Valencia e la grande truffa meteorologica

Qui regarde trop la météo
passe sa vie au bistrot.

(Proverbio francese)

Il cielo è completamente grigio e pur nascondendo del tutto il sole alla vista non sembra minacciare pioggia, bandiere e guidoni penzolano inerti dalle crocette attestando inequivocabilmente l’assenza totale del vento, la superficie dell’acqua all’interno del Marina Real Juan Carlos I di Valencia è completamente liscia, quasi oleosa, su tutto soggiace una cappa di quiete e silenzio, è domenica mattina e le attività portuali rispettano la consegna settimanale del riposo. Mi siedo in pozzetto con il caffè caldo appena fatto ed un pastel, un croissant, vabbè, un cornetto, diciamolo in italiano, comprato ieri sera in una pasticceria artigianale, e consumo la mia colazione assaporandola insieme a quest’atmosfera rarefatta.

 

Mi piacciono le giornate così, sono grigie, sì, ma di un grigio che rasserena, che rilassa, non danno la carica e la voglia di vivere che dà una bella giornata di sole ma sembrano piuttosto suggerire un momento di riposo, di riflessione, di introspezione. Sono le giornate ideali per sedersi su uno scoglio a pensare, oppure per passeggiare su una spiaggia ormai deserta di vacanzieri, magari chiacchierando con un amico, segnalano la fine della bella stagione scandendo il trapasso lento dalla calura estiva ai rigori di un inverno ancora lontano, ma sembrano suggerire la bellezza che ogni periodo dell’anno racchiude in sè. A metà mattinata qualche voce sul pontile, diportisti locali che nel fine settimana accudiscono la loro imbarcazione, un bambino si sporge sotto l’occhio vigile della madre nel tentativo vano di catturare con un piccolo retino i soliti pescetti che stazionano nei porti, gli skipper delle barche di lusso perennemente all’ormeggio si scambiano un saluto con la faccia annoiata dalla monotonia, mentre l’anziana coppia olandese accanto a me prosegue la lettura di libri evidentemente molto avvincenti che conduce ininterrottamente da quando siamo ormeggiati affiancati.

 

Il fantasma della Coppa
Sono qui da diversi giorni, doveva essere una sosta breve, per spezzare un po’ la navigazione e rivedere Valencia che anni fa mi piacque molto, invece le previsioni meteo mi hanno indotto a fermarmi più a lungo per aspettare che passi il forte vento da est annunciato da tutti i siti che ho consultato. Parliamo di oltre 25 nodi con relativa onda di oltre 2 metri, impensabile mettersi a bordeggiare a lungo in un mare simile, vorrebbe dire grande sofferenza e minimo avanzamento, meglio starsene tranquilli in porto qualche giorno, del resto in questi mesi non ho mai avuto soste forzate per meteo avverso per più di 36 ore, è quindi assolutamente accettabile questo stop imposto da Madre Natura. L’ultimo alito di vento a favore si alza improvviso a poche miglia dalla città, entro in porto con oltre 20 nodi in poppa dopo aver faticato un po’ a trovare l’ingresso dato che il piano riportato dalla cartografia elettronica che possiedo è completamente sbagliato e non ho avuto ancora la possibilità di comprare un portolano aggiornato di questo tratto di costa. Il marina è molto bello, costruito pochi anni fa quando Valencia divenne il centro mondiale della vela ospitando le regate dell’America’s Cup. Accosto al molo di attesa, anzi il vento laterale mi ci butta contro, ma ho previdentemente messo tutti i parabordi che possiedo su quel lato e Piazza Grande rimbalza delicatamente sulla banchina mentre lancio le cime al marinaio che ho sollecitato via radio e che mi attende. Mi trasferisco al posto che mi assegnano, raddoppio le cime sul lato sopravvento e a questo punto, caro vento da est, ti dico che mi fai un baffo, il marina oltre che bello è anche economico, me ne starò qui fino a quando ti sarai stancato di soffiarmi contro, nel frattempo mi riposerò, farò qualche lavoretto di manutenzione, me ne andrò a spasso per la città e soprattutto mi ingozzerò scientemente presso Sagardi, il mio spacciatore di tapas preferito. Alla via (terrestre) così!
 
Tapas, stato dell’arte
Per un paio di giorni mi lascio pervadere dall’indolenza, la mattina quando mi alzo me ne resto stravaccato in pozzetto, a volte a leggere, a volte a non far nulla: ma ne ho bisogno, ultimamente ho navigato molto e dormito poco, sono parecchio stanco e mi serve di recuperare un po’ di energia. Rinvio anche la visita al centro storico, distante mezzora di metro, limitandomi a quattro passi nel quartiere dietro il porto, per niente interessante, giusto per sgranchirmi un po’ le gambe. Lungo le banchine gruppi di operai lavorano alacremente per abbattere gli enormi capannoni dove risiedevano i vari team dell’America’s Cup, costruzioni moderne in acciaio e vetro di fronte alle quali galleggiano desolatamente vuoti i pontili dove le barche ormeggiavano al termine delle regate. Vedere abbattuti degli edifici così nuovi mi induce due sensazioni contrastanti: la prima di indignazione, penso che è folle distruggere delle costruzioni che hanno solo 10 anni, vedo un’assurdo spreco consumistico. La seconda di ammirazione, penso che la capacità di riciclarsi rapidamente è ammirevole, a Roma ci sono voluti decenni per trovare un nuovo utilizzo per il vecchio mattatoio ed i mercati generali di Via Ostiense, qui in un attimo voltano pagina e cominciano una nuova storia. Alla fine non so decidermi se sia giusto o sbagliato, penso che le scelte di Bertarelli, l’uomo che ha voluto che le regate si disputassero qui, hanno sicuramente portato un grosso beneficio economico a Valencia, ma agli spagnoli va sicuramente il merito di aver saputo approntare un porto ed una città in modo ineccepibile in tempi rapidi. Quello che è fallito è invece il tentativo di trasformare l’America’s Cup in qualcosa di simile alla Formula 1 o ai mondiali di calcio, un circuito di regate che si svolgono in un lasso di tempo molto lungo seguito da tifoserie nazionali. Con la sconfitta di Alinghi nel 2007 la Coppa è ritornata quel che era, la sfida fra due miliardari disputata su barche spaziali costruite al limite estremo di regolamenti complessi e farraginosi. Dal mio punto di vista una noia mortale, guardando le regate non c’è nulla che poi si possa replicare, seppur in piccolo, su una normale barca da crociera e anche dal punto di vista strettamente sportivo le trovo decisamente poco interessanti, la vela in TV non rende, è poco comprensibile e raramente avvincente.
 
