Non ho mai vissuto stabilmente in barca, pur avendoci trascorso lunghi periodi, anche cinque o sei mesi consecutivi. Mi piace però quando sono ormeggiato in un porto e mi preparo per uscire come se uscissi da casa. Uno sguardo per controllare luci e gas, le chiavi e il cellulare nelle tasche (ultimamente, ahimè, anche la mascherina), poi chiudere il tambuccio e via per le strade della città.
Un centro abitato lo senti tuo se ci abiti, se hai la casa lì; e la barca altro non è che una casa che si sposta con te e ti segue ovunque tu vada. Se poi la stagione turistica è definitivamente conclusa, la barca dà ancora di più la sensazione di una piacevole routine quotidiana, trasmette un senso di appartenenza al luogo che il soggiorno in una qualunque struttura turistica non potrà mai dare.
Omnia mea mecum sunt, chiosava Seneca: tutte le mie cose sono con me. Lui lo diceva per ribadire la sua estraneità ai beni materiali, chi va per mare invece può sposare felicemente questo detto per la ragione opposta.
Ponza, posto libero in transito; tra le cose belle del mare d’inverno.
La sveglia è puntata alle sei in considerazione dell’alba che è prevista alle sette. Dato che le giornate si sono accorciate molto vorrei partire con il primissimo chiarore per sfruttare tutte le ore di luce, ma lasciare da soli un ormeggio a pacchetto lungo il fiume è sempre una faccenda lunga e complessa, e quindi finisco con il mollare l’ultima cima che mi vincola alla barca di fianco alle sette passate, sollazzando con lo spettacolo un grosso cigno (sulla foce del Tevere ci sono i cigni) che ha osservato con attenzione ininterrotta tutta la manovra. Ho indosso la cerata completa e gli stivali, più a protezione dell’umidità, che ricompre completamente la coperta di Piazza Grande, che del freddo; l’aria è incredibilmente tiepida per la stagione.
Discendo il fiume a favore di corrente e recupero i parabordi che penzolano ormai inutili sulle murate, mentre ai mie lati sfrecciano alcune piccole barche di pescatori mattinieri e impazienti e sopra la mia testa alcuni gabbiani disegnano volteggiando le prime loro parabole aeree della giornata. Esco dal fiume e mi metto in rotta per Palmarola, cinque miglia a nord di Ponza. Il vento è leggero e le vele hanno bisogno di un po’ di aiuto dal motore per dare una velocità decente. Prendo il mare per rispondere a quel richiamo interiore che chi naviga conosce bene: il mare chiama, soprattutto quando l’anima ha bisogno di essere accarezzata. Qualche giorno da solo a galleggiare sull’infinita distesa azzurra mi aiuterà a fare chiarezza dentro di me su alcune questioni difficili che sto affrontando in questo periodo.
La navigazione scorre tranquilla, prevedibile, senza sorprese, come la costa laziale che sfila alla mia sinistra. Gioco infruttuosamente con la traina, leggo, scrivo, scambio qualche messaggio con un paio di amici, controllo che tutto sia a posto e in sicurezza, mi godo l’atmosfera. Il sole scalda progressivamente la giornata e verso l’ora di pranzo ho rimosso tutti gli strati di abbigliamento che indossavo, fino a restare in maglietta. Passato Capo d’Anzio consumo un rapido pasto a base di focaccia imbottita di prosciutto poi mi gusto il caffè in pozzetto.
Verso le quattro e mezza del pomeriggio, l’incanto di un tramonto spettacolare: il sole si riflette su alcuni cirri sfilacciati marezzando il cielo di un arancione che vira al rosso fino a spegnersi oltre la linea dell’orizzonte. La temperatura dell’aria ovviamente cala e io ricompongo progressivamente tutta la cipolla di indumenti che avevo sfogliato qualche ora prima.
Il profilo di Palmarola è ben visibile nell’oscurità stemperata da una luna brillante. Alla base dell’isola, disabitata in questa stagione, osservo una decina di luci a pelo d’acqua: troppe per essere barche alla fonda in una sera di novembre. Avvicinandomi scopro essere piccole imbarcazioni da pesca che ciondolano su un mare oleoso e senza vento.
Raggiungo il punto che ho scelto sulla carta per dare ancora ma trovo una leggera onda morta che di sicuro minerebbe la tranquillità che auspico per la notte, pertanto non libero neppure il ferro dal musone e giro immediatamente la prua per mettermi in rotta per Ponza, dove il ventaglio di possibilità per ancorare è più ampio. Chiaia di luna è esposta allo stesso modo quindi le condizioni meteo saranno con tutta probabilità le stesse ma decido comunque di dare un’occhiata prima di ripiegare su Cala Feola, meno ampia e più profonda. In un oretta scarsa ci sono, ma anche qui mi basta un’occhiata per capire che non è aria. Un grosso catamarano oscilla vistosamente malgrado la maggiore stabilità dei multiscafo alla fonda.
Ancora mezzora di navigazione e alle otto e mezza calo un generoso calumo che mi garantirà un ancoraggio sicuro. Lascio raffreddare il motore per qualche minuto prima di spegnerlo poi accendo la luce in testa d’albero e scendo sottocoperta a prepararmi la cena.
Le luci delle case che dalle colline che circondano la piccola baia si affacciano sul mare puntinano la notte, luccicando intermittenti attraverso gli oblò della tuga. Ogni tanto si sente il rumore di un entrobordo che rientra in porto e in lontananza l’abbaiare stanco di un cane. Tutto mi arriva ovattato, il mondo convulso della terraferma sfuma in lontananza, sovrastato da un mite sciabordio sullo scafo. Piazza Grande, fedele compagna di tante navigazioni, mi abbraccia cullandomi dolcemente nella notte: la poesia a volte è dietro l’angolo, quasi sotto casa.
