Arcipelago toscano, proibito proibire

Scacciati senza colpa
andrem di terra in terra,
a predicar la pace
ed a bandir la guerra.

(P. Gori, Addio a Lugano)

Dopo una mattinata passata a scrostare sale da Piazza Grande, sciacquando con abbondate acqua dolce la coperta, gli acciai, le vele, le cime e tutto quanto è stato esposto ai 3 giorni di burrasca portuale, mollo le cime e lascio Macinaggio in direzione di Capraia, la piccola isola dell’Arcipelago Toscano a sole 15 miglia dalla Corsica. Il vento non mi assiste, è poco, poi gira sfavorevolmente costringendomi ad accendere il motore. Ma la tempesta insegna ad apprezzare la quiete, la vita è un alternarsi di stagioni e forse se non fosse per le cose brutte non si apprezzerebbero in pieno quelle belle. O forse in tutto c’è del bello, basta saperlo cogliere.
Ne approfitto quindi per cercare una secca a circa 50 metri di profondità, una sorta di cono che si erge da oltre 400 metri, segnata sulla carta proprio lungo la mia rotta. Ricerca infruttuosa, quando secondo il GPS sono sullo spot, l’ecoscandaglio segna ancora più di 100 metri e i cerchi che provo a descrivere sempre più larghi intorno al punto dove mi trovo, non sortiscono alcun risultato. Insomma, la secca non la trovo, forse è davvero piccola, chissà. Ho a traina una nuova esca, un bellissimo rapala che ho preso a Macinaggio, soprannominato il Roscio perchè è bianco con la testa tutta rossa; sostituisce Tigro, portato via dal grosso tonno che giorni fa per un pelo non sono riuscito a tirare a bordo. Capraia segna per me il ritorno in Italia, da mesi navigo in acque spagnole, francesi, portoghesi e africane, ora torno in patria e lo faccio, purtroppo, con apprensione; mi riferisco ad ormeggi portuali ed ancoraggi in rada. I fatti, purtroppo, confermeranno i miei timori.
 

Capraia, il faro

La temperatura è ancora piacevole, resa mite dal sole che quando c’è scalda l’aria permettendo di stare in costume e maglietta durante la giornata. Quando però cala, in pochi minuti tutto cambia e rapidamente indosso pantaloni lunghi e pile; è un continuo mettere e levare indumenti, si inizia la mattina a sfogliarsi come una cipolla, per poi ricomporsi a sera. Che il sole non sia più quello estivo se ne sono accorti anche i pannelli solari, la carica che forniscono quotidianamente è precipitata, sia perchè sono diminuite le ore di luce, sia perchè il sole non si alza più come in estate sull’orizzonte, i suoi raggi arrivano sulla terra con un angolo sempre più acuto. Guardo il mare appena mosso, rimango incantato, dopo 5 mesi resta ancora per me uno spettacolo, incredibile e mai uguale, che mi cattura e mi porta via, un po’ come il fuoco nel camino, potrei stare ore ad osservare entrambi senza annoiarmi. Verso le 6 e mezzo il sole tramonta e dopo circa un’ora sono davanti a Capraia, preferisco evitare di entrare in un porto sconosciuto di notte e decido di mettermi all’ancora. Pochi minuti prima di me è arrivato un catamarano francese, li vedo trafficare con l’ancora più del normale, mi avvicino e il tizio alle prese col salpancore mi fa: C’è una catena sul fondo, l’abbiamo presa con la nostra ancora. Non posso fare nulla per aiutarli, resto in attesa, poi vedo due gavitelli e decido di prenderne uno, l’altro resta per i francesi quando avranno sbrigato l’impiccio. Dopo una mezzora, si avvicina un gommone: Qui non potete stare, dovete andare via. E dove?, rispondo sorpreso. Sotto la torre, date ancora là. Quanti metri ci sono di fondale?, chiedo. Circa 20. Bene, dare fondo in 20 metri, di notte, al buio, a ridosso di una scogliera a picco, su un fondale di roccia: direi che ci sono tutti gli elementi per andare in cerca di rogne. Resto qui, dico al tizio, il gavitello l’ho controllato, è assolutamente in grado di tenermi, e poi c’è il catamarano ancora nei guai e una catena sott’acqua, non è sicuro spostarmi. Il tipo borbotta qualcosa, poi se ne va. Quando i francesi riescono finalmente a sbrogliarsi, mi cucino un frittatone di cipolla e poi vado a dormire.
 

Capraia, la torre

L’indomani, di buon mattino, mi preparo per entrare in porto, ho voglia di visitare Capraia, dove non sono mai stato prima, e poi conosco i miei polli, sono sicuro che se resto qui qualcuno verrà a protestare. Neanche il tempo di un caffè, e torna il tizio di ieri sera: Ti avevo detto di andare via. E io ti avevo detto che non era possibile, rispondo, non potevo ancorare dove hai detto tu. Per mare, mi fa, bisogna saperci andare. Ah, ecco, ora è tutto chiaro, è colpa mia! Hai ragione, dico per tagliare corto. E poi, quando si arriva in un posto, bisogna rispettare le regole. Perfetto, anche la lezione di vita, c’è tutto! Mi chiedo se lui, parcheggiando la macchina in un posto senza divieti, avrebbe dato retta ad uno sconosciuto che al buio, senza alcuna apparente autorità gli avesse detto di andarsene. Ok, dico, voglio andare a fare due passi sull’isola, dove mi ormeggio? Entra, ti aiuto io, mi fa, con una gentilezza un po’ sospetta: quanto mi chiederà per un metro di banchina? Prendo la trappa, gli lancio le cime di poppa, neanche il tempo di rilanciarmele e mi fa: Hai un’ora di tempo, alle 10 devi andare via. Adesso mi sembra francamente troppo, un ora non basta neppure per andare e tornare a piedi al paese, il porto è mezzo vuoto, siamo a fine ottobre, perchè non posso stare? Per soste più lunghe mi rimanda all’ufficio, dove mi concedono, in via del tutto eccezionale e dopo le scuse per il reato di leso gavitello della sera prima, 2 ore. Aspettiamo altre barche, mi dicono, una frase che in Italia si sente spesso ripetere dai gestori di pontili. Chiedendomi perchè Piazza Grande non sia mai nel novero delle “altre barche”, corro in paese, scatto due foto, ricorro giù, 2 ore nette, un record probabilmente. Il porto, ovviamente, è vuoto come l’avevo lasciato, le altre barche più che attese erano auspicate. Devo dire che in tutto questo, sia l’ormeggiatore che la tizia in ufficio sono stati molto cortesi, altre volte, alle Tremiti ad esempio, mi è capitato di essere mandato via con minacce più o meno velate. Passo a ringraziare di tanta bontà e chiedere, per la prossima volta che tornerò, il costo per notte: 45 euro, malgrado la stagione sia tutt’altro che alta. Forse ora comincia ad essere più chiaro, per chi sta leggendo, il busillis della questione: tutti i porti d’Italia sono stati dati in concessione a privati, i quali hanno aggiunto servizi che non c’erano (corpi morti, acqua elettricità) e chiedono conseguentemente un corrispettivo per tali servizi. Sulla carta tutto giusto, la realtà dei fatti è, come spesso accade da noi, un’altra faccenda.
  

Un’ora sola ti vorrei…

Innazitutto, in molti casi i servizi si limitano al corpo morto, soprattutto nei porti del centro-sud, in pratica dove prima si dava àncora, ora si prende la trappa. A Ischia per un pezzo di cima lungo 15 metri, 10 anni fa, mi hanno chiesto 120 euro al giorno. Si può rifiutare? No, perchè tutte le banchine sono state date in concessione. Se non posso scegliere se usufruire o no di un servizio, non è più un servizio ma un obbligo, una tassa. A Saint-Tropez ho pagato 15 euro, a Porquerolles 20, sono località famose e turistiche non meno di Capraia, non posti sfigati e sperduti, eppure costano un terzo ed i prezzi sono disponibili online per chiunque voglia conoscerli prima di entrare: avete mai visto un porto italiano con i prezzi esposti su Internet? Entra, poi vediamo, è il ritornello che si sente spesso. Perchè non si può vedere prima, come avviene nel resto del mondo? Il problema è ben noto alle autorità, esiste una disposizione a riguardo, nota come Circolare Burlando, emanata più di 20 anni fa, che dice che ogni porto deve riservare almeno il 10% dei posti al transito, ma chissà perchè viene disattesa in tutti i porti, oppure applicata in modo da renderne impossibile l’attuazione. In alcuni porti la Guardia Costiera chiede di scrivere un’istanza (la chiamano proprio così!) in triplice copia bollata per chiedere l’ormeggio. Avete capito bene, 50 euro di bolli solo per chiedere di calare la propria ancora; uno arriva la sera stanco e si mette a scrivere la domanda di grazia, che come tutte le istanze potrebbe anche essere rigettata e il diportista doversene tornare fuori, oppure… andare ad un pontile privato! Quello che è stato fatto nei porti, da qualche anno lo stanno replicando nelle rade, riempite di gavitelli a pagamento, prenotabili telefonicamente come se fossero una stanza d’albergo e non una necessità contingente, e contestualmente vietando l’ancoraggio tutto intorno oppure consentendolo solo dove è la profondità del mare a renderlo impossibile. Questa situazione è una delle ragioni per cui preferisco navigare altrove nonchè il motivo per cui la maggior parte dei diportisti stranieri passa correndo lungo le nostre coste per poi andarsene da qualche altra parte. Del resto, Capraia è molto carina, ma il Mediterraneo è pieno di isolette non meno graziose ed infinitamente più economiche. Dico Capraia, ma potrei dire Ponza, Lipari, Favignana, una qualunque piccola isola italiana, per ognuna di esse avrei una storia simile da raccontare, assurda nella logica, non solo nei costi.
 

Il Roscio ha deluso le aspettative

Nelle 2 ore d’aria, chiamiamole così, riesco a fare 4 chiacchiere con una paio di personaggi interessanti: un pittore che espone le sue opere nell’antica torre ed una giovane coppia che gestisce un bar del porto. Il primo mi racconta la storia dell’isola, legata tristemente a Rais Dragut, un corsaro turco che nel ‘500 uccise tutti gli uomini e rapì le donne del posto. Gli stati che dominavano allora il Mediterraneo non potevano certo permettere una presenza ostile in mezzo al Tirreno, perciò rapidamente lo ricacciarono in mare dotando l’isola di fortificazioni. La più grossa, la rocca, sempre secondo il racconto che ascolto molto volentieri, non è mai stata gestita dagli isolani perchè fu costruita grazie a mutui concessi da banchieri genovesi e che non furono onorati per mancanza di denaro, quindi, proprio come avviene ai nostri tempi, vennero confiscate dai creditori. Oggi è di proprietà di una nobile inglese, pare titolare di una importante fabbrica di cosmetici, che dopo aver speso cifre astronomiche per il restauro, ha visto morire d’infarto il marito il giorno prima dell’inaugurazione e comprensibilmente da allora non ci ha voluto più mettere piede. La coppia al bar, dove finalmente dopo mesi prendo un caffè e un cornetto italiani, mi racconta delle difficoltà di vivere qui in inverno, quando tutte le attività chiudono e resta solo un piccolo alimentari aperto poche ore al giorno. Lei mi dice di aver vissuto a Roma e Firenze ma di essere tornata per amore del mare; del mare, dice proprio così, non dell’isola. La guardo e penso che forse non resisterei tutto l’anno in un posto così piccolo e isolato, l’amore per il mare ci accomuna, il mio mi porta per mesi a zonzo, ma non vivrei sempre in barca, almeno non alle nostre latitudini, al caldo, chissà. Saluto, salto a bordo, mollo le cime, mollo Capraia, una visita che si potrebbe definire una sveltina.
 

Marciana Marina, un’altro molo inavvicinabile

Me ne vado all’Elba, dove ho appuntamento con Alessandra e Roberto a bordo della loro bellissima barca, due amici velisti che a Marsala mi hanno dato parecchi consigli sulla rotta portoghese da loro recentemente percorsa. Prima però mi serve un posto dove passare la notte, entro nel porto di Marciana Marina, ricordo che c’era un molo per i transiti, il portolano conferma, forse uno degli ultimi rimasti in Italia. Lo trovo in fondo, in un angolo molto scomodo, ma a caval donato non si guarda in bocca. Qualcuno invece ha guardato me, dalla banchina un tizio si sbraccia, protesta, mi dice di aspettare per ormeggiare, avrei dovuto chiamare. Chiamare chi?, chiedo senza alcun intento polemico. Il porto!, mi risponde. Già, come se fosse una cosa facile. In tutti i porti del mondo, all’ingresso c’è un cartello con i recapiti telefonici ed il canale VHF da chiamare, in Italia questo non avviene mai. Sapete perchè? Perchè l’Italia è l’unico posto al mondo dove non esiste un gestore unico del porto, ma tanti pontili, ognuno gestito da un pontilaro differente, quindi bisogna entrare, chiedere, sbracciarsi, mercanteggiare. Questi però dovrebbero essere transiti liberi, passo le cime al tizio che cortesemente me le rende passate a doppino e poi mi fa: Puoi stare un paio d’ore, poi c’è da pagare. Questo delle 2 ore sembra il mantra dell’arcipelago, cogli l’attimo e fuggi via. Faccio un po’ di spesa, ho finito il pane e la verdura, poi riguadagno rapidamente l’uscita, ricordo anni fa di essermi ancorato in un angoletto delizioso nel piccolo Golfo di Viticcio, non c’è vento, il mare è calmo, passerò la notte lì. Arrivo, ci sono alcuni gavitelli ma solo uno è occupato, ne afferro uno libero, è vincolato ad una catena da almeno 10 millimetri, ci passo una cima dentro e spengo il motore: passerò una notte tranquilla.
 

Viticcio, mogli e boe dei paesi tuoe

Tranquillo non è invece il risveglio; verso le 8 sulla spiaggia vicina vedo un tale che si sbraccia per richiamare la mia attenzione: Devi andare via!, mi urla. Mi guardo attorno per cercare di capire per quale ragione non possa stare qui, veramente non ne trovo nessuna. I casi sono due, o questi gavitelli sono in regolare concessione, qualcuno ha quindi il diritto di chiedermi di pagare qualcosa per averne utilizzato uno, se c’è da pagare lo faccio e la questione si chiude qui, oppure sono buttati lì da non si sa chi, nel qual caso non capisco davvero perchè non possa usarne uno visto che ce ne sono almeno una decina liberi. Penso alle volte in cui l’anno scorso i pescatori in Grecia mi hanno offerto il loro gavitello vedendomi calare l’ancora, penso a che differente modo di intendere l’andar per mare c’è da noi; è incredibile, siamo al 25 ottobre e girare in barca in Italia è ancora così complicato! Come pure è incredibile che invece che di vela, stia parlando di burocrazia, di rotture di scatole, perchè da che sono rientrato l’andar per mare è questo. Finisco di fare colazione, poi mollo la cima e vado via, ancora una volta cacciato, non dall’autorità regolare ma da qualcuno che ha occupato un tratto di mare, una zona demaniale, cioè di tutti, non la usa e impedisce ad altri di fruirne. Poi ci meravigliamo che Berlino o Montreal abbiano più turisti che le nostre città d’arte.
 

Trasparenza incredibile all’Elba

Ma la corsa a ostacoli non è finita qui, l’arcipelago non è libero, non si può navigare dove si vuole. C’è l’isola che è Area Marina Protetta, c’è quella che è carcere, quella che lo era, quella che è riserva integrale, quella che si può percorrere solo nei giorni dispari delle settimane pari a patto di chiamarsi Arturo ed avere il bisnonno vivente. Montecristo, Pianosa, Gorgona, le Formiche di Grosseto, sono inavvicinabili a meno di 500 metri dalla costa. Capraia e Giannutri hanno zone consentite, zone semiconsentite e zone vietate. Ogni volta che mi sposto di qualche miglio, perdo più tempo a studiare i divieti che la carta nautica o le previsioni meteo. Anche in Francia e Spagna ci sono aree protette, ma i divieti sono chiari e uguali per tutti, da noi ci sono situazioni assurde e ridicole, ci sono posti dove è vietata la pesca hobbystica e permessa quella professionale: quale delle due, secondo voi, incide maggiormente sugli stock ittici? Poi c’è sempre Favignana, dove è vietato l’ancoraggio per preservare la posidonia, come è ben spiegato nelle 34 pagine di regolamento del parco. Solo di notte, però, di giorno si può. No comment! Ecco cos’è diventata la nautica in Italia, la burocrazia ha traformato i diportisti in scimmie ammaestrate che saltano da un gavitello pagato a peso d’oro all’altro, costretti ad studiare ripetutamente leggi e regole cambiate 10 volte negli ultimi 20 anni. Mi sento come il titolo di un famoso film con Liz Taylor, La gatta sul tetto che scotta.
 

Montecristo, è bello sapere che c’è

Raggiungo Alessandra e Roberto, speravo di presentarmi con un bel pesce, ma il Roscio si trascina da giorni senza dare frutti. Passiamo una bella serata insieme, tante chiacchiere di mare, un’ottima cena, vino abbondate e di qualità, ci raccontiamo reciprocamente le esperienze nel tratto di Oceano Atlantico che abbiamo percorso entrambi, le correnti, le maree, le lagune; è piacevole confrontarsi e vedere che si condivide lo stesso profondo amore per il mare. L’indomani mi sposto al Giglio, un’isola che ho nel cuore da quando avevo 16 anni, ci venni con alcuni amici, con una tenda e l’attrezzatura da pesca sub. Ci accampammo a Campese, fra i cespugli della macchia, davanti al faraglione, al momento di andar via raccogliemmo tutto lasciando il posto pulito come al nostro arrivo. A farlo oggi verrebbe allertata la Forestale e si prenderebbe una multa salatissima. Divieti, divieti, siamo il paese con più leggi e meno regole! Ricordo la pace, era aprile, il mare ancora ricco di fauna, alcune granseole, un granchio mediterraneo gigante ormai praticamente estinto e molte Pinna Nobilis, o gnacchere come mi pare le chiamino da queste parti, un mitile bivalve anche questo gigante. Dopo una bella veleggiata a oltre 6 nodi, spinto da un vento di circa 20, do fondo a Cala dell’Allume, ben ridossato dal vento ma con un’ondina morta che fa un po’ di risacca e nella notte fa rollare Piazza Grande, potrei risolvere mettendo una cima a terra, ma anche questo, pratica normale in Grecia o Turchia, in Italia è vietato. Sono le ultime battute di un viaggio lunghissimo, le ultime notti che passo cullato dal mare, fra pochi giorni avrò di nuovo un letto che non si muove, chissà che effetto mi farà. Nel frattempo mi godo questi ultimi sprazzi di libertà, come quello di alzare le vele per cercare il vento senza ancora una rotta precisa in testa, solo l’intento di fare anche oggi un piccolo passo verso casa. L’aria è frizzantina, il sole mi scalda, il vento mi spinge, in mare aperto ridivento padrone del mio destino, senza divieti assurdi, senza leggi ridicole, solo la Natura a governare la vita mia e degli esseri umani tutti.