E’ uscito il 35?
Seguo costantemente le previsioni meteorologiche per capire quanto dovrò restare qui, ogni giorno sul monitor del computer vengo messo in guardia circa le tempeste in atto in questa zona e ogni giorno guardo oltre l’antemurale del porto e vedo il mare calmo e le persone che fanno tranquillamente il bagno, fra l’altro malgrado sia fine settembre la temperatura è decisamente calda. Consulto siti, scarico mappe meteo, tutti, chi più chi meno, paventano marosi enormi e venti di burrasca, magari sarà domani, penso, stanno sbagliando la tempistica ma l’evento, se tutti concordano, prima o poi ci sarà. Intanto me ne vado un po’ a spasso a la Ciutat de les Arts i les Ciències, l’avveniristico progetto urbanistico volto appunto a celebrare arte e scienza, realizzato qualche anno fa su progetto di Santiago Calatrava, l’architetto spagnolo che a Venezia costruisce ponti traballanti e che qui ha dato decisamente il meglio di sè. Trovo questo posto bellissimo architettonicamente e trovo fantastico dal punto di vista sociale un progetto di questo genere che celebra quanto di meglio l’uomo riesce ad esprimere, scienza ed arte, in altri termini ingegno ed abilità, un’esaltazione dell’umanesimo che da noi si è persa all’ombra dell’ennesima statua di Padre Pio. Me ne vado a spasso anche per il centro, Plaza de la Mare de Deu, la cattedrale, il mercato, posti che sfortunatamente visito insieme ai gruppi 29, 45 e 67 di una da nave crociera carica di americani e russi che sciamano per la città ciascuno disciplinatamente dietro il proprio sherpa con il cartello che riporta il numero del gruppo di appartenenza. Scappo via, mi viene l’orticaria al solo vedere questo tipo di turismo, ciascuno viaggia come può o crede, ma per quanto mi riguarda preferisco starmene a casa mia se la sola alternativa è questa qua.
 
Il fiume d’erba verde
Tra le peculiarità di Valencia c’è il fatto che il fiume che l’attraversava è stato deviato dopo l’ennesima esondazione ed ora il suo tratto urbano è stato trasformato in parco pubblico, una striscia di verde che si dipana lungo abitato, dove le persone corrono, vanno in bicicletta, giocano, all’ombra degli antichi ponti che univano le due sponde. La sera, quando torno in barca, il cielo si riempe di enormi nuvoloni neri carichi di pioggia: che sia il big-one annunciato da giorni? Chiudo tutti gli oblò, mi preparo al temporale, invece i nuvoloni mi passano sopra senza lasciar cadere che qualche goccia che macchia appena la coperta qua e là. Mentre cucino una frittata di cipolle di quelle che piacciono a me, cioè con tanta cipolla, controllo ancora i 3 o 4 siti meteo che consulto abitualmente, a sentir loro dovrei restarmente barricato in porto ancora per giorni, a guardar fuori, invece, vedo un mare calmo che riflette il rimpianto di aver dato retta ai bollettini e non essere ripartito dopo la prevista sosta di un paio di giorni. A volte sento la terra che mi brucia sotto i piedi ed il bisogno di prendere il mare, appena fuori mi quieto quasi come se avessi patito la lontananza dal mio elemento, questa volta ho represso l’anelito per prudenza; la prudenza però può essere saggezza ma anche trasformarsi in incapacità di cogliere le opportunità che la vita ci offre, ancora una volta il mare è metafora della vita.
 
Anche la donna tatuata scruta il mare
Una volta le uniche previsioni meteorologiche erano quelle dell’Aeronautica Militare, in TV c’era il colonnello Bernacca che tutte le sere indicava con la sua bacchetta le isobare su una carta dell’Europa spiegando l’evoluzione del tempo. Erano previsioni che avevano il limite di essere fatte, soprattutto nel caso di quelle dei mari, su zone molto ampie, impossibili da omogeneizzare, erano però previsioni fatte da un organismo neutrale, che non aveva alcun interesse nel dire o non dire determinate cose. Oggi è tutto cambiato, abbiamo tante fonti di informazione, private, indipendenti, ma spesso in conflitto di interessi, sembra assurdo ma è così. Un quotidiano lo compriamo se c’è una notizia che ci interessa leggere, se siamo preoccupati per qualcosa e vogliamo tenercene informati; se sul giornale di ieri avessimo letto: tutto tranquillo, domani non succederà niente, restate pure a dormire serenamente fino a tardi o andate a fare una bella gita con la famiglia, di sicuro oggi non saremmo andati in edicola. Ma un quotidiano vive grazie ai suoi lettori e deve cercare di non perderli ed indurli ad acquistare ogni giorno una nuova copia, quindi non ci darà mai un annuncio di questo genere. Per i siti di previsione meteo è la stessa cosa, vivono di accessi, di click, di pubblicità conseguente, hanno bisogno che torniamo spesso a visitarli, quanto più lo facciamo tanto più hanno successo e quindi guadagnano. Ed ecco che come i quotidiani, non ci diranno mai che va tutto bene, che è previsto sole per tutta la prossima settimana, altrimenti noi per una settimana non accenderemmo neppure il computer. Vuol dire che mentono sul tempo che farà? No, certamente, altrimenti perderebbero credibilità e sarebbero finiti, il loro gioco è più sottile. Le previsioni, soprattutto quelle a lunga scadenza, hanno un’escursione minima e massima, il vento, ad esempio, fra 6 giorni potrebbe essere fra i 10 ed i 30 nodi e la pioggia probabile fra il 10 ed il 50%. Nella migliore delle ipotesi avremo una brezza leggera che rinfrescherà un poco una giornata soleggiata, nel peggiore una bella sventolata che unità alla pioggia potrebbe dare qualche problema per mare. Un sito che fornisce come previsione l’ipotesi peggiore, non mente e ci induce comunque a controllare anche i giorni successivi l’evolversi della situazione. Col passare dei giorni la forbice fra minimo e massimo si riduce fino a che, molto spesso, si verifica l’ipotesi migliore, il tempo è bello e noi abbiamo visitato il sito meteo tutti i giorni precedenti.
 
