in più il caldo afoso mortifica qualunque tentativo di cercare qualcosa di interessante. Anche qui, per le strade, anziane donne vendono centrini ed altri oggetti di scarso valore, oppure, in cambio di una moneta, offrono la pesatura su una bilancia domestica poggiata sul marciapiede, segno che il nuovo corso postcomunista non riesce a dare di che vivere dignitosamente a tutti. I pensionati soprattutto, si ritrovano con un mensile calcolato con gli stipendi del tempo che fu e un costo della vita oggi analogo a quello dell’Europa occidentale; così chi non ha più l’età per andare in Italia a fare la badante si arrangia come può. In una delle piazze sopravvive un monumento all’Armata Rossa; un soldato in cima ad una grande stele tiene un braccio alzato mentre avanza fiero verso non si sa cosa: il nemico, il sol dell’avvenir o forse, più modestamente, l’entrata del casinò che sta di fronte, icona fasulla di un modello occidentale di cui evidentemente i bulgari hanno preso il peggio.
 

Cacciate i mercanti dal tempio!

Dopo Burgas ci muoviamo alla volta di Nesebar, città tutelata dall’Unesco che però si rivela una delusione. La visuale di tutta la città antica, fino a 3 metri d’altezza, è oscurata dall’esposizione di souvenir di probabile fattura cinese, mortificando quello che invece sarebbe davvero un posto interessante: passeggiando per i vicoli antichi, si ha l’impressione di girovagare fra le corsie di un supermercato dozzinale. Tutto intorno, la devastazione urbanistica: milioni di metri cubi di squallide costruzioni moderne che sfregiano irrimediabilmente il territorio. In mezzo a questo mercimonio, scopriamo casualmente una chicca: un’antica chiesa bizantina con affrechi votivi di pescatori splendidamente conservati che ci lascia davvero senza fiato.
Siamo ormeggiati all’inglese in quello che teoricamente è un marina ma in pratica è una banchina di cemento malamente protetta. Così, quando alle tre di notte gira il vento, siamo costretti dalla risacca mollare l’ormeggio e dare ancora nella piccola baia a nord della città. Anzi, ancore: ce ne vogliono due, una a prua e una a poppa, per scongiurare una notte in bianco. Ovviamente il posto nel “marina” l’avevamo pagato, anche se non molto, in verità. Una piccola consolazione ce la da uno spettacolo imprevisto: fuochi d’artificio che qualcuno spara in aria per festeggiare non so cosa.
 

Spettacolo portuale

Comunque possiamo dirlo: il Mar Nero non è nero neanche un po’! Non è nera la sua acqua, anche se certo non è il top della trasparenza; ci sono molte meno meduse che nel vicino Mar di Marmara e ci sono invece tanti delfini; non c’è tutto il traffico navale che pensavo, anzi, non ce n’è quasi per niente se non attorno ai principali porti commerciali, e non si vede una barca da diporto neanche a pagarla; le persone sono socievoli; il paesaggio, dove la linea di costa non è stata invasa da orribile alberghi edificati con i soldi dei russi di cui i bulgari continuano ad essere strenui ammiratori, è gradevole e spesso boscoso. Sono contento di essere qui, sento che ho scelto bene la mia rotta, un tracciato nato dalla curiosità di vedere cose nuove, inconsuete e forse anche di esorcizzare la paura dell’Uomo Nero, il mostro che da piccoli ci hanno detto che era lì ad attenderci, subito fuori dal sentiero battuto. Perché, non neghiamolo, ogni volta che intraprendiamo una nuova navigazione, che affrontiamo un mare a noi sconosciuto, abbiamo dentro quel pizzico di timore che ci deriva dalla paura dell’ignoto. Un’apprensione moderata e positiva che ci mantiene alto il livello di attenzione: quello che serve, nel caso lo si incontri davvero, ad affrontare l’Uomo Nero.

Il giorno delle locuste


Le cavallette non hanno un re, eppure marciano tutte insieme schierate.

(Salomone, Libro dei proverbi)

Le mani sciolgono rapide il nodo sulle gallocce di poppa, liberandomi dai legacci che mi trattengono al molo. La marcia avanti ingranata al minimo allontana Piazza Grande dalla banchina facendole riguadagnare lentamente il mare aperto. Volto la testa per un ultimo sguardo, un cenno di saluto alla cittadina che ormai sento mia e che mi ha fatto suo, ricevendone altrettanti sguardi e saluti.
Fuori dal canale di Poros il vento soffia leggero da sud, condizione ideale per un primo test stagionale per barca e comandante. Il programma è fare poche miglia per verificare che tutto sia a posto, che i sei mesi di pausa invernale non abbiano intorpidito entrambi. È inconsueto navigare da queste parti con venti meridionali, di solito in Grecia si viene in estate, quando il meltemi infesta il Mar Egeo rendendo difficoltoso, se non impossibile, dirigere verso nord.
Messe a segno le vele, comincio la ricognizione generale dell’attrezzatura, per quanto ancora sottoposta a sforzo lieve. Scoperchio la sentina, apro il vano motore, controllo le prese a mare: tutto è perfettamente asciutto. Anche in coperta tutto pare a posto; solo le sartie medie mi sembrano aver bisogno di essere leggermente tesate ma, visto il meteo, non c’è nessuna urgenza di farlo.
 

Una scena consueta nelle isole greche.

Apro il quaderno che ho comprato prima di partire e scrivo la prima pagina del diario di bordo, a mano, con la penna, ritrovando un piacere smarrito decenni fa, barattato con la comodità e l’efficacia della tastiera del computer. Scrivo il diario a mano perché lo trovo più rapido da aggiornare o consultare e per avere, nella malaugurata eventualità di un black-out elettrico, qualche riferimento per la navigazione non strumentale.
Ma la scrittura non è la sola cosa che ritrovo: tornano i gesti automatici e un po’ strani che faccio per muovermi senza sbattere da qualche parte e senza finire in acqua, torna la moka che bascula sul fornello mentre l’autopilota governa al mio posto, torna lo sciabordio leggero dell’acqua sullo scafo e tornano i gabbiani a volteggiare sopra di me. Ma soprattutto torna l’emozione interiore, quella meravigliosa sensazione che mi fa sentire vivo e che mi mette più che mai in contatto con me stesso.
«Perché vai per mare?», mi chiedono spesso. «Perché in mare mi trovo», è la mia puntuale risposta.
 

Skyros, il porto

Dopo qualche ora controllo di nuovo il Grib, il sistema di previsioni meteo che utilizzo maggiormente e che conferma il bollettino della partenza: 15 nodi da sud. In vista di Capo Sunion penso che si possa proseguire e sfruttare le condizioni favorevoli, magari anche oltre il Kafireas, il terribile stretto che con vento da nord è praticamente inaffrontabile. Non era in programma di cominciare il viaggio con una notte di navigazione, ma ho chiesto a Piazza Grande se se la sente e mi ha risposto di sì. Lo chiedo anche al resto dell’equipaggio, ricevendo la medesima risposta. Alla via così, allora; e mentre il sole rosseggia dietro le montagne dell’Attica mi godo questo primo tramonto per mare.
 

Un ristoratore ci insegna a riconoscere il sesso delle aragoste

In realtà una piccola avaria la riscontro: le luci di via di prua non si accendono. Per quanto ci si sforzi di controllare tutto prima della partenza, qualcosa sfugge sempre. Smontare il fanale senza farne cadere qualche pezzo in acqua è davvero un esercizio di equilibrismo, ma nel giro di mezzora risolvo e il rosso e il verde tornano a brillare rispettivamente a sinistra e a dritta, rilucendo nel buio sugli spruzzi che si alzano al frangere dell’onda.
Durante la notte incrociamo alcuni mercantili che procedono lungo la rotta dei Dardanelli, la stessa che a breve intraprenderà Piazza Grande; per il resto una navigazione tranquilla e rilassata che mi conferma di aver fatto la scelta giusta. All’alba, mentre un delfino solitario volteggia poco distante, avvisto Skyros, la meta di questo primo tratto di rotta, una rotta lunghissima che ha l’ambizione di condurre fino in Mar Nero, fino in Ucraina, fino a Odessa.
 

Skyros, libri in banchina a disposizione degli equipaggi

Diamo fondo in una piccola baia dove già tre anni fa ho passato la notte. C’era il meltemi quella volta e il ridosso era perfetto; ora invece entra un po’ di mare e la rada è praticabile solo per qualche ora di riposo prima di spostarci in porto. Skyros è bellissima: una natura giocosa l’ha divisa in due, con un segno di cesura quasi netto nel mezzo. Tanto è rigogliosa a nord, ricca di vegetazione ad alto fusto, quanto brulla e ricoperta di sassi a sud. Ha una pittoresca chora in stile cicladico, malgrado l’isola geograficamente e amministrativamente appartenga alle Sporadi settentrionali, e alcuni piccoli e sparuti agglomerati di case.
 

Piazza Grande in banchina a Skyros

Non ha un porto vero e proprio ma un molo piuttosto esposto che non la rende un rifugio sicuro in caso di maltempo. In compenso in banchina ci sono tutti i servizi, comprese le docce, la lavanderia, una sala con TV e Internet e uno scaffale per il bookcrossing, lo scambio di libri fra gli equipaggi. Non lo dite a nessuno, ma per tutto questo ben di dio, che comprende anche corpi morti e gommone di assistenza all’ormeggio, si pagano ben 8,5 euro a notte: giusto in filo meno che in Italia! E sempre in porto, la sera, risuonano le note di Così parlò Zarathustra di Strauss, diffuse puntualmente dal traghetto durante la non facile manovra di accosto.
 

Case in stile ottomano ad Aghios Efstratios

Dopo un paio di giorni a spasso, lasciamo Skyros alle sei di mattina in direzione di Aghios Efstratios, una piccolissima isola che mi incuriosice proprio per il fatto di essere piccolissima quanto remota. Un vento gagliardo da sud ci spinge vigorosamente, facendoci coprire le circa 60 miglia di mare in una decina di ore. Nel porticciolo c’è solo qualche piccolo peschereccio e poco distante alcuni pescatori intenti a sbrogliare le reti. Ormeggiamo all’inglese, siamo l’unica barca e di banchina libera ce n’è in abbondanza, ma preferisco mettermi sul lato esterno perché il vento è dato in rotazione e ho timore di restare incastrato se dovesse anche rinforzare (cosa che effettivamente avverrà producendo una notevole risacca). Efstratios è davvero lontana da tutto, così tanto che in passato è stata la destinazione coatta degli confinati politici, soprattutto comunisti, spesso morti di stenti su questo scoglio piantato nel mezzo dell’alto Egeo. Oggi la abitano circa duecento persone, quelle che si sono ostinate a restare dopo un forte terremoto che nel 1968 ha raso al suolo quasi tutte le abitazioni. Le poche ancora in piedi mostrano gli stilemi dell’architettura ottomana, denunciando la vicinanza geografica e culturale della Turchia.
 