Macinaggio, che botta sul dito!

Il mare non è mai stato amico dell’uomo, tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza.
 

(J. Conrad, Lo specchio del mare)

Soffia, soffia forte, fortissimo. Colpisce Piazza Grande sul lato di dritta, la scuote, la strattona facendo stridere le cime di sopravvento che si allungano fino al massimo consentito dalla loro elasticità per poi ritrarsi su se stesse una volta arrivate al limite. Così ininterrottamente, una frustata dopo l’altra. Fra le sartie risuona come un ululato, le bandiere alle crocette sbattono con lo stesso rumore delle lenzuola stese al vento, le drizze tintinnano all’interno della cavità dell’albero malgrado le abbia cazzate a ferro.

L’acqua nel porto ribolle sbattendo contro la parte inferiore dello slancio poppiero, aggiungendo il cupo rimbombo delle sciabordate all’assordante rumore generale. Era tutto previsto, tutto annunciato a suon di tamburo dai meteorologi di mezzo mondo, la depressione più forte degli ultimi mesi sul Mediterraneo, venti fino a Forza 10 nel tratto di mare fra il Golfo del Leone e le isole di Corsica e Sardegna, esattamente dove mi trovo io, ovviamente non fuori ma in porto.

 

Capo Corso, ancoraggio sull’erba
Sono partito da Menton un paio di giorni fa, in ampio anticipo sulla tempesta, spinto da una leggera brezza a circa 4 nodi, con mare calmissimo e branchi di tonni che saltavano fuori dall’acqua, non ho capito se in quanto prede o predatori, erano un po’ troppo grandi, dai 10 chili in su, per appartenere alla prima categoria. Uno di questi ha deciso di pasteggiare con il mio rapala, l’esca artificiale che uso per la traina, ci ho messo mezzora per recuperare la lenza e portarlo sottobordo, per poi vederlo andar via quando era già con la testa sulla spiaggetta di poppa e stavo per afferrarlo con il raffio. Il filo ha ceduto, consumato sfregandosi sullo spigolo dello specchio di poppa, bastava che durasse 10 secondi di più ed avrei messo a paiolo una bestia di almeno 20 chili, il pesce più grosso che abbia mai visto abboccare. Inutile dire quanto ci sia rimasto male, se volevo una conferma sulla necessità di un’attrezzatura da pesca più robusta, l’ho avuta nel peggiore dei modi. Ho ricazzato le scotte e rimesso la barca in rotta per Capo Corso, con davanti circa 100 miglia e parecchie ore di buio perchè ormai le notti in questa stagione durano più del giorno. Temevo il freddo notturno, il freddo è una delle cose che più mi fa paura a bordo, fa perdere lucidità peggio della stanchezza, faccio quindi sempre molta attenzione a mantenermi al caldo, una volta perso calore è difficile riacquistarlo senza avere un riscaldamento di tipo nautico che io purtroppo non ho. Invece la notte è asciutta e quasi tiepida, quando cala il sole resto in pozzetto con una felpa leggera indossata più per scrupolo che per necessità, è incredibile questo autunno, uno strascico lunghissimo d’estate che sembra non voler finire mai.
 
La Giraglia e la luna dell’alba
E’ una notte senza luna, spengo tutte le luci tranne quelle di navigazione, il cielo si riempe di stelle in modo quasi inverosimile, c’è un senso di pace e tranquillità fantastico, spengo anche il computer con il GPS cartografico, ho verificato che non ci sono scarroccio nè corrente, non c’è pericolo di andare fuori rotta. Dopo qualche ora la luce lampeggiante del faro della Giraglia, l’isoletta davanti Capo Corso famosa per una regata omonima, mi conferma che sono esattamente dove dovrei essere. Quante notti ho passato a scrutare nel buio per cercare qualche luce che potesse segnalare un pericolo o un’opportunità, un po’ come le carte del Monopoli. Poi giro la testa e vedo un piccolo spicchio di luna rosato che si sta alzando sul mare riflettendo sull’acqua una luce di un colore incredibile. Quando arriva l’alba sono ormai al traverso del capo, il sole emerge da uno strato di nuvole basse, vi filtra attraverso con sottili lame di luce, poi tinge di rosso il cielo dopo averlo lentamente acceso. La navigazione notturna è stancante, si dorme poco o niente, ma certi spettacoli naturali ripagano qualunque sacrificio, in questi mesi ho fatto una collezione di albe e tramonti incredibili sul mare da essermene saziato per tanti mesi a venire. Passo la Giraglia investito dall’odore resinoso della macchia mediterranea, qualche piccola barca da pesca lambisce la costa cercando pesce che da queste parti generalmente non manca, poi, un paio di miglia più avanti, dopo una breve sosta per un giretto di pesca sub, il porto di Macinaggio, un posto che mi è entrato nel cuore tanti anni fa e che da allora porto dentro.
 
L’ira del mare sul frangiflutti
La prima volta che sono stato qui avevo 26 anni, m’ero appena patentato nauticamente e avevo messo un’annuncio su una rivista di vela per offrirmi alla pari, come si usa, imbarcato cioè senza pagare o essere pagato, condividendo spese e lavori con tutti. Fra quelli che mi contattarono scelsi una coppia di mezza età che voleva un paio di braccia giovani, fu un’esperienza ottima, navigammo per quasi due mesi fra il Tirreno centrale e la Costa Azzurra, imparai tantissimo da loro che avevano anni d’esperienza alle spalle, fatti quando si andava con compasso e squadrette. Le sole concessioni all’elettronica che c’erano a bordo erano un Loran ed un radiogoniometro, due strumenti ormai obsoleti che la maggior parte dei diportisti di oggi neppure sa cosa siano. Quando arrivammo a Macinaggio mi innamorai subito del posto: un porticciolo, qualche casa, niente albergoni o villette a schiera, tante vele e qualche ragazza che dalle barche vicine lanciava sorrisi e sguardi decisamente invitanti. Sarà stata l’euforia del primo imbarco lungo, sarà stata la giovane età o i sorrisi femminili, fatto sta che da allora Macinaggio è per me un posto incantevole. Ci tornai una quindicina di anni dopo, con la barca che avevo prima di Piazza Grande, un 29 piedi di fabbricazione inglese, volevo mostrarlo ai miei figli, non ne rimasero delusi. In quell’occasione ci fu una maestralata memorabile, tre giorni di vento fortissimo, mai sotto i 50 nodi, con raffiche che mandavano a fine corsa i vecchi anemometri analogici. Su uno elettronico lessi il più alto numero che abbia mai letto: 78 nodi, una raffica arrivò a quest’incredibile valore. Anche allora era tutto ampiamente previsto, i ragazzi del porto presero con un gommone le ancore delle barche più grandi, ormeggiate nel punto maggiormente esposto, e le calarono a mano nell’altra estremità del bacino, a 80/100 metri di distanza. Passata la buriana, nessuna barca aveva rotto gli ormeggi.
 
Così l’onda dentro il porto. E fuori?
Stavolta è diverso, siamo fuori stagione, gli ormeggiatori non ci sono, l’ufficio apre solo un paio d’ore al giorno, alla reception una signora che ha l’aria di non saper nemmeno prendere in mano una cima mi dice di mettermi dove voglio e arrangiarmi, tanto tutto il molo di sopraflutto e praticamente deserto. C’è solo una barca francese, un Supermaramu, una barca lussuosa e grande, con l’aria un po’ trasandata, non meno della coppia non più giovane che c’è a bordo. La mattina, prima che inizi la bufera, chiacchiero un po’ con loro, è antipatico dare consigli non richiesti, ma il modo in cui sono ormeggiati è veramente insicuro. Perchè non mettete un paio di spring? gli dico. Spring?, risponde lui. , replico, delle cime da prua che allentino un po’ il tiro laterale sui corpi morti. Inoltre dovreste allontanarvi, siete troppo vicini alla banchina, il vento fra poco vi ci butterà addosso. Dice una parola alla moglie, poi mi fa: possiamo vedere come ti sei messo tu? Vengono e hanno tutta l’aria di scoprire per la prima volta cosa sia uno spring. Insisto sul fatto di cazzare il corpo morto, mi dice di sì, ma quando nel pomeriggio il vento inizia a montare, noto che non hanno seguito nessuno dei miei consigli, ma hanno invece messo tutti i parabordi che possiedono dietro la poppa. Quando il vento diventa veramente forte, i parabordi cominciano a saltare su come palloncini e la poppa inzia a battere sul molo. Cazza il corpo morto, gli urlo per cercare si sovrastare il rumore del vento, aiutati con il motore, ormai a mano non ce la fai! Mi fa cenno di salire a bordo, il corpo morto non si può cazzare perchè è al limite, sono in un posto troppo corto per la lunghezza della barca, impossibile ormai spostarsi, dove poi, non si può mica cercare alla cieca di notte un posto più lungo di 16 metri. E mò so’ cazzi, penso romanamente fra me e me, mentre noto che lo spring ancora non l’hanno messo. Accendono il motore con la marcia avanti al minimo, è l’unico modo di non sfracellarsi, gli dico di chiamarmi se dovessero aver bisogno e me ne vado a dormire. Le raffiche, intanto, si sono fatte veramente rabbiose.
 
Senza tubo di gomma forse le cime non avrebbero retto
Passate un paio d’ore, verso mezzanotte, sento chiamarmi. Aiutami, mia moglie ha un problema! Infilo al volo un paio di scarpe ed un maglione e salto sul molo. L’uncino di un rapalanella spalla, biascica. E mò so’ veramente cazzi, penso sempre romanamente. Nel tentativo di fissare il tender, che a buriana iniziata stava ancora semplicemente poggiato in coperta con tanto di motore, pronto a volare via come un aquilone, la signora ha agganciato l’esca della canna, anch’essa buttata là senza essere messa in sicurezza. A volte mi domando se sono troppo scrupoloso, a bordo ripongo sempre qualunque cosa quando ho finito di usarla, l’istruzione che do ai miei ospiti e di rimettere sempre tutto a posto nella stessa posizione in cui stava, in modo da poterlo ritrovare anche al buio, anche sballottati dal mare. Non so se sono esagerato, ma questi lo sono sicuramente nell’altro senso. Scendo sottocoperta, la signora ha l’ancorotto piantato nel braccio e lo sguardo contratto dal dolore, si dovrebbe far uscire completamente l’amo ed estrarlo dal nuovo buco, ma è entrato in profondità, non mi sembra un’operazione semplice. Li convinco a chiamare il 112, ma l’ambulanza non si sposta per una ragione così poco grave, l’ospedale più vicino è a Bastia e non abbiamo un’auto per andarci. Con un paio di pinze da meccanico, il marito tenta comunque l’intervento, le urla della signora poco ci manca che le sentano fino ad Ajaccio, insisto sull’ospedale, ho capito che non vogliono lasciare la barca incustodita in queste condizioni di mare e di pessimo ormeggio, mi offro di restare io a controllare, ma niente: Ci andremo domattina, dicono convinti entrambi. Me ne torno a bordo un po’ preoccupato, gli ho lasciato il mio cellulare per chiamarmi se cambiassero idea, non posso purtroppo fare altro. Prima di scendere mi va l’occhio sull’anemometro che hanno a bordo (il mio è rotto da un anno): sono quasi 60 nodi.
 
Centuri: cime enormi da un lato all’altro del porto: ma quanto soffia qui?
La mattina mi svegliano i forti scossoni sulla barca. Il vento, come da programma, è girato da nord, cambiando completamente lo scenario. Ora entra molta onda in porto, mi tranquillizzo vedendo che le cime che ho messo sono piazzate nei punti giusti e lavorano a dovere, ma certo è che il ballo è decisamente agitato. La volta scorsa, malgrado il vento fosse più forte, non entrava mare, credo che dipenda dal fatto che si trattava di Maestrale, vento che parte dal Golfo del Leone e che qui arriva deviato, da ovest, dopo essersi aperto a ventaglio. Stavolta invece è da nord, il porto di Macinaggio non pare essere in grado di ridossare a dovere in questo caso, chissà se Port Toga, poche miglia più a sud, avrebbe garantito un riparo migliore, dato che ha l’imboccatura esposta a nord è possibile che la situazione fosse la stessa. A metà mattinata viene il francese, con il sorriso sulle labbra. Come va?, chiedo? Tutto bene, ho estratto l’amo, mia moglie ha urlato parecchio, ma con quell’affare non poteva dormire, ora invece riposa serena. Che culo!, penso, ancora una volta romanamente. Mi ringrazia per l’aiuto dato nella notte, mi dice che stanno ancora col motore acceso, ma lo spring non c’è verso di farglielo mettere. La giornata passa tutta così, nel pomeriggio cala leggermente e ne approfitto per una passaggiata lungo gli scogli, è un’area protetta, c’è una natura meravigliosa e nessuno in giro. Cammino fra la vegetazione bassa, guardo le onde frangere nel mare, macchie di spuma bianca che punteggiano il blu profondo, all’orizzonte il profilo Capraia e dell’Elba, reso nitido dall’aria completamente tersa dal vento, in un grande prato che arriva al mare alcuni cavalli si rincorrono custoditi da un enorme recinto, poco oltre un piccolo gregge di capre cerca riparo dietro un muretto di pietra. Il sole inizia a calare dietro la montagna, dietro il dito della Corsica, perchè la Corsica sulla cartina sembra un pugno chiuso con il pollice alzato, un pugno oggi sferrato contro questo vento che ancora non accenna a spegnersi.
 
Il mare sul lato ovest del dito
Dopo una notte abbastanza tranquilla, il peggio sembra essere passato, Piazza Grande è tutta incrostata di sale ma ha l’aria di scoppiare di salute, un paio di barche lasciate incustodite, invece, hanno le vele di prua strappate. Ne approfitto per un giro nei dintorni, ricordo anni fa alcuni paesini deliziosi nei paraggi, Tollare, Barcaggio, Centuri, vorrei affittare una macchina ma l’unico noleggiatore ha chiuso i battenti da anni, bisogna andare a Bastia. Ma non ci sono autobus per Bastia, dovrei prima prendere un taxi… Ok, capito, mi gioco la mia solita carta, l’autostop. Mi metto sulla strada ed in pochi minuti mi carica una coppia francese in vacanaza che mi lascia proprio nel porto di Centuri. Che posto delizioso, uno dei porticcioli più belli del Mediterraneo, esattamente come lo ricordavo, non è cambiato nulla. Passeggio sul molo, faccio qualche foto, passo un paio d’ore, mi concedo un ristorantino di pesce, uno dei pochi aperti, poi rialzo il pollice per tornare indietro. Mi carica un italiano, si chiama Mario ed è di Firenze, si è trasferito qui per amore, ha lavorato per un importante team di Formula 1, poi stanco di girare il modo ha aperto Facebook, ha ritrovato la fidanzata di gioventù e dopo un breve corteggiamento telematico se l’è sposata e si è trasferito qui. In Italia ‘un ci torno manco morto, mi dice con accento toscano. Qui c’è lavoro, sussidi per i disoccupati, c’è pace, la gente è tranquilla. Tranquilla?, dico, Mi pare che i corsi siano invece piuttosto nervosetti. Beh, risponde, devi rispettare le loro regole, altrimenti ti sparano senza preavviso. E poi non devi costruirti una casa, sennò te la fanno esplodere. E neanche aprire un’attività senza pagare il pizzo, altrimenti ti bruciano il negozio. Comincio a pensare che lui ed io abbiamo un concetto diverso di tranquillità. Qui comandano gli indipendentisti, continua, dove abito io ogni tanto sparano col mitra sulla caserma della Gendarmerie, ma se ti prendono a benvolere ti trattano da re. Chissà, forse l’ha aiutato avere una moglie corsa oppure il fatto, come mi dice lui stesso, di essere uno che si fa gli affari suoi. Quest’estate hanno bruciato un paio di camper, erano stranieri, pescavano, pescavano troppo e la cosa non è piaciuta. Però non hanno fatto vittime, ma anche se ne avessero fatte, nessuno avrebbe visto nulla, a meno di voler fare presto la stessa fine. Pizzo, omertà, strano patriottismo questo corso, forse lo chiamerei in altro modo. Penso alla mostella a cui ho sparato il giorno che sono arrivato, penso al camper bruciato e a tutte le altre cose che mi ha raccontato Mario e capisco che quest’isola ha un problema, un grosso problema, un problema che la soffoca, la stritola in modo tentacolare come una piovra e le getta discredito agli occhi del mondo: il vento!

Ottobrata francese

A Saint-Tropez
la gente si chiede perché
tu balli il twist
portando un vestito in lamé.

(P. di Capri, Saint-Tropez)

Guardando Roma dall’alto dell’Aventino o del Gianicolo lo sguardo abbraccia tutta la città, le mille cupole svettano sui palazzi ed i pini, insieme ai platani, chiazzano di verde il panorama. In questa stagione l’aria è generalmente molto tersa, non ha ancora il sapore frizzantino che acquisterà da qui a poco ma ha perso quella foschia che sfuma i contorni alla vista. E’ l’ottobrata romana, anche se il termine in origine si riferiva a feste e scampagnate che si facevano in questo periodo, favorite di certo dal buon clima. Questo mio ottobre, invece, è per mare, in una zona che per il mio modo di essere e di navigare è meglio evitare in estate; la Costa Azzurra, luogo dove alcuni sfoggiano le più grandi ricchezze del pianeta e molti altri trovano piacere ad osservarle, se non con invidia di certo con curiosità.
Non appartenendo nè alla prima nè alla seconda categoria ed avendo una discreta avversione per la mondanità, evito generalmente di incrociare queste acque, dove fra l’altro ho già navigato circa 25 anni fa, ed è un peccato, perchè è un tratto di mare molto bello. Stavolta ne approfitto visto che mi trovo da queste parti a stagione turistica ormai finita, una tempistica che ha oltre tutto il vantaggio di rendere accessibili per costo porti altrimenti infrequentabili per le mie tasche.
 

Temporale in arrivo

Ho lasciato Marsiglia col rammarico di non averla vista, volevo cercare a terra le atmosfere di Jean-Claude Izzo, lo scrittore scomparso prematuramente qualche anno fa, avrei voluto camminare per i vicoli attorno al Vieux Port ed assaporare, annusare, toccare con le mie mani quello che lui ha descritto con tanta maestria. Purtroppo il meteo mi ha costretto a passare 3 giorni all’ancora davanti a Point Rouge, sono andato a terra un paio di volte col tender con fatica per il forte vento e non me la sono sentita di abbandonare Piazza Grande per alcune ore per andare in centro. Peccato, ma sono stati 3 giorni di riposo e lettura, la stanchezza accumulata in questi mesi di navigazione comincia ad avere tempi lunghi di smaltimento. Quando il vento è finalmente calato mi sono spostato a Porquerolles, cercando tutt’altra atmosfera. E’ un parco nazionale, ci sono mille divieti, alcuni anche poco logici e che creano difficoltà al diportista, ma se penso ai divieti di certi parchi italiani, tipo quello di non ancorare sulla posidonia per non rovinarla ma valido solo di notte, allora mi convinco che sono divieti giusti, ad esempio quello di navigazione per navi più lunghe di 30 metri; da noi invece navi da crociera lunghe più di 300 transitano davanti Piazza San Marco a Venezia o fanno inchini che finiscono in tragedia. Arrivo nel tardo pomeriggio, mi metto all’ancora poco fuori dal porto, ridossato dal vento previsto per l’alba di domani ma col dubbio che il piccolo promontorio che mi protegge sia in grado di fermare il mare a dovere. C’è finalmente uno spicchio di sole, ne approfitto per fare un tuffo, l’acqua è limpidissima, trasparente, davvero invitante. Dopo il tramonto restiamo in 4 barche, fosse agosto sarebbero 400, mi gusto una birra in pozzetto osservando queste piccole 4 lucine brillare intorno a me.
 