Che nero!
E’ un gioco sporco che può fare danni seri, quest’estate alcune federazioni di albergatori si sono lamentate delle previsioni sempre catastrofiche per i fine settimana, poi puntualmente rettificate progressivamente al meglio quando ormai le persone avevano cancellato prenotazioni o evitato di farne. Uno dei più importanti siti italiani fa esattamente questo, l’anno scorso l’ho visto dare un Forza 10 in Tirreno a settembre, un evento assulutamente eccezionale per quella stagione e che ha messo in allerta tutti quelli che vanno per mare, divenuto poi un tranquillisimo Forza 4 il giorno prima della prevista tempesta. E’ un gioco che ha bisogno di creare ansia nelle persone per spingerle continuamente a cercare informazioni utili alla propria salvezza. Ecco allora l’uso sproporzionato dei termini: quello che fino a poco tempo fa era un temporale, oggi è sempre una bomba d’acqua, una normale depressione atmosferica diventa un ciclone, è un continuo allerta per eventi che sono assolutamente normali alle nostre latitudini. Come se non bastasse, si fanno previsioni a lunghissima scadenza, sempre ovviamente con toni allarmistici: un altro importante sito italiano a maggio scorso ha pronosticato un’estate torrida, africana, sappiamo bene come invece sono andate le cose, l’estate più fredda e piovosa degli ultimi anni. Lo stesso sito, pochi giorni fa ha predetto un gennaio glaciale, mica freddo o molto freddo, ha scritto proprio così, glaciale. Dire questo ad ottobre non ha doppiamente senso, perchè le previsioni fatte con mesi di anticipo sono carta straccia, oltre tutto, come per la celebre storiella di Al lupo, al lupo, si finisce poi per non essere creduti quando l’allarme è serio e la situazione realmente pericolosa.
 
Valencia, chiare fresche dolci acque
Vuol dire questo che consultare le previsioni è inutile? No, certamente è doveroso farlo e soprattutto è bene confrontare fonti di informazioni diverse, non dimentichiamo che spesso i siti si limitano ad elaborare graficamente le previsioni fatte da grossi organismi internazionali. Personalmente uso molto i file GRIB, un sistema di codifica numerica delle previsioni che viene poi elaborata con un software sul proprio PC, tutto assolutamente gratis. Non sto ad annoiare con spiegazioni tecniche sul funzionamento di questi file, dico solo che sono piuttosto attendibili e sono rilasciati da enti che non hanno interessi economici poco chiari, hanno solo il limite di essere un’elaborazione automatica che non tiene conto di fenomeni locali, quindi sono molto più affidabili per la navigazione d’altura che per quella costiera dove la morfologia del territorio può creare alterazioni anche significative. Non ci resta che una soluzione, essere sempre pronti a tutto, alla burrasca come alla bonaccia, non ostinarsi a proseguire nel proprio progetto di navigazione ma essere pronti a modificarlo in qualsiasi momento, avere sempre una via di fuga, un piano B da intraprendere nel caso qualcosa andasse storto e soprattutto avere acqua sottovento. Passo in ufficio a saldare il conto, saluto i vicini di banchina e mollo le cime dal pontile, fuori c’è un po’ d’onda contraria, forse dovrò bolinare, forse sarò costretto a poggiare parecchio, forse addirittura a tornare indietro se il mare dovesse montare in modo importante, ma nel cuore ho la certezza che sto facendo la cosa giusta: navigare.

La Costa Blanca, edificata o selvaggia

Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

(P. Neruda, Spagna nel cuore)

Da almeno due ore mi rigiro in cuccetta senza riuscire a riaddormentarmi. Sono le 3 del mattino, il rollio terribile non mi fa chiudere occhio malgrado la stanchezza ed il sonno, veramente tanto dato che è la seconda notte consecutiva che va in questo modo. Aggiungiamoci pure che sono andato a domire senza il 100% di tranquillità per quanto riguarda l’ancoraggio, avendo dato fondo su 15 metri, più di quanto faccia di solito, e su un fondale di alghe che certamente non terrà se dovesse alzarsi il vento; le circostanze però non offrivano nulla di meglio.

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Alborán, l'isola non trovata


Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via,
tingendosi d’azzurro, color di lontananza.

(F. Guccini, L’isola non trovata)

Fino a non molti anni fa, prima dell’avvento di Internet, il bollettino Meteomar era la sola fonte di informazioni per le previsioni meteo. Si poteva ascoltare sul VHF ad orari prestabiliti, 4 volte al giorno, non come adesso che viene ripetuto continuamente sul canale 68, oppure a notte fonda sui canali radio FM della RAI. Era l’appuntamento fisso dei diportisti, se lo mancavi ti arrangiavi e mancarlo era molto facile perchè fatalmente l’orario di trasmissione cadeva nel momento in cui ti trovavi in un punto in cui il VHF prendeva male, così finiva che del settore che di previsione che ti interessava captavi solo un gracchiare incomprensibile. Solo sul finale del bollettino, magicamente, come per un superiore volere divino, il segnale tornava perfetto e dall’altoparlante giungeva forte e chiaro: Mar di Alboran, burrasca in corso da sudovest, forza 7.

Nessuno ha mai saputo dove si trovasse il Mar di Alboran e credo tutt’ora siano in pochi a saperlo, ancora meno quelli che sanno perchè si chiama così. Tra gli obiettivi di questo viaggio c’è anche quello di risolvere questo mistero e risoluto quindi nel mio scopo lascio il porto di Melilla insieme ad Augusto alla volta di Alboran, anzi Alboràn, anzi Alborán, gli accenti in spagnolo sono sempre acuti.
 

