Tirreno d’inverno

La sveglia è puntata alle sei in considerazione dell’alba che è prevista alle sette. Dato che le giornate si sono accorciate molto vorrei partire con il primissimo chiarore per sfruttare tutte le ore di luce, ma lasciare da soli un ormeggio a pacchetto lungo il fiume è sempre una faccenda lunga e complessa, e quindi finisco con il mollare l’ultima cima che mi vincola alla barca di fianco alle sette passate, sollazzando con lo spettacolo un grosso cigno (sulla foce del Tevere ci sono i cigni) che ha osservato con attenzione ininterrotta tutta la manovra. Ho indosso la cerata completa e gli stivali, più a protezione dell’umidità, che ricompre completamente la coperta di Piazza Grande, che del freddo; l’aria è incredibilmente tiepida per la stagione.

Discendo il fiume a favore di corrente e recupero i parabordi che penzolano ormai inutili sulle murate, mentre ai mie lati sfrecciano alcune piccole barche di pescatori mattinieri e impazienti e sopra la mia testa alcuni gabbiani disegnano volteggiando le prime loro parabole aeree della giornata. Esco dal fiume e mi metto in rotta per Palmarola, cinque miglia a nord di Ponza. Il vento è leggero e le vele hanno bisogno di un po’ di aiuto dal motore per dare una velocità decente. Prendo il mare per rispondere a quel richiamo interiore che chi naviga conosce bene: il mare chiama, soprattutto quando l’anima ha bisogno di essere accarezzata. Qualche giorno da solo a galleggiare sull’infinita distesa azzurra mi aiuterà a fare chiarezza dentro di me su alcune questioni difficili che sto affrontando in questo periodo.

La navigazione scorre tranquilla, prevedibile, senza sorprese, come la costa laziale che sfila alla mia sinistra. Gioco infruttuosamente con la traina, leggo, scrivo, scambio qualche messaggio con un paio di amici, controllo che tutto sia a posto e in sicurezza, mi godo l’atmosfera. Il sole scalda progressivamente la giornata e verso l’ora di pranzo ho rimosso tutti gli strati di abbigliamento che indossavo, fino a restare in maglietta. Passato Capo d’Anzio consumo un rapido pasto a base di focaccia imbottita di prosciutto poi mi gusto il caffè in pozzetto.

Verso le quattro e mezza del pomeriggio, l’incanto di un tramonto spettacolare: il sole si riflette su alcuni cirri sfilacciati marezzando il cielo di un arancione che vira al rosso fino a spegnersi oltre la linea dell’orizzonte. La temperatura dell’aria ovviamente cala e  io ricompongo progressivamente tutta la cipolla di indumenti che avevo sfogliato qualche ora prima.

Il profilo di Palmarola è ben visibile nell’oscurità stemperata da una luna brillante. Alla base dell’isola, disabitata in questa stagione, osservo una decina di luci a pelo d’acqua: troppe per essere barche alla fonda in una sera di novembre. Avvicinandomi scopro essere piccole imbarcazioni da pesca che ciondolano su un mare oleoso e senza vento. 

Raggiungo il punto che ho scelto sulla carta per dare ancora ma trovo una leggera onda morta che di sicuro minerebbe la tranquillità che auspico per la notte, pertanto non libero neppure il ferro dal musone e giro immediatamente la prua per mettermi in rotta per Ponza, dove il ventaglio di possibilità per ancorare è più ampio. Chiaia di luna è esposta allo stesso modo quindi le condizioni meteo saranno con tutta probabilità le stesse ma decido comunque di dare un’occhiata prima di ripiegare su Cala Feola, meno ampia e più profonda. In un oretta scarsa ci sono, ma anche qui mi basta un’occhiata per capire che non è aria. Un grosso catamarano oscilla vistosamente malgrado la maggiore stabilità dei multiscafo alla fonda. 

Ancora mezzora di navigazione e alle otto e mezza calo un generoso calumo che mi garantirà un ancoraggio sicuro. Lascio raffreddare il motore per qualche minuto prima di spegnerlo poi accendo la luce in testa d’albero e scendo sottocoperta a prepararmi la cena.

Le luci delle case che dalle colline che circondano la piccola baia si affacciano sul mare puntinano la notte, luccicando intermittenti attraverso gli oblò della tuga. Ogni tanto si sente il rumore di un entrobordo che rientra in porto e in lontananza l’abbaiare stanco di un cane. Tutto mi arriva ovattato, il mondo convulso della terraferma sfuma in lontananza, sovrastato da un mite sciabordio sullo scafo. Piazza Grande, fedele compagna di tante navigazioni, mi abbraccia cullandomi dolcemente nella notte: la poesia a volte è dietro l’angolo, quasi sotto casa.

L’ancoraggio in rada – Alessandro Borgia

Ecco un libro che tutti dovrebbero avere a bordo, indipendentemente dal livello di abilità marinara.

È didattico, storico, reminescente, interessante, curioso, utile, esaustivo.
Trecento pagine in cui viene eviscerato tutto lo scibile umano in fatto di ormeggi e ancoraggi.

Ci sono anche un sacco di foto e disegni descritti, fatto con precisione e chiarezza eccellenti, visto che l’autore è un architetto, quindi ha un’ottima mano.