Questo mi pare un divieto sacrosanto

La mattina, come temevo, l’onda è entrata nella baia, accendo il motore e in un attimo trovo riparo in porto. Ormeggio al quai d’accueil, il molo di attesa, con qualche difficoltà per il forte vento laterale, aiutato da un tizio in banchina perchè di ormeggiatori in giro nemmeno l’ombra. L’ufficio infatti è chiuso, è domenica e apre solo per un paio d’ore. Mettiti dove vuoi, poi domani registriamo i documenti e paghi, mi dice uno degli impiegati mentre sta abbassando la saracinesca. Almeno spero di aver capito bene perchè il mio francese è molto elementare e lui, come ogni buon francese, non parla inglese. C’è una lavanderia a gettoni, anche qui il francese è la sola lingua intellegibile malgrado la macchina sia di fabbricazione americana; metto il gettone e premo avvio col timore di aver scambiato le vaschette di detersivo e ammorbidente o aver lanciato il programma sbagliato. Tutto bene invece, in compenso sbaglio qualcosa sull’asciugatrice perchè dopo due cicli il bucato è ancora umido e tale resterà per 4 giorni a penzolare sottocoperta appeso a qualunque appiglio disponibile, conferendo al quadrato un’aria piuttosto spettrale. Nel pomeriggio, sotto un cielo cupo e piovigginoso, faccio due passi per la campagna attorno al paese, non c’è praticamente nessuno in giro, ritrovo il verde che un po’ mi mancava dopo tanto blu, i campi sono coltivati a vigna e ulivo, c’è una splendida atmosfera autunnale, in terra ogni tanto vedo qualche fungo la cui commestibilità non sono in grado di valutare, da un cespuglio salta fuori spaventato un bellissimo fagiano che per un attimo appanna la mia visione bucolica del posto trasportando la mia mente verso libagioni di cacciagione e porcini che purtroppo resteranno sogni. Poco più avanti c’è un vecchio mulino ormai in disuso, più su ancora i ruderi di una rocca, il panorama da lì è veramente superbo. Ridiscendendo passo fra le case, è domenica sera è molti stanno sbaraccando per tornare probabilmente in città, c’è un aria davvero di fine stagione, qualche turista dall’aria sperduta si rinserra nel suo giaccone, mi accorgo che ho addosso solo una felpa, torno in barca prima di beccarmi un raffreddore.
 

Campagna a Porquerolles

Sempre con l’occhio al meteo, decisamente avverso da un paio di settimane a questa parte, me ne vado a Port Cros, l’altra isoletta dell’arcipelago, un piccolissimo gioiello, un vero ricamo, 4 case davanti ad un pontile, ci sarebbe da prendere un gavitello, ma piove, non ho voglia di inzupparmi, do un’annusata poi mi cerco, non senza fatica per i soliti divieti, un posto dove ancorare. C’è una piccola baietta poco più avanti, do fondo un paio di volte prima che l’ancora agguanti a dovere la piccola chiazza di sabbia fra la posidonia, il posto buono me l’ha fregato una barca di francesi, sempre loro!, arrivata non più di 5 minuti prima di me. Me ne sto rintanato sottocoperta tutto il giorno, riparato dalla pioggia ma non dall’umidità, le mie articolazioni lanciano qualche segnale di protesta, ma come il bucato, anche loro dovranno attendere il sole per asciugarsi. Sono in giro da 5 mesi, non sono più un giovincello e le posture scomode che la vita di bordo impone alla lunga regalano qualche doloretto cui l’umidità non giova di certo; tutto ha un prezzo e questo lo pago volentieri. Supponendo di avere un numero finito di crediti da spendere, quelli delle mie ossa, del mio corpo, io me li spendo nel modo migliore, quello a me più consono, quello che più appaga la mia anima, cioè in mare. Di fronte a me un’altra isola, l’Ile du Levant, secondo il portolano per metà base militare e per metà riservata ai naturisti. La domanda sorge spontanea: ma le persone normali dove vanno? Qui tutto è stabilito ed incanalato, di certo l’ordine regna sovrano, ma la sensazione è quella di vivere a compartimenti stagni, il mare, quello per cui sacrifico i mei bonus reumatici, lo amo per l’impagabile sensazione di libertà che mi da, non per ritrovarmi ingabbiato fra boe che obbligano o proibiscono tutto. Mi consolo pensando che a stare qui in estate sarebbe un delirio totale, mi godo il silenzio e la pace, a sera arriva una piccola barca con a bordo un ragazzino col papà, mi salutano come si usa fra velisti, il bambino per primo, segno che certe buone abitudini si apprendono da piccoli; me ne vado a nanna sereno.
  

Saint-Tropez

Proseguendo il mio cammino verso est, verso casa, decido di fare tappa a Saint-Tropez, la regina della Côte d’Azur, il luogo consacrato da Brigitte Bardot a simbolo di eleganza e mondanità. Ricordavo un porto molto carino ed economico, per sicurezza mi sono informato via email prima di arrivare, i tempi evidentemente sono cambiati, dirotto quindi su Marines de Cogolines, 2 km più avanti, costa un terzo, non c’è storia. In realtà ero stato anche qui tanti anni fa, si tratta di due grandi marina molto ben gestiti, un dedalo di pontili sulla foce di un fiume che si dipana fra una sfilza interminabile di casette a schiera; non bello ma funzionale ed il centro a soli 10 minuti di autobus. Fra l’altro, dell’acqua fluviale ha il colore ma non  l’odore, non almeno quello del Tevere cui Piazza Grande tornerà presto. L’unica cosa a lasciarmi un po’ perplesso di questo posto è il fatto che abbiano collegato le trappe dei corpi morti al pontile, anzichè con una cimetta, con una pesante catena. Il risultato è che nel momento in cui si deve dar volta sulla galloccia di prua, a causa del peso della catena, si ha a che fare con una cima che tira in entrambe le direzioni, se c’è vento è piuttosto disagevole. Sia come sia, l’ormeggio viene condotto a termine, posso dedicarmi all’amico che ho preso a bordo venendo qui mentre ero attorniato da enormi nuvoloni carichi di pioggia che scaricavano ovunque tranne, fortunatamente, sopra di me; si tratta di un bel dentice di circa 3 chili che finisce degnamente la sua esistenza nel forno, c’entra di un soffio dopo che gli ho tolto la coda, una bottiglia di bianco ghiacciato preso a Marsala alla partenza lo annaffia a dovere.
  

Ville sul mare a saint-Tropez

Il paese di Saint-Tropez è delizioso ed offre angoli incredibili e pittoreschi fatti di casette affacciate sul mare, vecchi vicoli ma anche ville sfarzose che raramente scadono nel kitch ed hanno invece il sapore di una ricchezza antica che amava sì mostrarsi ma mostrarsi elegante. Il mito di BB sopravvive, all’interno dei negozi si vedono spesso suoi ritratti, le edicole vendono ristampe dei giornali patinati degli anni ’50 e ’60 dove le foto dell’attrice occupano l’intera copertina. Penso alle riviste di gossip di oggi, alle veline, alle attricette senza fascino che si danno per una comparsata e che per questo guadagnano gli onori del  giornalismo scandalistico e mi chiedo se è cambiato davvero qualcosa o si tratta del solitò gioco che fa l’età, quello di far apparire belle le cose di ieri solo perchè collegate alla propria giovinezza. Mi rispondo da solo ricordandomi che la Bardot già furoreggiava ed io non ero ancora nato, quindi forse sì, era un altro mondo, un altro modo di intendere la carriera cinematografica e la mondanità. Ma forse non è solo la stampa ad essersi involgarita, per le strade molti dandy dall’aria di periferia vestiti con le espadrillas da 100 euro che ho visto sulle vetrine del corso e per questo in diritto di assumere un’aria snob, parecchi russi in giro, comitive in visita alla ricchezza e felici per questo di spendere 20 euro per un panino ed una birra. Sono preda anch’io del salasso, malgrado mi sieda nel bar meno fichetto della città, pago una Coca Cola 4 euro; a Lagos, in Portogallo, la stessa bibita l’ho pagata 1 euro e 20, ma a differenza dei russi non ne sono affatto felice. Tutto qui ha prezzi folli, una frutteria vende i pomodori a 9,9 euro al chilo, un pantaloncino da uomo con disegnate delle ancorette 190 euro; carino, volevo prenderlo, ma mi tengo il mio costume di Decathlon pagato 5. Sia chiaro, ognuno è padrone di spendere i propri soldi come vuole, finchè c’è gente disposta a pagare i commercianti fanno bene a chiedere qualunque cifra, la cosa è comunque interessante da un punto di vista antropologico.
  

Otto il denticiotto

Lungo la banchina del porto vecchio sono ormeggiate alcune barche fra le più belle del mondo, imbarcazioni d’epoca di impareggiabile fattura, veri e propri stradivari del mare i cui legni luccicano come specchi, costantemente tirati a lucido da schiere di marinai instancabilmente all’opera. Alcune di esse sono famose, sulle poppe nomi che si leggono spesso sulle riviste di vela, vittoriose ai raduni di vele d’epoca, come Les Voiles, che si tiene proprio a Saint-Tropez .Poco più avanti tutt’altro genere di barche, enormi yacht a motore, sgraziati e massicci, pieni di orpelli costosi ed inutili alla navigazione, verniciati di colori forti e metallizzati, utili solo per chi vuole bere un drink in pozzetto osservato dallo struscio serale. In mare come in terra due modi diversi di intendere la ricchezza, non c’è dubbio che anche i proprietari dei velieri vogliano mostrarsi, ma, impossibile negarlo, lo fanno con tutt’altra classe. L’eleganza, in fondo, è soprattutto sobrietà, quando si sente l’esigenza di stupire con effetti speciali, la volgarità prende il sopravvento. Alcuni pittori espongono sul molo le loro opere, coppie di pensionati e famiglie con passeggini passeggiano con il gelato in mano, un uomo con una Aston Martin cabriolet fa salire una bionda chiaramente dell’est che si muove con passo sgraziato a causa di tacchi altissimi quanto inutili per la sua altezza, un francese con indosso una tunica di raso fa il trucco dell’indiano sospeso, nessuno lo guarda, per certe cose ci vuole le physique du rôle.
  

Ok, ragazzi, dite pure al vostro comandante che può stare tranquillo.

Tornando a bordo faccio due passi sui pontili di Cogolin, ci sono barche di tutti i tipi, una nautica più umana e meno mondana ma di certo non una nautica povera. Il cantiere del porto ha una dozzina di Swan, barche di serie fra le più costose del mondo, sull’invaso, molti gli operai al lavoro, si tratta di opera specializzati, non si mette uno Swan in mano a maestranze poco qualificate. La Costa Azzurra è uno dei centri mondiali della nautica di lusso, a Tolone, ad esempio ci sono bacini di carenaggio per i superyacht, quelli degli sceicchi del petrolio e dei banchieri russi, ma anche qui, dove le lunghezze fuori tutto sono di parecchie decine di metri inferiori, la cantieristica dà lavoro a migliaia di persone. E’ un tipo di nautica che non mi piace molto, mossa dalla ricerca del lusso più che dall’amore per il mare, ma ha il pregio di far girare l’economia senza per questo aver massacrato l’ambiente, non più che in Italia, almeno. Fa un po’ di rabbia pensare a come la visione sciocca della nautica che c’è da noi abbia impedito lo sviluppo di questo tipo di attività. Pensiamo a Fiumicino, è al centro del Mediterraneo, a 10 minuti da un aeroporto internazionale, a 40 da una città che offre tutto sia turisticamente che commercialmente, perchè non ha un grande porto per ospitare le tante barche che svernano nel Mare Nostrum bensì tanti piccoli pontili affidati spesso a maneggioni e trafficoni vari? Per non rovinare l’ambiente, dice qualcuno, con grossi impianti portuali. A me pare che il Tevere, con la sua foce, sia il fiume messo peggio fra i tanti che ho visto e navigato quest’anno, ma meglio non pensarci sennò salgono rabbia e tristezza.
 

Menton, quasi Italia

Quando lascio il golfo di Saint-Tropez c’è una portaerei poco al largo, è praticamente sulla mia direttrice, cerco di non avvicinarmi troppo ma non vorrei neppure andare fuori rotta. Evidentemente il mio proposito non è bastato, un grosso gommone nero mi punta, a bordo due ragazzi poco più che ventenni, quello seduto a prua imbraccia un mitra, mi girano da un lato e fanno per raggiungermi da poppa. Gli indico il filo della traina, quello al timone ha un sussulto, poi toglie immediatamente il gas. A cenni gli faccio intendere di aspettare che recuperi la lenza, poi gli do l’ok per accostarsi, praticamente sto dando ordini alla marina militare francese, mi diverte questa cosa. Cortesissimi mi pregano allontanarmi perchè c’è un’esercitazione in corso, mi scuso e accosto 20 gradi a sinistra, ci salutiamo, poi ognuno se ne va per la sua strada. La mia porta a Menton, sono curioso di dare uno sguardo a questo paese di confine, un po’ Francia, un po’ Italia, molta Liguria, anche nella lingua, il mentonasco, che suona un po’ ligure, appunto, un po’ credo occitano. E’ come me l’aspettavo, molto turistico ma piuttosto gradevole nell’architettura. Per strada praticamente solo italiani, è sabato e immagino che molti siano qui per il fine settimana, invogliati sicuramente dalla temperatura decisamente alta per la stagione. E’ l’ultima tappa di questa mia ottobrata francese, tra un paio di giorni arriverà un maestrale di quelli terrificanti, le previsioni parlano di Forza 9 sul Golfo del Leone, sulla Corsica e sulla Sardegna, meglio trovarsi un posto sicuro dove restare rintanato fino a che la buriana passi. Alzo le vele e mi metto in rotta, ho una notte di navigazione davanti, il vento è leggero e Piazza Grande avanza a non più di 4 nodi, sufficienti per raggiungere il rifugio che ho scelto prima che arrivi la tempesta.

Cadaqués ed il controruggito del Leone.


A sei anni, volevo diventare cuoco, a dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni sono sempre andate crescendo.

(S. Dalì, intervista)

Lasciata di poppa già da qualche ora Cadaqués, estremo lembo orientale di terra spagnola, un vento gagliardo mi spinge al traverso a oltre 6 nodi malgrado l’onda formata, mentre dagli altoparlanti in pozzetto i Pink Floyd cantano Money get away, Denaro va via, e dentro di me sento che hanno ragione, che quello che sto vivendo non ci sono soldi con cui lo baratterei, ma so pure che certe emozioni non possono prescindere da scelte di vita che hanno a loro volta un costo, monetario e non. Su questo viaggio ho investito molto, sia a livello economico che emotivo, ho fatto i mie conti su entrambi gli aspetti, ho pagato il dovuto ed ho mollato le cime dalla banchina.
 
So quello che ho lasciato partendo, non so bene quello che troverò quando tornerò, sto cominciando a pensarci in questi giorni, il rientro alla cosiddetta civiltà non è più così remoto. Gli ultimi scampoli di bella stagione sembrano tenere alla larga l’autunno, ma è ottobre ormai, è questione di giorni, poche settimane al massimo, e poi arriverà il freddo a sancire la fine dell’estate e di questo lungo viaggio.
 

Tramonto inclinato
Stappo una birra e guardo il mare, le creste delle onde cominciano a frangere e spumeggiare, è un mare un po’ antipatico, incrociato, ogni tanto Piazza Grande dà qualche spanciata per poi rimettersi in rotta senza scomporsi troppo, sono a tutta vela, serve potenza per avanzare in queste condizioni. Lo spettacolo, comunque, è meravigliosamente vivido. Penso a dove sarei ora se non fossi partito, se non avessi reciso quel cordone invisibile che ci lega alla terraferma, probabilmente in macchina, in coda da qualche parte a sprecare tempo, il bene più prezioso che abbiamo a livello individuale, e a sporcare l’aria, la cosa più preziosa che abbiamo a livello collettivo; un doppio crimine, insomma. Poi mi ricordo che la macchina non ce l’ho più, l’ho venduta un anno e mezzo fa, una delle cose sacrificate alla scelta di partire, forse allora starei ad una fermata di autobus, perdendo tempo ugualmente ma inquinando un po’ meno, almeno fino a quando non inventeranno gli autobus a vela.
 
Riciclo creativo
Vivere in città ti fa credere che tutto abbia un prezzo e che le cose belle costino care. Il ragionamento non è privo di logica, il costo di un oggetto è la giusta retribuzione per chi l’ha prodotto utilizzando la sua abilità ed il suo tempo, quanto più ce n’è voluto, tanto più prezioso è un bene. Quando però ti convinci che per essere felice hai bisogno di avere quelle cose allora sei fregato, entri nell’ingranaggio, inizi a produrre anche tu per poter consumare, ma nel frattempo altri avranno prodotto altre cose che ti costringeranno a produrre sempre di più ed allora il prezzo che pagherai sarà quello della rinuncia al tuo tempo che, come dicevo prima, è la cosa più preziosa che abbiamo dato che non è infinito. Senza scadere nell’estremismo di sette tipo Amish, una macchina più bella o vestiti più eleganti non svolgono la loro funzione in modo migliore, semplicemente appagano altri bisogni che con l’oggetto in sè non hanno nulla a che vedere. In altri termini, consumiamo per lenire il male interiore che ci deriva dal vivere per produrre, un circolo vizioso assurdo e terribile. In mare non ci sono centri commerciali e quando il bene scompare alla vista, scompare il bisogno. La prova l’ho avuta in questi due anni passati in barca, spesso approdando in isolette o località dove al massimo c’è un piccolo spaccio con il pane e un po’ di scatolame, a volte qualche verdura fresca. Ogni volta che ricapitavo, magari dopo settimane, in una città ed entravo in un supermercato, mi sentivo come un bambino nel paese dei balocchi, avrei voluto comprare tutto, riempire la barca di oggetti inutili, ero come ubriacato dalla vista di tanto ben di dio. Qualche volta ho abboccato alle lusinghe di tanto benessere, per poi ritrovarmi a bordo cose ingombranti e difficili da stivare che non miglioravano affatto la mia qualità di vita. E con cosa avevo pagato tutto ciò? Con il tempo passato a produrre il denaro per comprare quelle cose, in pratica ho barattato piccoli lussi, futili se non inutili, con giornate di mare. C’è una parola che da qualche tempo va di moda, è downshifting, una sorta di filosofia che sostiene che si può vivere con meno consumando meno. A parte la mia idiosincrasia per l’uso smodato di termini stranieri, quando l’ho scoperta mi sono accorto di essere un downshiftatore ante litteram, è una vita che io downshifto, forse avrei dovuto scriverci su qualche libro ed arricchirmi come ha fatto qualcuno di questi pseudosantoni che spacciano ricette preconfezionate per riempire i vuoti esistenziali di persone che non si rendono conto di aver creato esse stesse i loro vuoti.
 