Il cimitero degli esuli politici ad Aghios Efstratios

In compenso, l’isola è invasa dalle cavallette: milioni di esemplari che la infestano ovunque, spostandosi in nuvole che tappezzano i muri e le strade, saltando in ogni direzione al passaggio delle persone, distruggendo gli orti e i frutteti e rendendo impossibili le coltivazioni anche minime. Proviamo a chiedere le ragioni di una presenza così fastidiosa e quasi inquietante al curatore del piccolo Museo della democrazia, centro culturale che ricorda le vicende dei perseguitati politici. Pare che questi insetti abbiano un ciclo che può durare decenni, con picchi che si ripetono ogni dieci/venti anni, e che il prossimo anno ci sarà uno di questi apici. Ci dice che la difficile situazione di questo periodo è dovuta al tardivo intervento di disinfestazione che, per essere efficace, dovrebbe essere agito subito dopo la schiusa delle uova, quando le larve si raggruppano sui versanti dell’isola esposti al sole per riscaldarsi l’una con l’altra. Invece, forse per la solita mancanza di fondi generata da questa maledetta crisi economica che strangola la Grecia, l’intervento del governo si è limitato a qualche spruzzo di insetticida nei giorni scorsi, simbolico quanto inutile.
 

Un buon posto per meditare

L’aria è fresca, quasi pungente: meglio così, perché per non ritrovarsi la barca invasa di insetti è necessario serrare tutti gli oblò. Prima di chiudere anche il tambuccio lancio alcuni avanzi di pane ad un piccolo gruppo di papere che nuota attorno a Piazza Grande. Poi, dopo un bicchiere di ouzo e dopo aver evocato scenari biblici e cinematografici da invasione di locuste, la stanchezza ha il sopravvento e la cuccetta appare più invitante che mai. Il silenzio che avvolge l’isola non sarà certo mortificato dalle poche barche da pesca che a breve prenderanno il mare per dare la sopravvivenza agli esseri umani di Efstratios che hanno deliberatamente scelto una vita di esilio dalla frenesia del mondo.

Il ritorno dall'amata


Continuerò a cercarti sperando di non trovarti mai.

(Michele Mari)

Un paio d’ore di volo, qualche fermata di metro, un veloce tragitto in aliscafo ed eccomi di nuovo a Poros: tanto rapidamente e dopo così pochi mesi che mi sembra di non essere mai andato via. Piazza Grande riposa sul suo invaso, con la carena pitturata di fresco e le murate tirate a lucido dalle mani di Takis; le stesse esperte mani che, manovrando una possente gru, la poseranno nuovamente in mare, il suo elemento naturale, quello per cui, più di vent’anni fa, è venuta al mondo.

Il cielo è grigio e a tratti le nuvole rovesciano il loro carico d’acqua lungo le strade, chiazzandole di pozzanghere che i rari passanti evitano distrattamente. Il tempo, quello meteorologico, sembra dire che quest’anno la bella stagione è in leggero ritardo sul calendario.
Appoggio una lunga scala di legno alla poppa di Piazza Grande e con passo delicato salgo su per affacciarmi dal pulpito. Lascio correre lo sguardo lungo la coperta che a una prima occhiata sembra in ordine. Apro il tambuccio e ritrovo l’odore a me familiare, non contaminato da puzza di muffa o ristagno d’acqua: anche qui, dunque, tutto perfetto.
 
Il varo

In un paio di giorni svolgo quei pochi lavori che obbligatoriamente devo fare con la barca in secco: cambiare l’olio al piede, sostituire gli anodi sacrificali, riarmare l’ancora e riparare il telecomando che ha fatto un po’ di ossido e non funziona più a dovere. Provo anche ad avviare il motore, dopo sei mesi di fermo non si sa mai; invece al primo colpo va in moto. Quando tutto è pronto, do l’Ok a Takis e nel giro di un’oretta eccoci di nuovo a galla, lei ed io, indissolubilmente legati da uno stesso destino fatto di acqua salata e vento. Per completare la preparazione dell’attrezzatura mi sposto in banchina, dove ritrovo Dragana e Misha, la simpatica coppia serbo-canadese che per quasi un mese è stata ormeggiata di fianco a me lo scorso ottobre. C’è anche Sharif, metà indiano, metà britannico, con cui avevo in programma di navigare di conserva fino a Istanbul ma che mi dice che per impegni di lavoro è costretto a rinunciare. Non mi scompongo, i programmi per mare cambiano a volte con la stessa rapidità con cui sono stati fatti.

Ancora spoglia

Il molo di Poros è piuttosto affollato; la Pasqua ortodossa, posticipata di una decina di giorni rispetto a quella cattolica, cade proprio in questo periodo e i greci pare facciano slittare la ripresa della vita lavorativa ben oltre la festività. Tantissimi i charter, molti dei quali popolati da russi: è Pasqua anche per loro e da quando la tensione politica internazionale gli sconsiglia di andare in Turchia, di cui erano assidui frequentatori, paiono ripiegare tutti sulla più amichevole Grecia. Lo dico senza mezzi termini: non sono contento quando me li trovo vicino. Bevono e schiamazzano fino a notte fonda in un misto di arroganza e menefreghismo che li rende poco compatibili con il mio modo di navigare, e quanto ad arte marinara sono decisamente pericolosi per sè e per gli altri. Un pomeriggio, un gruppo di questi, a bordo di un 50 piedi con la poppa larga quanto un motoscafo d’altura, cala l’àncora vicino alla mia e inizia ad avvicinarsi maldestramente da sopravvento, senza rendersi conto che con 20 nodi al traverso rischiano di schiantarsi sulla mia murata.

 

La via velica al comunismo

Mobilitazione generale per prendergli le cime, ma lo spigolo della loro barca spinge la mia cima di poppa compromettendo la sicurezza dell’ormeggio. Quando glielo faccio notare, lo skipper fa finta di non sentire, anche se alla fine deve arrendersi all’evidenza di una manovra sbagliata. Decidono di riprovare, ma con una imperizia tale che prima rischiano di spaccare il timone o l’elica sulla mia catena, poi mi spedano e danno manetta v‌incolati alla mia prora. Riesco a scongiurare il disastro, malgrado il rischio concreto di spiaccicarmi io sulla barca sottovento, ma sono costretto a uscire e ancorarmi nuovamente, mentre il vento è piuttosto sostenuto. I russi, intanto, si vanno a sistemare poco più avanti, senza un minimo cenno di scuse, né sul momento, né dopo. Poi, per fortuna, le vacanze pasquali finiscono anche per loro e in porto torna la quiete.

 

Grandi velieri a Poros

Le giornate scorrono tranquille, occupate dai lavori di riarmo. Ogni giorno si aggiunge un pezzetto, ogni giorno Piazza Grande riprende un po’ dell’aspetto che ha quando è pronta per navigare. Passo le drizze nell’albero là dove ho lasciato dei testimoni, ma uno di questi, probabilmente perché cotto dal sole, si spezza, costringendomi a tornare in testa d’albero per cercare di ripassarlo. Mi ci vogl‏iono parecchi tentativi con cime di spessore diverso prima di riuscire; la carta vincente è una cimetta molto fina cui ho appeso un piombo da pesca per farla scendere dentro la canalina dell’albero. Quando tutte le cime e le scotte sono tornate al loro posto, la coperta è tutta colorata, sembra addobbata a festa. O forse cerco io un pretesto per festeggiare con una birra!
Una mattina mi sento chiamare: «Piazza Grande!» Metto la testa fuori dal tambuccio e trovo Francesco, un velista che conosco attraverso Facebook. Scopro una persona piacevole con cui passo del tempo a chiacchierare e che gentilmente mi dà una mano per sbrigare un paio di lavori che da solo non potrei fare. A quanto pare i social media non sono solo la fucina di chiacchiere vacue ed esistenze immaginifiche, se non immaginarie, ma sanno regalare contatti umani interessanti e reali.
 

Gli opposti si attraggono

A proposito di Internet: grazie all’antenna WiFi amplificata che ho montato a poppa e grazie al bar di fronte, che generosamente quanto inconsapevolmente mi dà la connessione, riesco a collegarmi alla rete. Gli anni scorsi usavo una SIM greca, quest’anno un complicato sistema di tariffazione, spacciato per pre-abolizione del roaming internazionale, mi costringe a una spesa fissa quotidiana per usare il telefono italiano, quindi non ho riattivato il numero ellenico e non ho molti megabyte a disposizione. Meglio così, forse; Internet è sì una finestra sul mondo quando si sta a casa propria, ma diventa un cordone ombelicale inestinguibile quando si sta lontano. Ai saluti delle persone care si accodano purtroppo le rotture di scatole della vita terrestre, dal commercialista all’amministratore di condominio, le cui email arrivano a volte quando si sta all’àncora in una rada paradisiaca, interrompendo inevitabilmente l’emozione del momento. Se la testa torna a casa, poco importa dove stia il corpo in quel momento: la ricerca dell’altrove, la molla che ci spinge a percorrere le strade del mondo, è vanificata seduta stante, e viaggiare diventa solo uno spostarsi da un posto all’altro e non un vagolare dell’anima per cercarsi. Anche se a volte, ho come il sospetto che la mia, in fondo, speri di non trovarsi mai perché preferisce lasciarsi accarezzare dal vento dell’alto mare.
 

Poros vista da Galatas, sulla sponda di fronte

In una decina di giorni finisco di fare tutto, grosse rogne non ce ne sono state, ero stato molto accurato nel preparare la barca per l’inverno e questa scelta ha sicuramente pagato. Nel frattempo ho ritrovato il ritmo lento della vita di bordo, ho ritrovato quelle parti di me che l’inverno tendo a smarrire con la vita terrestre e ho ritrovato pure il frittatone di cipolle che adoro cucinare quando sono in mare. Il programma di navigazione di quest’anno prevede di risalire l’Egeo, entrare nello Stretto dei Dardanelli e arrivare a Istanbul per fine maggio. Poi percorrere tutto il Bosforo e gironzolare per il Mar Nero occidentale fino a Odessa, in Ucraina, per un paio di mesi prima di tornare in Egeo verso i primi di agosto. Mi stendo in cuccetta a leggere qualche pagina di un bel libro di Sebastiano Vassalli, poi spengo la luce mentre mi arrivano ovattate le voci delle persone che passeggiano sul molo. Piazza Grande è di nuovo pronta per andare, e io con lei.