Siccome è stato un grandissimo successo, ne è stata fatta una seconda edizione, riveduta e ampliata.

Last but not least, andrebbe letto perché c’è una bellissima prefazione scritta da me!

Lo straniero

Sono ormeggiato lungo una banchina mattonata cinta di pietra, qualcosa che somiglia molto a un marciapiedi. Non è un marina privato ma un porto pubblico: non ho servizi e non ho luce o acqua, se non le mie scorte. Le mie finestre, gli oblò, si aprono poco sopra il livello stradale, come quelle di un basso, di un seminterrato. E come in un seminterrato, raccolgono polvere.

Le persone passeggiano a un metro da me, gettano uno sguardo curioso e scrutano oltre il tambuccio, violando in un certo senso la mia intimità domestica. I bambini giocano a palla, urlando come fanno i bambini e rincorrendosi fino allo stremo. Proprio di fronte c’è una panchina dove la sera le coppie si siedono a scambiarsi un bacio o a chiacchierare e io, mio malgrado, ne colgo a volte i discorsi, le promesse e le parole d’amore.

Quando cucino, i miei odori si spandono fino alla piazza: il profumo di frittata o cipolla soffritta si mescola per un po’ ai gas di scarico delle auto in circolazione (poche, per fortuna). Se fa caldo, mangio in pozzetto, offrendomi alla vista di chiunque voglia informarsi sui miei pasti.
Faccio la doccia all’aperto, sulla spiaggetta di poppa, strofinando il mio corpo insaponato davanti agli occhi tutti. Cerco di farlo rapidamente, con discrezione, in momenti in cui non c’è molta gente. Sia perché penso che qualcuno potrebbe non gradire lo spettacolo, sia perché anche questo, in fondo, è un momento di intimità violata.

Una sottile strato di vetroresina è la mia sola protezione dalle intemperie, il mio unico riparo dal sole o dalla pioggia. Per difendermi da entrambi posso solo rintanarmi sottocoperta. Se c’è il temporale sono costretto a chiudere tutto e restare tappato dentro fino a quando smette; un po’ come gli zingari nelle loro roulotte.
Vivo in piazza, come un nomade, e sono arrivato dal mare. Non per restare, se non per un breve periodo fatto di interazioni fugaci con chi abita stabilmente questo posto. Spesso trovo cortesia, a volte noncuranza, raramente ostilità, perché i luoghi che affacciano sul mare sono abitati da genti abituate allo straniero.

Quando dopo giorni di navigazione si entra in un porto, si ha voglia principalmente di protezione e accoglienza. Si ha bisogno di un riparo dalla furia degli elementi naturali, di un momento di ristoro dalla stanchezza accumulata. Si ha bisogno di una mano amica che con un sorriso, magari indurito dal sale, prenda la nostra cima, e la trasformi in un cordone ombelicale fra noi e la terra, la madre terra.

Mi trovo in un tratto di mare percorso continuamente da gente in fuga. Non mi interessa indagare da cosa; chi va per mare ha spesso qualcosa da cui fuggire, fosse anche semplicemente se stesso. Anche se ne ho percorso la stessa rotta, a differenziarmi da quelle persone sono principalmente due cose: il colore della pelle e il portafoglio, per quanto il mio non sia granché gonfio. Due cose, soprattutto la prima, che non mi sono conquistato con grossi meriti personali e che certamente non possono costituire una discriminante per l’accoglienza. Eppure lo sono.

Anch’io qui, come loro, sono uno straniero, anche se a differenza loro ho una casa dove tornare se ne ho voglia o bisogno. Ma anch’io, adesso, sono da solo in una terra straniera dove potrei avere la necessità di qualcuno che mi sostenga. E nel momento in cui qualcuno ti sostiene, cessi di essere solo, di essere straniero. Per questa ragione non negherò mai a quelle persone il mio appoggio e il mio aiuto: perché forza di additare e sottolineare la diversità dell’altro ci si ritrova, prima o poi, a essere il diverso di turno.
Chi va per mare sarà sempre mio fratello, sempre.
Bisogna innanzitutto accogliere, se si vuole essere accolti.

Nuove parole di carta

Un nuovo libro, il terzo, per Piazza Grande.

La vela di Odessa. Una navigazione tra le acque e la storia del Mar Nero e dell’Egeo.

Una lunga navigazione in un mare ignorato dai diportisti, 3600 miglia circa, che mi ha condotto fino a Odessa, in Ucraina. Pensieri e piccole avventure con un occhio sempre rivolto alla storia e alla situazione sociale e politica dei paesi visitati.

Sono davvero soddisfatto del risultato di più due anni di studio, di navigazione e di scrittura
Può essere acquistato sul sito www.laveladiodessa.it o presso le seguenti librerie:

  • Clipper, Via Marcantonio Bragadin, 42 – Roma
  • Libreria del mare, Via Broletto, 28 – Milano
  • Libreria internazionale Il Mare, Via del Vantaggio, 19 – Roma
  • Libreria del viaggiatore, Via del Pellegrino, 165- Roma

Grazie e buona lettura!