Cadaques
E allora va’ Piazza Grande, va’, corri a briglia sciolta su queste onde, frangile con la tua prua, lasciati alle spalle una scia spumeggiante e bianca, una scia che si allunga sempre più, migliaia di miglia, da Roma, da Marsala, da Lisbona, da Istanbul, da ogni porto che hai toccato, da ogni rada che ha protetto il tuo ancoraggio; portami più oltre, dove io sono io e non le cose che possiedo, dove la mia anima è libera, dove sono il mare ed il vento a governare la mia esistenza, dove il sole ogni mattina scaldandomi mi dice che sono vivo, vivo, vivo! Il vento intanto gira verso prua ed aumenta, prendo una mano di terzaroli alla randa, poi ne prendo un’altra, poi rollo un po’ di genova e alla fine mi ritrovo a bolinare contro 25 nodi abbondanti di vento nel mezzo del Golfo del Leone, anzichè avanzare tranquillamente al lasco come da previsioni meteo. Tengo una rotta un po’ orzata, per avere possibilità di poggiare se il vento dovesse girare ulteriormente verso prua o comunque per avere un’andatura un po’ più tranquilla durante la notte. Ogni tanto Piazza Grande va in leggera straorzata, l’autopilota corregge prontamente e si rimette in rotta, sono molto veloce, sempre intorno ai 7 nodi con punte oltre gli 8, tolgo la traina, difficile prendere qualcosa in queste condizioni, qualche ora fa, quando ero più lento, ha abboccato un tonnetto di qualche chilo, ha fatto un paio di salti fuori dall’acqua, poi si è slamato durante il recupero lasciandomi a bocca asciutta mentre già pregustavo un bel carpaccio d’alto mare. In giro non c’è nessuno, a parte qualche peschereccio spagnolo alla partenza non ho più incrociato traffico di alcun tipo, neppure mercantile, malgrado Marsiglia, la mia destinazione, sia uno dei più importanti porti commerciali del Mediterraneo.
 
Cattedrale di Cadaques con gatto
Quando il sole cala all’orizzonte il mare è leggermente diminuito restando comunque uno stupefacente spettacolo di natura viva. L’onda è ancora incrociata e mi costringe ad incredibili contorsionismi sottocoperta per compiere qualunque gesto, come sedermi a controllare la strumentazione o mangiucchiare qualcosa di freddo, un po’ di pane con qualche fettina di salame preso a Cadaqués che si rivela il primo salame veramente saporito da quando ho lasciato l’Italia. Il vento fischia ancora forte tra le sartie, mi tengo all’erta, se dovesse aumentare ulteriormente mi costringerebbe a poggiare decisamente mancando quindi Marsiglia, ma non è questo a preoccuparmi, quanto piuttosto il fatto che il fondale nel Golfo del Leone risale con una rapidità incredibile nei pressi della costa, da oltre 1000 metri a poco più di 100, le onde, compresse da questo sbalzo repentino, potrebbero diventare molto corte e ripide e rendere la navigazione piuttosto disagevole. Tutto ciò perchè il vento soffia da sudest, stranamente per questo tratto di mare generalmente infestato dal Maestrale e da affrontare con il massimo rispetto. Il Leone ruggisce, ma fa uno strano verso che non ti aspetti, contrario alla consuetudine. Esco in pozzetto, c’è una luna pienissima che illumina la notte come fosse giorno, vedo il mare frangere e la prua di Piazza Grande che sia apre la strada in modo deciso, l’aria è calda, indosso solo una felpa, è incredibile visto che siamo ad ottobre inoltrato, se penso che a luglio ed agosto navigavo con pile e cerata completa; ma ero in Atlantico, correnti fredde di aria e di mare mi investivano provenendo da molto lontano. Mi metto in piedi al riparo dello sprayhood, guardo le goccioline d’acqua sulla plastica trasparente sfavillare alla luce della luna e canto a squarciagola Stavo andando a 100 all’ora per veder la bimba mia; non vado a 100 all’ora e non ho una bimba che mi aspetta a Marsiglia, al massimo una rada protetta dove riposare, ma mentre canto confesso a me stesso che sì, ho un po’ di nostalgia di casa.
 
La rada di Cadaques
In effetti da quando ho lasciato Valencia sto un po’ correndo, c’è l’impulso inconscio di recuperare il tempo perduto in quella sosta più lunga del previsto, quando finalmente ho ripreso il mare ho iniziato a macinare miglia fermandomi solo per riposare un po’ di tanto in tanto, del resto questo tratto di costa è deturpato in modo veramente pesante da un’edilizia tanto squallida quanto intensa, non merita un’attenzione maggiore di quella che gli sto dedicando. Ho passato Barcellona di notte, svicolando fra l’intenso traffico di navi enormi; una di esse, cui ho ceduto il passo nel timore di un abbordo, ha improvvisamente rallentato fino a fermarsi, evidentemente in attesa del pilota del porto, esattamente sulla mia rotta; in pratica mi sono trovato un muro lungo 300 metri e alto 30, così ha misurato l’AIS, a poche decine di metri dalla prua, un muro scuro con appena le luci di via a dare un’indicazione vaga dell’ostacolo da schivare, un bel momento adrenlinico sicuramente. L’unica sosta degna di questo nome l’ho fatta a Cadaqués, un luogo imprescindibile per me, nella frazione di Portlligat c’è la casa di Salvador Dalì, ora adibita a museo. Ho già visitato anni fa il museo Dalì di Figueres, l’altro fulcro della vita del pittore surrealista, adoro le atmosfere che ha saputo creare con le sue incredibili opere, non posso, ora che sono qui, non fermarmi e vedere il luogo dove alternava alle creazioni artistiche le sue stravaganze. Entro in rada nel tardo pomeriggio ed afferro, non senza qualche difficoltà, uno dei tanti gavitelli liberi di fronte al paese, l’unico modo di ormeggiare visto che stranamente non c’è un porto, malgrado il nucleo abitato sia antico di secoli. C’è una barca con una coppia francese di mezza età, chiedo loro se si debba pagare e a chi, mi dicono di no, poi protestano, non capisco bene perchè, quando mi vedono prendere un secondo gavitello a poppa. Non è che faccio come quel tale che non si fidava delle bretelle e allora metteva pure la cinta, piuttosto vedo che il vento sta calando ed entra una leggera onda nella baia, so già come finirà, barche traversate e rollio estenuante. Faccio un gesto ai francesi con l’intento di invitarli, nel modo più educato possibile, a farsi gli affari loro visto che di gavitelli liberi ce n’è un’infinità, poi me ne vado sottocoperta ad ispezionare la sentina: 3 giorni di mare e neppure una goccia d’acqua, brava Piazza Grande! Dopo cena, puntuale si avvera la mia previsione, il vento è sparito e la rada è piena di alberi che ondeggiano a destra e sinistra come orologi a pendolo, solo una di esse sta bella ferma con la prua rivolta verso il mare, è quella su cui mi trovo, guardo fuori dalla parte dei francesi e sorrido fra me e me.
 
Portlligat, la casa di Dalì
L’indomani, dopo una bella dormita ristoratrice, gonfio il tender e vado a terra, lo lego ad un piccolo pontile di pietra e me ne vado un po’ a passeggio. Il paese è veramente carino anche se decisamente turistico, lo attestano i prezzi astronomici delle case che sbircio sulle vetrine di alcune agenzie immobiliari; siamo però a fine stagione, l’atmosfera è molto tranquilla, c’è un piccolo gruppo di tedeschi accalcati attorno alla statua di Dalì sul lungomare e poi molti francesi, il confine è a pochi chilometri, normale trovarli qui. Che siamo vicini alla Francia me lo dice anche il modo in cui al forno mi incartano il filone di pane: con un francobollo di carta al centro che ne lascia scoperta la maggior parte. Quando esco sono quasi tentato di metterlo sotto l’ascella e fischiettare la Marsigliese, poi invece cedo alla gola, emana un odore fantastico e il sapore non è da meno. Chiacchiero un po’ con la commessa di un negozio dove compro un paio di regalini, La stagione è agli sgoccioli, mi dice, la prossima settimana i ristoranti chiuderanno tutti e riapriranno a primavera. E l’inverno cosa fate?, chiedo con la mia solita curiosità di scoprire come si viva in posti così. Si lavora nell’edilizia, mi dice, nella costruzione e nella manutenzione delle case per i turisti. L’anno scorso a Panarea ho avuto la stessa risposta, finchè dura, buon per loro. Alle finestre delle case tantissime bandiere catalane, la corte suprema spagnola ha appena dichiarato inammissibile il referendum per l’indipendenza che avrebbe dovuto celebrarsi nei prossimi giorni. Probabilmente gli animi si erano già raffreddati dopo l’esito del referendum scozzese di qualche settimana fa, ma a quanto sembra la questione qui è molto sentita, malgrado la Catalogna goda di uno status speciale che prevede fra l’altro l’uso ufficiale della lingua locale. Pare però che da un po’ di tempo tutti abbiano il prurito di separarsi da qualcun’altro, fosse pure il dirimpettaio, non sia mai che ci si debba mischiare con uno che pronuncia una parola con un accento un po’ diverso dal proprio o condisca la minestra con una spezia che la nonna non s’è mai sognata di usare, le tradizioni vanno salvaguardate, diamine!
 
Il genio
Mi incammino verso Portlligat, ci vorrà circa mezzora e forse sarà una fatica inutile. Ieri ho scoperto che per visitare la casa di Dalì bisogna prenotare, ho telefonato ed era tutto pieno: Venga e si metta in lista d’attesa, m’ha detto una voce gentile all’altro capo del telefono; insistere un po’ accennando ai tanti giorni di navigazione impiegati per arrivare qui non è servito a perorare la mia causa. La piccola rada di Portlligat è un delizioso ricamo, c’è una piccola banchina in pietra su cui si affaccia la casa museo, una spiaggetta con alcuni gozzi tirati in secco, un altro paio di costruzioni e nulla più. Di fronte due isolotti chiudono la baia offrendo un buon ridosso alle barche alla fonda, c’è veramente un senso di pace incredibile. Vado alla biglietteria della casa, Mi dipiace, non è proprio aria per oggi, se ne riparla martedì, mi dicono allo sportello. Pazienza, mi accontenterò di guardarla da fuori, come mi è capitato tanti anni fa a New York, dove quasi ero andato con lo scopo di vedere il museo Guggheneim, tanto ero appassionato di Frank Lloyd Wright, e lo trovai chiuso per restauro. Scatto qualche foto, guardo un audiovisivo sulla vità di Dalì che proiettano in una piccola bottega, poi me ne torno verso Cadaqués. Un gatto si struscia contro un muro, mi vede e si allontana distrattamente, la campana di una cappella chiama alle preghiere del vespero, guardo le colline ricoperte di ulivi degradare verso il mare e poco oltre Piazza Grande che riflette gli ultimi raggi di sole di una calda domenica d’ottobre.
 
L’alba sulle isole Frioul
L’arrivo a Marsiglia, dopo quasi 24 ore di navigazione, è piuttosto movimentato, soffia ancora forte lo scirocco, decido di non entrare in porto ma fermarmi alle Frioul, un piccolo arcipelago già sede di un distaccamento militare e ora libero da servitù. Sulla carta ci sono un paio di rade che dovrebbero offrirmi un buon ridosso, invece quando arrivo scopro con grande delusione che il mare gira attorno alle isole e praticamente entra da tutti i lati, impossibile dare fondo in sicurezza. Con la stanchezza di una notte passata quasi tutta in bianco, studio la carta ed il portolano e individuo in Pointe Rouge, periferia est della città, il posto che fa per me, una mezz’ora ancora di vela e ci sono, mi avvicino più che posso al molo del piccolo marina omonimo, calo un calumo molto generoso e poi finalmente me ne vado in cuccetta a riposare, il Leone, comunque sia, è di poppa. Mi svegliano dopo qualche ora le voci dei bambini della scuola di vela, ci sono decine di piccoli Optimist attorno a me, virano, strambano, scuffiano, si divertono da pazzi ed anch’io mi diverto a guardarli. Il mare li ha strappati per qualche ora a videogiochi e televisione ed il vento, forse, gli sta insegnando che la vera ricchezza non è avere tante cose bensì tempo per vivere e navigare e che a volte le due cose coincidono.

Valencia e la grande truffa meteorologica

Qui regarde trop la météo
passe sa vie au bistrot.

(Proverbio francese)

Il cielo è completamente grigio e pur nascondendo del tutto il sole alla vista non sembra minacciare pioggia, bandiere e guidoni penzolano inerti dalle crocette attestando inequivocabilmente l’assenza totale del vento, la superficie dell’acqua all’interno del Marina Real Juan Carlos I di Valencia è completamente liscia, quasi oleosa, su tutto soggiace una cappa di quiete e silenzio, è domenica mattina e le attività portuali rispettano la consegna settimanale del riposo. Mi siedo in pozzetto con il caffè caldo appena fatto ed un pastel, un croissant, vabbè, un cornetto, diciamolo in italiano, comprato ieri sera in una pasticceria artigianale, e consumo la mia colazione assaporandola insieme a quest’atmosfera rarefatta.

 

Mi piacciono le giornate così, sono grigie, sì, ma di un grigio che rasserena, che rilassa, non danno la carica e la voglia di vivere che dà una bella giornata di sole ma sembrano piuttosto suggerire un momento di riposo, di riflessione, di introspezione. Sono le giornate ideali per sedersi su uno scoglio a pensare, oppure per passeggiare su una spiaggia ormai deserta di vacanzieri, magari chiacchierando con un amico, segnalano la fine della bella stagione scandendo il trapasso lento dalla calura estiva ai rigori di un inverno ancora lontano, ma sembrano suggerire la bellezza che ogni periodo dell’anno racchiude in sè. A metà mattinata qualche voce sul pontile, diportisti locali che nel fine settimana accudiscono la loro imbarcazione, un bambino si sporge sotto l’occhio vigile della madre nel tentativo vano di catturare con un piccolo retino i soliti pescetti che stazionano nei porti, gli skipper delle barche di lusso perennemente all’ormeggio si scambiano un saluto con la faccia annoiata dalla monotonia, mentre l’anziana coppia olandese accanto a me prosegue la lettura di libri evidentemente molto avvincenti che conduce ininterrottamente da quando siamo ormeggiati affiancati.

 

Il fantasma della Coppa
Sono qui da diversi giorni, doveva essere una sosta breve, per spezzare un po’ la navigazione e rivedere Valencia che anni fa mi piacque molto, invece le previsioni meteo mi hanno indotto a fermarmi più a lungo per aspettare che passi il forte vento da est annunciato da tutti i siti che ho consultato. Parliamo di oltre 25 nodi con relativa onda di oltre 2 metri, impensabile mettersi a bordeggiare a lungo in un mare simile, vorrebbe dire grande sofferenza e minimo avanzamento, meglio starsene tranquilli in porto qualche giorno, del resto in questi mesi non ho mai avuto soste forzate per meteo avverso per più di 36 ore, è quindi assolutamente accettabile questo stop imposto da Madre Natura. L’ultimo alito di vento a favore si alza improvviso a poche miglia dalla città, entro in porto con oltre 20 nodi in poppa dopo aver faticato un po’ a trovare l’ingresso dato che il piano riportato dalla cartografia elettronica che possiedo è completamente sbagliato e non ho avuto ancora la possibilità di comprare un portolano aggiornato di questo tratto di costa. Il marina è molto bello, costruito pochi anni fa quando Valencia divenne il centro mondiale della vela ospitando le regate dell’America’s Cup. Accosto al molo di attesa, anzi il vento laterale mi ci butta contro, ma ho previdentemente messo tutti i parabordi che possiedo su quel lato e Piazza Grande rimbalza delicatamente sulla banchina mentre lancio le cime al marinaio che ho sollecitato via radio e che mi attende. Mi trasferisco al posto che mi assegnano, raddoppio le cime sul lato sopravvento e a questo punto, caro vento da est, ti dico che mi fai un baffo, il marina oltre che bello è anche economico, me ne starò qui fino a quando ti sarai stancato di soffiarmi contro, nel frattempo mi riposerò, farò qualche lavoretto di manutenzione, me ne andrò a spasso per la città e soprattutto mi ingozzerò scientemente presso Sagardi, il mio spacciatore di tapas preferito. Alla via (terrestre) così!
 
Tapas, stato dell’arte
Per un paio di giorni mi lascio pervadere dall’indolenza, la mattina quando mi alzo me ne resto stravaccato in pozzetto, a volte a leggere, a volte a non far nulla: ma ne ho bisogno, ultimamente ho navigato molto e dormito poco, sono parecchio stanco e mi serve di recuperare un po’ di energia. Rinvio anche la visita al centro storico, distante mezzora di metro, limitandomi a quattro passi nel quartiere dietro il porto, per niente interessante, giusto per sgranchirmi un po’ le gambe. Lungo le banchine gruppi di operai lavorano alacremente per abbattere gli enormi capannoni dove risiedevano i vari team dell’America’s Cup, costruzioni moderne in acciaio e vetro di fronte alle quali galleggiano desolatamente vuoti i pontili dove le barche ormeggiavano al termine delle regate. Vedere abbattuti degli edifici così nuovi mi induce due sensazioni contrastanti: la prima di indignazione, penso che è folle distruggere delle costruzioni che hanno solo 10 anni, vedo un’assurdo spreco consumistico. La seconda di ammirazione, penso che la capacità di riciclarsi rapidamente è ammirevole, a Roma ci sono voluti decenni per trovare un nuovo utilizzo per il vecchio mattatoio ed i mercati generali di Via Ostiense, qui in un attimo voltano pagina e cominciano una nuova storia. Alla fine non so decidermi se sia giusto o sbagliato, penso che le scelte di Bertarelli, l’uomo che ha voluto che le regate si disputassero qui, hanno sicuramente portato un grosso beneficio economico a Valencia, ma agli spagnoli va sicuramente il merito di aver saputo approntare un porto ed una città in modo ineccepibile in tempi rapidi. Quello che è fallito è invece il tentativo di trasformare l’America’s Cup in qualcosa di simile alla Formula 1 o ai mondiali di calcio, un circuito di regate che si svolgono in un lasso di tempo molto lungo seguito da tifoserie nazionali. Con la sconfitta di Alinghi nel 2007 la Coppa è ritornata quel che era, la sfida fra due miliardari disputata su barche spaziali costruite al limite estremo di regolamenti complessi e farraginosi. Dal mio punto di vista una noia mortale, guardando le regate non c’è nulla che poi si possa replicare, seppur in piccolo, su una normale barca da crociera e anche dal punto di vista strettamente sportivo le trovo decisamente poco interessanti, la vela in TV non rende, è poco comprensibile e raramente avvincente.
 