A vele spiegate verso la meta
Appena fuori, il vento da ponente che ha soffiato incessantemente nei giorni che siamo stati all’ormeggio, ci spinge con forza al traverso mentre osserviamo la costa africana avvolta nella foschia del mattino. Appare bella e deserta, poco o niente edificata, non c’è traffico marittimo di nessun genere, l’istinto suggerirebbe di fare rotta verso est e costeggiare tutto il continente fino a Tunisi per poi risalire da lì verso l’Italia. La ragione, viceversa, influenzata anche dagli ultimi terribili sgozzamenti di infedeli in terra santa, consiglia di girare a largo e in fretta. Lo so che il Maghreb non è l’Iraq, ma non dimentichiamo che l’incipit ai tagli di gola l’ha dato il FIS, Fronte Islamico di Salvezza, una quindicina d’anni fa proprio in Algeria, senza contare il pericolo di abbordi anche solo per rapine o prosaici taglieggiamenti da parte di autorità corrotte. Joshua Slocum, 100 anni fa, si difendeva con un fucile e spargendo chiodi da tappezziere in coperta per ferire gli indigeni che avessero tentato di salire a bordo; io però non ho armi, se non un paio di fucili da sub, ed i chiodi sono stati resi inutili dall’uso delle scarpe. Insomma, un gran peccato, ma non mi pare proprio il caso; non c’è turismo, ma non troveremmo un atmosfera rilassata, prua a nord quindi verso la nostra meta, che comunque è tutt’altro che turistica.
 

La costa africana

Che poi, non è mica peccato essere turistici, solo che a me, per indole non certo per snobismo, i posti turistici non piacciono. Non mi piacciono perchè sono troppo affollati, ma soprattutto perchè sono stati snaturati, non è sufficiente quindi andarci fuori stagione. In un posto turistico l’economia gira sulle presenze estranee, gli artigiani hanno fatto spazio alle paninoteche, le vecchiette sono state sfrattate dagli affittacamere e la gente ti sorride proporzionalmente al portafoglio che ha valutato tu abbia in tasca; la quasi totalità delle città architettonicamente belle è ridotta così, non esistono in quanto città, non in quanto luogo di aggregazione sociale ma solo economica. Melilla, pur essendo artisticamente insignificante, m’è piaciuta molto proprio perchè di turismo ne ha praticamente zero, perchè è un luogo diverso, un altrove con una sua storia da raccontare differente dalle altre. Le città europee, viceversa, sembrano tutte ormai replicare lo stesso clichè consumistico in una quinta diversa ma spersonalizzata, senz’anima, un’anima ceduta al turismo in cambio di un po’ di benessere. A che serve, quindi, viaggiare in posti così? Se per viaggiare si intende l’arricchimento della conoscenza, del mondo e di se stessi, assolutamente a nulla, tanto vale starsene a casa propria, altrimenti meglio dirigersi verso località meno belle e famose ma proprio per questo più vere. Ecco, ammesso che nel 2014 si possa ancora distinguere fra turista e viaggiatore, distinzione pare fatta per la prima volta da Bruce Chatwin, direi che la differenza è questa qui, il viaggiatore dà un senso al suo viaggio, per il turista il viaggio è il senso stesso. Perchè, come ha scritto Pessoa, Per viaggiare basta esistere, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo. E chi sono io lo avverto bene in mare: sono l’onda che frange sulla mia prua, il vento che soffia sulle mie vele, il sole che scalda le mie ossa e la mia anima.
 

L’isola non trovata
Dirigiamo, quindi, verso nord ma con la prua rivolta a nordovest a causa di una forte corrente da ovest, siamo a circa 120 miglia dallo Stretto di Gibilterra, davvero non credevo che gli effetti del travaso d’acqua fra Mediterraneo e Atlantico si sentissero così forti così lontano. Ma il confronto fra bussola di rotta e GPS non mente, c’è uno scarto di oltre 30 gradi. Certo che una volta l’esperienza era tutto, per navigare in sicurezza bisognava necessariamente aver navigato, conoscere un mare, averlo già affrontato prima di affrontarlo da soli; senza GPS non avrei mai sospettato una deriva di questa portata in questo specchio acqueo. Augusto si prepara il suo pappone dietico a base di latte, cereali e pezzi di frutta, io, meno salutisticamente, scarto un pacchetto di patatine ed una birra e mi godo in pozzetto la navigazione. Ieri sera sono andate via le ultime fette di prosciutto, il jamòn, comprato a Gibilterra, è stato uno sfizio niente male affettarlo a bordo, certamente da ripetere. Faccio il punto sulla carta nautica, siamo a circa 30 miglia dalla nostra meta e a 70 dalla costa continentale spagnola eppure si vede perfettamente il profilo delle montagne, del resto la Sierra Nevada ha picchi molto alti, al contrario di Alborán, che è alta solo 15 metri sul livello del mare. Non l’ho detto ancora, si tratta di un’isola, una piccolissima isola di neanche 1 Km quadrato, situata in mezzo al mare fra Europa e Africa. E’ incredibile il numero di piccole isole che si trovano nel Mediterraneo, sono migliaia, alcune poco più che scogli, magari con sopra una casupola o un piccolo rudere, insignificanti da qualunque punto di vista, bellissime se le si guarda con l’occhio di chi ama il mare. A me questi scogli hanno sempre attratto o quanto meno incuriosito, andare ad Alborán, però, non è facile, è un parco naturale ed è zona militare, doppie limitazioni quindi, ma tentar non nuoce. Il piano è molto semplice, andare, fare un giro, provare ad ancorare; se va, bene, altrimenti tanti saluti. Unica cosa, cercare di non farsi sparare!
 