Profumo di Golden Globe

 
Quello che colpisce immediatamente di Francesco Cappelletti è la sua semplicità. È in procinto di partire per un giro del mondo in solitaria e ne parla con più modestia di tanti quando raccontano della loro epica esperienza sulla terribile tratta Anzio-Ponza. La sua barca, un vecchio 33 piedi che ha praticamente ricostruito da sé fin nelle strutture, ha meno strumentazione elettronica di una qualsiasi imbarcazione che naviga all’Elba in estate.
 
Un giorno, per caso, ha letto il bando della Golden Globe, regata celebrativa dei cinquanta anni dalla prima regata in solitaria senza scalo (quella di Moitessier, di Knox-Johnston, di Crowhurst) e ha deciso di partecipare. Passerà circa nove mesi da solo, doppierà i tre capi dell’oceano meridionale, navigherà in condizioni meteo estreme, e sul suo volto c’è il sorriso sereno di chi non sta sfidando né il mondo né se stesso, ma ha solo voglia di fare una cosa e la fa.
 
Quella di Francesco è una storia d’altri tempi, al cui centro c’è l’uomo e non attrezzature ipertecnologiche, routier e meteorologi che indicano da casa la rotta da seguire e budget stellari. Ci sono gli amici che lo aiutano e che hanno il volto dell’artigiano appassionato che ha voglia di condividere con lui l’impresa. Ci sono alcuni piccoli sponsor con il desiderio di mettersi in gioco, di sperimentare, di crescere. E soprattutto c’è la sua pacata determinazione.
 
Ho avuto il piacere di ospitarlo a casa mia in occasione di una sua serata presso la Lega Navale di Roma, insieme alla sua compagna Silvia; entrambi persone che ispirano fiducia e simpatia al primo sguardo. Le federazioni, le associazioni, i circoli dovrebbero sponsorizzare quelli come lui, perché rappresentano quell’Italia ingegnosa e laboriosa, pronta a lottare con mezzi limitati e anche a vincere.
 
Francesco è uno di noi, solo con più capacità e coraggio.
 

De Sardiniae circumnavigatione

Soffia a circa venti nodi il maestrale che spinge Piazza Grande in modo deciso quando le rocce levigate di Capo Testa sfilano alla mia dritta. Orzo leggermente e dirigo la prua verso l’isola di Cavallo, per attraversare perpendicolarmente le Bocche di Bonifacio e concludere così la circumnavigazione in senso orario della Sardegna, completata nel termine delle cinque settimane previste. C’è ovviamente onda da ovest, che però esalta più che infastidire; sono le condizioni ideali per una veleggiata spumeggiante.

Non sempre, durante questa rotta, il vento e il mare mi sono stati favorevoli, anzi spesso mi sono trovato a percorrere lunghi tratti bordeggiando controvento oppure a motore. Solo una volta, nel golfo di Oristano, una forte maestralata mi ha costretto ad una sosta di tre giorni. divisa fra porto e rada (un meraviglioso ancoraggio di fronte alle rovine fenicie di Tharros). Tutto era comunque stato annunciato con largo anticipo, quindi nessun problema o difficoltà, se non l’impossibilità di fermarsi nel bel tratto di costa precedente, quello che va da Portoscuso a Capo Frasca, interamente esposto ai venti dei quadranti occidentali.

Forse è stata una delle poche volte in cui i siti meteo hanno indovinato la previsione: ne consulto quotidianamente diversi e ognuno dice la sua. Raramente concordano e molto spesso nessuno ci azzecca. Sarà per il riscaldamento globale, sarà per il caldo torrido di questa estate, ma programmare la navigazione giornaliera è stato spesso un terno a lotto: nel dubbio, sempre alla ricerca di un ridosso sicuro da tutti i quadranti, cosa ovviamente impossibile nella maggioranza dei casi. Settecento miglia percorse nell’incertezza. Beh, non sempre, ma spesso.

È stata una bellissima esperienza, durante la quale ho rivisto posti che avevo frequentato da terrestre molti anni fa, girando l’isola in auto e con il gommone al traino per fare pesca subacquea, e ritrovandoli quasi sempre come li avevo lasciati. Tra le poche differenze che mi sono saltate agli occhi, le molte spiagge attrezzate, un fenomeno che una volta in Sardegna era piuttosto raro. Inutile dire che in un’isola che deve molto del suo fascino all’essere selvaggia, il lido con gli ombrelloni tutti uguali e musica banalissima, sparata a tutto volume alle dieci del mattino, svilisce inevitabilmente l’ambiente. A Villasimius è stato così, ma anche altrove l’atmosfera che ho percepito è stata quella del parco divertimenti estivo. Ognuno fa le vacanze come vuole; a me, però, queste cose fanno fuggire a gambe levate.

Molti mi avevano messo in guardia dicendo che, abituato alla solitudine dell’Egeo e del Mar Nero, mi sarei trovato malissimo. Invece devo dire che a parte il tratto di costa che va da Capo Testa a Cala Brandinchi, più alcune altre piccole aree come Stintino o le calette del Golfo di Orosei, ho sempre trovato ancoraggi tranquilli e poco frequentati. Un paio di nomi: Capo Comino, sulla costa est, e Cala Piombo su quella meridionale. Quest’ultima è zona militare e la navigazione è tollerata solo in estate.