E’ uscito il 35?
Seguo costantemente le previsioni meteorologiche per capire quanto dovrò restare qui, ogni giorno sul monitor del computer vengo messo in guardia circa le tempeste in atto in questa zona e ogni giorno guardo oltre l’antemurale del porto e vedo il mare calmo e le persone che fanno tranquillamente il bagno, fra l’altro malgrado sia fine settembre la temperatura è decisamente calda. Consulto siti, scarico mappe meteo, tutti, chi più chi meno, paventano marosi enormi e venti di burrasca, magari sarà domani, penso, stanno sbagliando la tempistica ma l’evento, se tutti concordano, prima o poi ci sarà. Intanto me ne vado un po’ a spasso a la Ciutat de les Arts i les Ciències, l’avveniristico progetto urbanistico volto appunto a celebrare arte e scienza, realizzato qualche anno fa su progetto di Santiago Calatrava, l’architetto spagnolo che a Venezia costruisce ponti traballanti e che qui ha dato decisamente il meglio di sè. Trovo questo posto bellissimo architettonicamente e trovo fantastico dal punto di vista sociale un progetto di questo genere che celebra quanto di meglio l’uomo riesce ad esprimere, scienza ed arte, in altri termini ingegno ed abilità, un’esaltazione dell’umanesimo che da noi si è persa all’ombra dell’ennesima statua di Padre Pio. Me ne vado a spasso anche per il centro, Plaza de la Mare de Deu, la cattedrale, il mercato, posti che sfortunatamente visito insieme ai gruppi 29, 45 e 67 di una da nave crociera carica di americani e russi che sciamano per la città ciascuno disciplinatamente dietro il proprio sherpa con il cartello che riporta il numero del gruppo di appartenenza. Scappo via, mi viene l’orticaria al solo vedere questo tipo di turismo, ciascuno viaggia come può o crede, ma per quanto mi riguarda preferisco starmene a casa mia se la sola alternativa è questa qua.
 
Il fiume d’erba verde
Tra le peculiarità di Valencia c’è il fatto che il fiume che l’attraversava è stato deviato dopo l’ennesima esondazione ed ora il suo tratto urbano è stato trasformato in parco pubblico, una striscia di verde che si dipana lungo abitato, dove le persone corrono, vanno in bicicletta, giocano, all’ombra degli antichi ponti che univano le due sponde. La sera, quando torno in barca, il cielo si riempe di enormi nuvoloni neri carichi di pioggia: che sia il big-one annunciato da giorni? Chiudo tutti gli oblò, mi preparo al temporale, invece i nuvoloni mi passano sopra senza lasciar cadere che qualche goccia che macchia appena la coperta qua e là. Mentre cucino una frittata di cipolle di quelle che piacciono a me, cioè con tanta cipolla, controllo ancora i 3 o 4 siti meteo che consulto abitualmente, a sentir loro dovrei restarmente barricato in porto ancora per giorni, a guardar fuori, invece, vedo un mare calmo che riflette il rimpianto di aver dato retta ai bollettini e non essere ripartito dopo la prevista sosta di un paio di giorni. A volte sento la terra che mi brucia sotto i piedi ed il bisogno di prendere il mare, appena fuori mi quieto quasi come se avessi patito la lontananza dal mio elemento, questa volta ho represso l’anelito per prudenza; la prudenza però può essere saggezza ma anche trasformarsi in incapacità di cogliere le opportunità che la vita ci offre, ancora una volta il mare è metafora della vita.
 
Anche la donna tatuata scruta il mare
Una volta le uniche previsioni meteorologiche erano quelle dell’Aeronautica Militare, in TV c’era il colonnello Bernacca che tutte le sere indicava con la sua bacchetta le isobare su una carta dell’Europa spiegando l’evoluzione del tempo. Erano previsioni che avevano il limite di essere fatte, soprattutto nel caso di quelle dei mari, su zone molto ampie, impossibili da omogeneizzare, erano però previsioni fatte da un organismo neutrale, che non aveva alcun interesse nel dire o non dire determinate cose. Oggi è tutto cambiato, abbiamo tante fonti di informazione, private, indipendenti, ma spesso in conflitto di interessi, sembra assurdo ma è così. Un quotidiano lo compriamo se c’è una notizia che ci interessa leggere, se siamo preoccupati per qualcosa e vogliamo tenercene informati; se sul giornale di ieri avessimo letto: tutto tranquillo, domani non succederà niente, restate pure a dormire serenamente fino a tardi o andate a fare una bella gita con la famiglia, di sicuro oggi non saremmo andati in edicola. Ma un quotidiano vive grazie ai suoi lettori e deve cercare di non perderli ed indurli ad acquistare ogni giorno una nuova copia, quindi non ci darà mai un annuncio di questo genere. Per i siti di previsione meteo è la stessa cosa, vivono di accessi, di click, di pubblicità conseguente, hanno bisogno che torniamo spesso a visitarli, quanto più lo facciamo tanto più hanno successo e quindi guadagnano. Ed ecco che come i quotidiani, non ci diranno mai che va tutto bene, che è previsto sole per tutta la prossima settimana, altrimenti noi per una settimana non accenderemmo neppure il computer. Vuol dire che mentono sul tempo che farà? No, certamente, altrimenti perderebbero credibilità e sarebbero finiti, il loro gioco è più sottile. Le previsioni, soprattutto quelle a lunga scadenza, hanno un’escursione minima e massima, il vento, ad esempio, fra 6 giorni potrebbe essere fra i 10 ed i 30 nodi e la pioggia probabile fra il 10 ed il 50%. Nella migliore delle ipotesi avremo una brezza leggera che rinfrescherà un poco una giornata soleggiata, nel peggiore una bella sventolata che unità alla pioggia potrebbe dare qualche problema per mare. Un sito che fornisce come previsione l’ipotesi peggiore, non mente e ci induce comunque a controllare anche i giorni successivi l’evolversi della situazione. Col passare dei giorni la forbice fra minimo e massimo si riduce fino a che, molto spesso, si verifica l’ipotesi migliore, il tempo è bello e noi abbiamo visitato il sito meteo tutti i giorni precedenti.
 
Che nero!
E’ un gioco sporco che può fare danni seri, quest’estate alcune federazioni di albergatori si sono lamentate delle previsioni sempre catastrofiche per i fine settimana, poi puntualmente rettificate progressivamente al meglio quando ormai le persone avevano cancellato prenotazioni o evitato di farne. Uno dei più importanti siti italiani fa esattamente questo, l’anno scorso l’ho visto dare un Forza 10 in Tirreno a settembre, un evento assulutamente eccezionale per quella stagione e che ha messo in allerta tutti quelli che vanno per mare, divenuto poi un tranquillisimo Forza 4 il giorno prima della prevista tempesta. E’ un gioco che ha bisogno di creare ansia nelle persone per spingerle continuamente a cercare informazioni utili alla propria salvezza. Ecco allora l’uso sproporzionato dei termini: quello che fino a poco tempo fa era un temporale, oggi è sempre una bomba d’acqua, una normale depressione atmosferica diventa un ciclone, è un continuo allerta per eventi che sono assolutamente normali alle nostre latitudini. Come se non bastasse, si fanno previsioni a lunghissima scadenza, sempre ovviamente con toni allarmistici: un altro importante sito italiano a maggio scorso ha pronosticato un’estate torrida, africana, sappiamo bene come invece sono andate le cose, l’estate più fredda e piovosa degli ultimi anni. Lo stesso sito, pochi giorni fa ha predetto un gennaio glaciale, mica freddo o molto freddo, ha scritto proprio così, glaciale. Dire questo ad ottobre non ha doppiamente senso, perchè le previsioni fatte con mesi di anticipo sono carta straccia, oltre tutto, come per la celebre storiella di Al lupo, al lupo, si finisce poi per non essere creduti quando l’allarme è serio e la situazione realmente pericolosa.
 
Valencia, chiare fresche dolci acque
Vuol dire questo che consultare le previsioni è inutile? No, certamente è doveroso farlo e soprattutto è bene confrontare fonti di informazioni diverse, non dimentichiamo che spesso i siti si limitano ad elaborare graficamente le previsioni fatte da grossi organismi internazionali. Personalmente uso molto i file GRIB, un sistema di codifica numerica delle previsioni che viene poi elaborata con un software sul proprio PC, tutto assolutamente gratis. Non sto ad annoiare con spiegazioni tecniche sul funzionamento di questi file, dico solo che sono piuttosto attendibili e sono rilasciati da enti che non hanno interessi economici poco chiari, hanno solo il limite di essere un’elaborazione automatica che non tiene conto di fenomeni locali, quindi sono molto più affidabili per la navigazione d’altura che per quella costiera dove la morfologia del territorio può creare alterazioni anche significative. Non ci resta che una soluzione, essere sempre pronti a tutto, alla burrasca come alla bonaccia, non ostinarsi a proseguire nel proprio progetto di navigazione ma essere pronti a modificarlo in qualsiasi momento, avere sempre una via di fuga, un piano B da intraprendere nel caso qualcosa andasse storto e soprattutto avere acqua sottovento. Passo in ufficio a saldare il conto, saluto i vicini di banchina e mollo le cime dal pontile, fuori c’è un po’ d’onda contraria, forse dovrò bolinare, forse sarò costretto a poggiare parecchio, forse addirittura a tornare indietro se il mare dovesse montare in modo importante, ma nel cuore ho la certezza che sto facendo la cosa giusta: navigare.

La Costa Blanca, edificata o selvaggia

Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

(P. Neruda, Spagna nel cuore)

Da almeno due ore mi rigiro in cuccetta senza riuscire a riaddormentarmi. Sono le 3 del mattino, il rollio terribile non mi fa chiudere occhio malgrado la stanchezza ed il sonno, veramente tanto dato che è la seconda notte consecutiva che va in questo modo. Aggiungiamoci pure che sono andato a domire senza il 100% di tranquillità per quanto riguarda l’ancoraggio, avendo dato fondo su 15 metri, più di quanto faccia di solito, e su un fondale di alghe che certamente non terrà se dovesse alzarsi il vento; le circostanze però non offrivano nulla di meglio.

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Alborán, l'isola non trovata


Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via,
tingendosi d’azzurro, color di lontananza.

(F. Guccini, L’isola non trovata)

Fino a non molti anni fa, prima dell’avvento di Internet, il bollettino Meteomar era la sola fonte di informazioni per le previsioni meteo. Si poteva ascoltare sul VHF ad orari prestabiliti, 4 volte al giorno, non come adesso che viene ripetuto continuamente sul canale 68, oppure a notte fonda sui canali radio FM della RAI. Era l’appuntamento fisso dei diportisti, se lo mancavi ti arrangiavi e mancarlo era molto facile perchè fatalmente l’orario di trasmissione cadeva nel momento in cui ti trovavi in un punto in cui il VHF prendeva male, così finiva che del settore che di previsione che ti interessava captavi solo un gracchiare incomprensibile. Solo sul finale del bollettino, magicamente, come per un superiore volere divino, il segnale tornava perfetto e dall’altoparlante giungeva forte e chiaro: Mar di Alboran, burrasca in corso da sudovest, forza 7.

Nessuno ha mai saputo dove si trovasse il Mar di Alboran e credo tutt’ora siano in pochi a saperlo, ancora meno quelli che sanno perchè si chiama così. Tra gli obiettivi di questo viaggio c’è anche quello di risolvere questo mistero e risoluto quindi nel mio scopo lascio il porto di Melilla insieme ad Augusto alla volta di Alboran, anzi Alboràn, anzi Alborán, gli accenti in spagnolo sono sempre acuti.
 

A vele spiegate verso la meta
Appena fuori, il vento da ponente che ha soffiato incessantemente nei giorni che siamo stati all’ormeggio, ci spinge con forza al traverso mentre osserviamo la costa africana avvolta nella foschia del mattino. Appare bella e deserta, poco o niente edificata, non c’è traffico marittimo di nessun genere, l’istinto suggerirebbe di fare rotta verso est e costeggiare tutto il continente fino a Tunisi per poi risalire da lì verso l’Italia. La ragione, viceversa, influenzata anche dagli ultimi terribili sgozzamenti di infedeli in terra santa, consiglia di girare a largo e in fretta. Lo so che il Maghreb non è l’Iraq, ma non dimentichiamo che l’incipit ai tagli di gola l’ha dato il FIS, Fronte Islamico di Salvezza, una quindicina d’anni fa proprio in Algeria, senza contare il pericolo di abbordi anche solo per rapine o prosaici taglieggiamenti da parte di autorità corrotte. Joshua Slocum, 100 anni fa, si difendeva con un fucile e spargendo chiodi da tappezziere in coperta per ferire gli indigeni che avessero tentato di salire a bordo; io però non ho armi, se non un paio di fucili da sub, ed i chiodi sono stati resi inutili dall’uso delle scarpe. Insomma, un gran peccato, ma non mi pare proprio il caso; non c’è turismo, ma non troveremmo un atmosfera rilassata, prua a nord quindi verso la nostra meta, che comunque è tutt’altro che turistica.
 

La costa africana

Che poi, non è mica peccato essere turistici, solo che a me, per indole non certo per snobismo, i posti turistici non piacciono. Non mi piacciono perchè sono troppo affollati, ma soprattutto perchè sono stati snaturati, non è sufficiente quindi andarci fuori stagione. In un posto turistico l’economia gira sulle presenze estranee, gli artigiani hanno fatto spazio alle paninoteche, le vecchiette sono state sfrattate dagli affittacamere e la gente ti sorride proporzionalmente al portafoglio che ha valutato tu abbia in tasca; la quasi totalità delle città architettonicamente belle è ridotta così, non esistono in quanto città, non in quanto luogo di aggregazione sociale ma solo economica. Melilla, pur essendo artisticamente insignificante, m’è piaciuta molto proprio perchè di turismo ne ha praticamente zero, perchè è un luogo diverso, un altrove con una sua storia da raccontare differente dalle altre. Le città europee, viceversa, sembrano tutte ormai replicare lo stesso clichè consumistico in una quinta diversa ma spersonalizzata, senz’anima, un’anima ceduta al turismo in cambio di un po’ di benessere. A che serve, quindi, viaggiare in posti così? Se per viaggiare si intende l’arricchimento della conoscenza, del mondo e di se stessi, assolutamente a nulla, tanto vale starsene a casa propria, altrimenti meglio dirigersi verso località meno belle e famose ma proprio per questo più vere. Ecco, ammesso che nel 2014 si possa ancora distinguere fra turista e viaggiatore, distinzione pare fatta per la prima volta da Bruce Chatwin, direi che la differenza è questa qui, il viaggiatore dà un senso al suo viaggio, per il turista il viaggio è il senso stesso. Perchè, come ha scritto Pessoa, Per viaggiare basta esistere, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo. E chi sono io lo avverto bene in mare: sono l’onda che frange sulla mia prua, il vento che soffia sulle mie vele, il sole che scalda le mie ossa e la mia anima.
 

L’isola non trovata
Dirigiamo, quindi, verso nord ma con la prua rivolta a nordovest a causa di una forte corrente da ovest, siamo a circa 120 miglia dallo Stretto di Gibilterra, davvero non credevo che gli effetti del travaso d’acqua fra Mediterraneo e Atlantico si sentissero così forti così lontano. Ma il confronto fra bussola di rotta e GPS non mente, c’è uno scarto di oltre 30 gradi. Certo che una volta l’esperienza era tutto, per navigare in sicurezza bisognava necessariamente aver navigato, conoscere un mare, averlo già affrontato prima di affrontarlo da soli; senza GPS non avrei mai sospettato una deriva di questa portata in questo specchio acqueo. Augusto si prepara il suo pappone dietico a base di latte, cereali e pezzi di frutta, io, meno salutisticamente, scarto un pacchetto di patatine ed una birra e mi godo in pozzetto la navigazione. Ieri sera sono andate via le ultime fette di prosciutto, il jamòn, comprato a Gibilterra, è stato uno sfizio niente male affettarlo a bordo, certamente da ripetere. Faccio il punto sulla carta nautica, siamo a circa 30 miglia dalla nostra meta e a 70 dalla costa continentale spagnola eppure si vede perfettamente il profilo delle montagne, del resto la Sierra Nevada ha picchi molto alti, al contrario di Alborán, che è alta solo 15 metri sul livello del mare. Non l’ho detto ancora, si tratta di un’isola, una piccolissima isola di neanche 1 Km quadrato, situata in mezzo al mare fra Europa e Africa. E’ incredibile il numero di piccole isole che si trovano nel Mediterraneo, sono migliaia, alcune poco più che scogli, magari con sopra una casupola o un piccolo rudere, insignificanti da qualunque punto di vista, bellissime se le si guarda con l’occhio di chi ama il mare. A me questi scogli hanno sempre attratto o quanto meno incuriosito, andare ad Alborán, però, non è facile, è un parco naturale ed è zona militare, doppie limitazioni quindi, ma tentar non nuoce. Il piano è molto semplice, andare, fare un giro, provare ad ancorare; se va, bene, altrimenti tanti saluti. Unica cosa, cercare di non farsi sparare!
 
Mi è semblato di vedele un gatto…
Quella delle schioppettate non è un’eventualità troppo remota, Alborán è uno scoglio ma a volte gli scogli sono strategici ed ecco che allora vengono contesi da più parti con la forza. Nel 1960 i russi, che con il Mediterraneo non ci azzeccano veramente niente, tentarono di prenderne possesso e gli spagnoli reagirono inviando un piccolo contingente militare a presidiarla. Era l’anno della crisi dei missili a Cuba, una base piazzata a poche miglia dall’Europa sarebbe stato un bel colpaccio per i sovietici, anche se vista l’estensione ad Alborán al massimo potevano installarci un paio di cerbottane. La storia ci dice che Krushev cedette in entrambi i casi, chissà la diplomazia quali strumenti di persuasione ha adoperato nell’ombra, l’importante è che la terza guerra mondiale in quell’occasione sia stata scongiurata, anche se solo per un pelo. Ma al di là delle schioppettate di alta levatura geopolitica, pochissimi anni fa il piccolo contingente militare di Alborán ha intercettato e catturato dopo un inseguimento per mare un’imbarcazione di narcotrafficanti. Del resto il Marocco si sa che è un grosso produttore ed esportatore di hascish, con poche ore di navigazione il mercato europeo dello sballo è raggiungibile anche con un piccolo battello, cerchiamo quindi di non essere scambiati per trafficanti di droga e conseguentemente impallinati. Continuiamo intanto a navigare al lasco, il faro dell’isola è ormai ad un paio di miglia davanti a noi, inizio a scattare qualche foto col teleobiettivo, sembra un obelisco piantato su un piccolo sasso piatto e deserto con alla base una costruzione, probabilmente l’abitazione dei militari,  intorno parecchie antenne e sulla destra un piccolo molo che nasconde appena alla vista una motovedetta di medie dimensioni.
 