Mi è semblato di vedele un gatto…
Quella delle schioppettate non è un’eventualità troppo remota, Alborán è uno scoglio ma a volte gli scogli sono strategici ed ecco che allora vengono contesi da più parti con la forza. Nel 1960 i russi, che con il Mediterraneo non ci azzeccano veramente niente, tentarono di prenderne possesso e gli spagnoli reagirono inviando un piccolo contingente militare a presidiarla. Era l’anno della crisi dei missili a Cuba, una base piazzata a poche miglia dall’Europa sarebbe stato un bel colpaccio per i sovietici, anche se vista l’estensione ad Alborán al massimo potevano installarci un paio di cerbottane. La storia ci dice che Krushev cedette in entrambi i casi, chissà la diplomazia quali strumenti di persuasione ha adoperato nell’ombra, l’importante è che la terza guerra mondiale in quell’occasione sia stata scongiurata, anche se solo per un pelo. Ma al di là delle schioppettate di alta levatura geopolitica, pochissimi anni fa il piccolo contingente militare di Alborán ha intercettato e catturato dopo un inseguimento per mare un’imbarcazione di narcotrafficanti. Del resto il Marocco si sa che è un grosso produttore ed esportatore di hascish, con poche ore di navigazione il mercato europeo dello sballo è raggiungibile anche con un piccolo battello, cerchiamo quindi di non essere scambiati per trafficanti di droga e conseguentemente impallinati. Continuiamo intanto a navigare al lasco, il faro dell’isola è ormai ad un paio di miglia davanti a noi, inizio a scattare qualche foto col teleobiettivo, sembra un obelisco piantato su un piccolo sasso piatto e deserto con alla base una costruzione, probabilmente l’abitazione dei militari,  intorno parecchie antenne e sulla destra un piccolo molo che nasconde appena alla vista una motovedetta di medie dimensioni.
 
Un cimitero per tre morti
Un’isola è, credo, una delle mete per eccellenza per un velista, raggiungerla ha sempre un suo fascino particolare, sia che si tratti di un’isola grande e ben conosciuta, sia che, come in questo caso, sia poco più che un puntino sulla carta nautica. Da piccolo mi piaceva passare con lo sguardo il profilo delle coste disegnate sulle cartine per cercarne i piccoli lembi strappati alla terraferma dai remoti sommovimenti geologici del pianeta. Fantasticavo di andarci, me le immaginavo come uno scrigno incontaminato dove godere del fascino della natura e del mare. I miei occhi di bambino sognavano in molti casi una realtà mai esistita, in altri la mano dell’uomo ha provveduto a distruggere in pochi decenni delicati ecosistemi naturali non in grado di reggere pressioni turistiche o semplicemente antropiche di grossa portata senza soccombere. Sognavo Giannutri, Palmarola, lì davanti alla costa tirrenica, vicine eppure irragiungibili, perchè non collegate con traghetti, riservate ai pochissimi diportisti patentati di allora, mio padre aveva un piccolo gommone che non avrebbe mai potuto affrontare una navigazione del genere. Oggi sono prese d’assalto da migliaia di barche e barchette, la fauna ittica è stata sterminata oppure è scappata via, nelle rade quando si sta alla fonda si gioca, si fa per dire, all’autoscontro. Pagano certamente lo scotto della vicinanza alle grandi città ma anche uno sfruttamento turistico scriteriato che le ha ridotte a scogli da cui stare alla larga, almeno dal mio punto di vista. Mi resta il ricordo di quel contorno disegnato dalle linee batimetriche crescenti dove la mente volava via sognando il fascino incomparabile del mistero e restano i tanti isolotti sparsi per il Mare Nostrum a rinnovare e rendere vivo quel ricordo, se allungo la mano, ora, posso quasi toccarne uno di essi.
 
Bye bye
Voglio lasciare Alborán a dritta, poi strambare per girargli attorno ed infine gettare l’ancora sul lato ridossato, poco prima del molo. Quando siamo davanti al faro, il sole basso evidenzia in modo chiaro la sagoma di 3 o 4 persone che ci osservano, una di esse ha un binocolo in mano, continuo a scattare foto e loro ad osservarci. Dopo il cambio di mure in pochi minuti abbiamo fatto il giro completo, sull’altro lato c’è un piccolissimo cimitero che pare ospiti le suocere di un paio di guardiani morte agli inizi del ‘900, chissà se di morte naturale, ed il corpo di naufrago finito qua chissà come. Ammainiamo le vele, e col motore al minimo dirigiamo verso la piccolissima cala. Piuttosto che attendere che vengano a dirci qualcosa, chiamo io sul VHF; mi rispondono dicendo che non si può ancorare a meno di un miglio e navigare a meno di 300 metri. Io capisco solo la seconda parte e inizio a calare l’ancora sotto la piccola scogliera. Non ci siamo capiti, mi ripetono, dovete ancorare a un miglio. Ok ricevuto, indugio leggermente a ritirare su l’ancora, quello che mi interessava, vedere l’isola che non c’è, l’abbiamo fatto, possiamo andare. Lancio un ultimo sguardo alla scogliera che abbiamo davanti, l’isola trovata che presto svanirà. Ora prua su Cartagena, ci aspetta una notte di navigazione, avrei preferito una bella cenetta e poi una notte di riposo ma per mare bisogna sempre essere pronti a tutto, i programmi sono sempre lì per essere cambiati, completamente quanto repentinamente. Un momento, mi dicono dalla radio, mi dia il suo numero di matricola. Certamente! Sciorino i miei dati scusandomi per il disturbo e li saluto, chissà se Piazza Grande è finita in qualche database di navi pirata, da qualche parte devo avere la Jolly Roger, la bandiera con il teschio e le tibie incrociate, comprata anni fa per far divertire i miei figli quando erano piccoli, sono pronto ad issarla e vendere cara la pelle. Il sole intanto è andato giù oltre l’orizzonte, le vele sono belle gonfie di vento, l’onda è leggera e non fastidiosa, il profilo di Alborán si fa sempre più confuso alla nostra poppa fino a sparire nel buio della notte ed io metto un altro segno di spunta nella lista dei sogni realizzati, della vita vissuta.

 

Melilla, ultima colonia d'Africa

Franz è il mio nome e vendo la libertà
a chi vuol passare dall’altra parte della città.
Compra il biglietto e non ti pentirai
per quello che ti do non costa assai.

(E. Bennato, Franz è il mio nome)
 

Avvolte in lunghe palandrane marroni due donne dai tratti maghrebini sono accovacciate in terra lungo il piccolo marciapiede della strada che porta al mercato di Melilla, enclave spagnola in Marocco. Davanti a sè hanno una cassetta di legno dove è esposta la loro merce, del pane arabo fritto, quello fatto a strati. Tres por un euro, mi fa una delle due, accompagnando le sue parole col gesto di contarne tre dal mucchio. Està bien, rispondo e le porgo la moneta mentre lei riempe un sacchetto di plastica e me lo da. Poco più avanti fasci di menta, elemento imprescindibile del tè marocchino, attendono altri acquirenti, come pure cassette di frutta o piccoli pesci, troppo piccoli per essere venduti con profitto dai commercianti regolari all’interno del mercato.


