Saggio sulla lucidità – José Saramago

Tanto m’ha appassionato, intrigato, emozionato, colpito Cecità, quanto m’ha annoiato Saggio sulla lucidità, al punto di decidere di mollarlo a due terzi circa. Il primo è una spietata analisi dell’animo umano attraverso il resoconto di fatti realisticamente possibili, il secondo un’indagine sul lato oscuro del potere, basato su una premessa realistica ma sviluppato su una serie di fatti che più che alla fantapolitica attengono, quasi, al fantastico. Lo stile è lo stesso, quel serrato periodare che quasi fa strabuzzare gli occhi tanto è fitto. Ma se in Cecità ad alleggerire la lettura ci pensano gli avvenimenti, serrati non meno dello stile, in Saggio, dove spesso devono scorrere parecchie pagine perché accada qualcosa di concreto, tutto diventa più pesante da seguire. I fatti stessi, inoltre, mi sono apparsi a volte scontati e prevedibili, laddove possono essere riferiti analogicamente a situazioni golpistiche degli ultimi decenni, o poco verosimili quando frutto genuino della fantasia dell’autore.
Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: se leggere Cecità è quasi un dovere per ogni essere pensante, a non leggere questo non si commette di sicuro un peccato.

Una voce di notte – Andrea Camilleri

Una volta li ho contati, erano più di 40, tutti messi in fila, uno appresso all’altro su un ripiano della mia libreria. Sto parlando dei libri di Camilleri che ho comprato e letto (e adorato) negli ultimi 20 anni. Ultimamente m’ero un po’ stancato e da un annetto non lo leggevo più. Poi l’altro giorno mentre ero da Feltrinelli per comprare un libro che mi aveva chiesto mia figlia, l’ho visto, e mi sono detto: è un “Montalbano“, è sempre piacevole; e l’ho porto alla cassiera per metterlo in busta.

Prima nota stonata: il prezzo, 14 euro, mi è parso eccessivo. Fino a poco tempo fa costavano 10, siamo al 40% in più, non è poco. D’accordo, quello dell’editoria è un mercato come tutti gli altri (ma anche no, ma qui si aprirebbe una voragine discorsiva), ma soprattutto in tempi di crisi, certi aumenti hanno un forte sentore speculativo. Come quelli dei petrolieri o delle compagnie assicurative, inutile inveire contro quest’ultimi allora, è la legge della domanda e dell’offerta, ciascuno la applica come può, per tutti gli altri l’intramontabile Legge del Menga.

Seconda cosa che mi ha subito colpito: il linguaggio. Dall’italiano frammisto a termini siciliani o siculamente distorti, Camilleri è passato al puro dialetto, anche per la voce narrante, dove non sarebbe strumento di definizione di un personaggio (Catarella, tanto per dire, parla giustamente come Catarella), quindi non indispensabile. Camilleri stesso, in un intervista in TV, ha dichiarato che il suo siciliano non esiste, è piuttosto una sorta di trasposizione letteraria di ciò che è il dialetto siciliano nell’immaginario dei non siciliani. Questa scelta, però, intralcia la lettura, vuoi perché si moltiplicano i termini di significato sconosciuto (e lo dice uno che ha passato le estati della propria infanzia in Sicilia), vuoi perché i dialetti in genere sono di difficile trascrivibilità per i loro fonemi spesso biascicati. Si pensi alla “c” romanesca, spesso trascritta “sc“, in realtà intrascrivibile. Insomma, il passo della lettura inciampa inevitabilmente, sottraendo conseguentemente fluidità alla lettura.

Ciò premesso, il racconto si sviluppa sul plot solito, la griglia è sempre la stessa, gli eventi si susseguono secondo uno schema arcinoto a chi è avvezzo alla lettura di Montalbano. Anche le gag sono le solite: le sciarriatine con Livia, i pizzini didascalici di Fazio, il cinismo del dottor Pasquano, le papere di Catarella e via discorrendo. Il punto è che in tutto questo contesto pare mancare la sostanza. I guizzi di genialità che contraddistinguono molti dei libri dei Camilleri, “Privo di titolo” tanto per citarne uno, proprio non ci sono. Resta solo un cliché già noto che finisce per far diventare Montalbano & company una caricatura di loro stessi e l’autore un epigono di ciò che fu. Solo verso il finale le vicende assumono un po’ di vigore, colorando una trama che per molte pagine è stata piuttosto scialba, anche se attraverso il solito coinvolgimento della politica più alta, lasciato intravedere nelle prime pagine; fatto, anche questo, già visto molte volte sugli stessi schermi.