Un cimitero per tre morti
Un’isola è, credo, una delle mete per eccellenza per un velista, raggiungerla ha sempre un suo fascino particolare, sia che si tratti di un’isola grande e ben conosciuta, sia che, come in questo caso, sia poco più che un puntino sulla carta nautica. Da piccolo mi piaceva passare con lo sguardo il profilo delle coste disegnate sulle cartine per cercarne i piccoli lembi strappati alla terraferma dai remoti sommovimenti geologici del pianeta. Fantasticavo di andarci, me le immaginavo come uno scrigno incontaminato dove godere del fascino della natura e del mare. I miei occhi di bambino sognavano in molti casi una realtà mai esistita, in altri la mano dell’uomo ha provveduto a distruggere in pochi decenni delicati ecosistemi naturali non in grado di reggere pressioni turistiche o semplicemente antropiche di grossa portata senza soccombere. Sognavo Giannutri, Palmarola, lì davanti alla costa tirrenica, vicine eppure irragiungibili, perchè non collegate con traghetti, riservate ai pochissimi diportisti patentati di allora, mio padre aveva un piccolo gommone che non avrebbe mai potuto affrontare una navigazione del genere. Oggi sono prese d’assalto da migliaia di barche e barchette, la fauna ittica è stata sterminata oppure è scappata via, nelle rade quando si sta alla fonda si gioca, si fa per dire, all’autoscontro. Pagano certamente lo scotto della vicinanza alle grandi città ma anche uno sfruttamento turistico scriteriato che le ha ridotte a scogli da cui stare alla larga, almeno dal mio punto di vista. Mi resta il ricordo di quel contorno disegnato dalle linee batimetriche crescenti dove la mente volava via sognando il fascino incomparabile del mistero e restano i tanti isolotti sparsi per il Mare Nostrum a rinnovare e rendere vivo quel ricordo, se allungo la mano, ora, posso quasi toccarne uno di essi.
 
Bye bye
Voglio lasciare Alborán a dritta, poi strambare per girargli attorno ed infine gettare l’ancora sul lato ridossato, poco prima del molo. Quando siamo davanti al faro, il sole basso evidenzia in modo chiaro la sagoma di 3 o 4 persone che ci osservano, una di esse ha un binocolo in mano, continuo a scattare foto e loro ad osservarci. Dopo il cambio di mure in pochi minuti abbiamo fatto il giro completo, sull’altro lato c’è un piccolissimo cimitero che pare ospiti le suocere di un paio di guardiani morte agli inizi del ‘900, chissà se di morte naturale, ed il corpo di naufrago finito qua chissà come. Ammainiamo le vele, e col motore al minimo dirigiamo verso la piccolissima cala. Piuttosto che attendere che vengano a dirci qualcosa, chiamo io sul VHF; mi rispondono dicendo che non si può ancorare a meno di un miglio e navigare a meno di 300 metri. Io capisco solo la seconda parte e inizio a calare l’ancora sotto la piccola scogliera. Non ci siamo capiti, mi ripetono, dovete ancorare a un miglio. Ok ricevuto, indugio leggermente a ritirare su l’ancora, quello che mi interessava, vedere l’isola che non c’è, l’abbiamo fatto, possiamo andare. Lancio un ultimo sguardo alla scogliera che abbiamo davanti, l’isola trovata che presto svanirà. Ora prua su Cartagena, ci aspetta una notte di navigazione, avrei preferito una bella cenetta e poi una notte di riposo ma per mare bisogna sempre essere pronti a tutto, i programmi sono sempre lì per essere cambiati, completamente quanto repentinamente. Un momento, mi dicono dalla radio, mi dia il suo numero di matricola. Certamente! Sciorino i miei dati scusandomi per il disturbo e li saluto, chissà se Piazza Grande è finita in qualche database di navi pirata, da qualche parte devo avere la Jolly Roger, la bandiera con il teschio e le tibie incrociate, comprata anni fa per far divertire i miei figli quando erano piccoli, sono pronto ad issarla e vendere cara la pelle. Il sole intanto è andato giù oltre l’orizzonte, le vele sono belle gonfie di vento, l’onda è leggera e non fastidiosa, il profilo di Alborán si fa sempre più confuso alla nostra poppa fino a sparire nel buio della notte ed io metto un altro segno di spunta nella lista dei sogni realizzati, della vita vissuta.

 

Melilla, ultima colonia d'Africa

Franz è il mio nome e vendo la libertà
a chi vuol passare dall’altra parte della città.
Compra il biglietto e non ti pentirai
per quello che ti do non costa assai.

(E. Bennato, Franz è il mio nome)
 

Avvolte in lunghe palandrane marroni due donne dai tratti maghrebini sono accovacciate in terra lungo il piccolo marciapiede della strada che porta al mercato di Melilla, enclave spagnola in Marocco. Davanti a sè hanno una cassetta di legno dove è esposta la loro merce, del pane arabo fritto, quello fatto a strati. Tres por un euro, mi fa una delle due, accompagnando le sue parole col gesto di contarne tre dal mucchio. Està bien, rispondo e le porgo la moneta mentre lei riempe un sacchetto di plastica e me lo da. Poco più avanti fasci di menta, elemento imprescindibile del tè marocchino, attendono altri acquirenti, come pure cassette di frutta o piccoli pesci, troppo piccoli per essere venduti con profitto dai commercianti regolari all’interno del mercato.


Giro un po’ per la via, grandi teloni stesi in terra ospitano merci di seconda mano che in Europa non avrebbero chance di essere vendute e qui invece troveranno sicuramente qualcuno che mosso da un bisogno ormai scomparso da decenni nel nostro continente saprà riciclarle a nuova funzione. E’ strano essere in Marocco ma essere in Spagna, essere in Africa ma essere in Europa; o viceversa se si preferisce. Melilla è una piccola città di 80.000 abitanti fondata, pare, dai fenici; è un possedimento spagnolo da circa 500 anni, da quando cioè los reyes catolicos, i re cattolici, quelli che finaziarono Colombo, ricacciarono i mori oltre lo Stretto di Gibilterra. Ne avrebbero voluto approfittare per cristianizzare gli islamizzatori, eufemismo per dire che avrebbero voluto prendere i loro territori, ma più di Ceuta, la colonna d’Ercole sul lato sud, e Melilla non riuscirono a conquistare.

L’Atlante marocchino
Dopo circa 2 mesi di Atlantico sono rientrato in Mediterraneo; malgrado le miglia che mi separano da Roma siano molte più di 1000 sento quasi il sapore di casa. Spinto da un bel vento sui 15 nodi e da una corrente vigorosa che mi ha spostato spesso la prua anche di 40 gradi rispetto alla bussola, ho doppiato il capo di Tarifa, schivando per un pelo un groppo che si presentava sotto la minacciosa forma di un enorme nuvolone nero e ritrovando infine il colore e la trasparenza dell’acqua a me familiari lasciati tempo fa insieme a queste sponde. L’impressione è di rientrare in un guscio protetto, il Mare Nostrum è mare meum, mi viene quasi voglia di premere sull’acceleratore, si fa per dire, e sbrigarmi a tornare in Italia, c’è il timore che l’autunno anticipi, o non posticipi come negli ultimi 2 o 3 anni, e debba navigare con temperature basse e giornate poco soleggiate. C’è anche il problema dell’ora legale, quando questa terminerà il tramonto sarà alle 6 di pomeriggio, vuol dire molte meno ore a disposizione per la navigazione, insomma, è bene che per fine ottobre io sia ormeggiato in sicurezza a Roma. Appena dentro lo stretto un grosso pesce abbocca alla traina, una traina che in Atlantico mi ha dato pochissime soddisfazioni, ma è troppo grande per la mia attrezzatura, neanche un minuto e si libera, senza che io sia riuscito neppure a serrare un poco la frizione del mulinello. Faccio scalo al Marina Alcaidesa, lo stesso dell’andata, il marinaio che mi prende le cime mi riconosce, si informa sulla mia rotta, essere riconosciuto a Gibilterra, un punto cruciale per la navigazione, mi da la piacevole sensazione di essere un velista che solca mari diversi da quelli abituali, un giramondo, un vagabondo del mare, forse un po’ lo sono veramente. A sera arriva a bordo Augusto, l’amico che giorni fa mi ha telefonato dicendo di volermi raggiungere per navigare un po’ insieme. Dopo una ricca cambusa, ricca al punto da comprendere un jamòn, un prosciuto iberico, sano, da affettare in barca, molliamo le cime alla volta di Melilla.
  
Slurp!
Abbiamo circa 130 miglia di mare davanti a noi, un vento leggero ci spinge al lasco, si chiacchiera, si mangia qualcosa, si tenta di pescare, si legge, si scrive, si controlla la rotta. A sera ci prepariamo per i turni di guardia mentre il mare inizia a montare anche se in modo non preoccupante. Purtroppo, dovuta probabilmente al maestrale che ha soffiato nel Golfo del Leone nei giorni scorsi, arriva una fastidiosissima onda lunga al traverso che ci fa rollare in modo estenuante impedendoci di chiudere occhio durante le ore di riposo. In compenso in cielo brilla una luna piena strepitosa, ci si vede come fosse giorno e l’aria è incredibilmente calda ed asciutta come di rado capita veleggiando di notte. Malgrado siamo a decine di miglia dall’imboccatura dello stretto, la corrente è ancora forte al punto di deviarci la rotta di oltre 30 gradi verso est e costringerci alla relativa correzione all’autopilota. All’alba il vento cala, resta solo l’onda morta, accendiamo il motore per non essere vittima passiva degli elementi naturali e dare un minimo di assetto alla nostra navigazione, mentre le montagne dell’Atlante si profilano maestose disegnando la costa africana sulla linea dell’orizzonte. Il vento si rialza in prossimità della costa, appena doppiamo Punta del Kasbah, le raffiche ci investono lateralmente a circa 30 nodi, probabilmente incrementate dall’altezza del promontorio, alla prima straorzata riduciamo le vele e tutto ridiventa magicamente tranquillo. Entriamo in porto, un bacino molto ampio, per metà spagnolo e per metà marocchino, ci teniamo sul lato spagnolo per evitare le lungaggini burocratiche dell’altra sponda e diamo ancora davanti al marina per riposare un po’, preferendo evitare di entrare stanchi e con vento sostenuto. La mattina dopo con una chiamata sul VHF avvertiamo del nostro ingresso, una gentile funzionaria dell’Autorità Portuale ci attende per indicarci il nostro posto e porgerci la trappa del corpo morto. Trappa, corpo morto… parole che avevo dimenticato, fuori dal Mediterraneo si ormeggia sui pontili mobili con i finger, impossibile mettere i corpi morti per via dell’escursione della marea, anche questo mi fa sentire nuovamente a casa, bello non doversi preoccupare del continuo su e giù delle acque.
 
Scogli a Punta del Kasbah
Mentre sbrigo le consuete pratiche di registrazione del transito, ne approfitto per fare qualche domanda alla tizia che ci ha accolto sul pontile, sono curioso di sapere come si viva in un posto così, 12 Km quadrati, praticamente una prigione. Mi risponde cortese, ma alla terza domanda palesa un leggero fastidio: La domenica andiamo in spiaggia e ci riposiamo, mi dice. La spiaggia però è una lingua di sabbia all’interno del porto, di fronte al punto dove eravamo ancorati la notte scorsa, non credo che riuscirei a vivere sapendo di avere quei pochi metri di arenile come unico stacco dal lavoro e dalla città. Il marina comunque è molto bello e curato nonchè incredibilmente economico, 6 euro al giorno, ma è obbligatorio versare una cauzione di una settimana anticipata, è la prima volta che mi capita. Però l’acqua si paga a parte, mi dice la funzionaria, sono 50 centesimi al giorno, credo che sopporteremo l’aggravio di spesa senza protestare. L’unica pecca sono i bagni molto distanti dal pontile, vorrà dire che faremo la doccia sulla spiaggetta di poppa come se fossimo alla fonda. Augusto nel frattempo si è beccato un po’ di influenza e si rintana sottocoperta in compagnia di un libro ed un blister di antibiotico che osservo svuotarsi con preoccupante rapidità. Metto le scarpe ai piedi ed esco dal recinto del porto, uno dei tanti recinti di questa città.
 
Edifici del ‘900 a ridosso della rocca
Gli edifici subito alle spalle hanno lo stile tipico del colonialismo di inizio ‘900, tra il decò ed il liberty con contaminazioni locali, tutto è molto pulito e curato, c’è parecchia polizia in giro, ogni tanto incrocio anche qualche pattuglia militare, l’atmosfera è proprio quella che mi aspettavo, quella della colonia, forse l’ultima colonia d’Africa, mi vengono in mente alcune scene del film La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo, gli europei puliti e ben vestiti e gli arabi in caftano con un aria decisamente più trasandata. Ma a pensarci bene è tutto molto più blando, gli spagnoli non sembrano avere per i marocchini il disprezzo che i francesi avevano per gli algerini. Siamo in buoni rapporti, mi aveva detto il benzinaio di Ceuta l’altro giorno mentre facevo il pieno a Piazza Grande allo sconvolgente prezzo da paradiso del duty-free. Avevo convenuto con lui, ma devo dire che qui si avverte una tensione maggiore, dovuta forse al fatto che mentre Ceuta si trova a poche miglia dal continente europeo, Melilla è invece molto distante e ha quindi un po’ l’aria dell’avamposto, del fortino assediato. Un fortino ben protetto, comunque, sia dalle tante camionette della Guardia Civil, sia dalla doppia barriera di filo spinato stesa interamente lungo il suo confine, una barriera dotata di sensori e telecamere, concettualmente molto simile a quella che separa israeliani e palestinesi ma che non ha mai sollevato proteste in casa nostra, forse perchè è stata innalzata con 30 milioni di euro pagati dall’Unione Europea; come spesso accade siamo bravissimi a predicare il buonismo in casa d’altri. Fà quello che il prete dice, non quello che il prete fà, dice un vecchio proverbio, io mi sono sempre chiesto perchè la coerenza debba essere un optional per chi elargisce ricette salvifiche per altro non richieste. Melilla Hoy, il quotidiano locale, riporta spesso tentativi falliti di scavalcare la rete; qualcuno ogni tanto invece riesce a passare oltre, per le strade piccoli gruppi di ragazzini scalzi e laceri chiedono qualche spiccio accennando il gesto inconfondibile di avvicinare alla bocca la mano con le dita raccolte.
 
Case colorate sulla collina
Melilla è anche un crocevia di culture, ci sono una sinagoga ed un tempio indù. Gli ebrei arrivarono da queste parti dopo la cacciata da parte dei soliti reyes catolicos che li mettevano di fronte alla scelta di convertirsi o finire al rogo, gli indù non sono riuscito a capire come siano finiti in un posto così, il loro tempio è visitabile solo su appuntamento. Mi avvicino ad una piccola moschea, un uomo senza quasi più denti in bocca sta riassettando, gli faccio un cenno di saluto, Conosci qualcosa della cultura araba?, mi chiede. , rispondo, ho viaggiato un po’ e anche provato, senza successo, a studiare la lingua. Il mio interesse lo lusinga, ha voglia di chiacchierare, anch’io, ma si esprime in un misto di spagnolo, arabo e francese condito con qualche parola di italiano per compiacermi e la comprensione è davvero difficile. Mentre sono lì si avvicina un ragazzo molto giovane, il mio interlocutore gli fà cenno di aspettare, poi gli consegna un piccolo mazzo di passaporti sgualciti, usati chissà quante volte, chissà già da quante persone diverse. Mi guardo bene dal dirgli che sono qui con una barca e mi congedo. Torna a trovarmi, mi dice e se fosse possibile parlare in modo decente lo farei volentieri. Ciao italiano, biascica infine con la lingua fra gli ultimi denti che gli restano.
 
Il recinto
Per le strade si incrocia un umanità molto variegata, marocchini con abiti tradizionali e spagnoli in completo scuro e cravatta, troppo azzimati per il caldo che fa, dalle auto arriva alternativamente musica spagnola o araba a seconda dell’etnia del conducente, diverse sono anche le auto di ciascun gruppo sociale, SUV coreani oppure vecchie Mercedes degli anni ’70 eternamente restaurate come le macchine americane di Cuba. Un ragazzo appoggiato contro un muro si accende uno spinello la cui reperibilità suppongo facile, una donna aggiusta il suo hijab sulla testa per ricacciare dentro un ciuffo di capelli ribelle, dietro un portone un bambino alza i suoi grandi occhi scuri per guardarmi un po’ impaurito, da una vetrina un manichino in lingerie erotica femminile ammicca ai passanti una lussuria che di certo il Profeta non ammetterebbe se non l’avessero scalzato dal potere temporale su questo spicchio di terra consacrata ad Allah. E qui arriviamo al punto focale: l’imposizione di una cultura estranea. I danni e le violenze del colonialismo sono induscutibili, ma non si possono negare gli elementi di civilizzazione e progresso sociale da esso apportati, lo attesta anche il fatto che i circa 40.000 abitanti di Melilla di etnia marocchina sono favorevoli a mantenere la città sotto il governo spagnolo piuttosto che restituirla al Marocco. La Spagna rifiuta categoricamente anche di aprire un negoziato, i marocchini provano a far leva sulla questione di Gibilterra, dove per gli spagnoli le parti sono invertite. Ma non è la stessa cosa, ribattono questi, il Regno del Marocco è posteriore alla fondazione di Melilla e non ha quindi nessun diritto da rivendicare. Questione complessa, i presunti diritti atavici sono all’origine di tante guerre, Melilla è stata fenicia, romana, dovrebbe essere allora restituita a loro. Del resto, gli arabi nel Maghreb sono arrivati da conquistatori nel VII secolo, poco dopo la morte di Maometto, prima di loro c’erano i berberi, che ci sono ancora e sono anche un po’ discriminati in Marocco. Insomma, tutti hanno qualche ragione, ma nessuno vuole ammettere la sua parte di torto.
 
Ognuno segua la moda che vuole
Nel frattempo si creano situazioni paradossali, il porto ha due moli, distanti poche centinaia di metri, ma con 2 ore di fuso orario fra di loro. Assurdo, no? La Spagna ha adottato l’ora centrale europea, sfasando di molto le sue regioni occidentali al punto che il sole sorge alle 8 di mattina e tramonta alle 10 di sera, mentre il Marocco mantiene l’ora corretta per il suo meridiano. In estate si aggiunge l’ora legale adottata da una sola delle due parti ed ecco che quando guardi dalla finestra è ieri oppure già domani. Questo ci ha creato qualche problema durante la navigazione, i telefonini hanno aggiornato l’ora automaticamente, se non fosse stato per l’orologio meccanico che tengo su una paratia, non ci saremmo accorti del cambio e qualche calcolo sarebbe risultato certamente sballato. Purtroppo la tendenza dell’elettronica è sempre più quella di fare da sè senza avvertire l’utente, con tutti i rischi che ciò comporta, come abbiamo visto. Ma forse alla fine si impara a convivere con tutto, anche se molte cose mi sfuggono del funzionamento di questa città, l’economia soprattutto, come possa girare all’interno di una comunità che occupa una superficie così ridotta. Non ci sono industrie, non ci sono campi coltivati, solo commercio e un po’ di edilizia sostenuti da un regime fiscale agevolato che non prevede l’IVA ma ha una tassa locale, detta IPSI, al 4%.
 