L'ultima pagina del diario di bordo


Amo questa Grecia al di sopra di tutto. Essa porta il color del mio cuore. Ovunque si guardi, giace sepolta una gioia.

(F. Hölderlin)

Non sono ormai molte, in questo novembre inoltrato, le barche che passano o stazionano sul molo di Poros, piccola isola delle Argosaroniche. Lungo la banchina, ampi spazi vuoti si alternano a scafi che paiono abbandonati a un destino di irreversibile putrescenza, oppure ciondolano in attesa della prossima stagione. I ristoratori, esaurita la grinta estiva con cui solitamente agganciano i clienti, siedono stanchi e annoiati nella veranda vuota del locale, mentre osservano il rado passaggio davanti a loro. Anche i traghettini di legno, che per un euro collegano con la costa prospicente, non hanno più il ritmo incessante che avevano quando la presenza turistica era nel suo pieno vigore. 

 
Serifos, incanto serale
Nel tardo pomeriggio, fa a volte capolino qualche diportista con l’aria quasi sperduta: cala l’ancora nel mezzo del canale, fra l’isola e la terraferma, poi si accosta con la poppa fino a giungere a portata di mano per porgere le cime a me o a qualcuno degli irriducibili velisti che ancora popolano questo luogo e che, com’è prassi, non manca mai di aiutare chi deve ormeggiarsi. Sono qui da alcune settimane, un tempo così lungo che sulla catena dell’ancora è inziata a crescere la vegetazione, come sulle carene non adeguatamente trattate. La sera, salgo a volte in cima alla collina dove svetta la torre dell’orologio, per godere della vista del golfo quando il cielo vira al rosso, prima di farsi scuro e aggiungere quiete alla quiete. La stagione è eccezionalmete mite: di giorno si sta ancora in costume e prima di dormire, ma non sempre è necessario, basta stemperare un poco l’aria della cabina con la stufetta per starsene bene al caldo. È una fortuna, perché, quando inizia il freddo vero, vivere su una barca delle dimensioni di Piazza Grande diventa piuttosto scomodo. A parte l’umidità, difficilmente eliminabile da una cubatura così ridotta, ci si ritrova costretti sottocoperta, privati di tutto lo spazio esterno di cui si gode in estate, reso invivibile dal clima. Invece, faccio ancora la doccia in pozzetto – con l’acqua riscaldata dal boiler ma la faccio – assaporando gli ultimi brandelli di quella vita da zingaro di mare che da qualche anno ho sposato, mentre ultimo i preparativi per tornare a casa.
 
Il monastero abbandonato delle Strofadi
Navigo in Grecia da giugno scorso, lungo una rotta che mi ha portato dalle isole Ioniche al Peloponnneso, dal golfo Saronico alle Cicladi, dal Dodecaneso a Rodi, a Kastellorizo, a Creta e infine qui, dove lascerò la barca a terra a svernare. Cinque mesi di mare, migliaia di miglia, decine località visitate, tante persone salite a bordo per condividere con me un pezzo di strada, ma soprattutto un’emozione, vissuta fra le bonacce e le burrasche che il meltemi capriccioso di quest’anno ha dispensato in modo a volte inconsueto. È piovuto forse un paio di volte e solo il caso ha voluto che i due o tre fortunali che hanno fatto parecchi danni a Idra, Lavrion e altrove, siano stati sempre poco prima o poco dopo il mio passaggio. Chissà gli asini di Idra come avranno affrontato l’acqua e il fango nelle strade o come si sentiranno ora i poveretti che hanno avuto le barche sconquassate, malgrado queste giacessero a terra custodite. Già, senza un pizzico di fatalismo è impossibile andare per mare.
Quest’anno non ho avuto, come negli anni scorsi, una meta finale, non ci sono state Istanbul o Lisbona a dirigire la mia prua, ma piuttosto alcune località che avevo mancato durante le mie precedenti navigazioni nei mari greci e che desideravo visitare. La prima di queste sono state le Strofadi, un piccolo arcipelago disabitato a sud di Zante, dove, secondo la mitologia, risiedevano le arpie, essere mostruosi metà donna e metà uccello, citate sia da Omero che da Dante. Su una di esse si trova un antico monastero abbandonato, ricco di fascino, dove nel silenzio appena scalfito dal vento ho vagato curiosando fra le stanze deserte e i cortili cadenti dell’imponente costruzione, prima di condividere la baia dove ho passato la notte con una sola altra imbarcazione. Erano invece diverse le ancore calate a Porto Kaghio, nella penisola del Mani, una piccola rada già covo di pirati nel Settecento, dove il vento teso e rafficato ha reso ancora più spettacolare la sosta.
  
Peloponneso, il castello di Methoni visto dal mare
Costeggiando il Peloponneso si vive in una dimensione fatta di silenzio e solitudine, interrotta solo da alcune interessanti soste. Fra queste, Elafonisos, forse una delle spiagge più belle di tutto il Mediterraneo, una stretta lingua di sabbia che crea un istmo con un isolotto, formando due baie, entrambe spettacolari e ben ridossate, in una splendida morfologia del territorio che ho ritrovato pressoché identica, a Kithnos e Astipalaya. Quest’ultima, una delle destinazioni previste, non ha tradito le aspettative, offrendo a sera lo spettacolo suggestivo della rocca che domina la chora, la città antica, tutta illuminata, mentre con l’equipaggio consumavamo un pasto servito su tavolini poggiati lungo la battigia. E che dire di Sifnos, di Serifos, di Nisiros, di Sikinos, di Tilos, di Alimia e delle tante piccole isole sparse come perle cadute accidentalmente su un pavimento di mare blu, che provi ma non riesci a scegliere, a decidere quale, per forza di cose, raccogliere o tralasciare. Tra queste, non volevo mancare Kastellorizo, quasi sperduta nel mare turco, famosa per essere stata la location del film Mediterraneo di Salvatores. Anche lei non ha deluso, anzi la metto certamente fra le mie preferite. Il porto e le case colorate che lo cingono sono uno scenario davvero pittoresco, mentre il mare che la bagna intorno ha degli incredibili riflessi color turchese dove si specchiano gli scogli di cui è puntinato. Una sera, nella piazza davanti alla vecchia moschea, c’è stata una festa di matrimonio, dove decine di persone di tutte le età hanno ballato per ore il sirtaki e le mille altre canzoni della tradizione folklorica. Purtroppo, molti di questi posti non ho potuto immortalarli come si deve perché a metà viaggio si è improvvisamente rotta la reflex e ho potuto continuare a scattare foto soltanto con il telefonino, con la qualità che ne consegue.
 
Sorprendente Saronico

È stata invece una sorpresa, piacevole e non prevista, il golfo Saronico, raggiunto dopo aver doppiato capo Maleas bordeggiando contro trenta nodi da nord. Malgrado la vicinanza ad Atene, anche a fine luglio non era affollato come si potrebbe temere e gli scorci che ha offerto portano a chiedersi perché non sia generalmente tenuto nella dovuta considerazione dai vacanzieri. La visita al teatro antico di Epidauro, meravigliosamente conservato, varrebbe già da sé il viaggio. La gita, però, è costata un piccolo incidente; lasciare la barca incustodita nei porti greci espone sempre a qualche rischio. Una grossa imbarcazione a vela ha aggrovigliato la sua catena con quella di Piazza Grande in un modo inimmaginabile che ha richiesto mezz’ora di lavoro di tre persone per districarle, per fortuna in un momento di calma di vento. Un episodio simile mi è successo a Nisiros. Dopo una giornata passata a girare per l’isola, visitando fra l’altro la spettacolare caldera del vulcano, rientrando a bordo ho avuto l’impressione che l’ormeggio fosse meno teso che la mattina. Ho detto a mio figlio di cazzare la catena fino a metterla bene in tensione, ma facendolo ha finito per recuperare tutto il calumo senza l’ancora attaccata. Rapidamente abbiamo mollato le cime di poppa, armato un’altra ancora e rifatto la manovra. L’indomani mattina ho raccolto facilmente il ferro rimasto sul fondo del porto, scoprendo che sia il grillo su di esso che quello sullo stroppo che metto al barbotin erano divelti. Probabilmente qualche barca, salpata quando non c’eravamo, deve aver agganciato la nostra catena forzandola ma senza spedare l’ancora, finendo quindi per far cedere per rottura i grilli che dicevo. Resta comunque il fatto che per conoscere davvero un’isola non basta vederla dalla barca, ma è opportuno affittare una macchina o un motorino, generalmente non molto costosi, e visitarla un po’ nell’interno. Anche Karpathos, che arrivando dal mare non fa certo una bella impressione, girata in automobile rivela montagne a picco sul mare e preziose spiaggette incastonate fra le rocce, oltre al noto e pittoresco paese di Olympos.

  
Karpathos, Olympos
Poi ci sono state le grandi isole: Ios, Kos, Rodi e Creta. Le prime due già visitate anni fa, le seconde apprezzate, per quanto molto turistiche, per i centri storici e le fortezze antiche. Creta offre anche alcune spiagge magnifiche – Gramvousa su tutte – e uno dei siti archeologici più famosi della Grecia, se non del mondo: Cnosso. Purtroppo la visita ha comportato la delusione di scoprire che quanto raffigurato in tutti i libri di storia dell’arte altro non è che una ricostruzione di sana pianta fatta nel Novecento, sulla base di ipotesi formulate dagli archeologi senza alcuna certezza. Insomma, sono ruderi fasulli e si vede. L’arrivo a Creta è stato al termine di una navigazione divertente e impegnativa che nell’ultimo tratto mi ha costretto a bolinare con quasi quaranta nodi di vento. Non sono uno che se le va a cercare, era prevista burrasca forte nei giorni a seguire e non sfruttare quel momento relativamente tranquillo avrebbe voluto dire restare bloccati per lungo tempo a Karpathos, per altro un ridosso poco sicuro. 
  