Tutto questo pensavo durante la lettura, che è comunque scorsa rapida nelle ultime 24 ore, fra una seduta mattutina in vasca da bagno ed un paio di viaggi in metro; poi invece, arrivato all’ultima pagina, leggo una nota che avverte che si tratta di un libro scritto anni prima e non pubblicato. Effettivamente alcuni dei riferimenti, per nulla velati, alla situazione politica italiana si rifanno ad avvenimenti non recentissimi. Ma davvero è uno scritto ripescato dal fondo di un cassetto di casa Sellerio? A pensar male si fa peccato, però… La nota spiega che si tratta di “misteriose alchimie editoriali“, forse è solo un libro meno riuscito di altri tenuto in serbo per i momenti di stanca. D’altra parte da tempo c’è chi insinua che ci siano diverse penne dietro la medesima firma, dietro una produzione così intensa; io mi associo alla schiera dei dubbiosi. Dubbioso anche, e molto, di comprare il prossimo che pubblicherà. Come dite? Ne è uscito un altro proprio stamattina? Naaaaaa!

Tre camere a Manhattan – George Simenon

L’incredibile lucidità con cui viene scandagliata la psicologia amorosa dei due protagonisti vale già da sola la lettura di questo romanzo. Due persone normali, alle prese con i dubbi e le contraddizioni interiori degli uomini della nostra epoca (nostra malgrado sia un libro pubblicato 60 anni fa), lontani anni luce dai modelli iperbolici e fasulli di certi narratori dell’ultima ora. Simenon non ha bisogno di stupire con colpi di teatro, ti prende ma non ti trattiene a forza né con l’inganno; è la sua capacità di descrivere, perfettamente, ma senza dilungarsi, fatti, luoghi e personaggi a tenere viva l’attenzione del lettore. Coglie con maestria tale i punti salienti, con poche e giuste parole, che mai si ha un dubbio sull’essenza di un personaggio, mai si rischia la confusione, neanche fra quelli di secondo piano. La solitudine e l’amore, l’amore come fuga dalla solitudine, l’amore come passione ed infine l’amore come scelta esistenziale. Il percorso umano, ma anche mentale, di François e Kay somiglia a quello di tanti di noi, esseri spesso contraddittori ma non ambigui, piuttosto ambivalenti nei rapporti con gli altri. Mi viene in mente un verso di una canzone di Guccini: “sospesi fra voglie alternate di andare e restare…“. Ecco, pare scritto proprio per questo romanzo, per i suoi protagonisti e le loro vite; ma anche, forse, per quelle di tanti di noi.

In principio – Chaim Potok

Prosegue la mia storia d’amore col barbuto rabbino newyorkese. 600 pagine sono scivolate via in pochissimi giorni, leggère come una carezza, ma profonde come pochi. Tema centrale di questo libro, l’odio ed il cieco pregiudizio che lo alimenta; l’odio razziale ma anche quello personale. L’odio come modo assurdo di sfogare le proprie frustrazioni, l’odio per il diverso, per il più debole, l’odio come affermazione di sé.

Sullo sfondo delle vicende storiche americane ed europee degli anni ’20 e ’30 (la grande depressione, l’avvento del nazismo, la guerra), l’infanzia e l’adolescenza di David Lurie, un bambino ebreo straordinariamente dotato nell’intelletto ma sfortunato nel fisico a causa di una caduta da neonato, e la sua crescita spirituale e morale scevra, per sua autonoma scelta, di condizionamenti religiosi.

Come ne Il dono di Asher Lev, anche stavolta il protagonista è una persona profondamente religiosa che però non affronta la fede con passività ma si pone domande e cerca delle risposte, sfidando suo malgrado la gretta ottusità degli ortodossi preoccupati solo di gareggiare fra loro sul campo dell’iperfideismo. La religione, quindi, vista come punto di partenza per aprirsi al mondo e non per rifiutarlo e chiudersi in se stessi o nel proprio microcosmo culturale.