Ovviamente lungo la costa nordorientale la situazione è ben diversa, tanto che lo stato del mare è perennemente “Forza yacht“, determinato cioè dall’incessante via vai delle grandi barche a motore (che poi, dove andranno con tutta quella fretta?), le quali provocano ripide onde incrociate che disturbano l’ancoraggio. Per fortuna verso sera rientrano puntualmente in porto e tutto torna placido.

In sostanza, nauticamente parlando, un po’ tutta la Sardegna non è poi così affollata come potrebbe, fatta esclusione per le settimane tra la metà di luglio e il venti di agosto all’incirca. Una pacchia per chi la ama e ha la possibilità di visitarla al di fuori di quel periodo, anche perché i prezzi degli ormeggi subiscono una salita verticale durante l’alta stagione. Il turismo di massa è spesso invasivo, poco rispettoso e degradante, e la Sardegna ha saputo tenere alto il livello dei suo ospiti. Penso però che una stagione turistica più lunga porterebbe ricadute positive sull’occupazione. La Grecia è piena di diportisti nordeuropei da maggio a ottobre; forse, incentivandoli in qualche modo, alcuni di essi potrebbero dirottare da queste parti la loro navigazione.

E comunque di pesce in Sardegna ne è rimasto davvero poco (anche se certamente più che nei mari greci), forse tanto varrebbe imporre il blocco totale della pesca per un paio d’anni, nella speranza che gli stock ittici si riformino e magari ritorni anche remunerativa la pesca professionale. Quella hobbystica, per quanto mi riguarda, quest’anno è andata piuttosto male sia con la traina che con il fucile, anche se un paio di volte solo per colpa mia: ho sbagliato mira salvando involontariamente la vita a due belle cernie.

La cosa che un po’ mi spaventava della Sardegna è il costo dei porti. Per quanto non senta affatto il bisogno di mettere le cime in banchina tutte le sere, ogni tanto bisogna farlo: vuoi per fare rifornimento d’acqua, vuoi per fare cambusa, vuoi per imbarcare o sbarcare qualcuno. Con un po’ di attenzione sono riuscito sempre a pagare cifre accettabili, nell’ordine dei trenta/quaranta euro. La sosta più cara è stata a Marina Piccola a Cagliari, dove ne hanno voluti sessanta. Ovviamente tra Palau e Tavolara i prezzi sono molto più elevati, come pure a Villasimius e a Marina di Capitana: ma lo sapevo e ho evitato accuratamente di fermarmi. La sorpresa positiva è stata invece Stintino, dove mi aspettavo un salasso e invece ho pagato trentasette euro. Voci di banchina mi hanno riferito che a Porto Cervo si sta sui trecentocinquanta a notte, ma a me che mi frega di Porto Cervo? Mai stato tipo da Costa Smeralda, anzi sono decisamente agli antipodi di quella fauna umana, di quel modo di vivere il mare.

Tornare in Sardegna dopo anni di Grecia ha avuto anche un altro interessantissimo risvolto: la gastronomia. Adoro i greci e la Grecia ma la loro cucina si riduce a cinque o sei piatti, sempre quelli in qualunque località o isola, e alla fine vengono inevitabilmente a noia. Si aggiunga anche che, nonostante sia una terra di pastori e allevatori di bestiame, la loro produzione di formaggi e salumi è piuttosto limitata (feta ovunque) e di qualità scadente, i salumi soprattutto sono davvero di scarsa qualità. In Sardegna, invece, la produzione di entrambi è variegata e di ben altro livello e io ne ho approfittato ogni volta che ho potuto, accompagnando il tutto con pane carasau (anzi, guttiau) e annaffiando con l’ottimo Cannonau, reperibile ovunque a prezzi ragionvoli. Va da se che a bordo o a terra non sono mancate le serate a base di porceddu o piatti di mare. Gli equipaggi che si sono alternati in queste settimane hanno sempre gradito e nessuno si è mai lamentato di ciò che è stato messo in tavola o nel bicchiere.

Il pozzetto di Piazza Grande è stato quest’anno parecchio conviviale. Molti gli ospiti a bordo: vecchi e nuovi amici, neofiti ed esperti, marinai e vacanzieri, che hanno portato il loro sorriso e la loro simpatia. Alcuni hanno portato anche da bere, per cui l’allegria non è mai mancata. Tanti anche gli incontri in banchina: molte conoscenze virtuali, persone con cui sono in contatto da anni per via telematica, sono diventati un volto reale. Ne ho trovati un po’ dappertutto, dividendo con tutti un caffè, una birra, una chiacchiera o una serata. Situazioni che fanno rivedere certi giudizi negativi su Facebook e i consessi virtuali.

Il maestrale ha preso a soffiare più forte. Mi ridosso dietro l’Isola Piana, cerco una chiazza di sabbia e calo l’ancora. Trovo anche qui una barca di amici, e con una birra ghiacciata festeggiamo l’incontro. Io festeggio anche la fine del periplo della Sardegna. La circumnavigazione della Corsica mi attende.

PS Sul numero di luglio di SVN – Solo Vela è stato pubblicato un articolo da me scritto su Gibilterra e la navigazione atlantica fino a Lisbona. Chi volesse leggerlo lo trova qui: http://magazines.solovela.net/svn-36/59175365 a pagina 93.