Listino prezzi detassato
Un elicottero della polizia volteggia intanto nell’aria, mi avvicino alla recinzione del confine, la strada finisce su una collinetta in cima alla quale c’è una jeep con 4 agenti della Guardia Civil che mi guardano fra il perplesso e l’incuriosito, mi sento un po’ fuori luogo in effetti. Li osservo, sono al di qua della rete, in una prigione di lusso ma pur sempre una prigione, alla fine carcerati e carcerieri finiscono per condividere lo stesso destino. Scatto qualche foto, in fondo alla valle c’è un campo da golf, tutto verde e ben rasato, proprio a margine del filo spinato, dall’altro lato una fila di braccianti, pazientemente in attesa, tenta l’ingresso legale per vendersi a giornata in qualche cantiere edile. Allah u akbar, grida un muezzin, ma è un grido sommesso il suo, che stenta a sovrastare le grida di quelli che anche oggi hanno tentato di scavalcare illegalmente, rincorsi dalle polizie di entrambi gli stati. Un grosso gommone con il lampeggiante blu parte all’improvviso nella notte e con un potente faro scruta fra gli scogli, resta un poco poi va via, Ahmed o Mustafà stavolta ce l’hanno fatta, forse il loro triste cammino proseguirà per mare su qualche barcone in rotta per Lampedusa all’inseguimento di un sogno che difficilmente si realizzerà, almeno così come è fissato nella loro mente.

Siviglia, il Guadalquivir ed il topo esistenzialista

Quien va a Sevilla pierde su silla.

(proverbio, versione ispanica di Chi va a Roma perde la poltrona)


E’ passata da poco mezzanotte quando spengo tutte le luci e me ne vado in cuccetta. Fa un caldo terribile, nel pomeriggio il termometro ha toccato i 41 gradi, nonostante ciò ho chiuso bene tutti gli oblò e senza un filo d’aria che circola prendere sonno non è cosa facile. Pochi minuti dopo avverto un leggero crepitio, so bene di cosa si tratta, è il motivo per cui non ho lasciato alcuno spiraglio aperto, è l’ospite che ho a bordo da un paio di giorni, un ospite assai poco gradito: un topo.

La mattina dopo essere arrivato a Siviglia ho trovato la busta del pane, che era ben riposta in uno stipo, tutta mangiucchiata; qualcuno s’era infilato nel buco dove si mette il dito per sganciare la chiusura dello sportelletto per tirarne fuori un lembo e rosicchiarlo. Un topo a bordo è una delle peggiori sciagure che possano capitare, a parte lo schifo di avere un animale immondo che scorrazza per la barca, è molto probabile che faccia danni terribili, rosicchiando di tutto, come prima cosa, di solito, i fili elettrici, rendendo inutilizzabile l’impianto.
 
Qualcuno è stato qui!
Insomma, una volta accertata o anche solo sospettata una presenza aliena di questo tipo l’imperativo è uno solo: catturarlo il più in fretta possibile. Da due giorni è caccia aperta a colpi di trappole, esche avvelenate e colla per topi; dopo alcuni tentativi modesti ed infruttuosi stanotte ho schierato tutta l’artiglieria pesante, sparso attrezzatura su tutto il pagliolato e sul piano cucina, il posto dove per la prima volta ha lasciato tracce di sè; sento che è la volta buona anche se sono consapevole di avere a che fare con una bestia di tutto rispetto visto che si è già mangiato 4 esche senza battere ciglio. Le altre notti s’è fatto sentire verso l’alba, stavolta pare aver anticipato, meglio così, mi giro a pancia sotto con la faccia rivolta verso il quadrato, il buio mi ha dilatato le pupille e la poca luce che entra dagli oblò sulla tuga basta a rischiarare l’ambiente. In una mano ho una torcia elettrica nell’altra una scarpa pesante, pronto a lanciarla al primo avvistamento, sono immobile come un predatore, misuro il respiro, gli occhi e le orecchie sono gli unici organi che ho in attivita, 30 anni di pescasub mi hanno insegnato che la preda deve sentirsi sola e al sicuro. Passano lunghi, interminabili minuti, lo sento rosicchiare qualcosa, ma il suono arriva leggermente ovattato, segno che è ancora nel suo nascondiglio, ben scelto, nel punto più inaccessibile della barca e ricco di cavi con la guaina di plastica, tra il il quadro elettrico ed il tavolo da carteggio, un punto praticamente impossibile da raggiungere con le mani; sono tentato di alzarmi e fare rumore per farlo smettere, ho paura che in questo modo possa distruggere qualche cavo in brevissimo tempo, ma mantengo il sangue freddo e aspetto. Un’attesa che pare interminabile, è passata ormai più di mezzora quando ad un tratto sento dei piccoli passi, poi un leggero tramestio, poi il rumore inequivocabile di una bestia che si agita. Salto fuori dal letto, punto la torcia verso il basso, convinto che il topo si stia divincolando impastato di colla, invece lo trovo chiuso nella gabbia grande, assicurato da una rete metallica ed una molla che sembra resistere tranquillamente ai suoi assalti rabbiosi. Mi accerto bene che non possa scappare, poi mi siedo e lo guardo, è agitato, ha il respiro pesante, lo guardo meglio, è veramente grande, almeno 25 cm più 30 cm di coda, una pantegana di tutto rispetto, altro che il sorcetto che pensavo; meglio non averlo visto prima di averlo catturato, non so se sarei riuscito a dormire come ho fatto le notti precedenti o anche solo a starmente tranquillo sottocoperta.
 
Piazza Grande avanza nel caffellatte
E’ un topo il co-protagonista involontario di un bellissimo romanzo di Simone de Beauvoir, Tutti gli uomini sono mortali, da cui è stato tratto, liberamente quanto indegnamente, il pur bel film Highlander. Raimon Fosca è un uomo cui è stata data l’opportunità di diventare immortale bevendo una sorta di pozione magica e lui, per scongiurare l’inganno, la fa bere prima ad un topo accertandosi che sopravviva. Secoli dopo, la sua immortalità è diventata la sua condanna, nulla ha più senso, qualunque cosa egli provi a costruire è destinata a disfarsi prima di lui, anche amare una donna, perchè inevitabilmente dopo pochi decenni invecchierà e morirà lasciandolo solo: in pratica la sua immortalità si è trasformata in solitudine. Un pensiero mi ossessiona, dice ad un certo punto Raimon, l’idea di restare il topo ed io gli unici esseri viventi della terra e di rincorrerci l’uno con l’altro su un pianeta deserto; per  dirla più semplicemente, il senso della vita è viverla non allungarla, direi che l’esistenzialismo non aveva tutti i torti. Per un paio di giorni mi sono sentito come Fosca, il topo ed io soli sulla barca a rincorrerci, ma nè lui nè io siamo immortali, a lui soprattutto, è rimasto davverlo poco da vivere, a me chissà, ma lo guardo e penso che dei due sarà certamente lui a lasciare per primo questa terra, pardòn, barca. Lo prendo con tutta la gabbia, lo metto dentro una busta di plastica bella spessa e lo sbarco per sempre da Piazza Grande. Lascio tutto com’è e me ne vado a dormire molto rilassato, a pulire penserò domani, pulire e disinfettare bene tutto, prima con aceto come mi ha consigliato Roberto, veterinario velista conosciuto a Marsala qualche mese fa, perchè essendo acido annienta il pericolo della leptospirosi, poi con amuchina ed infine risciacquando tutto acqua e sapone. Per tutto intendo dire tutta la barca, un lavoraccio di una giornata intera. Ora però, mi prendo il mio meritato riposo, che profuma di colla per topi, profuma di vittoria, come il napalm del colonnello Kilgore di Apocalipse now.
 
Barche da pesca come fantasmi lungo il Guadalquivir
Siviglia era una delle mete di questo lungo viaggio e il Guadalquivir, il fiume che l’attraversa, è navigabile per decine di chilometri, larghissimo e ben dragato; ci entro dentro una sera e passo un paio di giorni all’ancora a riposare, avanzando poche miglia al suo interno. Poi una mattina salpo per risalirlo fino in città, tutte le fonti che ho consultato consigliano di farlo un paio d’ore prima dell’alta marea in modo da avere la corrente favorevole, ma la faccenda è piuttosto complessa. L’orario della marea differisce di circa 4 ore tra la foce e Siviglia, questo significa che navigando ad una velocità superiore a quella della corrente si può avere questa favorevole per un tempo maggiore delle 6 ore canoniche che intercorrono fra un’alta e una bassa, un po’ come quando in aereo si viaggia nella stessa direzione del sole, la giornata dura più di 24 ore. Questa la teoria, in pratica quando salpo ho la corrente contraria; ma và! Ho seguito le istruzioni che dicevano di salpare prima della fase di stanca ed ora Piazza Grande avanza col motore su di giri a meno di 4 nodi di GPS, sull’acqua devono essere parecchi di più dato che l’assetto è parecchio appoppato come se navigassi intorno ai 7 nodi, se funzionasse il log potrei verificarlo con più certezza. Speravo di essere aiutato dal vento, ma è davvero poco, riesco a far portare le vele solo nel primo tratto; come mi ha spiegato Lucky, un simpatico velista andaluso che ho conosciuto a Chipiona, la bassa altitudine di tutta l’Andalucia, Siviglia è a 10 metri slm, unita alle altissime temperature estive, normalmente intorno ai 40 gradi, produce una forte brezza termica che sovrasta l’aliseo, questo il motivo per cui dal primo pomeriggio soffia sempre da sudovest anzichè da nordovest; è sempre buona cosa ascoltare i locali per capire il meteo di una determinata zona.
 
Anche cinghiali selvatici a bordo fiume
Il fiume è praticamente deserto, ci sono solo io che avanzo lento, ogni tanto ai margini alcune barche da pesca alla fonda che hanno l’aria di essere lì da tempo immemorabile, fa molto caldo, mi metto in testa il cappello di paglia per proteggermi da un’insolazione, incrocio un barcone che porta a spasso i turisti, in coperta le signore hanno tutte in mano un ventaglio che agitano senza sosta, chissà se per avere un poco di refrigerio o per scacciare i numerosi insetti che ci sono; una libellula si posa sul paterazzo di Piazza Grande, ci resta per quasi mezzora, la guardo, la fotografo, tutta colorata e bella, mi piace che sia qui. Dopo un po’ incrocio un veloce motoscafo di non più di 4/5 metri con a bordo un numero esagerato di persone che cantano e ballano in piedi, uno agita una bottiglia di non so cosa, quando mi sono accanto mi salutano cantando, sorrido e ricambio il saluto, sembrano gradire, quello con la bottiglia in mano fa il gesto di offrirmi da bere, ringrazio e declino l’offerta anch’io a gesti, l’idea che si accostino ubriachi come sono non mi piace, c’è corrente e a fare danni ci vuole un attimo. La navigazione qui non ammette distrazioni minime, c’è il percorso dragato da seguire pedissequamente, appena se ne esce la profondità risale rapidamente, controllo continuamente l’ecoscandaglio, l’autopilota, le spie e lo scarico del motore per timore che surriscaldi per via dell’acqua torbida che potebbe intasare il filtro, il computer con il cartografico, la prua per schivare eventuali tronchi e rami, la stazione vento e i filetti delle vele; insomma, un bel da fare. La carta nautica avverte che i fondali potrebbero essere diversi da quelli segnati, modificati dalla forza del fiume, tanto per togliere anche quel minimo di certezza che l’aver studiato bene la rotta generalmente dà.
 
Là dove c’era l’erba ora c’è…
Però è bellissimo ed è tutto mio, lo divido solo con i tanti uccelli che nidificano ai suoi margini, attorno a me volano gabbiani, aironi e cicogne, in un ansa scorgo uno stormo di fenicotteri rosa intento ad abbeverarsi, il paesaggio è fantastico, rivedo il verde dopo tanto blu, lungo le sponde filari interminabili di eucalipti, calipsi come li chiamano nell’Agro Pontino; somiglia un po’ alla Camargue ma senza i francesi, alcuni cavalli selvaggi si rincorrono fra di loro, c’è un atmosfera di palude viva, piena di vita. Manca il triste spettacolo delle buste di plastica appese ai rami degli alberi come si vedono sul Tevere dopo ogni piena, segno evidente che certi fenomeni sono tutt’altro che ineluttabili. Il caldo comincia a diventare asfissiante, sottocoperta ci sono più di 35 gradi, il computer è rovente e non si può toccare, sopra il tek scotta e non ci si può camminare a piedi nudi, grondo sudore ad ogni minimo movimento malgrado l’igrometro sia piuttosto basso; un grosso yacht mi supera e quando la sua onda batte contro la riva tutte le canne si piegano al suo passaggio per poi risollevarsi e ridistendersi nella loro posizione naturale. Finalmente la corrente gira in senso favorevole, mi ritrovo a correre a oltre 8 nodi con un filo di gas al motore, dopo un po’ si cominciano a vedere i primi segni di urbanizzazione, qualche casa, un mulino ad acqua, una piccola chiusa, passo sotto dei cavi elettrici sospesi non segnalati dal portolano, ho un brivido visto che non ne conosco l’altezza, ma poi è finita, Puerto Gelves, il marina che ho scelto per la mia sosta sivigliana è a poche centinaia di metri, chiamo sul VHF per annunciare il mio arrivo poi entro nella piccola darsena e lancio le cime al marinaio che mi attende: Bienvenido en Sevilla!
 
Carrozzelle all’ombra della palma
Dico Siviglia ma in realtà sono a Gelves, un piccolo centro sull’altra sponda del fiume dove è stata costruita una piccola darsena dentro un comprensorio che ha palesemente fallito i suoi propositi mondani. Oltre a Piazza Grande, solo un paio di vele e qualche barchetta a motore incrostata di sporcizia, è tutto piuttosto squallido e quando c’è la bassa marea mezzo porto si insabbia completamente e gli scafi abbandonati sul lato più interno sprofondano nel fango. Ma costa 12 euro a notte ed è a 10 minuti di autobus dal centro, direi che va benissimo così; no, dico, trovate un porto in Italia, anche nel posto più sfigato, che costi ad agosto questa cifra. Sul mezzo pubblico che mi porta in città ascolto le chiacchiere della gente, una donna sulla sessantina parla con l’autista degli omicidi domestici che a suo dire imperversano nella zona: Ai tempi di Franco non succedeva!, dice convinta. Resto perplesso, sia che si rimpianga Franco 40 anni dopo la sua morte, sia che davvero qualcuno possa pensare che una dittatura sia un deterrente contro la violenza fra le mura di casa. Mah, deve essere come i treni che da noi arrivavano in orario, cosa che pare non sia neppure vera, ammesso che sia un merito ascrivibile al regime.
 
Statue romane in chiostro moresco
Siviglia potrebbe essere descritta con una sola parola: bellissima. Me l’aspettavo ma ne rimango piacevolmente sorpreso; andandomene a spasso per strade e vicoli, malgrado il caldo asfissiante che dal primo pomeriggio diventa davvero insopportabile, resto ammaliato dalla cattedrale e dalla Giralda, il campanile che in orgine era un minareto, dall’Alcazar, dalla Casa de Pilatos, dalla Torre dell’Oro, opere architettoniche dove lo stile moresco si fonde mirabilmente con elementi del rinascimento italiano. In alcuni cortili sembra di stare in Marocco, la dominazione araba ha lasciato un impronta indelebile, tanto per ricordare che le radici dell’Europa sono anche queste e che qui le esaltano giustamente con fierezza quale elemento costitutivo dell’identità andalusa. I toponimi non sono da meno, Alcazar viene dall’arabo Al csar, che significa la fortezza, Guadalquivir da Wadi al kabir, il grande fiume. Molte strade e piazze sono coperte con degli enormi teloni bianchi, servono a proteggere dal sole e dare un minimo di fruibilità a spazi altrimenti infrequentabili di giorno per diversi mesi l’anno. I lungofiume sono ordinati e puliti, piste ciclabili ovunque, poche le automobili in giro per il centro, soprattutto attorno agli edifici della pubblica amministrazione non si vede la selva di auto blu che c’è da noi, non ci sono motorini ad invedere qualunque marciapiede, in una piazzetta le famiglie con bambini si sono date appuntamento per scambiarsi le figurine degli album, un uomo cerca refrigerio tuffandosi nel fiume, in un angolo all’ombra un vetturino spazzola con acqua il suo cavallo, c’è silenzio, c’è quiete, non si avverte il rombo del traffico che riecheggia in qualunque parte di Roma, nei bar la gente mangia tapas mentre i nebulizzatori spruzzano incessantemente impercettibili gocce di frescura agli avventori accaldati.
 
Teloni a Plaza San Francisco
Il giorno dopo resto di nuovo a bocca aperta, stavolta davanti a Plaza de España, costruita per l’Expo del 1929, decisamente una della piazze più belle del mondo. E bella è anche la gente, i sivigliani sono socievoli e cortesi, mentre consulto la cartina un anziano signore con una paglietta di Panama in testa si avvicina e mi chiede dove devo andare. Da nessuna parte, rispondo, mi sto godendo la città, così a zonzo. Capisce ciò che voglio dire e mi saluta sorridendomi e augurandomi una buona permanenza. In un vicolo scovo un piccolo monastero di clausura che nel cortile ha ancora la ruota dove si lasciavano i bambini che le famiglie non potevano o non volevano accudire. Mi avvicino, sopra c’è un piccolo cartello, è il listino dei prodotti delle monache, nella ruota si mettono i soldi e quando gira vengono fuori i dolcetti, segno che per fortuna i bambini non si abbandonano più con tanta frequenza ed il meccanismo è stato riconvertito a nuovo e forse più prosaico uso. Passeggio anche per il barrio, il quartiere cioè, di Triana, quello da dove veniva il marinaio imbarcato con Colombo che per primo scorse terra, Rodrigo de Triana, diminutivo di Juan Rodriguez de Triana, come dire Giggetto de Trastevere. In un viale va in scena la varia umanità che per vivere si arrangia come può: due ragazze ballano il flamenco vestite di tutto punto, un uomo ricoperto completamente di vernice dorata fa la statua immobile, un sudamericano soffia nel suo flauto andino melodie della sua terra, un senzatetto chiede qualche spiccio puntando sull’ironia: per comprare, scrive sul suo cartello, una villa con piscina a Marbella e una Ferrari.
 