Antikithira, il porto più piccolo del mondo
Il premio di tanta fatica sono stati la magnifica costa orientale della grande isola e i porti, spesso deserti, incontrati successivamente. In due di questi ho fatto delle soste più lunghe del solito; mi riferisco a Iraklion e Chania. Nel primo ho trovato l’ospitalità incredibile di Spyros, comandante del rimorchiatore Minotaurus, e Alberto, italiano trasferito in città, ma anche una barca gemella di Piazza Grande che le è stata affiancata durante la permanenza nello splendido scenario della darsena veneziana. Nel secondo, cioè Chania, sono stato catturato da un’atmosfera vacanziera ma delicata, fatta di taverne sotto le cui pergole l’immancabile duo di chitarra e bouzouki (un tipico liuto a 3 o 4 corde doppie) scandiva la colonna sonora delle cene al tavolo. Risalendo verso nord, ho passato una notte alla fonda in quell’isola fuori dal mondo e dal tempo che si chiama Antikithira. Solo la mattina dopo ho scoperto che il gavitello a cui mi ero assicurato non poteva reggere in caso di maltempo ma, d’altra parte, maltempo non era previsto, altrimenti avrei adottato tutte le precauzioni del caso. Non erano previsti neppure alcuni ancoraggi arditi che sono stato costretto a inventarmi a causa della notevole discrepanza fra le batimetriche riportate dalla cartografia e l’effettiva profondità che ho riscontrato in diverse zone. A volte ho dovuto improvvisare soluzioni al limite del buio per evitare di ritrovarmi senza riparo una volta fatta notte.
  
Spaghetti anchor
La vita a bordo è stata scandita dall’alternarsi degli equipaggi, dalle tratte in solitaria (non molte, quest’anno) e dagli incontri in mare con vecchi e nuovi amici. Tra i primi non posso non ricordare Carlo, con cui ho traversato di conserva il Tirreno e che all’arrivo a Cefalonia si è prodigato in un massaggio shiatsu, di cui è maestro, per alleviare il mio dolore cervicale; Michele, con cui da anni ci sfioravamo per mare senza mai riuscire a passare una serata insieme; ma anche Felice, che è passato a Poros con il suo caicco, di ritorno dalla Bodrum Cup, apposta per farmi una visita che ho gradito molto. Tra i nuovi, invece, i tanti vagabondi del mare, generalmente europei, che spesso fanno dell’Egeo la loro palestra, prima di affrontare Gibilterra e l’oceano sterminato che ne segue. A volte si tratta di coppie benestanti, pensionati di lusso che strappano gli ultimi scampoli di vita alla loro esistenza; altre, invece, di giovani sognatori che hanno saggiamente capito che siamo su questa terra per qualcosa di più che lavorare e riprodurci e che, come al banco della roulette, puntano tutto quel che hanno sul loro numero fortunato. Non sempre vincono, ma almeno hanno tentanto, cosa che gli assicurerà di invecchiare forse senza agi ma di sicuro senza rimpianti. Quest’anno ho sofferto parecchio il caldo, sia perché nelle due settimane centrali di agosto è mancato quasi completamente il meltemi a rinfrescare l’aria, sia perché ho fatto una rotta piuttosto meridionale, dove alle alte temperature si è spesso associata una forte umidità che mi ha dato non poco fastidio. O forse semplicemente perché invecchio, chissà; fino a pochi anni fa adoravo sentire il sole scottarmi la pelle e provavo una naturale idiosincrasia per il freddo. Ora, invece, non sopporto di passare le giornate madido di sudore, senza scampo sopra nè sottocoperta, in permanente attesa del tramonto per ritrovare un poco di sollievo. Che sia per me giunto il momento di mettere la prua verso nord?
  
Clinica veterinaria Piazza Grande
Una mattina, mentre ero alla fonda, vincolato a terra con due robuste cime, una piccola tartaruga marina è passata sotto la chiglia, trascinando un brandello di rete da pesca in cui era impigliata. Mi sono tuffato per prenderla a bordo e tentare di liberarla dal giogo. Purtroppo, oltre alla rete, aveva un amo in gola, piantato molto in profondità e per il quale non c’è stato molto da fare, se non tranciare il filo di nylon per evitare che si impigliasse nuovamente da qualche parte, rischiando di trattenere l’animale sott’acqua fino a lasciarlo senza fiato. Confesso che non sempre il mio atteggiamento nei confronti degli esseri che vivono in mare è così benevolo. Mi piace pescare, sia alla traina che col fucile, e anche quest’anno non sono mancate le soddisfazioni con entrambe le tecniche: tonni, cernie e lampughe le prede classiche che hanno allietato i pasti con carpacci e bottarga fatta da me. Non ho avuto, invece, cuore di catturare un grosso pesce luna che una sera nuotava attorno alla barca, fendendo l’acqua con la sua pinna  e ingannando così lo sguardo di chi vi ha scorto un pescecane. Anche i delfini, come di consueto, non hanno mancato di regalare qualche volteggio attorno alla prua. scortando Piazza Grande per qualche tratto di navigazione.
   
Un fiordo per pochi
Ero a Cefalonia nei giorni caldi della crisi, quando i giornali e le televisioni italiane riportavano scene drammatiche a cui, in verità, non mi è capitato di assistere. È vero che, grazie all’apporto di capitale straniero, le località che vivono di turismo risentono generalmente meno delle difficoltà economiche, ma ai bancomat non ho mai visto le file di cui si favoleggiava e, a conti fatti, i sessanta euro al giorno di prelievo cui erano limitati i greci corrispondono a 1800 euro al mese, molto di più di uno stipendio medio. Verò è, invece, quanto mi è stato raccontato dal personale di una moderna e attrezzata officina di Atene dove ho fatto fare un impiombatura su un cavo d’acciaio per realizzare un sistema di ancoraggio che mi sono inventato. Un impiegato molto cordiale mi ha spiegato che alle aziende greche erano state proibite le operazioni in denaro sull’estero e che, una volta esaurite le scorte di materiale che avevano, non sarebbero stati più in grado di soddisfare le richieste dei clienti. Mi chiedo come possa una nazione riprendersi se gli si impedisce, di fatto, di fare affari, di lavorare. Quando dalle urne del referendum è uscito vincitore oki, no, sono stato contento. Al di là del realismo del progetto di Tsipras, poi naufragato davanti al primo diniego tedesco, mi sono rallegrato del fatto che finalmente in Europa si levasse una voce ad affermare la necessità di una progettualità politica che non fosse solo computo bancario. Purtroppo si è trattato di un entusiasmo di breve durata, ma c’è da dire che il paese, nei mesi successivi, non ha mai dato segni di non essere in grado di sostenere il piano economico che gli è stato imposto. Effettivamente, in Grecia ci sono ampi settori la cui produttività può e deve essere migliorata. Certo, si può obiettare che i greci sono felici così, sono meno avidi del resto degli europei e probabilmente è vero. Per fortuna, comunque, non si sono aperte le porte a quella carestia nazionale che inizialmente sembrava quasi di scorgere.
  
Imprescindibilità del rollbar
Malgrado a ogni angolo si senta ripetere il ritornello «italiani, greci: una faccia, una razza», che la mentalità greca sia per molti aspetti diversa dalla nostra è un fatto che non si può fare a meno di notare durante una permanenza così lunga. I greci sono un popolo che ha ritrovato solo di recente la propria unità, dopo secoli di occupazione straniera, e sono ora giustamente fieri della loro identità, conservata gelosamente durante le fasi della Storia che hanno vissuto più da vittime che da dominatori. Forse è proprio questo ad aver tolto loro quell’aggressività che hanno invece altri popoli. Sono sempre gentili, cordiali, disponibili, ma mai ossequiosi, mai accondiscendenti. La loro generosità, che affonda le radici nell’antica filoxenia, il dovere di ospitalità, è genuina e senza calcolo, ma non ci pensano minimamente a cambiare qualcosa di sé per compiacere l’ospite. Sembrano insomma dire: questo è il piatto, prendine anche tu, ma prendilo così com’è. Un esempio? Una sera, a cena, abbiamo chiesto un dolce. La risposta è stata: «non ne abbiamo, siamo una taverna, non un ristorante», senza provare minimamente a suggerire qualche alternativa o almeno, mostrare un pizzico di rincrescimento di circostanza. 
   
Balli in piazza
In qualunque altra località di vacanza, l’offerta si sarebbe già da tempo adeguata alla richiesta dei clienti, cioè i turisti. Forse è per questo loro modo di fare che non ho mai avuto discussioni con nessuno e neppure visto persone litigare in strada o altrove. Il profitto, la ricerca del denaro, non è la loro priorità; sono filosofi, non mercanti, e lo straniero che arriva in barca viene fatto innanzitutto accomodare; poi sarà lui a scegliere cosa fare, dove andare. Spesso i gestori dei ristoranti aiutano nell’ormeggio, ma il corrispettivo che chiedono è semplicemente di prendere il biglietto da visita del loro locale che ti porgono a manovra ultimata. Sono più liberi di noi, privi di tutte quelle sovrastrutture che noi abbiamo acquisito negli ultimi decenni e che, grazie a leggi calate dall’alto da istituzioni lontane, ci hanno spesso inquadrato in schemi rigidi, estranei alla nostra cultura e costretto, nei fatti, a dismettere quel senso di ospitalità che caratterizava anche gli italiani. I greci sono orientali, più che occidentali, il loro sguardo è rivolto a est, a quella patria perduta che continuano a chiamare Costantinopoli e da cui furono deportati dopo la fine della guerra greco-turca, come stabilito nel 1923 dal trattato di Losanna, che assegnava ai nemici le città dell’Anatolia e a loro tutte le isole dell’Egeo. La loro musica è decisamente arabeggiante e il cumino è per loro una spezia non esotica ma d’uso comune. Posso dire con certezza che i greci sono senza dubbio la cosa più bella della Grecia, anzi, direi proprio che la Grecia sono loro.
   
Resti di naufragi
L’atmosfera di serenità è stata purtroppo funestata dai tristi fatti che hanno riguardato gli sbarchi di migranti provenienti dalla Siria e da altre zone del Medioriente. Arrivando a Kastellorizo, erano circa le quattro di notte, ho visto una luce illuminare la montagna sul lato disabitato dell’isola. Quando sono giunto sottocosta, quella stessa luce ha puntato me per qualche istante, per poi tornare a scandagliare la riva; si trattava, evidentemente, di una pattuglia della Guardia Costiera in cerca di clandestini partiti dalla Turchia, distante meno di due miglia. Sia a Kos che a Rodi ho incontrato gruppi numerosi di persone accampate sulla spiaggia o sul lungomare cittadino, a volte a pochi metri dalle barche all’ormeggio: un triste contrasto fra vacanza e disperazione. Poco distante, i resti della loro fuga dolorosa: mucchi di salvagenti e relitti di gommoni dall’aspetto così fragile che non sorprende che tanto frequenti siano i naufragi quando monta il mare. Spesso mi sono chiesto come comportarmi nel caso avessi incrociato una di queste imbarcazioni. Le autorità mettono in guardia dall’avvicinarsi troppo, perché le persone a bordo potrebbero agitarsi e rovesciare facilmente lo scafo sovraccarico, come infatti spesso è accaduto. E poi, cosa fare di fronte a cento persone che annaspano fra le onde, quale criterio adottare nel selezionare chi salvare e chi no, posta l’impossibilità di prendere tutti a bordo per non finire naufraghi a propria volta? Ringrazio la sorte per non avermi messo di fronte a un dilemma così atroce e lacerante per la mia coscienza. A Kos mi sono trovato a camminare mentre alcuni volontari distribuivano i pasti chiamando dei nomi registrati su un foglio; di questi, due su tre erano Mohammed o Ahmed. Nomi forse falsi, che portano inevitabilmente a temere che in mezzo ai profughi si infiltrino individui con finalità criminali.
   