Un nuovo libro per Piazza Grande

Il mio editore si ostina a pubblicarmi ed io mi trovo costretto a continuare a scrivere. Dopo Rotta a Levante, ecco Rotta a Ponente
Racconta la navigazione che ho fatto qualche tempo fa, dalla Sicilia al Portogallo: un piccolo assaggio di Atlantico per Piazza Grande, la mia amata barchetta, e me. Oltre ai porti e le città che ho toccato, ho cercato di descrivere l’emozione che piano piano è montata dentro di me uscendo per la prima volta dallo Stretto di Gibilterra, fuori da quella specie di guscio protetto che è il Mediterraneo. Insomma, un velista qualunque alle prese con la novità di un oceano sotto la chiglia.
Attenzione a fare battute tipo «Te li vuoi fare tutti i punti cardinali?» perché potrei essere tentato da questa cosa!
Chi vuole può leggersi il primo capitolo.

Acquistabile al momento solo su Amazon o presso l’editore. Presto anche su altri siti di vendita online (ibs, La Feltrinelli, Mondadori Store) e presso le librerie nautiche.
Altre informazioni qui:
Rotta a Ponente
Da Marsala a Lisbona
di Luciano Piazza

Edizioni il Frangente
ISBN 978-88-98023-79-0
Pagine 168 + inserto fotografico
Formato 170 x 240 mm

Rais – Simone Perotti


La storia, come è noto, la scrivono i vincitori, e spesso cominciano a scriverla molto prima di aver vinto. Quella dell’Impero Ottomano, vista con l’occhio occidentale, è stata molto spesso semplificata al punto da condensarla nell’espressione “Mamma, li turchi!”, una frase che evoca il terrore di invasioni e devastazioni piratesche sulle nostre coste. La realtà, non appena si cerca di documentarsi un po’, si rivela assai diversa. Innanzitutto, non si trattava di pirati ma di corsari, una differenza non lessicale ma di sostanza: pirati erano coloro che depredavano qualunque nave per tornaconto personale, mentre i corsari agivano su mandato del proprio sovrano e indirizzavano le proprie azioni solo nei confronti dei nemici istituzionali. Era la “guerra di corsa”, ed era combattuta da tutti gli schieramenti: la Superba e la Serenissima, cioè le repubbliche di Genova e Venezia, assalivano le coste anatoliche con le medesime cruente modalità dei corsari turchi.

Tra i più famosi pirati/corsari del Cinquecento c’è Dragut Rais, il protagonista di questo romanzo di Simone Perotti. All’autore va il merito di aver raccontato le vicende di quel periodo in modo onesto, senza alcun pregiudizio ideologico, rifuggendo quelle letture forzate della Storia in chiave contemporanea che vedono (o si sforzano di vedere) i conflitti dei nostri giorni come una riedizione dell’atavica contrapposizione fra Islam e Cristianità. È un libro che racconta di uomini, traccia la loro storia contestualizzandola nella Storia, ne mostra forza e debolezza, pietà e crudeltà, odio e amore, facendoli però sempre restare quello che tutti noi siamo: essere umani. Che non significa minimizzare i crimini o perdersi nell’indulgenza, ma piuttosto cercare di comprendere l’altro, il nemico, anziché limitarsi a demonizzarlo.

La ricostruzione storica è davvero eccellente: un libro così non si improvvisa, ma richiede che per anni si legga, si studi e, perché no, si vada personalmente nei luoghi che fanno da scenario al racconto che, in questo caso, è praticamente tutto il Mar Mediterraneo. Ci sono imperi, battaglie, trame di potere, scoperte geografiche; ma anche vicende amorose, personali e i dubbi esistenziali, questi, sì, decisamente attuali, dei protagonisti. Perché Perotti ha l’indubbia capacità di leggere nell’animo delle persone e di descrivere molto bene ciò che vede; ed ecco, allora, che in certe pagine fa interrogare il lettore su se stesso e quasi lo sprona a tentare nuove strade anziché restare imprigionato nelle proprie paure né, tantomeno, nei propri successi.

È un romanzo a più voci: quelle dei principali protagonisti, le cui vicende vanno progressivamente intrecciandosi in modo indissolubile. Cinquecento pagine che scorrono via senza intoppi, senza mai perdere il ritmo: incessante e ricco di avvenimenti, fatti storici, riflessioni. Quando un libro riesce a traslarti nel suo mondo e a trattenerti lì con la mente durante i giorni che lo hai fra le mani, credo che abbia raggiunto il più grande degli obiettivi. E questo lo fa in modo molto fluido, senza troppi artifici letterari, pur essendo, certamente, un romanzo strutturato in modo non casuale.

Ho conosciuto Simone a Cefalonia, in Grecia, alcuni anni fa, quando casualmente ci siamo trovati ormeggiati vicini con le nostre rispettive barche e abbiamo passato un paio di serate a chiacchierare. Oltre alla passione per il mare e la navigazione, ci accomuna l’amore per quelle terre, la Grecia e la Turchia innanzitutto, e per quelle genti, che continuano a considerare ciò che arriva dal mare come un’opportunità, malgrado dal mare abbiano ricevuto spesso dolore: un’apertura mentale che ha il sapore dell’acqua salata, quella che trasuda copiosa da queste pagine.

