Nove decimi di banalità e un decimo, finale, di tragedia. Noia e tristezza, in altri termini. Lo spunto, le altalenanti vicende di una coppia tra i venti e i quarant’anni, la determinazione nel restare insieme oltre l’ordinaria quotidianità che spegne i rapporti, sembrava interessante, invece… Peccato, da Genovese mi aspettavo di più: oltre che regista è stato anche sceneggiatore di quel grandissimo film che è Perfetti sconosciuti. Stavo per scrivere che sembra scritto per portarlo sullo schermo, poi ho scoperto che già è stato fatto. Probabile che il film sia migliore del libro. Evitabilissimo, decisamente.
Pirsig è famoso per Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, un best seller internazionale, anzi, un long seller visto che sono passati quasi cinquant’anni dalla pubblicazione e continua a vendere.
Lila ne è un po’ la continuazione e ne segue lo schema, che vede alternarsi la narrazione del viaggio con digressioni filosofiche profonde e interessanti. L’ambientazione è una barca a vela che discende un tratto del fiume Hudson, fatto che me lo rende interessante a prescindere.
In realtà la barca è solo un pretesto narrativo, il tema centrale è la definizione del concetto di qualità ma sono talmente tanti gli spunti di riflessione che il libro offre che andrebbe studiato più che letto.
Per ora mi sono accontentato di leggerlo, rimanendo decisamente estasiato di fronte a molte pagine. Se dovessi passare con la barca dalle parti della foce dell’Hudson, magari lo rileggo e lo studio a fondo!
Una trama artificiosa raccontata con una prosa che sembra evocare quella dei romanzetti d’appendice dell’epoca in cui le vicende si svolgono (1950). Un esercizio di stile inutile e fasullo. In sintesi: una patacca senza senso.
Un racconto simpatico e divertente che si lascia leggere con piacere. Cattura, rilassa, incuriosisce, descrivendo una New York bizzarra e vivace. Lontanissimo, però, dalla profondità de L’invenzione della solitudine, l’unica sua altra opera che al momento ho letto.
Non amo i romanzi scritti in prima persona con voce di bambino per l’inevitabile semplificazione sintattica che deve assumere la prosa per essere coerente. Amo leggere anche per il piacere di perdermi nella bellezza della lingua, cosa che nei racconti così impostati inevitabilmente si perde.
Invece alla fine ho apprezzato molto questo libro, soprattutto per l’abilità che ha avuto l’autore nel narrare le vicende personali del piccolo protagonista e le storie del paese della Basilicata dove si svolge la maggior parte dei fatti senza scadere in facili sentimentalismi.
Rivalità di bambini e di adulti, xenofobia, emigrazione, violenza, tradimenti, piccole mafie locali, dolore, corruzione, avidità e tanti altri aspetti della vita di provincia (e non solo). Un romanzo semplice ma certo non superficiale.
Decisamente Carrere dà il meglio di sé raccontando storie vere e non inventate come questo breve romanzo. Lo stile è quello suo solito e che amo molto, ma tutto l’insieme appare prevedibile e non riesce a coinvolgere. Molto bravo l’autore a descrivere gli stati d’animo del piccolo protagonista, trasmettendo al lettore tutto il suo senso di angoscia. Descrivere l’angoscia sembra essere una cosa che Carrere riesce a fare con particolare maestria: penso a quel gran suo libro che è L’avversario in cui il patos ha un ritmo costante e crescente, e dà un senso di tragica inevitabilità che sgomenta non meno della vicenda stessa. Tutto sommato evitabile, visti i tanti altri bei libri che ha scritto.
La differenza fra corsari e pirati, per quanto a volte non molto netta, è sconosciuta ai più. Entrambe le figure sono generalmente ricondotte all’iconografia hollywoodiana, tutta rum, pappagalli sulla spalla e caraibi. In realtà la “guerra di corsa” è stata combattuta per secoli nel Mediterraneo e nelle coste orientali dell’Atlantico da tutte le potenze antiche.