Magari prima o poi ci riesce
Insomma, a Siviglia c’è di tutto, manca solo il barbiere, lo cerco ma trovo solo l’insegna di un acconciatore maschile di terz’ordine, probabilmente Rossini vedendolo avrebbe scelto di musicare altro. Torno in barca con qualche souvenir, compresa una trappola per topi nuova di zecca, vista l’esperienza fatta direi che farà parte stabilmente dell’attrezzatura di Piazza Grande, non oso pensare se mi fosse capitato in qualche posto sperduto di combattere senza armi quella sporca guerra che ho combattuto e vinto. Eliminando l’intruso ho ripreso pieno possesso di Piazza Grande, me ne ero sentito defraudato in qualche modo, come quando qualcuno entra in casa tua senza permesso, anche se non ruba nulla provi un fastidio terribile. E insieme ho ripreso quindi possesso della mia vita, che in questo momento è fatta di sole, di acqua e di vento. Alla via così!

Oceanici, lagunari e fiumaroli

 
Ponte Mollo,
io so’ romano fijo de ‘n fiumarolo,
sur fiume se pò di’ che ce so’ nato
e me ce cullerò fino a che nun moro.

(canzone romana)

Un cielo ammantato di stelle si stende a notte sopra l’ancoraggio di Piazza Grande lungo il Rio Guadiana, uno dei più importanti fiumi della penisola iberica la corrente ha disposto lo scafo nel suo corso malgrado un vento abbastanza sostenuto da nordovest, a poche decine di metri da me uno dei fanali rossi che segnano il percorso dragato, appena dietro la vegetazione bassa e fitta, sulla riva opposta, dove lampeggiano i fanali verdi, una fila di luci basse indica la sponda settentrionale del fiume. Il silenzio della notte è spezzato solo dal verso isolato di qualche uccello dei tanti che nel parco dell’estuario del fiume hanno la loro dimora, poi i grilli incessanti e lo sciabordio dell’acqua sulla carena.

Poco fa un tramonto di quelli che mozzano il fiato, il profilo della vegetazione sovrastato da un cielo di fuoco vivo, uno spettacolo di sconvolgente bellezza. E’ una rotta variegata questa che sto facendo ridiscendendo l’Atlantico dopo la lunga sosta a Lisbona, non è fatta di solo mare ma anche di lagune e fiumi navigabili. Ne avevo avuto un assaggio durante l’andata, ora, come m’ero ripromesso, sto approfondendo senza fretta le diverse opportunità che questo spicchio di mondo offre ad un giramondo di mare.
  
Delfini a portata di mano
A Lisbona mi hanno raggiunto Marta e Flavia, due care amiche che già hanno navigato con me in passato, anche per loro è il primo oceano, si fidano di me e la cosa mi fa piacere. Dopo una ricca cambusa in previsione di stare qualche giorno senza scendere a terra, andiamo a cena all’Alfama per un’ultima serata a base di sardinhas e poi l’indomani prendiamo il largo percorrendo a ritroso tutto l’estuario del fiume Tago. Mi tengo vicino alla riva settentrionale, voglio che godano della vista di Lisbona da una visuale che è sicuramente nuova per loro, il vento è al traverso lascio solo il genova per non correre troppo e gustare il panorama più a lungo. Poi il fiume termina, le sue acque si mescolano con quelle dell’Atlantico, l’aliseo è pronto a prenderci fra le sue braccia, accosto qualche decina di gradi a sinistra e inizia la discesa verso sud. Prima tappa, doppiato Cabo Espichel, è Sesimbra, un posto senza fascino, c’è un porticciolo ma ci guardiamo bene dall’entrare, troviamo uno spazio dove ancorarci, ce ne serve parecchio, ci sono circa 25 nodi di vento, abbiamo bisogno di abbondare con il calumo, la quantitò di catena cioè che deve essere calata con l’ancora. Il giorno dopo destinazione Sines, ci sono già passato all’andata, un porto piccolo e sicuro, di nuovo l’aliseo ci accompagna fedelmente lungo tutto il tragitto, una navigazione piacevole, almeno per Marta e me, Flavia invece la passa sdraiata in pozzetto verificando l’inefficacia su di sè di tutti i rimedi contro il mal di mare che ha sperimentato. Alla fine troverà un po’ di sollievo sbocconcellando qualche cracker con le alici: funziona veramente o potenza della convinzione dopo che le ho detto che è il rimedio dei vecchi lupi di mare?
 
Acque in entrata e in uscita che si scontrano
Proseguendo abbiamo il tappone fino a Cabo Sao Vicente, lo spauracchio dell’andata, stavolta è, come dire, in discesa, con vento a favore, e poi quando una navigazione l’hai già fatta la rispetti ma non ti spaventa più, divoriamo le 60 miglia nell’arco della giornata accompagnati per quasi tutto il tempo da branchi numerosissimi di delfini che sembrano trovare nel passo di Piazza Grande una vibrazione armonica con il loro volteggiare fra le onde, mentre a  sinistra ci scorre una costa fatta di lunghissime spiagge deserte e scogliere imponenti, esattamente il Portogallo che ti immagini. Appena doppiato il capo il mare si spiana ma il vento quasi raddoppia, non poteva essere altrimenti vista l’importante altezza del promontorio, non solo in Grecia c’è l’effetto catabatico. Diamo fondo nell’ampia baia di Praia da Mareta, alle spalle di Sagres, è l’imbrunire, l’aria fresca ci suggerisce di cenare sottocoperta, preparo la pasta con le melanzane, poi un goccio di Porto e via a nanna, riposo meritato per tutto l’equipaggio. Mi piace questa navigazione, questo ritmo serrato ma non stancante, a parte quest’ultima tappa non stiamo facendo lunghe tratte, non è un tour de force, insomma. A riprova di ciò, ci svegliamo con tutta traquillità e passiamo la mattina a chiacchierare in pozzetto, tra le cose belle della vela c’è che crea intimità fra le persone, ci si mette facilmente a nudo, si parla di sè senza troppi pudori, si sta tutti sulla stessa barca dopo tutto. Ci spostiamo ad Alvor, una piccola laguna che sul portolano sembra molto interessante, entriamo con la bassa marea, massima attenzione quindi, sto seguendo scrupolosamente la segnalazione delle boe quando da un barchino ancorato un tizio si sbraccia per farmi segno di non proseguire. Guardo l’ecoscandaglio, segna meno di 2 metri! Dietrofront immediato, ci ancoriamo in un ridosso alle nostre spalle e ci gustiamo lo spettacolo di dozzine di kite-surf coloratissimi che volteggiano all’interno della laguna dove, malgrado il forte vento, l’acqua è assolutamente piatta. Qualcuno ci passa ripetutamente un po’ troppo vicino, bravate che una raffica potrebbe trasformare in seri danni, lancio prima un’occhiata, poi un urlo, al prossimo giro lancerò qualcosa di contundente, il tizio però capisce e si allontana.
  
Laguna in bassa marea
Oggi alla traina ha abboccato un gabbiano, più che abboccato è rimasto impigliato nella lenza, volando a bassa quota ha agganciato il filo con un ala, poi un paio di giri su se stesso per tentare di sfuggire l’hanno tarpato inesorabilmente. Ho recuperato col mulinello fra gli urli stridenti della bestia, cercando di condurre l’operazione delicatamente, ma appena l’ho portato sottobordo ha inizia a dibattersi e tentare di beccare a destra e a manca, liberarlo è risultato praticamente impossibile. Qualcuno ha suggerito di  farlo con le patate, ma la carne di gabbiano è dura e stoppacciosa, perfino Moitessier, che voleva traversare l’Oceano Indiano mangiando biscotti per cani, lo riteneva un pasto da extrema ratio, figuriamoci noi che abbiamo ogni ben di dio in cambusa. Alla fine l’unica è stata tagliare la lenza, salvando almeno il rapala. Mentre lo lasciavo andare ho cercato di allentare la presa sull’ala, magari alla fine riuscirà a liberarsi da solo, chissà. Stasera quindi cous-cous esclisivamente vegetale, poi liquorino in pozzetto con tante stelle brillanti sopra di noi ed uno spicchio di luna a riflettersi sulla superficie del mare, pardòn, della laguna. Già, a volte dimentico che questo non è mare, è oceano, e che a volte l’oceano diventa laguna, e che mentre ci sei dentro bastano poche miglia per trasformare tutto in fiume. E’ sempre acqua del resto, acqua da navigare, per chi ne ha voglia, per chi sa amarla. A ricordarmi che è oceano pensano le parole che mi ha detto un ragazzo giorni fa: Quest’inverno abbiamo avuto un paio di mareggiate con onde di 15 metri. 15 metri, un palazzo di 5 piani, capisci perchè in spagnolo la scala Douglas, quella che misura lo stato del mare, alla forza 8, 1 meno della massima, (occhio a non confondere con la scala Beaufort, quella misura il vento e arriva a 12), porta la dicitura montañoso, un mare montagnoso, un termine decisamente azzeccato.
 
Oltre la barra, la pace
Ora ci aspettano due giorni di relax a Lagos, posto già visto all’andata, vado a colpo sicuro al Muelle de espera di fronte alla Capitanìa de puerto, parabordi ben posizionati, affido alle due donzelle una cima ciascuna, una a prua e una a poppa, accosto bene e, come da istruzioni, al mio segnale saltano giù all’unisono e assicurano Piazza Grande alle bitte del pontile: manovra pefetta, plauso all’equipaggio e plauso pure al comandante, va! Ce ne andiamo un po’ a zonzo per la città, facciamo i turisti, scegliamo un ristorantino per la cena, voglio qualcosa di diverso dalle solite sardinhas, Abbiamo pollo al barbecu, mi fa il cameriere, Lo prendo!, rispondo con entusiasmo. Ma la mia gioia si spegne quando arriva il piatto in tavola: due tristi fettine di petto di pollo alla piastra impiastricciate di salsa, quella salsa a base di aceto e non so che altro che si chiama appunto salsa barbecu. Tenere sempre a mente che le assonanze fra le lingue, i cosiddetti falsi amici, possono nascondere trappole ed insidie ad ogni angolo. Marta e Flavia ripartono, ci salutiamo con evidente dispiacere da parte di tutti, abbiamo passato dei bei giorni insieme, ma è un arrivederci, non certo un addio, Piazza Grande le accoglierà ancora volentieri. Torno in porto, ci sono diverse barche che hanno alla crocetta di  sinistra la bandiera dell’ARC, l’Atlantic Rally for Cruisers, la traversata atlantica in flottiglia che parte tutti gli anni dalle Canarie in autunno, torno ad interrogarmi su una simile eventualità, un anno fa avrei detto assolutamente no, non mi interessa passare 20 giorni in mare solo per dire ho fatto la traversata, oggi, dopo questo assaggio di oceano, dico che forse la cosa ha ragioni diverse che risiedono anche in quella ricerca interiore che è il navigare, forse non è un’idea poi così peregrina, forse…
  
Un airone in cerca della cena
Sono di nuovo un navigatore solitario, oceanico, lasciatemelo dire, e con una missione da compiere: andare a Tavira a recuperare il gennaker che un paio di settimane fa ho spedito in Galizia per farlo ricucire, ma prima voglio tornare nella laguna di Olhao, voglio starmene un giorno ad oziare, a leggere, ho le ultime pagine de I miserabili di Victor Hugo che mi aspettano, voglio gustarmi l’ancoraggio sicuro al riparo dell’Ilha da Culatra, l’isola che chiude la laguna a sudest. Strada facendo trovo vento da sudovest, contrariamente alle previsioni che davano il solito aliseo da nordovest, ma va bene lo stesso per la mia rotta, solo alza un filo d’onda in più, ma nulla di preoccupante. Preoccupano invece i segnali da pesca sparsi a tappeto sulla superficie del mare, una quantità veramente incredibile che mi costringe a non distogliere lo sguardo dalla prua per più di 3 o 4 minuti. Il fondale scarso consente ai pescatori di calare le loro attrezzatura anche a diverse miglia dalla costa, mi sento come uno sciatore alla prova di slalom gigante, non riesco a mantenere la stessa rotta per più di qualche centinaio di metri, tocco i tasti del pilota automatico come se stessi componendo un numero telefonico, la cosa è decisamente antipatica, impensabile navigare di notte da queste parti, già con la luce è difficile individuare le segnalazioni, spesso limitate ad una bottiglia di detersivo, magari blu e pure scolorito, senza alcuna bandierina. L’ingresso ad Olhao è non privo di emozione, la forte corrente all’imboccatura del canale sposta la prua di Piazza Grande anche di 30/40 gradi in modo improvviso, entro con il genova ed il motore allegrotto, ci vuole potenza, tutto è pronto nel caso qualcosa dovesse andare storto, anche l’ancora è libera e pronta ad essere calata in pochi istanti.
 
Le boe vanno sempre osservate alla base
Ancora più difficile l’ingresso nella laguna di Tavira, qui è il portolano stesso ad avvertire dell’eccezionale forza della corrente, ancorare è impensabile, troppo stretto e troppo trafficato, traghettini che fanno la spola fra le due sponde, centinaia di motoscafi e moto d’acqua che sfrecciano ovunque, vedo un gavitello libero e lo afferro, la marea è alta, calcolo quanto debba scendere e confronto con la lettura dell’ecoscandaglio valutando se sia o meno il caso di restare qui, dovrei farcela per un pelo. Il pelo invece si rivela troppo corto, quando comincio a vedere i bagnanti con l’acqua alla vita a 10 metri da me decido che non è il caso e mi sposto, mi avvicino al Clube Nautico, dove è stato spedito il mio gennaker, trovo un gavitello libero, ma è impossibile prenderlo, la corrente è troppo forte per manovrare da solo, chiedo aiuto ad un gommmone che passa e che gentilmente prende la cima che gli lancio e la fissa alla boa. Quando la marea è in fase di stanca, metto il tender in acqua e vado a terra, alla segreteria del Clube c’è un pacco per me, tutto a posto, operazione conclusa con successo, ringrazio me ne torno a bordo soddisfatto. Girare in barca da la possibilità di prendere il meglio nei vari posti che si visitano, a volte ci sono prezzi diversi per il medesimo lavoro senza ragioni valide, non c’entra il costo della mano d’opera o dei materiali, solo il mercato che per qualche sua ragione ha determinato uno status quo che le logiche economiche non sempre riescono a scardinare. In Turchia, ad esempio, lavorano il tek a prezzi più bassi che altrove, mentre invece l’elettronica ha costi proibitivi. Qui ho sperimentato come da Lisbona a Vigo la riparazione di una vela sia una fatto costoso o economico a distanza di poche centinaia di Km. Solo in Italia costa tutto caro, ma da noi, si sa, la nautica è cosiderata una cosa da ricchi ed i ricchi vanno spremuti, sempre e comunque. Poco importa se questo uccide il mercato, più semplice togliere 100 euro a 1 che 70 a 10, ma qualcuno spieghi agli artigiani nostrani che togliendo 70 a 10 si guadagna molto di più. Mollo il gavitello e scappo, questo posto è un delirio di traffico, si balla peggio che in navigazione ed io ho voglia di passare una notte tranquilla. Dove? In un fiume, ovviamente!
  
Cargo nel fiume
Il Rio Guadiana, che segna il confine tra Portogallo e Spagna, è perfetto al mio scopo ed è a sole 15 miglia da me. E’ uno dei tanti fiumi che sfociano in questo tratto di mare, diramandosi in tanti bracci, formando lagune, o ria, come le chiamano gli spagnoli. Una ria è un’estuario dove il mare entra nel fiume e viceversa e insieme si fondono con la terra, quando sei dentro sei ben ridossato dal vento, il fondale generalmente è fatto di fango, quindi è un ottimo tenitore, c’è solo da fare molta attenzione alle maree, ai bassifondi e a tronchi e rami semisommersi che possono costituire un insidia non da poco dopo alluvioni o piene. Per il resto, un’atmosfera particolare, l’aria è fresca, i profumi cambiano, non più l’odore resinoso della vegetazione ma quello di acque meno vivide del mare mischiato a quello dei pescherecci ormeggiati lungo le sponde. Qui ce ne sono davvero tanti, segno di un’attività florida, sono attrezzati con una quantità impressionante di luci sulla tuga e trainano un barchino di appoggio anch’esso dotato di molte luci, escono la sera e rientrano la mattina, chissà che tipo di pesca praticano così attrezzati, forse totani, notoriamente attratti dai bagliori in superficie, almeno quelli mediterranei. La presenza di tutti questi fiumi e lagune semplifica molto la navigazione da queste parti, se anche il vento dovesse girare inaspettatamente e alzare mare, ci sarà sempre a poche miglia un riparo. Il problema, tutt’al più, può essere l’ingresso, quando l’onda entrante si scontra con la marea uscente si formano onde molto corte e ripide, alte anche un paio di metri, che per giunta determinano il formarsi di una barra di sabbia e fango sul fondo, estesa anche parecchie decine di metri in senso longitudinale, ciò significa che quando si sta nell’insellatura dell’onda si rischia di insaccarsi violentemente e battere la chiglia con tutte le conseguenze disastrose del caso, meglio quindi evitare ed entrare con marea alta o crescente. Mi chiedo perchè in Italia tutto ciò non sia possibile, ancorarsi o navigare nei fiumi, voglio dire. D’accordo che l’unico fiume degno di questo nome che abbiamo è il Po, ma anche il Tevere è stato navigabile fino a non molti decenni fa, perchè ora non più? Perchè Fiumara Grande, la sua foce, l’unica di tutto il Tirreno, non viene dragata con regolarità come fanno qui che invece di fiumi ne hanno molti? Perchè dobbiamo scaricare le merci a Civitavecchia o Gioia Tauro e portare in camion fino a Roma quando tutte le città fluviali del mondo trasportano sull’acqua direttamente in centro?

E adesso sciogliti, come sai fare tu…
Me ne sto in pozzetto con questi pensieri, un peschereccio manovra attorniato da una nuvola di gabbiani, il sole cala tingendo il sole di rosso, alcuni aironi rovistano col becco la battigia fangosa scoperta dalla bassa marea, un pescatore mi passa accanto su una barchetta e mi fa un cenno di saluto, sorseggio un goccio di rum, basta poco in fondo per essere felici, almeno a me; scendo sottocoperta e mi distendo sereno in cuccetta. La mattina mi sveglio e dopo il consueto caffè recupero l’ancora. Sopresa: insieme all’ancora tiro su un bel pezzo di rete abbandonata ed incrostata di cozze, non è semplicissimo liberarla, un pezzo lo taglio un pezzo riesco a toglierlo con il mezzomarinaio. Una volta mollata, qualche istante di attesa prima di ingranare la marcia, non sia mai finisse nell’elica sarebbero veramente dolori, anche ammesso di riuscire a calare nuovamente l’ancora senza danni, immergersi in queste acque melmose e lavorare con una visibilità di 20 cm sarebbe veramente difficile e pericoloso. Ma tutto fila liscio, filo liscio anch’io verso la foce,a velocità ridotta e seguendo minuziosamente il percorso delle boe rosse e verdi, siamo in bassa marea, l’incaglio è in aguato. Riguadagno il mare aperto, ne respiro di nuovo la brezza, quante volte ho tracciato queste rotte sulla carta come fossero un sogno lontano, ora ci sono dentro e me le sto gustando in pieno, il resto, tutto il resto, può attendere.