Fuga di mezzanotte (seconda parte)


Il destino mescola le carte, ma siamo noi a giocarle.

(B. Moitessier, La lunga rotta)Così, una mattina, intorno alle nove, lasciamo la Bulgaria con vento fresco al giardinetto, viaggiando a circa cinque nodi. Dopo poche ore, al traverso di Igneada, perdiamo il campo al telefono, appena dopo aver segnalato su Facebook che siamo entrati in acque turche. Spero che nessuno si allarmi, perché temo che non lo ritroveremo prima di domattina, essendo costretti a tenerci molto distanti dalla costa per non entrare in uno specchio acqueo riservato alle esercitazioni militari della marina turca.
Nel primo pomeriggio agganciamo la corrente del Bosforo e la velocità sale oltre i sette nodi: troppo, rischiamo di arrivare all’ingresso dello stretto prima dell’alba, cosa che voglio evitare assolutamente. Prima di cena metto alla cappa e ci facciamo un bel bagno in mare e una doccia rinfrescante, poi ripartiamo con velatura ridotta per rallentare l’andatura. Nella notte incrociamo solo qualche nave distante che dirige, come noi, verso il Bosforo ma provenendo da nord, forse dalla Russia. In lontananza si intravedono le luci della costa, oltre al bagliore di Istanbul che anche da questo lato rischiara il cielo a decine di miglia di distanza. E poi le stelle, tante, a brillare nel cielo fino a quando un quarto di luna vermiglio non le spegne riflettendosi sulla superficie del mare.

L’ingresso nel Bosforo

Alle quattro, dopo una navigazione decisamente tranquilla e spedita, accostiamo sulla dritta per dirigere nel canale. Poco dopo torna il segnale al telefono e ne approfitto immediatamente per tranquillizzare i tanti che purtroppo si stanno già impensierendo per questo silenzio durato parecchie ore. Quando siamo a pochissime miglia dal Bosforo, l’alba è ancora di là da venire, mentre la sagoma di una nave militare mi appare nitida subito a est dell’ingresso. Siamo ormai nel risucchio della corrente, presi nel suo vortice che come un imbuto tutto convoglia dentro di sé. Abbiamo ormai solo un piccolo pezzo di genoa aperto e malgrado ciò facciamo quasi tre nodi. Alle nostre spalle, intanto, il castelletto di prua di un enorme cargo si fa sempre più prossimo alla poppa di Piazza Grande, sempre più minaccioso.

Sul ponte sventola bandiera turca

Quando finalmente l’aria si rischiara, il nuovo ponte in costruzione, il terzo che collega l’Europa e l’Asia, scorre sopra di noi: siamo dentro il canale. Malgrado l’ora, diverse squadre di operai sono già al lavoro; lo prendo come un buon segno, un segnale che la normale vita quotidiana sta riprendendo. Una bandiera turca di dimensioni davvero gigantesche sventola attaccata agli enormi cavi d’acciaio che sostengono il viadotto e il vento la scuote producendo uno schiocco secco ogni volta che una raffica la distende. La bandiera in Turchia è sempre stata il simbolo dei kemalisti ed è presente veramente ovunque. Non ho mai visto un’altra nazione con così tante bandiere, sugli edifici istituzionali ma anche sulle colline e negli agglomerati urbani. Sempre nuove, curatissime, di un rosso brillante. I sostenitori di Erdoğan, che in questi giorni hanno invaso le piazze delle città spronati dal loro leader, sventolano anche loro la bandiera con la mezzaluna. Sembrano voler dire di essersi impossessati anche di questo simbolo piuttosto che rifiutarlo in quanto emblema della parte avversa. E allora le bandiere appese oggi, a questo come ai successivi ponti, non capisci più chi le ha messe né cosa vogliano effettivamente comunicare.

All’andata c’era un po’ di traffico nel Bosforo…

Sul diario di bordo annoto freddamente: ore sei, passato terzo ponte; ore otto, passato secondo ponte; ore otto e trenta, passato primo ponte. Come faccio a non essere freddo in una circostanza del genere? Amo Istanbul, passarci in mezzo così in fretta mi sembra quasi una profanazione, la violazione di chi ti ha regalato emozioni profonde e di cui ti ritrovi, tuo malgrado, ad abusare furtivamente. Quando sono al traverso di Santa Sofia ho un tuffo al cuore: l’anima mi sussurra di girare la prua e accostare verso un porto, fermarmi e urlare che nulla è cambiato, ma la mia mano resta salda sul timone e Piazza Grande mantiene la sua rotta; no, non è davvero il caso di rischiare, fermarsi è un’incognita troppo grande, almeno fino a quando la situazione non si chiarirà meglio. Avevo in programma una sosta di una settimana durante la quale avrebbero dovuto raggiungermi i miei figli: scappo invece via, restando con una sensazione di non sazietà che mi fa dire che devo tornare, è un impegno che prendo con me stesso. Quando entriamo nel Mar di Marmara mi volto ancora ad osservare quel profilo magico, fatto di cupole, minareti e grattacieli. Un vaporetto sta correndo da una sponda all’altra della città, sul ponte superiore un uomo si sporge dal parapetto e scruta il mare: un gabbiano volteggia un attimo sulla sua testa e poi se ne va. Come anch’io sto facendo in questo istante.