Rischio corso!
Parecchie persone mi hanno chiesto perché quest’anno non ho aggiornato il blog regolarmente, come di consueto. Le ragioni sono diverse. La prima è che di Grecia ho già scritto molto durante in miei precedenti viaggi, sarebbe stata quindi, per grossa parte, una ripetizione di cose già dette. La seconda è che mantenere un blog di buon livello, che non sia cioè semplicemente la cronistoria della navigazione, è impegnativo, ci vuole molto tempo e soprattutto concentrazione, cosa che non sempre riesco a trovare quando ho gente a bordo, perché tendo a godermi la compagnia e anche a coccolare un po’ i miei ospiti. Infine, volevo dedicarmi all’ultimazione del libro che racconta la mia navigazione, quasi tutta in solitario, da Roma a Istanbul, fatta due anni fa e che sarà pubblicato tra pochi mesi da un editore del settore nautico. Se un blog è impegnativo, scrivere un libro lo è ancora di più, perché è un lavoro infinito di limatura, di aggiustamenti, di attenzione costante a non ripetere concetti o termini già usati. Credo che alla fine sia uscito un buon lavoro e mi auguro verrà apprezzato come il blog di cui è figlio naturale, anzi leggittimo. Se, come si dice, nella vita bisogna fare tre cose: un figlio, piantare un albero e scrivere un libro, posso dire di averle fatte tutte e tre.
  
La chora di Astipalaya
Apro il diario di bordo e lo sfoglio, sono tantissime pagine scritte a mano: dati di navigazione, appunti sui posti visitati, cose da fare o ricordare. Scorrendolo all’indietro ritrovo fatti che mi sembrano remoti e alcuni di essi lo sono davvero, visto che di tempo ne è passato davvero tanto. Ritrovo la notte passata in bianco per il rollio, la cena a bordo di qualche barca amica, gli appunti su un fondale o un ridosso, il pesce catturato e quello slamatosi a un passo dalla poppa. Ritrovo, insomma, le tante emozioni che mi hanno accompagnato in quesi mesi di mare. Faccio l’ultima cena greca in una taverna; Piazza Grande è stata alata questa mattina e ora giace tranquilla sull’invaso, mi godo quindi la serata, incredibilmente calda. Cammino lungo la strada buia che porta al rimessaggio, gli occhi di un gatto spiccano da una siepe quando incrociano i fari di un’auto di passaggio, un cane dietro il cancello di una casa abbaia svogliatamente, poi torna a distendersi al suo posto dopo che l’ho oltrepassato. Arrivo a destinazione e l’ultima pagina del diario la scrivono le luci delle case di Poros che osservo riflettersi colorate sul mare prima di chiudere il tambuccio, per l’ultima volta quest’anno.

Anema e core

Gente,
magnifica gente,
di questa città.
(C. Mattone, Scugnizzi)


L’orchestrina del Circolo canottieri, proprio alle spalle del mio ormeggio, suona alcune famose canzoni di Pino Daniele, imprimendo alla quiete della sera il marchio indelebile della festa, ma soprattutto di questa città. La melodia non sempre è azzeccata, ma la brezza leggera che scorre nella darsena e le luci della costa che si riflettono nel golfo trovano in essa un’inaspettata quanto pertinente colonna sonora che mi rilassa e mette di buon umore. Sono per mare da pochi giorni, partito in ritardo clamoroso sul previsto a causa di alcuni problemi familiari, e se si esclude Reggio Calabria, scalo tecnico quasi ineludibile prima di affrontare la traversata dello Ionio, con una sola tappa lungo il Tirreno veramente nel cuore: Napoli.

Amo questa città e desideravo arrivarci dal mare, a bordo di Piazza Grande, con quel modo di viaggiare che da qualche anno ho fatto mio. Approdare in una grande città ha sempre un fascino incredibile: senti la vita che pulsa fra i fasti antichi, percepisci la scia che i bastimenti del passato hanno tracciato con la forza di braccia dei marinai, senti la storia che nei secoli ha disegnato il paesaggio umano forgiando il carattere degli uomini col sole, col sale. Una pioggia di scintille colorate esplode nel cielo scuro, fuochi d’artificio, che qui suggellano ogni evento festoso pubblico o privato, interrompe il flusso dei miei pensieri; l’orchestra nel frattempo attacca una scialba riedizione di That’s ammore di Dean Martin, mentre alcune coppie accennano un ballo di cui colgo solo sagome in movimento e un senso generale di gaiezza che arriva fin dentro il tambuccio.
 

La città vista dal mare

Sono al pontile della Lega Navale, nel cuore della città, giusto dietro il palazzo reale e Piazza del Plebiscito, fra Castel dell’Ovo e il Maschio Angioino, praticamente nel mezzo delle principali icone della città. Il tunnel stradale che sfocia sul lungomare rigurgita un fiume ininterrotto di automobili forzatamente incanalato verso sud fra clacson ed indisciplina; ne resto stordito, sono mentalmente ancora troppo poco distaccato dal traffico di Roma per sostenere quello di Napoli senza esserne infastidito. Mi incammino sull’altro versante, quello pedonalizzato, dove le persone camminano, corrono, vanno in bicicletta o solo consumano un aperitivo o un piatto di spaghetti alla pescatora godendo del fantastico panorama. Ogni tanto un motorino sconfina nell’area interdetta e ovviamente le persone a bordo non hanno mai il casco. In compenso in un angolo vedo un tizio in piedi che lo indossa: che non siano abbastanza chiare le istruzioni per l’uso? La contravvenzione delle regole a Napoli è sistematica, sulle prime indispone, fa sentire stupido chi invece le osserva, nessun vigile fischia ai centauri a testa scoperta, fenomeno per altro trasversale alle classi sociali. Vedo anche una pattuglia di polizia passare distratta davanti al banchetto che vende sigarette di contrabbando. Umanamente comprendo, si tratta di sopravvivenza non certo di arricchimento, certo però che l’impressione che se ne ricava ha il sapore dello schiaffo all’onestà. Con quale faccia quella stessa pattuglia contesterà qualche cavillo al tabaccaio autorizzato?
 

Prua sul Vesuvio

Percorro Via Roma, Via Toledo, Via Chiaia pensando a Curzio Malaparte, alle sue chiacchierate con gli ufficiali americani raccontate ne La pelle, alla difficoltà, se non impossibilità, di spiegare o comprendere Napoli. La Napoli dell’occupazione americana, poi! La guerra, come racconta Malaparte, ha portato la popolazione allo stremo, la miseria fisica ha dato spazio a quella morale, la fame ha fatto a pezzi la dignità delle persone, guadagnare un giorno di vita in più è il solo scopo di chi ha l’indomani come unico orizzonte possibile, sempre che un proiettile, una bomba o persino il Vesuvio non si mettano di traverso. La mancanza di cibo ha rotto gli schemi, gli equilibri secolari che regolano i rapporti sociali, ma non ha intaccato il carattere dei napoletani, quel distacco dalle cose terrene che ad un superficiale sguardo può apparire semplice fatalismo. Un carattere che fortunatamente sussiste ancora oggi, malgrado la globalizzazione che tutto spiana e tutto scioglie in un’unico, primordiale brodo. Ecco, per fortuna neanche Internet è riuscito, almeno finora, a cambiarlo.
 

Gioie e dolori di Napoli

Napoli bisogna provarla per capirla, per quanto chi non è napoletano possa riuscire a fare. Superando la naturale repulsione che sporcizia ed incuria suscitano dentro di noi, grattando un poco quella patina grigia ed appiccicosa, a volte melensa, che ricopre palazzi e persone, andando oltre ritualità che paiono inutili superstizioni, si scopre un mondo meraviglioso popolato da un’umanità incredibilmente viva e vivace, un microcosmo appena intaccato dalla modernità o meglio, che nella modernità ha saputo conservare la propria identità e soprattutto la propria anima. Sì, perché Napoli, a differenza ad esempio di Roma, ha ancora un anima ed è un anima bellissima. Ha uno dei pochissimi centri storici in Italia, insieme a Palermo, Bari e Genova, dove le case e le botteghe antiche non sono state trasformate in abitazioni di lusso e concept-store, dove gli abitanti non sono estranei catapultati da luoghi remoti, dove ceti sociali diversissimi fra loro coesistono seppure con le inevitabili differenze. Napoli è Napoli, non altro, è unica, ti carezza e ti bastona a seconda dei suoi umori, ma non scivola mai via indifferente, sia che lo sguardo da Posillipo spazi verso il golfo, sia che volgendo verso Bagnoli resti abbacinato dalle sue brutture industriali.
 

Murales

Abbandono le vie eleganti e mi infilo, un po’ guardingo, fra i vicoli dei Quartieri Spagnoli e di Santa Lucia, per sentire l’anima della città esplodere in tutto il suo vigore. E’ la città dei bassi, dove l’occhio curioso scorge ambienti angusti ma sempre curati, dove capisci perchè proprio qui l’amore venga esaltato come valore universale. Provate a vivere a contatto di gomito con decine, centinaia di persone: amare il prossimo diventa l’unica alternativa possibile all’intolleranza e quindi all’odio, è un fatto di sopravvivenza. Un ragazzo, con l’aria da guappo, guarda la macchina fotografica che ho al collo, poi mi dice qualcosa con un sorriso a denti stretti non del tutto amichevole. Raccolgo benevolmente la sua provocazione e rispondo: Vuoi una foto? No, no, ribatte schivo e mi sorride ancora, stavolta senza equivoci, allontanandosi rapidamente. Dietro di lui, un uomo anziano, accovacciato su un gradino, mi guarda e piega entrambe le mani verso il suo viso, con un’espressione che dice apertamente: se vuoi fare una foto ci sono qua io! Lo accontento con piacere, mi chiede un secondo scatto, poi mi domanda di dove sono. Allora siamo cugini, mi fa dopo aver ascoltato la mia risposta. 
 

