Non è lavoro, è sfruttamento – Marta Fana

I mutamenti profondi nel mondo del lavoro avvenuti negli ultimi venti anni, qui descritti in tutta la loro crudezza.
I meccanismi perversi della gig economy, che delegano a un inesorabile algoritmo decisioni cruciali che riguardano la vita delle persone.

La legalizzazione del lavoro gratuito (stage, tirocini, alternanza scuola/lavoro) in cambio di promesse incerte e mai mantenute.
La truffa della meritocrazia che mette in concorrenza masse di disperati in una tragica asta al ribasso.
L’eterno precariato che rende impossibile progettarsi la vita.
Lavori interinali presso la pubblica amministrazione a 3 euro l’ora grazie alle scatole cinesi di cooperative e subappalti.

Gli stessi temi sono stati trattati nel bel film di Pif recentemente uscito, E noi come stronzi restammo a guardare. Questioni di cui si parla poco e marginalmente, eppure sono cose che riguardano tutti noi: direttamente; in seconda battuta per chi ha figli; in terza per tutti, perché portano con sé un impoverimento terribile della società.

Malgrado alcuni aspetti un po’ troppo ideologizzati e che non mi hanno trovato d’accordo nelle conclusioni “politiche”, il libro ha l’indiscusso pregio di spiegare in modo chiarissimo il mercato del lavoro di oggi, e c’è da restare allibiti.
Oltre un certo limite, la flessibilità è negazione totale dei diritti del lavoratore; sfruttamento, appunto.

L’ingorda – Barbara Chiappa

La biografia romanzata della donna che divenne la regina del Moulin Rouge di Parigi, soprannominata la goulue, l’ingorda, appunto.
Sullo sfondo, descritto con dovizia di particolari, quello straordinario periodo che è stato la belle epoque, fatto di progresso tecnologico e voglia di divertimento sfrenato con sconfinamenti nella trasgressione

Renoir, Toulouse-Lautrec, Hugo e tanti altri personaggi della cultura e dell’arte incrociano la strada della ballerina che fece del can-can uno spettacolo conosciuto in tutto il mondo.
La parabola artistica e personale della protagonista, figlia di una lavandaia, assurta a star dello spettacolo e poi precipitata in una miseria, umana oltre che economica, più nera di quella da cui era partita.

Una scrittura delicata e precisa, l’affresco di un mondo scomparso che ancora oggi non manca di affascinare.

L’isola – Aldous Huxley

A seguito di un naufragio, un uomo si ritrova su un’isola immaginaria dove la comunità locale ha realizzato una società ideale in cui si mescolano socialdemocrazia e buddismo. Intraprendendo una serie di conversazioni con alcuni abitanti, il protagonista ne scopre le peculiarità restandone progressivamente affascinato.

Il mito del buon selvaggio portato ai suoi estremi filosofici, la shangri-là dei mari orientali, l’utopia sociale di un sistema libero dai condizionamenti educativi delle moderne società occidentali.
Il progresso cattivo (non che abbia tutti i torti) contrapposto allo sviluppo buono (tanto per parafrasare Pasolini), ecologismo a go-go e spruzzate di droghe naturali che espandono la coscienza aumentando la sua capacità di percezione.

Non stupisce che Huxley fosse un punto di riferimento per gli hippy degli anni Sessanta, ma il romanzo, letto con gli occhi di oggi, appare banale e sempliciotto. O forse è anche per questo che l’autore divenne popolare fra i giovani di allora.

Le particelle elementari – Michel Houellebecq

Definirlo romanzo è riduttivo. È un fantastico trattato di sociologia, psicologia e antropologia che descrive l’evoluzione della società occidentale (francese in particolare) negli ultimi decenni del Novecento attraverso le vicende personali di due fratellastri, diversissimi per carattere e per indole.

Il primo, solitario al limite dell’ascetismo, dedica la vita alla scienza, arrivando a sfiorare il Nobel; il secondo ricerca nel sesso sfrenato un lenitivo al suo dolore esistenziale. Entrambi, però, chiusi nel proprio microcosmo di difesa o appagamento, appaiono come il prodotto di un epoca che ha portato l’individualismo al suo massimo storico. E l’autore spiega molto bene le ragioni di questo percorso generazionale e antropologico.

Inumerevoli le pagine contenenti digressioni profonde che stimolano la riflessione nel lettore, ragionamenti acuti esposti con incredibile chiarezza che spaziano dalla filosofia positivista alla fisica quantistica e alla biologia molecolare. Affascinante come Houellebecq appaia ferrato in tutti questi campi, mostrando uno spessore culturale davvero fuori dal comune.

Ma nel finale spiazza, spostando progressivamente l’azione in un futuro prossimo di alcuni decenni, mostrando un’umanità nuova sorta dalle ceneri della vecchia, ormai geneticamente superata, cui viene però riconosciuto il merito, pur avendo vissuto nell’individualismo, di non aver mai smesso di cercare il bene e l’amore universali.
Bello, bello, bello!