Giro un po’ per la via, grandi teloni stesi in terra ospitano merci di seconda mano che in Europa non avrebbero chance di essere vendute e qui invece troveranno sicuramente qualcuno che mosso da un bisogno ormai scomparso da decenni nel nostro continente saprà riciclarle a nuova funzione. E’ strano essere in Marocco ma essere in Spagna, essere in Africa ma essere in Europa; o viceversa se si preferisce. Melilla è una piccola città di 80.000 abitanti fondata, pare, dai fenici; è un possedimento spagnolo da circa 500 anni, da quando cioè los reyes catolicos, i re cattolici, quelli che finaziarono Colombo, ricacciarono i mori oltre lo Stretto di Gibilterra. Ne avrebbero voluto approfittare per cristianizzare gli islamizzatori, eufemismo per dire che avrebbero voluto prendere i loro territori, ma più di Ceuta, la colonna d’Ercole sul lato sud, e Melilla non riuscirono a conquistare.

L’Atlante marocchino
Dopo circa 2 mesi di Atlantico sono rientrato in Mediterraneo; malgrado le miglia che mi separano da Roma siano molte più di 1000 sento quasi il sapore di casa. Spinto da un bel vento sui 15 nodi e da una corrente vigorosa che mi ha spostato spesso la prua anche di 40 gradi rispetto alla bussola, ho doppiato il capo di Tarifa, schivando per un pelo un groppo che si presentava sotto la minacciosa forma di un enorme nuvolone nero e ritrovando infine il colore e la trasparenza dell’acqua a me familiari lasciati tempo fa insieme a queste sponde. L’impressione è di rientrare in un guscio protetto, il Mare Nostrum è mare meum, mi viene quasi voglia di premere sull’acceleratore, si fa per dire, e sbrigarmi a tornare in Italia, c’è il timore che l’autunno anticipi, o non posticipi come negli ultimi 2 o 3 anni, e debba navigare con temperature basse e giornate poco soleggiate. C’è anche il problema dell’ora legale, quando questa terminerà il tramonto sarà alle 6 di pomeriggio, vuol dire molte meno ore a disposizione per la navigazione, insomma, è bene che per fine ottobre io sia ormeggiato in sicurezza a Roma. Appena dentro lo stretto un grosso pesce abbocca alla traina, una traina che in Atlantico mi ha dato pochissime soddisfazioni, ma è troppo grande per la mia attrezzatura, neanche un minuto e si libera, senza che io sia riuscito neppure a serrare un poco la frizione del mulinello. Faccio scalo al Marina Alcaidesa, lo stesso dell’andata, il marinaio che mi prende le cime mi riconosce, si informa sulla mia rotta, essere riconosciuto a Gibilterra, un punto cruciale per la navigazione, mi da la piacevole sensazione di essere un velista che solca mari diversi da quelli abituali, un giramondo, un vagabondo del mare, forse un po’ lo sono veramente. A sera arriva a bordo Augusto, l’amico che giorni fa mi ha telefonato dicendo di volermi raggiungere per navigare un po’ insieme. Dopo una ricca cambusa, ricca al punto da comprendere un jamòn, un prosciuto iberico, sano, da affettare in barca, molliamo le cime alla volta di Melilla.
  
Slurp!
Abbiamo circa 130 miglia di mare davanti a noi, un vento leggero ci spinge al lasco, si chiacchiera, si mangia qualcosa, si tenta di pescare, si legge, si scrive, si controlla la rotta. A sera ci prepariamo per i turni di guardia mentre il mare inizia a montare anche se in modo non preoccupante. Purtroppo, dovuta probabilmente al maestrale che ha soffiato nel Golfo del Leone nei giorni scorsi, arriva una fastidiosissima onda lunga al traverso che ci fa rollare in modo estenuante impedendoci di chiudere occhio durante le ore di riposo. In compenso in cielo brilla una luna piena strepitosa, ci si vede come fosse giorno e l’aria è incredibilmente calda ed asciutta come di rado capita veleggiando di notte. Malgrado siamo a decine di miglia dall’imboccatura dello stretto, la corrente è ancora forte al punto di deviarci la rotta di oltre 30 gradi verso est e costringerci alla relativa correzione all’autopilota. All’alba il vento cala, resta solo l’onda morta, accendiamo il motore per non essere vittima passiva degli elementi naturali e dare un minimo di assetto alla nostra navigazione, mentre le montagne dell’Atlante si profilano maestose disegnando la costa africana sulla linea dell’orizzonte. Il vento si rialza in prossimità della costa, appena doppiamo Punta del Kasbah, le raffiche ci investono lateralmente a circa 30 nodi, probabilmente incrementate dall’altezza del promontorio, alla prima straorzata riduciamo le vele e tutto ridiventa magicamente tranquillo. Entriamo in porto, un bacino molto ampio, per metà spagnolo e per metà marocchino, ci teniamo sul lato spagnolo per evitare le lungaggini burocratiche dell’altra sponda e diamo ancora davanti al marina per riposare un po’, preferendo evitare di entrare stanchi e con vento sostenuto. La mattina dopo con una chiamata sul VHF avvertiamo del nostro ingresso, una gentile funzionaria dell’Autorità Portuale ci attende per indicarci il nostro posto e porgerci la trappa del corpo morto. Trappa, corpo morto… parole che avevo dimenticato, fuori dal Mediterraneo si ormeggia sui pontili mobili con i finger, impossibile mettere i corpi morti per via dell’escursione della marea, anche questo mi fa sentire nuovamente a casa, bello non doversi preoccupare del continuo su e giù delle acque.
 