Semplicemente Napoli

Quanta umanità all’ombra dei filari di panni stesi fra i palazzi, così tanta da soverchiare la repulsione per la spazzatura ed il disordine che spesso regnano sovrani. E’ chiaro che un posto come Napoli lo ami o lo odi, tutto è esagerato, anche le stazioni della metro, con i loro colori sgargianti sembrano inneggiare ad un kitch che qui però trova una sua leggittimazione al punto da assurgere ad arte. Un cancello di ferro chiude l’accesso ad un cortile, un cartello sgrammaticato attaccato sopra invita le forze dell’ordine a suonare forte prima di dichiarare evase le due persone agli arresti domiciliari i cui nomi sono scritti a chiare lettere: dove c’è amore, non può esserci privacy, diceva il professor Bellavista di De Crescenzo.
 

Gennaro ti scruta severo

Vado al duomo per vedere il tesoro di San Gennaro, culto supremo di Napoli, il cui sangue, o quel che è, miracolosamente un paio di volte l’anno si scioglie fra le mani del vescovo e le urla dei fedeli. Mentre mi aggiro per le teche che contengono monili e mitre letteralmente tempestati di pietre preziose, mi avvicina Giovanna, una delle custodi del museo nonché amministratrice della pagina Facebook Evviva San Gennaro. Sono l’unico visitatore e con una gentilezza incredibile mi spiega tutto quello che c’è da sapere sul tesoro e sul santo. Gennaro per noi è uno di famiglia, è un qualcosa che travalica la religione cristiana, lo chiamiamo in causa per tutto quello di cui abbiamo bisogno e lui non manca di intercedere per noi. Per esempio, se c’è una partita di calcio importante, a casa mia mettiamo la sua foto sul televisore, se non lo facciamo il Napoli perde. Provo a chiederle quale sia per lei il confine fra fede e superstizione, quale la differenza fra la foto di San Gennaro ed un cornetto rosso qualunque. Poi mi ricordo che per strada ho visto vendere cornetti rossi benedetti e capisco che qui non esiste una linea di demarcazione netta. Fuori la chiesa un banco vende i pomodori ciliegini a 1 euro al chilo, gli stessi che pochi mesi fa a Saint Tropez ho visto (e lasciato sul bancone) a 9,90 euro. Certo, il pensiero va alla terra dei fuochi, ai veleni sotterrati dalla malavita e poi restituiti al mondo sotto forma di frutta e verdura fresche, ma anche a quell’amore e quell’umanità che nessun pomodoro griffato di Saint Tropez potrà mai contenere.
 

Pino Daniele tra i pastorelli di S. Gregorio Armeno

A Napoli sale a bordo di Piazza Grande Isabelle, francese con cuore italiano e accento veneto, che navigherà con me alcune settimane. Insieme ci dirigiamo verso le Eolie dove arriviamo dopo una notte di navigazione con vento fresco davvero esaltante. Diamo fondo all’isola di Vulcano, facciamo una bella escursione fino alle fumarole sulla cima del monte e la sera ci incontriamo con Felice, un amico che fa charter di lusso con il suo bellissimo caicco di 25 metri. Siamo invitati a bordo per un aperitivo, le attrezzature del Santa Lucia, questo il nome della barca, fanno impallidire per dimensioni quelle di Piazza Grande, ancorati vicini sembriamo il nano ed il gigante. Felice ha fatto del mare la sua scelta di vita, la sua stazza notevole copisce non meno della sua generosità. Una volta, ci conoscevamo appena, si è adoperato per aiutarmi a risolvere uno dei mille problemi che le barche elargiscono senza lesinare. Bisogna aiutare il prossimo, mi dice spiegandomi la sua filosofia, uno a casaccio, tanto il bene che facciamo prima o poi ci torna, in altre forme, per altri canali, da altre persone. Felice è napoletano, non mi sorprende la sua umanità, che poi è uno di quei tratti che rendono unica la sua città; non posso che ammirarlo e cercare di fare mie le sue parole. 
  

Vita nel vicolo

Quando torniamo su Piazza Grande mi scopro a pensare a Pasolini, che parlava della distruzione delle borgate romane non come dell’emancipazione di un sottoproletariato altrimenti senza speranze, bensì nei termini di un genocidio culturale. La prima volta che ho letto questa cosa ne sono rimasto interdetto, l’affrancamento di qualcuno dalla povertà non può che essere salutato con piacere. Poi ho capito cosa voleva dire e cioè che insieme alle baracche erano stati distrutti per sempre i valori che quella periferia di società civile portava con sè. Napoli non è periferia del mondo, anzi, ma qualcuno vorrebbe distruggerla o almeno ricondurla sui binari di un consesso che spesso ha nella ricchezza il suo unico valore. Allora la sopravvivenza di Napoli diventa la sopravvivenza del genere umano, anzi dell’umanità nel senso di capacità di provare sentimenti umani nei confronti del prossimo. Sarà l’umanità di Napoli a salvare l’umanità.

Questione di sopravvivenza

Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi.
  
(F. Pessoa)
 

E’ buio pesto e non si vede a un metro, siamo in sette in acqua, con indosso il salvagente arancione che ci cinge il collo ed il busto. Spruzzi d’acqua fredda ci investono da tutte le parti ed il rumore di tempesta è così forte da costringerci ad urlare anche ad un metro di distanza. Ci stringiamo a cerchio tenendoci con le braccia e ci contiamo per verificare di essere tutti quelli che dovremmo. Senza perdere il contatto fisico ci avviciniamo alla zattera, individuandola dal tenue riflesso sulle bande catarifrangenti poste sul tetto. Ci aggrappiamo al cordino di sicurezza che gira tutt’attorno e poi, non senza difficoltà per i vestiti zuppi e l’impaccio del salvagente, saliamo a bordo uno ad uno.
Dentro è tutto fradicio, sul fondo ci sono quattro dita d’acqua che abbiamo imbarcato salendo e che continua a sgocciolare dai nostri indumenti. Batto i denti dal freddo, proviamo a sgottare, ma non abbiamo una sassola e con le mani è più l’acqua che ricade dentro che quella che finisce fuori. Rinunciamo e chiudiamo la chiusura lampo della piccola apertura di ingresso per evitare che gli spruzzi entrino copiosamente all’interno. Ci contiamo nuovamente e mentre mi domando quanto tempo dovremo restare qui dentro, si comincia a sentire un rumore assordante di elicottero. Un potente fanale sopra di noi spara improvvisamente un fascio di luce verso il basso, guardo fuori e vedo che stanno calando un cavo d’acciaio. A turno ci tuffiamo in acqua per raggiungere la fune ad una decina di metri da noi. Quando tocca a me, mi assicuro di aver agganciato bene l’imbracatura, poi alzo un braccio e faccio ruotare la mano per segnalare che sono a posto e posso essere issato. Gli schizzi mi sferzano la faccia, nel momento in cui sento che sto uscendo dall’acqua lascio andare braccia e gambe e mi abbandono completamente: ho fatto tutto quello che dovevo e tutto ha funzionato.
 

Gli strumenti di tortura

Beh, certo che ha funzionato, eravamo nella piscina del Centro di Addestramento Soccorso e Sopravvivenza di Anzio, dove ho frequentato un corso ISAF (International Sailing Federation) di due giorni, ma la simulazione era di un realismo impressionante, con effetti speciali degni di Hollywood. Sì, era tutto finto, o quasi tutto, il freddo era vero; siamo in inverno e passare un pomeriggio ad entrare ed uscire dall’acqua non è stato piacevole, è stato anzi di per sè una lezione: l’ipotermia è uno dei pericoli maggiori in caso di naufragio. Il motivo che mi ha spinto a frequentare questo corso, obbligatorio per le regate d’altura ma non per la crociera, è che certe cose, certe procedure, è bene provarle quando si è in tranquillità in modo di averne già dimestichezza se mai dovesse capitare qualcosa di brutto, e non correre quindi il rischio di perdere tempo o sbagliare manovra, peggiorando così situazioni già pericolosissime. I miei compagni di corso, un paio di dozzine, sono distribuiti fra regatanti, velisti non agonisti e qualche skipper professionista. Ci sono anche alcuni ragazzi che lavorano a bordo di grosse navi, quelle che dopo indebiti “inchini” faticano ad avviare procedure corrette di salvamento e causano molte vittime invece evitabili. Insomma, in caso di naufragio o altri gravi problemi a bordo, direi proprio che la conoscenza salva, l’aver provato in sicurezza le manovre da effettuare, salva ancora di più.
 

Nuoto sincronizzato

Non è stato un corso all’acqua di rose, uno di quelli dove si gioca a a fare finta, bensì lezioni teoriche ed una serie di simulazioni delle situazioni tipiche di difficoltà in mare, dal naufragio, alla zattera, all’incendio a bordo. Una cabina con dentro alcuni di noi a turno è stata fatta cadere in acqua e poi rovesciata sottosopra; è incredibile come sia facile perdere l’orientamento dovendo uscire da un finestrino sott’acqua, tanto che uno dei primi è uscito dalla parte sbagliata rischiando di incastrarsi sotto la cabina stessa. Stare seduti al chiuso e sentire l’acqua che sale rapidamente fino a sommergerci non è una bella sensazione, il panico che scatta può far precipitare in un attimo una situazione già di per sè pericolosissima, bene quindi provarla in piscina con un sub pronto ad assisterci in caso di problemi. Anche prendere dimestichezza con la zattera è fondamentale: quanti velisti l’hanno mai vista aperta dal vero? E salirci sopra, impacciati da vestiti e salvagente è tutt’altro che semplice, soprattutto in presenza di mare formato. Penso a Fogar, alla sua terribile esperienza, raccontata quotidianamente dai telegiornali della mia infanzia, agli interminabili giorni passati alla deriva da lui e quell’altro grande velista che era Mauro Mancini, alla fine drammatica di quella vicenda. Penso a lui e ai tanti diportisti che si sono ritrovati su un metro quadrato di tela gommata, unico sottile diaframma fra loro e l’abisso, e mi chiedo: ma quanto si può resistere così? Al di là delle ovvie considerazioni sull’età e la preparazione atletica delle persone, c’è un fatto su cui riflettere: non siamo più abituati alla sofferenza, la mia generazione, almeno nel mondo occidentale, ha vissuto di agi, magari modesti, non di privazioni. Per provare sofferenza fisica abbiamo fatto sport di resistenza, ma era questione di poco, un’ora o due, poi c’era sempre la doccia e tutti i comfort a cui siamo abituati. Penso ai miei figli, ancora meno di me avvezzi alla sofferenza, una generazione sempre iperprotetta dalle famiglie.
 