Come un gabbiano

Sono sempre in contatto con Ahsen che mi tiene aggiornato sulla situazione. Pare che le tensioni si stiano stemperando e la città stia riprendendo i suoi ritmi, frenetici e consueti. Ieri c’è stata perfino una gara di nuoto nel Bosforo. È indubbia la capacità dei turchi di elaborare il lutto, di metabolizzare. Ci sono stati trecento morti, tra cui tantissimi giovani militari di leva; da noi ci sarebbero le bandiere a mezz’asta per decenni, qui si volta pagina e si va avanti. Un comportamento sovrumano o inumano? Un’altra bella domanda che si aggiunge ai quesiti che mi porto dentro da quando la Turchia sta cambiando volto. L’impressione che colgo durante queste ore in cui attraverso il cuore di Istanbul è effettivamente di tranquillità ma a volte il fuoco cova sotto la cenere. Guardo a prua e aggiusto le vele, poi lascio Roberto di guardia e crollo in cuccetta: la strada è ancora lunga.

Punti di vista

Mi sveglio dopo circa tre ore, quando il sole è alto e scalda l’aria che il vento rinfresca. O viceversa. Do il cambio al mio compagno di viaggio, poi apro una birra e un pacco di patatine. Abbiamo vento portante e procediamo a circa sei nodi, sospinti anche da una leggera onda che frange a volte sulla poppa di Piazza Grande. Siamo in mare da circa trenta ore, sempre a vela, sempre con vento favorevole; da un punto di vista nautico è un’esperienza esaltante. Anche nello stretto dei Dardanelli vorrei entrare con la luce del giorno, sia per il traffico navale, generalmente molto intenso, sia perché se dovessi essere abbordato da qualche autorità turca preferirei che non fosse nell’oscurità. Passiamo la giornata bighellonando, per come si può bighellonare su un’imbarcazione di undici metri: riposando, leggendo, chiacchierando, cucinando, mangiando. Come ieri, prima di sera metto di nuovo alla cappa e con una doccia laviamo via la stanchezza e il sudore che ci portiamo addosso. Stabiliamo i turni di guardia e ci prepariamo per la notte che ci attende, con l’occhio sempre vigile per le tante navi che procedono lungo la nostra stessa rotta. Sono le nove di sera e siamo al traverso dell’Isola di Marmara.

“Tu che m’hai preso il cuor…”

Cerco su Internet qualche aggiornamento sulla situazione politica del paese che stiamo attraversando. Pare che la scure di Erdogan si stia abbattendo non sui kemalisti quanto sui sostenitore di Fetullah Gülen, suo ex-alleato e da lui accusato di essere un pericoloso terrorista nonché l’artefice del tentato golpe. In realtà in passato, almeno verbalmente, Gülen ha preso posizione contro il terrorismo islamico, condannandolo apertamente. Qualunque sia la verità, per domani è prevista una grande manifestazione che vedrà l’AKP, il partito di Erdoğan e il CHP, il partito fondato da Atatürk, per una volta insieme in piazza per esigere il rispetto della democrazia. L’impressione è che Erdoğan abbia abilmente messo con le spalle al muro il CHP, costringendolo a schierarsi con lui con il classico ragionamento manicheo: se non state con me, state con i golpisti. D’altra parte, i kemalisti hanno davvero temuto il peggio e pensato di fare la fine dell’Iran; sentire di non essere nel mirino è certamente un sollievo enorme per loro. Il futuro resta incerto, ma forse è meno tragico di quello che si poteva supporre qualche giorno fa.

L’alba

La notte scorre veloce nell’alternanza di sonno e veglia data dai turni di due ore e alle sette di mattina del terzo giorno di navigazione entriamo nei Dardanelli, dopo aver goduto dello spettacolo di un’alba davvero incantevole. Sto sorseggiando un po’ stordito il primo caffè della giornata, quando vedo una motovedetta della Guardia Costiera puntare verso di noi a grande velocità. Mantengo la rotta e mi preparo a fermare Piazza Grande nel caso me lo chiedano. È un’unità molto veloce, armata, forse blindata, con solo un piccolo vetro circolare per permettere la visuale all’equipaggio. Si accosta a pochi metri sottovento, rallenta per affiancarci, resta il tempo necessario per osservarci bene, poi con il rombo potente dei motori si allontana, perdendosi rapidamente nella luce accecante del mattino. Sempre secondo quanto ho letto, pare che stiano ancora cercando i militari coinvolti con il colpo di Stato, forse disertori in fuga verso la Grecia; il nemico storico che diventa improvvisamente un rifugio. Strane nemesi offre a volte la vita.

Favorisca patente e libretto!