600 pagine che non annoiano mai, non perché stupiscano con continui colpi di scena, ma perché l’indole naturale dell’autore per la narrazione le riempono di ritmo e sostanza in modo pressoché perfetto e quando c’è sostanza gli effetti speciali diventano inutili, ridondanti. Un libro pieno di cultura e sapienza antiche di millenni, che non vuole insegnare, eppure lo fa, lontano anni luce dalla filosofia spicciola formato sms dei vari Coelho, Volo, Murakami, ecc. Potok non era un guru nè aspirava ad esserlo, evidentemente. Un libro che riesce a trasmettere serenità malgrado narri di tragedie immani ed epocali come la shoah o la crisi economica degli anni ’30. Un libro di quelli che ti rapiscono, che per giorni ti fanno vivere nella loro realtà, illustrandotela pazientemente, e che sanno trasportarti in tempi e spazi lontani senza farti sentire un estraneo.

Uno sprono continuo ad usare la propria testa per pensare, a non accettare pedissequamente qualunque cosa arrivi da un pur autorevole pulpito. Un’esortazione a reagire alle avversità e combatterle, ma senza per questo ostinarsi quando queste dovessero essere soverchianti. La ricerca della verità come punto irrinunciabile della propria esistenza, il rifiuto della Verità e di coloro che ritengono di averla in tasca. La memoria di ciò che si è stati come punto di partenza verso ciò che si vuole essere. Lo smettere di odiare senza per questo precipitare in melensi e fasulli amori universali.

Inevitabile il confronto con Philip Roth, troppi gli elementi in comune: entrambi ebrei neworkesi, fra loro contemporanei, entrambi formidabili narratori. Ma dove Roth con il suo nichilismo sembra chiudere ogni porta alla speranza, Potok al contrario lascia sempre intravedere la salvezza, se non per l’individuo, per l’umanità. I suoi personaggi mantengono sempre la loro dignità ed i loro principi, anche nel dolore, senza precipitare nell’edonismo quale risposta alle domande sul senso della vita. Diversi anche nello stile: colto e travolgente come un fiume in piena Roth, pacato e mai ricercato Potok.

Una piccola nota sul prezzo di copertina: 11 euro, quanto un centinaio di pagine di autori più alla moda o classici i cui diritti sono scaduti da secoli. Questo per dire che certi discorsi sul costo dei libri sono bugie degli editori. E’ il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta, che male c’è a dirlo chiaramente?

Di questo, come dell’altro libro di Potok che ho letto, fatico a parlare tanto me ne sento pieno. Mi sento emozionato, stordito, positivamente sconvolto. Sconvolto ed innamorato. Di un barbuto rabbino newyorkese; io, anticlericale fino al midollo, chi l’avrebbe detto!

Paura di volare – Erica Jong

Negli anni ’70 è stato un best seller ma a suo tempo non l’ho letto. Giorni l’ho sentito nominare da qualche parte, poi l’ho visto a casa di mia madre e me lo sono preso. Diciamo subito senza mezzi termini che è una cazzatona, il solito libro furbetto che cavalca l’onda delle tematiche di moda con una superficialità che definirlo banale è riduttivo.

Un poutpurrì di tutto ciò che ai suoi tempi era cultura o tale era più o meno debitamente considerato. Il tutto preso di striscio, citato a raffica con finta nonchalance, in quantità tale che a voler fare l’indice dei nomi ne verrebbe a sua volta fuori un libro. A rendere il tutto più siocco ha pensato l’editore italiano: nella quarta di copertina, a carattere grassettato è scritto: Una donna che parla di sesso come un uomo. ‘Azz, diranno subito i miei piccoli lettori!

Poi però a sfogliarlo si incappa continuamente in perle di questo genere:
– “… incontrare un uomo bello, aitante, potente e ricco che potesse riempirmi ogni buco“;
– “La sua lingua mi stava facendo impazzire la figa“;
– “Mi innamorai di Bennet perchè aveva le palle più pulite che avessi mai assaggiato“;
– “… fare i nostri bisogni accovacciati per terra con l’erba che ci faceva il solletico e le mosche che ronzavano orrendamente attorno al buco del culo per posarsi sugli stronzi freschi“.