Appeso ad un filo

E poi la pretesa che abbiamo che sempre tutto funzioni perfettamente, che in caso di problemi ci sia sempre un bottone da premere che in un istante ci catapulti fuori, come il seggiolino degli aerei da caccia, nelle braccia soffici ed accoglienti di qualcuno pronto a salvarci. Un po’ quello che è successo con la Norman Atlantic, in fiamme col mare in burrasca, ed i soccorritori in evidente difficoltà, non per loro incapacità, ma per la situazione oggettiva. Eppure non sono mancate le polemiche, essere salvati perfettamente integri è per qualcuno un diritto inalienabile, dovunque ci si trovi, ed un solo capello torto fa sentire in dovere di intraprendere cause legali contro chi di quel capello ha minato la salute. Chi va per mare sa che non è così, non esistono certezze, esistono procedure di salvataggio ma esiste la forza della natura, contro cui continuiamo ad essere piccoli ed insignificanti. Dopo la simulazione del sollevamento con l’elicottero e dopo un pomeriggio passato con i vestiti zuppi, finalmente a sera una doccia calda. Nello spogliatoio del centro, mentre mi lascio scrociare l’acqua addosso lungamente, penso che se non fosse stata una simulazione, ora starei al freddo su un velivolo, con il comfort ancora lì da venire. Il freddo mi ha sempre fatto paura in mare, fa perdere lucidità, sto sempre attentissimo a non raffreddarrmi, a non dissipare il calore, coprendomi sempre anticipatamente, soprattutto durante le navigazioni notturne.
 

Keep in touch!

Durante una lezione è squillato un telefono, era Matteo Miceli. Sì, proprio lui, quello che sta facendo il giro del mondo da solo con due galline, anzi una, l’altra è passata dopo poche miglia a miglior vita, gettata in mare senza neppure la consolazione di aver insaporito, con il proprio sacrificio estremo, un brodo domenicale. Collabora con il centro, è una telefonata programmata, ci racconta della sua esperienza poi si presta molto cortesemente a rispondere a qualche domanda sulla sicurezza. La sua voce arriva forte e chiara attraverso il telefono satellitare, è ai nostri antipodi, a poche miglia da Capo Horn, il terrore di tutti i bastimenti dell’antichità, ci riferisce di onde di 8 mt e vento a 70  nodi, una mostruosità, eppure sembra tranquillissimo come un diportista qualunque uscito in una bella giornata di sole estivo a fare il bagno fuori dal porto. Senza nulla togliere al prodigio di poter chiacchierare amabilmente con uno che sta in mezzo ad una tempesta all’altro capo del mondo e senza assolutamente negare il vantaggio in termini di sicurezza che questa possibilità offre, mi chiedo: ma uno, dove deve andare ormai per stare veramente lontano dalle seccature? Me lo sono immaginato alla prese con una strambata nella tempesta, distratto da uno squillo: pronto, sono l’amministratore, non ha saldato la rata del termosifone di marzo. Oppure: sono il commercialista, il mese prossimo c’è l’IVA da pagare. O ancora: tesoro, sono mamma, attento a non prendere freddo. Non dico per dire, sono cose che nel mio piccolo ho provato anch’io. Più di una volta è capitato che nel bel mezzo di una situazione difficile oppure incantevole, squillasse il telefono per portare a bordo qualche rottura di scatole o anche semplicemente una distrazione, un elemento estraneo che ha spezzato un’emozione. E’ uno dei drammi dei giorni nostri, siamo sempre costantemente in contatto con la nostra rete di conoscenze, digitiamo sui display dei nostri telefonini alla ricerca della soluzione di qualunque nostro piccolo o grande problema, in pratica non siamo mai al 100% dove siamo, anzi spesso siamo semplicemente davanti ad una quinta diversa ma con la testa sempre in quel medesimo iperspazio dal quale mentalmente non siamo veramente partiti. Durante il prossimo viaggio, è una promessa con me stesso, l’uso del cellulare e di Internet saranno ridotti al minimo.
 

Sopravvissuti!

Ritiro l’attestato di partecipazione con su stampato il mio nome, scambio qualche recapito con alcuni compagni di corso, poi torno a casa, stanco ma decisamente soddisfatto. Ho respirato nuovamente, dopo qualche mese, aria di mare, di vela: malgrado sia sbarcato solo tre mesi fa, stavo già andando in astinenza. Ora è tempo di guardare avanti, ai tanti lavori di manutenzione da fare a bordo di Piazza Grande, alla rotta che farò, al mare che si aprirà sotto la mia prua. Intanto, però, dalla finestra di casa vedo le macchine girare veloci attorno alla piazza lasciando dietro di sè una scia di puzza e rumore. Chiudo la persiana e mentre mi preparo per andare a dormire penso che anche questa è una questione di sopravvivenza.

Tornando a casa


Mare, metà della mia anima è fatta di aria di mare.

(S. de Mello)


Mi emoziono ancora. Sono mesi che sto per mare, ho percorso migliaia di miglia, ho navigato con la bonaccia e con la burrasca, ho visto centinaia di isole, cale, città, paesini, fiumi, eppure bastano i primi raggi di sole che al mattino colpiscono la coperta di Piazza Grande, ancorata poco distante da Porto Ercole, all’Argentario, mi basta osservare alcuni gabbiani planare sulla superficie appena increspata dell’acqua, mi basta scorgere la sagoma di un piccolo peschereccio in controluce, per sentire dentro di me una gioia viva che mi fa scordare in un attimo tutti i disagi della vita di bordo, la stanchezza accumulata, le scomodità, e godere dello spettacolo incomparabile dell’alba.

Ieri sera ho calato due ancore per evitare di rollare troppo durante la notte; oltre alla principale a prua, ho dato fondo ad un ferro da 15 chili a poppa in modo da mantenere la barca perfettamente allineata al mare. Recupero la cima, alcune gocce d’acqua mi colano sulle mani, sono tiepide, più calde dell’aria che a quest’ora, sono le 7 del mattino, è piuttosto fresca. Poi, facendo attenzione che l’ancora non sbatta da qualche parte sullo scafo, la isso a bordo e la lascio scolare un po’ in pozzetto prima di riporla nel suo gavone. Recupero anche l’ancora di prua, questa più comodamente, pigiando un tasto sul telecomando che ho in mano. Poi infine ingrano la marcia e inizio, ancora una volta, il mio cammino sul mare.

 

Uno degli ultimi pasti a bordo

Destinazione Riva di Traiano, Civitavecchia, sono circa 35 miglia, le giornate ormai sono corte, le ore di luce poche e quando cala il sole comincia a fare freddo, soprattutto se c’è vento. Preferisco quindi non navigare di notte se non è indispensabile ed evitare tratte troppo lunghe. Eolo oggi latita, procedo a motore, aspettare il vento vorrebbe dire non farcela prima del tramonto. Incrocio un paio di piccole barche, a bordo solitari pescatori che mi salutano, sarà l’affinità, ricambio col gesto della mano aperta sventolata e mentre saluto mi prende un filo d’ansia leggera. In città ci si ignora, qualunque cosa succeda al prossimo, ci si gira dall’altra parte facendo finta di non vedere e si tira dritto per la propria strada; l’esatto contrario di quello che avviene in mare, mi chiedo come reagirò rientrando nella cosiddetta civiltà. Mi reintegrerò rapidamente, comportandomi anch’io come se gli altri, gli estranei, fossero invisibili, oppure vivrò una condizione di diversità, di apertura che però in un contesto alienato potrebbe portarmi sofferenza? Mi riabituerò alla vita cittadina, ai rumori, al traffico, alla scortesia della gente ripensando al saluto spontaneo e reciproco dei tanti sconosciuti incontrati in mare? Scaccio questi pensieri, meglio godersi questi ultimissimi sprazzi di vita marinara, calo la traina, do anche oggi una chance al Roscio, l’esca artificiale presa a Macinaggio, anche se la mia stima nei suoi confronti è ormai scesa parecchio.
 

Ciminiere e grandi navi a Civitavecchia

Dopo una navigazione senza storia, il cui unico diversivo è stato l’avvistamento delle ciminiere di Montalto di Castro, la centrale nucleare costruita e mai entrata in funzione, entro nel porto di Riva di Traiano, accompagnato da un maestrale che ha preso finalmente a soffiare, a circa 20 nodi, quando sono ormai praticamente arrivato. Chiamo via radio la capitaneria, mi identifico e chiedo un posto. Mi indicano dove ormeggiare, poi mi sento chiamare di nuovo al VHF: Ciao Piazza Grande, appena hai ormeggiato passo a salutarti. E’ Sergio, un amico velista di Amici della Vela, lo storico forum, compagno di cene di gruppo e chiacchiere di barche, ha sentito la mia chiamata e mi ha riconosciuto. Che bello, mi fa sentire a casa ed in effetti ci sono quasi. Questo porto lo conosco, l’ho frequentato in diverse occasioni: in transito con Shipman, la barca che avevo prima di Piazza Grande, poi partecipando ad alcune regate del campionato invernale che si svolge qui, uno dei più importanti del Tirreno, infine durante un inverno di circa 10 anni fa, quando aiutai per un po’ un’amica che aveva un’agenzia di broker nautico proprio qui. La sera vado a cercarla, non la sento da parecchio tempo, trovo il suo negozio chiuso, S’è spostata più avanti, mi dicono, un locale più piccolo, sai la crisi. Trovo la nuova agenzia ma è chiusa, peccato, l’avrei salutata volentieri. Il posto che mi hanno dato è di fianco a due mostri velici, due barche da regata d’altura, lunghe poco più di Piazza Grande ma larghe il doppio, la poppa di una rischia di battere sul mio pulpito proprio dove tengo appeso il fuoribordo del tender, do una sistemata generale alle cime per evitare danni ad entrambi. In banchina mi aspetta anche Carlo, un caro amico che come me naviga spesso in solitario, quando non l’accompagna la moglie Manuela. Ceniamo insieme su Piazza Grande, orecchiette con zucchine e salumi provenienti da tutto il Mediterraneo occidentale, raccolti durante la navigazione. Mi piace parlare con Carlo, mi piace il suo approccio al mare e alla navigazione, fatto di sostanza e non di fronzoli, ci somigliamo parecchio in questo, forse non è un caso che anche lui abbia un blog dove racchiude racconti di vela e riflessioni. E in omaggio alla fisiognomica, ci somigliano anche un po’ nell’aspetto.
 