Dentro i Dardanelli, la corrente mostra tutto il suo vigore e Piazza Grande prende a correre a oltre otto nodi. La cosa sorprendente di questo stretto, come anche del Bosforo, è che la corrente è sempre in uscita, non ha cicli inversi come altri stretti, quello di Messina, per esempio. La ragione va ricercata nella bassa concentrazione salina del Mar Nero, inferiore a quella del Mediterraneo per l’apporto di acqua dolce dei grandi fiumi che vi sfociano. L’acqua dolce è meno pesante di quella salata per cui tende a scorrere in superficie per essere poi reintegrata da una controcorrente sottomarina salata che restituisce l’equilibrio idrico fra i due bacini. Se così non fosse, il Mar Nero sarebbe formato da acqua dolce. Grazie alla corrente, all’ora di pranzo abbiamo già percorso le circa quaranta miglia che separano il Mar di Marmara dall’Egeo e siamo al traverso dell’imponente monumento che celebra la vittoria di Atatürk sule armate anglo-francesi durante la Campagna dei Dardanelli. La Storia di ieri che si confonde con la Storia di oggi in una parte di mondo che da millenni viene contesa e che pare non trovare quella pace che dovrebbe essere un diritto inalienabile per l’umanità intera. Il controllo di questo mare, di questi stretti, è troppo importante, dominarli vuol dire controllare tutto il commercio, soprattutto di materie prime, che va dal Mar Nero al resto del mondo. Madre Natura ha creato una frattura fra queste colline, una lingua d’acqua che separa la terra, separa due continenti, ma che pare incapace di separare l’uomo dalla sua avidità, dalla sua crudeltà, dal suo desiderio di sopraffazione.

L’uscita dai Dardanelli

Se l’ingresso nel Bosforo era stato come il risucchio di un imbuto, l’ingresso in Egeo dà invece l’impressione di essere sputati fuori da un lungo tubo dove il signor Venturi ha avuto la bontà di sospingerci per centinaia di miglia. Abbiamo sotto la chiglia l’acqua che viene da Istanbul, da Odessa, da Budapest, da Vienna e che dopo migliaia di chilometri si spande in Egeo, portando la Storia d’Europa dove la Storia d’Europa ha avuto origine. La prima cosa che mi colpisce, dopo due mesi di Mar Nero, è il blu, intenso e vivido, di questo mare meraviglioso. Metto la prua su Limnos, la nostra meta, per percorrere le ultime miglia di acque territoriali turche ed entrare finalmente in quelle greche, a me così familiari. Piazza Grande fila a velocità incredibile sfiorando i dieci nodi, ben oltre la sua velocità critica; ovviamente è la corrente dei Dardanelli a farla correre così. Probabilmente nel giro di poche ore si esaurirà e torneremo a viaggiare con la sola forza del vento, un vento che ci accompagna ininterrottamente da tre giorni. Già, siamo in mare da tre giorni, abbiamo ormai preso quel ritmo naturale di alternanza di giorno e notte, sonno e veglia, con cui si potrebbe andare avanti all’infinito. Hai fame mangi, hai sonno dormi, hai voglia di guardare il mare, lo fai, in tutta rilassatezza, senza alcuna preoccupazione, come ho già avuto modo di sperimentare pochi anni fa navigando in sei giorni da Minorca a Gibilterra.

Il premio finale

Piazza Grande continua a galoppare, veloce come non mai: corre di vento, non solo di corrente. Corre così tanto che forse non sarà necessaria un’altra notte per coprire queste ultime cinquanta miglia, forse riusciremo ad ancorarci nella baia di Moudhros, sul versante meridionale di Limnos, prima che faccia buio e godere finalmente di un lungo sonno, senza turni di guardia e senza essere sballottati dal mare. Alcuni pescherecci turchi sembrano disposti lungo quella linea immaginaria che anche in mare separa gli stati. Li osserviamo mentre passiamo oltre, verso l’isola nostra meta, ormai così vicina da sentirla davvero a portata di mano. Corriamo via, quasi scappando, non in una Fuga di mezzanotte, fulminea e drammatica come nel famoso film, bensì in un percorso che si protrae da giorni ininterrotto. Verso le otto di sera entriamo nel golfo e alle nove, quando le prime stelle stanno già cominciando a punteggiare la volta celeste, do a Roberto il comando di lasciar cadere l’ancora nel punto che ho scelto: ben ridossato e tranquillo, come serve a noi. Ci battiamo il palmo della mano per sancire la fine di questa lunga navigazione, poi stappiamo una birra per festeggiare. Mentre ringrazio su Facebook i tanti amici che ci hanno accompagnato con il loro pensiero e il loro calore umano, dalla costa arrivano alcune voci sommesse e i profumi tipici della macchia mediterranea, sospinti da una leggera brezza calda. Mi tuffo in mare per rinfrescarmi e quando risalgo noto che che la scotta della randa è rimasta distrattamente lasca. Afferro il grappolo fra i due bozzelli per fermarlo ma in realtà vorrei fermare il tempo, le emozioni, fissare la mia amata Turchia al momento in cui l’ho conosciuta, rivedere ancora una volta Istanbul con tutto il suo fascino, quell’incredibile charme che mi ha fatto innamorare e che non ho mai smesso di sentire dentro. En Büyük Türkiye!

PS Piazza Grande era già stata a Istanbul nel 2013. Dal racconto di quella bellissima esperienza è nato il libro Rotta a levante, pubblicato da Edizioni Il Frangente e disponibile su Amazon.

(acquarello di Patrizia)