Tre piani – Eshkol Nevo

Tre piani di una palazzina borghese in un quartiere residenziale e tranquillo, tre storie diverse e disgiunte fra loro che si sfiorano appena, osservandosi con l’educato distacco che in certi ambienti si conviene fra vicini per bene.

Ma anche i tre piani freudiani dell’essere – Es, Io e Super-io – rappresentati ciascuno rispettivamente in uno di questi tre racconti, attraverso tre vicende esemplari: un uomo onesto ma pulsionale che si mette nei guai proprio a causa del suo carattere; una donna persa in un intreccio sfumato di realtà e fantasia; una giudice in pensione, vittima indiretta della severità che il suo stesso ruolo professionale impone.

Tre modalità diverse di raccontare: la confidenza verbale con un amico, una lunga lettera e un curioso monologo con una vecchia segreteria telefonica cui risponde la voce registrata di una persona scomparsa; tutte in forma autobiografica di flusso di coscienza, un altro evidente richiamo freudiano.

All’autore il merito di una narrazione che ha il giusto pathos senza provocare inutile ansia nel lettore, malgrado tutte e tre le storie abbiano una forte carica di suspense. Di contro, un libro che, malgrado sia molto coinvolgente e decisamente azzeccato nel disegnare personaggi e situazioni, sembra costruito a tavolino più che scaturito direttamente dalla pancia dello scrittore.

In altri termini, l’ottima opera di un artigiano piuttosto che il guizzo geniale di un artista, che solo nelle ultimissime pagine sembra invece ammantarsi di passionalità per quanto forse inutilmente venata di moralismo.

Giuda – Amos Oz


Una delle mie rare riletture, ma il romanzo merita davvero.

Una rivisitazione della figura di Giuda, visto da una prospettiva diversa da quella tramandata nei secoli, e messo in parallelo con un personaggio di fantasia che duemila anni dopo, nella stessa terra, viene accusato di tradimento per aver promosso una coesistenza pacifica fra arabi ed ebrei.

Il traditore visto non semplicemente come quello che rompe i patti per mero e banale tornaconto personale ma come colui che cerca vie nuove in aperta rottura con la tradizione o con il pensiero imperante.

Il consueto stile elegante di Oz in un libro che nei diversi piani di lettura affascina dalla prima all’ultima pagina.

Dopo le fiamme – Fernando Aramburu

Dopo Patria, ad Aramburu firmo qualunque cambiale in bianco. È straordinaria la sua capacità di creare tensione emotiva nel lettore e lasciarla crescere lentamente in una direzione che è tanto evidente quanto ineluttabile.

Nel mondo che descrive sono tutti vittime: gli obiettivi degli attentati, gli esecutori, ma anche, e soprattutto, la popolazione basca nel suo insieme, stritolata in un nazionalismo esasperato e atroce le cui regole somigliano più a quelle mafiose che a un sano patriottismo.

Non un romanzo, questa volta, ma un insieme di racconti che descrivono in diverse sfaccettature e da diversi angoli di vista la realtà che si determina a seguito di una violenza e che anche dopo anni persiste nelle ferite indelebili che lascia nelle persone sopravvissute.
Bello, davvero bello.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) – Diego de Silva

Ultimo, in ordine cronologico, episodio della saga dell’avvocato Vincenzo Malinconico. Forse lontano dalle vette di acume e ironia del primo libro, ma decisamente piacevole e divertente da leggere.
Disavventure e vita quotidiana di un uomo che non teme di mostrare a se stesso le proprie umane debolezze. Un perdente di successo, uno che ci ricorda che forse mediocri, o almeno vulnerabili, lo siamo un po’ tutti, e non per questo dobbiamo disprezzarci o sentirci inadeguati.
Un filosofo di strada che con le sue profonde e spesso esilaranti riflessioni ci aiuta a sopravvivere nella giungla cittadina; perché combatte, non si arrende e anche quando il suo cinismo ha la meglio resta sempre aperta la porta della speranza

Scherzetto – Domenico Starnone

Un anziano artista e il nipote, un bimbo di quattro anni, si ritrovano a passare tre giorni da soli, per lo più chiusi in casa. Inizialmente confrontandosi, finiscono con il fronteggiarsi apertamente manifestando una reciproca insofferenza che cela uno scontro generazionale ma anche esistenziale.
Indubbiamente ben scritto e ben strutturato, il romanzo manca di pathos, e offre al lettore situazioni familiari e personali piuttosto scontate (crisi di coppia, crisi della terza età, crisi di identità).
Solo la scena clou finale riscatta pagine un po’ scialbe e poco avvincenti con una circostanza il cui esito è imprevedibile.