Scogli a Punta del Kasbah
Mentre sbrigo le consuete pratiche di registrazione del transito, ne approfitto per fare qualche domanda alla tizia che ci ha accolto sul pontile, sono curioso di sapere come si viva in un posto così, 12 Km quadrati, praticamente una prigione. Mi risponde cortese, ma alla terza domanda palesa un leggero fastidio: La domenica andiamo in spiaggia e ci riposiamo, mi dice. La spiaggia però è una lingua di sabbia all’interno del porto, di fronte al punto dove eravamo ancorati la notte scorsa, non credo che riuscirei a vivere sapendo di avere quei pochi metri di arenile come unico stacco dal lavoro e dalla città. Il marina comunque è molto bello e curato nonchè incredibilmente economico, 6 euro al giorno, ma è obbligatorio versare una cauzione di una settimana anticipata, è la prima volta che mi capita. Però l’acqua si paga a parte, mi dice la funzionaria, sono 50 centesimi al giorno, credo che sopporteremo l’aggravio di spesa senza protestare. L’unica pecca sono i bagni molto distanti dal pontile, vorrà dire che faremo la doccia sulla spiaggetta di poppa come se fossimo alla fonda. Augusto nel frattempo si è beccato un po’ di influenza e si rintana sottocoperta in compagnia di un libro ed un blister di antibiotico che osservo svuotarsi con preoccupante rapidità. Metto le scarpe ai piedi ed esco dal recinto del porto, uno dei tanti recinti di questa città.
 
Edifici del ‘900 a ridosso della rocca
Gli edifici subito alle spalle hanno lo stile tipico del colonialismo di inizio ‘900, tra il decò ed il liberty con contaminazioni locali, tutto è molto pulito e curato, c’è parecchia polizia in giro, ogni tanto incrocio anche qualche pattuglia militare, l’atmosfera è proprio quella che mi aspettavo, quella della colonia, forse l’ultima colonia d’Africa, mi vengono in mente alcune scene del film La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo, gli europei puliti e ben vestiti e gli arabi in caftano con un aria decisamente più trasandata. Ma a pensarci bene è tutto molto più blando, gli spagnoli non sembrano avere per i marocchini il disprezzo che i francesi avevano per gli algerini. Siamo in buoni rapporti, mi aveva detto il benzinaio di Ceuta l’altro giorno mentre facevo il pieno a Piazza Grande allo sconvolgente prezzo da paradiso del duty-free. Avevo convenuto con lui, ma devo dire che qui si avverte una tensione maggiore, dovuta forse al fatto che mentre Ceuta si trova a poche miglia dal continente europeo, Melilla è invece molto distante e ha quindi un po’ l’aria dell’avamposto, del fortino assediato. Un fortino ben protetto, comunque, sia dalle tante camionette della Guardia Civil, sia dalla doppia barriera di filo spinato stesa interamente lungo il suo confine, una barriera dotata di sensori e telecamere, concettualmente molto simile a quella che separa israeliani e palestinesi ma che non ha mai sollevato proteste in casa nostra, forse perchè è stata innalzata con 30 milioni di euro pagati dall’Unione Europea; come spesso accade siamo bravissimi a predicare il buonismo in casa d’altri. Fà quello che il prete dice, non quello che il prete fà, dice un vecchio proverbio, io mi sono sempre chiesto perchè la coerenza debba essere un optional per chi elargisce ricette salvifiche per altro non richieste. Melilla Hoy, il quotidiano locale, riporta spesso tentativi falliti di scavalcare la rete; qualcuno ogni tanto invece riesce a passare oltre, per le strade piccoli gruppi di ragazzini scalzi e laceri chiedono qualche spiccio accennando il gesto inconfondibile di avvicinare alla bocca la mano con le dita raccolte.
 
Case colorate sulla collina
Melilla è anche un crocevia di culture, ci sono una sinagoga ed un tempio indù. Gli ebrei arrivarono da queste parti dopo la cacciata da parte dei soliti reyes catolicos che li mettevano di fronte alla scelta di convertirsi o finire al rogo, gli indù non sono riuscito a capire come siano finiti in un posto così, il loro tempio è visitabile solo su appuntamento. Mi avvicino ad una piccola moschea, un uomo senza quasi più denti in bocca sta riassettando, gli faccio un cenno di saluto, Conosci qualcosa della cultura araba?, mi chiede. , rispondo, ho viaggiato un po’ e anche provato, senza successo, a studiare la lingua. Il mio interesse lo lusinga, ha voglia di chiacchierare, anch’io, ma si esprime in un misto di spagnolo, arabo e francese condito con qualche parola di italiano per compiacermi e la comprensione è davvero difficile. Mentre sono lì si avvicina un ragazzo molto giovane, il mio interlocutore gli fà cenno di aspettare, poi gli consegna un piccolo mazzo di passaporti sgualciti, usati chissà quante volte, chissà già da quante persone diverse. Mi guardo bene dal dirgli che sono qui con una barca e mi congedo. Torna a trovarmi, mi dice e se fosse possibile parlare in modo decente lo farei volentieri. Ciao italiano, biascica infine con la lingua fra gli ultimi denti che gli restano.
 
Il recinto
Per le strade si incrocia un umanità molto variegata, marocchini con abiti tradizionali e spagnoli in completo scuro e cravatta, troppo azzimati per il caldo che fa, dalle auto arriva alternativamente musica spagnola o araba a seconda dell’etnia del conducente, diverse sono anche le auto di ciascun gruppo sociale, SUV coreani oppure vecchie Mercedes degli anni ’70 eternamente restaurate come le macchine americane di Cuba. Un ragazzo appoggiato contro un muro si accende uno spinello la cui reperibilità suppongo facile, una donna aggiusta il suo hijab sulla testa per ricacciare dentro un ciuffo di capelli ribelle, dietro un portone un bambino alza i suoi grandi occhi scuri per guardarmi un po’ impaurito, da una vetrina un manichino in lingerie erotica femminile ammicca ai passanti una lussuria che di certo il Profeta non ammetterebbe se non l’avessero scalzato dal potere temporale su questo spicchio di terra consacrata ad Allah. E qui arriviamo al punto focale: l’imposizione di una cultura estranea. I danni e le violenze del colonialismo sono induscutibili, ma non si possono negare gli elementi di civilizzazione e progresso sociale da esso apportati, lo attesta anche il fatto che i circa 40.000 abitanti di Melilla di etnia marocchina sono favorevoli a mantenere la città sotto il governo spagnolo piuttosto che restituirla al Marocco. La Spagna rifiuta categoricamente anche di aprire un negoziato, i marocchini provano a far leva sulla questione di Gibilterra, dove per gli spagnoli le parti sono invertite. Ma non è la stessa cosa, ribattono questi, il Regno del Marocco è posteriore alla fondazione di Melilla e non ha quindi nessun diritto da rivendicare. Questione complessa, i presunti diritti atavici sono all’origine di tante guerre, Melilla è stata fenicia, romana, dovrebbe essere allora restituita a loro. Del resto, gli arabi nel Maghreb sono arrivati da conquistatori nel VII secolo, poco dopo la morte di Maometto, prima di loro c’erano i berberi, che ci sono ancora e sono anche un po’ discriminati in Marocco. Insomma, tutti hanno qualche ragione, ma nessuno vuole ammettere la sua parte di torto.
 