Gli uomini parlano in questo modo? Solo in caserma ricordo di aver sentito persone esprimersi così ripetutamente in questo modo, ma solo fino al grado di caporalmaggiore, al massimo sergente. E una donna si affranca da qualcosa, secondo l’autrice, esprimendosi in questo modo? E non sono certo uno che si scandalizza facilmente per il linguaggio.

Che poi, di sesso vero e proprio ce n’è poco e niente, il turpiloquio è limitato ai ragionamenti della protagonista, ma non come catarsi di espressività repressa, a me è sembrato semplicemente un modo sempliciotto di attirare l’attenzione, proprio come certi personaggi televisivi di oggi.
Non mi sorprende che sia stato un best seller, la formula è sempre quella, da decenni non cambia, uno schema che basta applicarlo per farlo funzionare. La letteratura è altro, per fortuna.

America oggi – Raymond Carver

Non amo molto i racconti, spesso non fai in tempo ad entrare nella vicenda che già ne finisce uno e devi ricominciare da capo; in genere li evito, preferisco i mattoni, o almeno dalle 350/400 pagine in su. Stavolta però, consigliato direttamente da una persona del gruppo, mi sono lasciato tentare da un libretto di Raimondo Incisore. Le prime storie mi hanno lasciato un po’ perplesso, sembravano rimanere sospese, senza una conclusione, neppure accennata o sottintesa. Poi, continuando la lettura, ho capito che la sospensione era parte del gioco, ogni storia parte di un tutto, un affresco sulla società americana, un ritratto di personaggi che da soli mai avrebbero meritato un racconto.

Non è uno Spoon river, non c’è la condanna della società, quali che ne possano essere le motivazioni, c’è solo rappresentazione di un’America minore che null’altro ha da offrire alla penna dello scrittore se non la propria ordinarietà. Volendo fare un piccolo paragone, mi vengono i mente i Racconti romani di Moravia; letti che avevo 12 anni, rimasi catturato proprio dalla quotidianeità delle storie, mi sembrava incredibile leggere su un libro di uno scrittore importante personaggi e situazioni della mia infanzia, della Roma di allora.

Lo stile è semplice ma non banale e non mancano guizzi geniali tipo: “Fai quello che ti ha detto la mamma, era solo un cadavere, tutto là“. Una frase che racchiude un mondo, descrivendolo senza fronzoli ma in modo perfetto. Del resto, ne ha ricavato un film Robert Altman, mica bau bau micio micio!

Cecità – José Saramago

Semaforo di piazzale Numa Pompilio, venendo da Caracalla, tipico tappo del traffico automobilistico romano. La strada si allarga, le due corsie di scorrimento del viale si aprono a ventaglio inducendo le auto a disporsi su cinque o sei file. Il rosso dura alcuni minuti, siamo tutti serrati, affiancati gomito a gomito, pronti a scattare al segnale convenuto. La solita mendicante scalza si aggira con la mano tesa dribblando i cofani roventi con la sicurezza di chi è aduso a muoversi fra labirinti di lamiere. Si avverte la tensione generale, il tempo di attesa si dilata in modo inversamente proporzionale al tempo a disposizione dei guidatori. Dozzine di persone, raggruppate loro malgrado in uno spazio aperto ma ristretto, aspettano tutte, all’unisono, un solo evento, liberatorio, catartico, risolutivo: il verde. Quando scatta il giallo per la strada di intersezione le mani destre lestamente innestano la prima ed i piedi, sempre destri, danno leggeri affondi sull’acceleratore per tenere il motore su di giri, saturando l’aria di un rombo cupo e minaccioso. E’ un attimo, il semaforo da l’ok e con la sincronia di un’orchestra sinfonica il rombo si trasforma in boato. Le avanguardie scattano agili guadagnando in pochi istanti la pole position, se non della vita almeno di quei pochi metri di asfalto; seguono ad una lunghezza le retrovie, alcune file mostrando la loro evidente maggiore prontezza. Visti dall’altro sembriamo probabilmente uno strano Tetris con i pezzi che si muovono in senso inverso. La mia fila non parte, non si muove. Attimi che sembrano un eternità, clackson che iniziano a protestare, tutti fremono nervosi mentre ai lati scorrono, finalmente liberi, flussi inarrestabili di macchine. Non si può fare nulla, siamo bloccati, la prima auto della fila è ferma e non accenna a muoversi. In un attimo un lampo mi attraversa il cervello, un pensiero atroce ed inconfessabile anche a me stesso: non è possibile mi dico, non può essere, non devo pensarci, non devo, non devo! Dura poco il terrore nella mia mente, appena il tempo che si apra uno sportello e ne scenda un uomo dicendo: ahò, nun ce posso fa’ ‘n cazzo, nun parte più, me s’è rotta così tutto de ‘n botto!
Fiiuuuuuu… ed io che temevo fosse diventato improvvisamente cieco!
Scampato il pericolo del mal bianco, proseguo verso casa guardingo; parcheggio, entro nel portone, incrocio la portinaia con alcuni vicini, li osservo chiacchierare amabilmente, ma dentro di me una sola, unica, imperscrutabile immagine: loro ricoperti di feci che lottano nel fango per contendersi un pezzo di pane ammuffito che pagheranno con brandelli residui di dignità umana.