Lunga uguale, larga il doppio

L’indomani mattina mi preparo all’ultima tratta di questo lunghissimo viaggio, quella che mi porterà a Fiumara, la foce del Tevere, dove Piazza Grande passerà l’inverno. Ho già deciso di fermarmi fuori per la notte ed entrare la mattina successiva, voglio restare solo con me stesso, meditare un po’ e prepararmi spiritualmente a rientrare nella cosiddetta civilità. Anche Ambrogio Fogar, di ritorno dal suo giro del mondo in solitario, attese una notte alla cappa per entrare in porto proprio nel giorno di Sant’Ambrogio. Il sole si alza da dietro le colline, esco dal porto e mi metto in rotta, c’è una leggera brezza, avanzo quel tanto che basta per arrivare a destinazione prima che faccia buio. Metto bene a segno le vele per sfruttare al meglio il poco vento che c’è poi mi faccio un caffè che mi aiuti a smaltire i postumi enogastronomici della cena con Carlo. La costa laziale scorre alla mia sinistra, a Capo Linaro uno stormo di gabbiani volteggia incessantemente attorno ad un piccolo specchio acqueo indicando la probabile presenza di pesce, ci passo sopra, ma il Roscio resta ignorato da volatili e pinnuti. Vedo automobili e TIR sfrecciare sull’autostrada Roma-Civitavecchia, missili terra-terra in confronto alla mia velocità, il progresso impone che si corra sempre, ma forse più che progresso è sviluppo, sviluppo senza progresso come sottolineava già 40 anni fa Pasolini. Il mare intanto sta progressivamente cambiando colore, dal blu al grigio-verde della costa davanti a Roma, mi osservo mentre conduco la navigazione e compio quei mille piccoli quotidiani gesti che la accompagnano e mi scopro più cauto e prudente del solito. Credo che il mio inconscio non voglia che succeda qualcosa proprio adesso, un imprevisto a pochissime miglia dall’arrivo, sarebbe assurdo e grottesco dopo una navigazione che è filata liscia al 100% per 5 mesi e 3500 miglia. Scopro anche di aver perso un po’ la cognizione dello spazio e del tempo, mi sembra ieri che ero a Lisbona, a Gibilterra, a Siviglia, in Marocco, mi sembra quasi di poter girare la prua ed essere di nuovo lì in poco più che un istante, un battito d’ali di una farfalla, un’enorme farfalla con due grandi ali bianche che le mie mani possono regolare perchè mi conduca dove voglio io. All’altezza di Fregene la sorpresa di un delfino che volteggia un paio di volte sotto la prua, poi l’ultima onda che mi culla, un ultimo alito di vento che mi spinge, e sono a destinazione.
 

Il faro di Fiumara, rotto da decenni

Passerò la notte protetto dall’antemurale del venturo Porto della Concordia, un progetto ambizioso bloccato da un giudice troppo curioso e invadente che pare abbia scoperto l’uso di materiali da costruzione scadenti e diversi da quelli previsti dal capitolato approvato nonchè pagato, con soldi pubblici, ad uno dei soliti e ben noti nomi dell’edilizia romana. Mi ridosso bene e calo l’ancora, certo che agguanti a dovere sul fondo reso limaccioso dalle sabbie fini sospinte in mare dal Tevere. Cala il sole e la temperatura mi costringe sottocoperta, ogni tanto si sente il rumore di un aereo che atterra o decolla dal vicino aeroporto e sovrasta il rombo sordo della città, qualche fanale rosso e verde segnala barche di ritorno verso il Tevere, le luci sulla costa si riflettono sull’acqua, per il resto solo io ed i miei pensieri. E’ un momento di riflessione, non capisco se sto rientrando o se non sono mai partito, spostarsi con una barca è come spostarsi con tutta la casa, per certi aspetti si perde la cognizione del viaggio; in effetti, sono sempre stato qui, a bordo di Piazza Grande, la compagna fedele di migliaia di miglia. Dopo una cena veloce inizio a preparare le cose da sbarcare immediatamente, ovvero quelle di valore, i cibi deperibili rimasti nel frigo, i panni sporchi, i regali che ho portato alle persone care. Mentre scaldo un po’ il quadrato con il forno bevo un goccio di rum, poi me ne vado in cuccetta, non c’è più vento, il ridosso è perfetto, non c’è il minimo rollio. Buona ultima notte, Piazza Grande!
 

Battaglia aerea per il pane

Il sole sulla costa tirrenica sorge dalla parte sbagliata, non offre lo spettacolo maestoso della sfera infuocata che si alza dal mare, ma schiarisce l’aria progressivamente da dietro le colline per poi mostrarsi quando la luce è ormai piena e diffusa. Faccio un caffè poi esco in pozzetto, è la prima volta che sento veramente freddo, ci saranno 7 o 8 gradi, sottocoperta il termometro ne segna 15, pochini anche qui. Accendo la radio, trasmettono le previsioni del traffico, una cosa che mi ha sempre inquietato, cambio immediatamente canale preferendo sorbirmi la musica banale che generalmente si capta in modulazione di frequenza piuttosto che il bollettino delle strade intasate. Alcuni amici mi aspettano al pontile per le 11, un piccolo comitato d’accoglienza, ho il tempo per fare un po’ di pulizie in modo da lasciare tutto in ordine e non invogliare animali sgraditi a fare visita, dopo l’esperienza sivigliana sto molto in guardia. Compio i gesti con lentezza, come se volessi prolungare questi ultimi momenti, come per assaporarli fino in fondo. Faccio a rate le cose che ho da fare, mi interrompo spesso, quasi non voglia scrivere la parola fine a questa esperienza fantastica. Ho una pagnotta sana di pane ormai secco, la lancio ad uno stormo di gabbiani che volteggia poco lontano, tutti si precipitano in quella direzione, ma nessuno riesce a mangiarla. Ogni volta che qualcuno si posa sull’acqua per staccarne un pezzo col becco, un altro gabbiano da dietro lo attacca in picchiata e cabrando lo costringe a desistere e volare via rapidamente. Poi la scena si ripete identica col vincitore del duello aereo nella parte del nuovo perdente, così per molte volte, quasi una traslazione nel mondo animale di ciò che spesso succede fra gli uomini, soprattutto fra quelli che non vanno per mare. Alla fine, quando è l’ora, accendo il motore ed esco dal mio riparo. Subito mi trovo circondato da un numero impressionante di barche, sono centinaia, è un sabato bellissimo di sole e in tanti ne hanno evidentemente approfittato per un giro o una battuta di pesca. Faccio lo slalom per evitare di abbordarne qualcuna, poi entro dentro Fiumara, avvertendo quell’odore consueto che ho incontrato tante volte nei fiumi spagnoli e portoghesi che ho navigato, un odore diverso da quello del mare.

 

Le bilance di Fiumara

Per quanto il Tevere sia un fiume di modesta portata, l’avanzare diventa più affannato nel punto dove si scontrano corrente uscente e mare entrante. Come è noto si forma una barra di sabbia che solleva il fondo a meno di 3 metri rendendo impossibile entrare o uscire quando ci sono vento e onda, soprattutto da libeccio. Appena dopo l’ingresso, su entrambe le sponde, le bilance, i tipici attrezzi da pesca della zona; dietro, le tante casette abusive e fatiscenti che danno a questa foce un aspetto degradato. Peccato perchè non sarebbe un brutto posto, anche se oggi mi appare diverso perchè oggi sono diversi i miei occhi. Risalgo il fiume per 3 miglia cercando di non agganciare con l’elica le lenze dei tantissimi trainisti che incautamente lo percorrono nei due sensi. Mentre il pilota automatico mantiene la rotta sistemo cime e parabordi per prepararmi all’ormeggio, chiamo l’ormeggiatore al telefono come d’accordo, poi mi accosto al pontile dove scorgo le facce amiche che mi attendono. Un gesto di saluto, un sorriso, i ragazzi del cantiere mi indicano dove affiancarmi, gli lancio le cime, poi, una volta ben assicurato in andana, scendo per abbracciare Andrea, Thomas, Nicola, Marco e Rosella e ringraziarli della gioia che mi hanno dato venendo qui ad aspettarmi. Stappo una bottiglia di prosecco per un brindisi, Thomas ha portato le pastarelle, tutti loro mi chiedono del viaggio, sono amici di vela, di mare, con la stessa mia passione. Ritrovo anche alcuni degli amici che sono qui stabilmente con la barca, anche loro mi domandano della rotta, dei posti che ho visitato, dei venti che ho incontrato, dei mari che ho navigato. Ecco, ora sono pronto per riaffrontare la città, la sua alienazione, il suo traffico, ho scelto di rientrare di sabato proprio perchè generalmente ce n’è molto meno, mezzora di auto e ritrovo Roma, che nonostante tutto non smetto di amare.
 

Degrado sul Tevere

A casa Camilla, Tommaso e Alessandra mi accolgono con un abbraccio, so di essergli mancato come loro sono mancati a me, ma è impossibile intraprendere un cammino, un viaggio anche interiore, senza che nessunno degli affetti ne risenta. Noto alcuni dei miei spazi occupati, la mia piccola scrivania, la scarpiera, l’attaccapanni dove lascio i vestiti la sera. Noto anche che il mio accappatoio appeso in bagno è scolorito e mi chiedo quanto tempo resisterò senza essere nuovamente catturato dai valori della città, decisamente più consumistici di quelli del mare. Che i valori di città siano diversi me l’hanno silenziosamente confermato i due vicini che ho incrociato nel portone: il primo, una persona scorbutica, antipatico a tutto il palazzo, mi ignora come sempre, malgrado abitiamo nello stesso stabile da almeno 3 lustri. Il secondo, un pensionato invece molto cordiale che spesso incrocio mentre porta il cane a spasso e con cui scambio sempre volentieri due chiacchiere sul tempo, mi saluta e mi fa il suo solito commento meteorologico: sono stato via 5 mesi e lui non se n’è accorto. Non me ne sorprendo, la stessa cosa è capitata a me tempo fa con un altro vicino che alla mia domanda, Come va?, mi rispose Torno ora da 6 mesi di ospedale. Alla fine non è colpa delle persone, è la città che spersonalizza gli individui trasformandoli in una massa umana quasi senza volto che spesso attraversiamo impermeabili a qualunque interazione emotiva. Anche con la rete WiFi di casa fatico ad interagire, sembra non riconoscermi, mi consolo pensando che Ulisse, al suo rientro, è stato riconosciuto immediatamente solo dal cane Argo. Ma tutte queste cose, queste perdite, erano state messe in conto, era il costo preventivato da pagare, il dazio imprescindibile; il mare prende, il mare da, alla fine tutto si bilancia. Il guadagno, oltre all’incommensurabile soddisfazione di aver navigato così tanto, è stato recuperare parti di me che giacevano nel fondo della mia anima, soffocate dal marasma metropolitano e dallo stress, che ho ritrovato grazie al mare e che nel mare cercherò ancora. Perchè di modi di trovarsi ce ne sono tanti, ma per quanto mi riguarda il mare è insuperabile, è una fonte inesauribile d’emozione, di gioia, di vita. Sì, il mare è vita e grazie alla vela si va per mare, si va nella vita. E allora viva la vela, viva il mare, viva la vita!