L’uomo di Kiev – Bernard Malamud

Se Kafka, nel Processo, ha raccontato un incubo angosciante e indefinito, Malamud lo ha trasposto dalla surrealtà alla vita reale. Anzi, a dire il vero, ci si è trasposto da sé, dato che la storia, come ho scoperto a lettura avanzata, non è inventata ma ispirata a Menahem Mendel Beilis, quasi un Dreyfus russo.

Un uomo viene accusato ingiustamente di un crimine orrendo, l’uccisione di un bambino, malgrado le evidenze siano a suo favore. Nel clima fortemente antisemita della Russia di primo Novecento, le autorità costruiscono scientemente, al fine di incolparlo, prove fasulle, basate per lo più su false testimonianze, pregiudizi e deliri razzisti, primo fra tutti che si tratti di un omicidio rituale: secondo un’assurda e secolare diceria, il sangue dei bambini cristiani serviva per preparare l’impasto del pane azzimo pasquale.

La fabbrica orwelliana della menzogna di Stato era attiva in Russia ben prima di Stalin, ma molti cittadini erano ben felici di prestarsi a sostenerla, vuoi per ricavarne qualche piccolissimo beneficio, vuoi per quell’atavico bisogno che hanno taluni di trovare un capro espiatorio per le loro miserie. E il capro espiatorio serviva anche al potere zarista, provato dai moti del 1905 e timoroso di quello che poi avvenne di lì a poco, nel 1917.

In un interminabile castigo senza delitto e soprattutto senza processo né formale incriminazione, l’accusato, un pover’uomo che si guadagna la giornata come tuttofare (il titolo originale dell’opera è The fixer) viene progressivamente annientato moralmente e plasmato, anche nel fisico, per farlo aderire allo stereotipo di colpevole che si vuole condannare insieme a tutta la sua gente, scatenando un ennesimo pogrom.

Tre quarti del romanzo sono ambientati nella cella di isolamento senza che la lettura (e qui si vede la grandezza di Malamud) accusi mai momenti di lentezza o vi sia ristagno della narrazione. La psiche del prigioniero viene scandagliata con incredibile accuratezza nei diversi stati d’animo che egli attraversa durante la detenzione, nell’attesa di notizie che lo riguardano e che molto sporadicamente gli giungono.

La tensione sale in modo vertiginoso nelle ultime pagine, si desidera quasi morderle per conoscere l’esito della vicenda, alternando speranza e rassegnazione quasi fossimo noi in attesa del verdetto.
Il libro si conclude con un’analisi del senso della Storia sugli individui, ma soprattutto con il protagonista che rivendica non più, o non solo, la sua innocenza ma la sua stessa esistenza in quanto individuo. Indomito, non solo per indole ma perché, come egli stesso afferma “la sofferenza insegna l’inutilità della sofferenza“.
Un capolavoro!

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