Il maestro e Margherita – Michail Bulgakov

Caro Michail,
pur consapevole del ruolo universalmente riconosciuto da critici e lettori a te e alla tua opera più nota nel panorama mondiale della letteratura del ‘900, ho deciso di mollarti. Il motivo è molto semplice: mi stavi annoiando, sfogliarti non mi dava nessuna emozione, né positiva né negativa. Pare Montale ti abbia definito un dono all’umanità, ma come ha giustamente commentato una delle mie consulenti letterarie, mia figlia, mica sarà stato completamente lucido tutti i giorni della sua vita!

Mi stavi annoiando perché ti ho trovato terribilmente datato, superato dai tempi, dalla storia, dalle vicende politiche che hanno stravolto il tuo paese alla fine del secolo scorso. La tua satira, politica più che sociale, mostra tutti i segni del tempo, non fa ridere, neanche sorridere, la si può solo cogliere come una testimonianza dell’epoca. La satira politica, a differenza di quella di costume, invecchia. Parlando di te con l’altro mio consulente letterario, mio figlio, commentavamo che Plauto o Trilussa mantengono intatta la lor vis comica perchè le tipologie umane da essi irrise esistono tutt’ora: il vanaglorioso, l’accidioso, lo spaccone, ecc. Il burocrate russo di epoca staliniana invece no, neanche il letterato di regime della medesima epoca; si sono estinti con il loro stesso regime. E con essi la capacità di far ridere o almeno sorridere facendone bersaglio della tua ironia. Perché la satira punge quando cammina sul filo dell’irriverenza, in bilico fra la sfida all’autorità ed il rischio di divenirne vittima. Ma l’autorità che la tua satira ha sfidato, non esiste più, e quindi viene inevitabilmente meno l’irriverenza. E la vis comica va a farsi benedire.

Lo so, il tuo è un libro che ha diversi livelli di lettura, come tutti i libri di un certo livello; ma a pag. 150, il limite oltre il quale non ho osato spingermi, di questi non v’erano che labili tracce. I parallelismi fra la Mosca di Stalin e la Gerusalemme di Pilato, appena accennati fin dove ti ho letto, appaiono anch’essi inattuali, traslati, dagli accadimenti storici, dall’attualità alla storia. Quanto può emozionare un lettore del XXI secolo un parallelismo fra Bisanzio e Troia? Quanto tacciare Tiberio di essere peggio di Hammurabi? E’ vero, le tue vicende non sono così remote, ma appartengono ormai ugualmente alla storia, hanno perso quindi l’energia dirompente che deriva dall’essere vividi.

A molti lettori per i quali ho la massima stima e fiduca il tuo libro è piaciuto. Mi chiedo: quando l’hanno letto? Non è oziosa la domanda, forse t’avessi letto anch’io venti o trenta anni fa t’avrei apprezzato. Perchè venti o trent’anni fa era ancora vivo, ahimè, quel regime che, onore a te, hai osato sfidare con la tua penna. Morto lui, sei morto tu.