Dopo Patria, ad Aramburu firmo qualunque cambiale in bianco. È straordinaria la sua capacità di creare tensione emotiva nel lettore e lasciarla crescere lentamente in una direzione che è tanto evidente quanto ineluttabile.
Nel mondo che descrive sono tutti vittime: gli obiettivi degli attentati, gli esecutori, ma anche, e soprattutto, la popolazione basca nel suo insieme, stritolata in un nazionalismo esasperato e atroce le cui regole somigliano più a quelle mafiose che a un sano patriottismo.
Non un romanzo, questa volta, ma un insieme di racconti che descrivono in diverse sfaccettature e da diversi angoli di vista la realtà che si determina a seguito di una violenza e che anche dopo anni persiste nelle ferite indelebili che lascia nelle persone sopravvissute. Bello, davvero bello.
Ultimo, in ordine cronologico, episodio della saga dell’avvocato Vincenzo Malinconico. Forse lontano dalle vette di acume e ironia del primo libro, ma decisamente piacevole e divertente da leggere. Disavventure e vita quotidiana di un uomo che non teme di mostrare a se stesso le proprie umane debolezze. Un perdente di successo, uno che ci ricorda che forse mediocri, o almeno vulnerabili, lo siamo un po’ tutti, e non per questo dobbiamo disprezzarci o sentirci inadeguati. Un filosofo di strada che con le sue profonde e spesso esilaranti riflessioni ci aiuta a sopravvivere nella giungla cittadina; perché combatte, non si arrende e anche quando il suo cinismo ha la meglio resta sempre aperta la porta della speranza
Un anziano artista e il nipote, un bimbo di quattro anni, si ritrovano a passare tre giorni da soli, per lo più chiusi in casa. Inizialmente confrontandosi, finiscono con il fronteggiarsi apertamente manifestando una reciproca insofferenza che cela uno scontro generazionale ma anche esistenziale. Indubbiamente ben scritto e ben strutturato, il romanzo manca di pathos, e offre al lettore situazioni familiari e personali piuttosto scontate (crisi di coppia, crisi della terza età, crisi di identità). Solo la scena clou finale riscatta pagine un po’ scialbe e poco avvincenti con una circostanza il cui esito è imprevedibile.
Amo i romanzi lunghi, ma ogni tanto mi imbatto in deliziose eccezioni, come questo; una via di mezzo fra il racconto e il romanzo breve. Scritto con una prosa chiara e semplice, pur senza nulla cedere alla banalizzazione, mostra tutti i segni della narrazione affabulatoria, quella riservata generalmente ai grandi scrittori. Ne è stato tratto un film nel 1960 e nei prossimi mesi è prevista l’uscita di una nuova edizione cinematografica. Ricco di metafore umane e politiche, credo abbia ispirato in qualche modo La variante di Luneburg di Maurensig.
Un gruppo di contadini e servette semianalfabeti pugliesi, guidati da un santone appena poco più istruito di loro, leggendo la Bibbia per proprio conto resta affascinato dalla scoperta degli ebrei, popolazione che ai loro occhi assurge a depositaria dell’antica e più pura essenza del messaggio di Gesù. Convinti che gli ebrei siano ormai estinti, decidono di riesumarne la religione, e quando un emigrato italo-americano rivela loro che Europa e America ne sono piene, scrivono al rabbino di Roma per chiedere di essere circoncisi e convertiti. Tutto bello, peccato che siamo nel 1938, anno delle leggi razziali che hanno condotto migliaia di ebrei italiani ai campi di concentramento nazista. Loro però, sono fedeli anche a Mussolini, che non mancano di onorare con le loro preghiere. Divertente, ironico, colto. Ma soprattutto, e incredibilmente, ispirato a una storia vera.
Bello. Anzi, bello bello. La storia appassionata e tossica di una coppia, i cui protagonisti sono descritti dall’autrice davvero con maestria. Un amore malato, condotto sul tracciato dell’irrazionalità e del narcisismo. Due esseri umani che non sanno amarsi, o forse non sanno proprio amare.
Ecco un libro che tutti dovrebbero avere a bordo, indipendentemente dal livello di abilità marinara.
È didattico, storico, reminescente, interessante, curioso, utile, esaustivo. Trecento pagine in cui viene eviscerato tutto lo scibile umano in fatto di ormeggi e ancoraggi.
Ci sono anche un sacco di foto e disegni descritti, fatto con precisione e chiarezza eccellenti, visto che l’autore è un architetto, quindi ha un’ottima mano.
Siccome è stato un grandissimo successo, ne è stata fatta una seconda edizione, riveduta e ampliata.
Last but not least, andrebbe letto perché c’è una bellissima prefazione scritta da me!
Nove decimi di banalità e un decimo, finale, di tragedia. Noia e tristezza, in altri termini. Lo spunto, le altalenanti vicende di una coppia tra i venti e i quarant’anni, la determinazione nel restare insieme oltre l’ordinaria quotidianità che spegne i rapporti, sembrava interessante, invece… Peccato, da Genovese mi aspettavo di più: oltre che regista è stato anche sceneggiatore di quel grandissimo film che è Perfetti sconosciuti. Stavo per scrivere che sembra scritto per portarlo sullo schermo, poi ho scoperto che già è stato fatto. Probabile che il film sia migliore del libro. Evitabilissimo, decisamente.