In questo romanzo, ambientato a cavallo tra la fine del Trecento e i primissimi anni del Quattrocento, si narra di scontri navali, incursioni e razzie per opera dei regni iberici (non ancora uniti fra loro) di quelli britannici e francesi e dei piccoli stati sardi detti giudicati, in seno alle guerre incessanti combattute fra di loro. Il tutto senza la fasulla vena di romanticismo propria dei film americani di genere.
Cosa siano stati i giudicati, a parte i sardi, credo siano in pochi a saperlo. Questo perché a scuola, quando si studia l’Italia medievale, viene dato risalto soprattutto ai comuni e alle signorie continentali. Tutt’al più si accenna alle cosiddette repubbliche marinare, senza spiegare bene l’enorme differenza di potenza e portata storica avuta da Venezia e Genova rispetto a Pisa o Amalfi.
Il libro si fa apprezzare per la descrizione delle battaglie navali e per la terminologia usata per indicare i diversi ruoli di marinai e militari del tempo, di tipi di imbarcazioni, e di armi o macchine da guerra. Termini ovviamente scomparsi e spesso completamente dimenticati: sopracomito, mangano, buonavoglia, clavario, verrettone, grisella, e tanti altri.
Un po’ confuso, invece, l’inquadramento storico generale per chi non ha già ben chiara la situazione geopolitica dell’epoca. Il lettore medio, categoria cui mi onoro di appartenere, avrebbe certo apprezzato qualche spiegazione in più a riguardo.
Un libro interessante che spiega come traumi e nevrosi possano trasmettersi inconsapevolmente di generazione in generazione e “contagiare”, anche a distanza di decenni o addirittura secoli. Se si tratti di una questione educativo-comportamentale o neuronale non è del tutto chiaro neppure all’autrice, una famosa psicoterapeuta francese morta centenaria un paio di anni fa. Al concetto di inconscio collettivo già formulato da Jung, la Schützenberger affianca quello di inconscio familiare, che sostiene condurre al ripetersi ciclico di meccanismi psicodinamici in ambito genealogico. Gli esempi riportati sono moltissimi e destano certamente curiosità. Molti anche gli spunti per capire meglio se stessi, che non guasta mai.
Geniale il neologismo che dà il titolo all’opera, ovvero un passato ideale che spesso non è mai esistito. Nei periodi di crisi economica o sociale, quando il futuro da opportunità di migliorarsi si trasforma in timore di peggiorare la propria condizione, si tende a idealizzare i tempi andati e proporli come ricetta per risolvere il presente. Ovviamente dimenticando (o, in qualche caso, fingendo di non sapere) tutto il brutto che con il passato ci siamo lasciati alle spalle. È il meccanismo alla base del sovranismo di questi anni, che porta ad esempio a rivalutare il fascismo, minimizzandone le tragiche conseguenze e attribuendogli riforme o iniziative che non ha mai realizzato. Come nota Baumann stesso in questo saggio, il Novecento è iniziato guardando avanti – si pensi al Futurismo – e si è chiuso guardando indietro. Se ciò sia un bene, è una domanda che fa quasi sorridere.
Poche volte in vita mia ho rilevato un’adesione tanto profonda tra il mio pensiero e quello espresso in un libro.
Il laicismo quale unica via per il rispetto completo e reale dell’individuo, ma soprattutto il diritto dei singoli al di sopra delle regole dei gruppi e delle comunità di appartenenza di ciascuno. In altri termini, il patto politico-legislativo, base degli Stati sovrani, applicato realmente e senza eccezioni, soprattutto nei confronti delle associazioni religiose, la cui etica viene altrimenti posta al di sopra dei valori universali.
L’identità collettiva mostrata per quello che quasi sempre è: una patacca la cui definizione si fonda spesso sull’esaltazione di un passato mai esistito. Il multiculturalismo visto come una sorta di segregazionismo o autosegregazionismo perché imprigiona le persone all’interno dei gruppi di nascita.
L’uomo al centro di tutto. Fallace, certo, ma almeno libero di evolversi e non condannato a restare per sempre ciò che non è.