Addio caro Michael, pur riconoscendo il tuo valore, non credo ci incontreremo nuovamente, temo, per me, che tu non abbia molto da dirmi. Spero non me ne vorrai.
Cordialmente,

Luciano

Il dono di Asher Lev – Chaim Potok

Tutto quello che sapevo di Chaim Potok è che era un rabbino americano. Per di più credevo, erroneamente, che scrivesse saggi, che fosse quindi uno dei tanti predicatori che spacciano le proprie cosmogonie immaginarie per verità assiomatiche. Data la mia profonda allergia a preti, rabbini, imam e sciamani vari, me ne sono sempre tenuto alla larga.
Poi qualche tempo fa ad una cena mi ritrovo seduto vicino ad un tizio che non conoscevo e chiacchierando viene fuori che è un fan sfegatato di Roth quanto me. E’ lui che mi consiglia Potok e il consiglio di uno che condivide la mia stessa passione non posso lasciarlo cadere nel vuoto. Mi da un titolo: Il dono di Asher Lev.

Dopo averlo comprato scopro che è il sequel di un altro libro, Il mio nome è Asher Lev, ma me ne frego e mi fido del suggerimento ricevuto. Devo dire che non ho mai sentito la mancanza della prima parte, mai percepito la storia come monca. Il protagonista, un pittore di fama mondiale, torna negli USA dopo 20 anni, dopo essere stato scacciato dalla sua comunità per aver dipinto una crocefissione (impensabile per gli ortodossi che un ebreo ritragga un soggetto simile) in occasione del funerale di uno zio e vi rimane più a lungo del previsto per una serie di vicissitudini.

Che dire? L’amore, immenso, è sbocciato dopo pochissime pagine.
Stilisticamente è piuttosto semplice, manca qualunque ricercatezza linguistica, la prosa però è veramente chiara, dice quello che deve dire, senza fronzoli inutili. Un libro scritto per essere letto, non per cibare il narcisismo dell’autore o arruffianarsi il lettore. Mancano del tutto gli effetti speciali, i colpi di scena non indispensabili, la suspense per tenere agganciati i lettori svogliati.
Eppure dentro c’è tutto, c’è di tutto.

Ho amato a tal punto questo libro ed i suoi personaggi da faticare a parlarne, perché farlo vorrebbe dire razionalizzare il mio sentimento e quindi in qualche modo svilirlo. Quando ti innamori non stai lì a spiegarti perché, te la godi e basta, a provare a farlo si romperebbe l’incantesimo.
Mi ha trasmesso un’incredibile senso di pace ed una grandissima voglia di vivere ed amare me stesso e gli altri, malgrado vi siano narrate situazioni di tensione e non manchino accenni alla shoah. Non è comunque un libro sull’olocausto, è ambientato in una setta immaginaria dell’ebraismo chassidico (quelli sempre vestiti di nero e con i boccoli al lato delle orecchie), molto interessante anche come finestra aperta su quello strano mondo. E’ un libro sulla libertà di espressione, sullo scegliersi la vita, sull’ostilità e la cecità dei bigotti. Insomma, un libro che ti insegna qualcosa sul vivere, senza peraltro volerlo fare, non pensate a Coelho e robaccia simile.

M’è venuto in mente che l’ebraismo non mira alla conversione degli infedeli, anzi diventare ebrei è piuttosto complicato, al contrario del cristianesimo che quando ha potuto ha convertito a forza e ucciso che si opponeva. Una volta m’è stato spiegato che un buon ebreo deve dare l’esempio con il suo stile di vita a chi ebreo non è. Ecco, credo che questo concetto sia in qualche modo collegato a quanto dicevo prima: questo libro insegna senza essere didattico o peggio ancora falsamente profetico o filosofico.

Devo dire che nelle ultime 50 pagine il pathos cala un pochino e la narrazione tende a ripetersi, ma gli si può perdonare tranquillamente. Potrei dire di più, moltissimo di più, ma dovrei usare la testa, invece questo libro voglio che mi resti nel cuore, credo che la differenza con Roth sia qui: Roth ti cattura la testa, ti trascina in un vortice infinito, a volte quasi stordendoti. Potok invece ti conduce con tranquillità e tu tranquillamenti ti lasci condurre.

Ah, tanto per concludere cazzeggiando: da grande voglio fare il rebbe! E’ facilissimo, basta farsi crescere la barba e parlare per enigmi: “il terzo ci salverà”. Buona pure come profezia calcistica!