Ognuno segua la moda che vuole
Nel frattempo si creano situazioni paradossali, il porto ha due moli, distanti poche centinaia di metri, ma con 2 ore di fuso orario fra di loro. Assurdo, no? La Spagna ha adottato l’ora centrale europea, sfasando di molto le sue regioni occidentali al punto che il sole sorge alle 8 di mattina e tramonta alle 10 di sera, mentre il Marocco mantiene l’ora corretta per il suo meridiano. In estate si aggiunge l’ora legale adottata da una sola delle due parti ed ecco che quando guardi dalla finestra è ieri oppure già domani. Questo ci ha creato qualche problema durante la navigazione, i telefonini hanno aggiornato l’ora automaticamente, se non fosse stato per l’orologio meccanico che tengo su una paratia, non ci saremmo accorti del cambio e qualche calcolo sarebbe risultato certamente sballato. Purtroppo la tendenza dell’elettronica è sempre più quella di fare da sè senza avvertire l’utente, con tutti i rischi che ciò comporta, come abbiamo visto. Ma forse alla fine si impara a convivere con tutto, anche se molte cose mi sfuggono del funzionamento di questa città, l’economia soprattutto, come possa girare all’interno di una comunità che occupa una superficie così ridotta. Non ci sono industrie, non ci sono campi coltivati, solo commercio e un po’ di edilizia sostenuti da un regime fiscale agevolato che non prevede l’IVA ma ha una tassa locale, detta IPSI, al 4%.
 
Listino prezzi detassato
Un elicottero della polizia volteggia intanto nell’aria, mi avvicino alla recinzione del confine, la strada finisce su una collinetta in cima alla quale c’è una jeep con 4 agenti della Guardia Civil che mi guardano fra il perplesso e l’incuriosito, mi sento un po’ fuori luogo in effetti. Li osservo, sono al di qua della rete, in una prigione di lusso ma pur sempre una prigione, alla fine carcerati e carcerieri finiscono per condividere lo stesso destino. Scatto qualche foto, in fondo alla valle c’è un campo da golf, tutto verde e ben rasato, proprio a margine del filo spinato, dall’altro lato una fila di braccianti, pazientemente in attesa, tenta l’ingresso legale per vendersi a giornata in qualche cantiere edile. Allah u akbar, grida un muezzin, ma è un grido sommesso il suo, che stenta a sovrastare le grida di quelli che anche oggi hanno tentato di scavalcare illegalmente, rincorsi dalle polizie di entrambi gli stati. Un grosso gommone con il lampeggiante blu parte all’improvviso nella notte e con un potente faro scruta fra gli scogli, resta un poco poi va via, Ahmed o Mustafà stavolta ce l’hanno fatta, forse il loro triste cammino proseguirà per mare su qualche barcone in rotta per Lampedusa all’inseguimento di un sogno che difficilmente si realizzerà, almeno così come è fissato nella loro mente.

Siviglia, il Guadalquivir ed il topo esistenzialista

Quien va a Sevilla pierde su silla.

(proverbio, versione ispanica di Chi va a Roma perde la poltrona)


E’ passata da poco mezzanotte quando spengo tutte le luci e me ne vado in cuccetta. Fa un caldo terribile, nel pomeriggio il termometro ha toccato i 41 gradi, nonostante ciò ho chiuso bene tutti gli oblò e senza un filo d’aria che circola prendere sonno non è cosa facile. Pochi minuti dopo avverto un leggero crepitio, so bene di cosa si tratta, è il motivo per cui non ho lasciato alcuno spiraglio aperto, è l’ospite che ho a bordo da un paio di giorni, un ospite assai poco gradito: un topo.

La mattina dopo essere arrivato a Siviglia ho trovato la busta del pane, che era ben riposta in uno stipo, tutta mangiucchiata; qualcuno s’era infilato nel buco dove si mette il dito per sganciare la chiusura dello sportelletto per tirarne fuori un lembo e rosicchiarlo. Un topo a bordo è una delle peggiori sciagure che possano capitare, a parte lo schifo di avere un animale immondo che scorrazza per la barca, è molto probabile che faccia danni terribili, rosicchiando di tutto, come prima cosa, di solito, i fili elettrici, rendendo inutilizzabile l’impianto.
 
Qualcuno è stato qui!
Insomma, una volta accertata o anche solo sospettata una presenza aliena di questo tipo l’imperativo è uno solo: catturarlo il più in fretta possibile. Da due giorni è caccia aperta a colpi di trappole, esche avvelenate e colla per topi; dopo alcuni tentativi modesti ed infruttuosi stanotte ho schierato tutta l’artiglieria pesante, sparso attrezzatura su tutto il pagliolato e sul piano cucina, il posto dove per la prima volta ha lasciato tracce di sè; sento che è la volta buona anche se sono consapevole di avere a che fare con una bestia di tutto rispetto visto che si è già mangiato 4 esche senza battere ciglio. Le altre notti s’è fatto sentire verso l’alba, stavolta pare aver anticipato, meglio così, mi giro a pancia sotto con la faccia rivolta verso il quadrato, il buio mi ha dilatato le pupille e la poca luce che entra dagli oblò sulla tuga basta a rischiarare l’ambiente. In una mano ho una torcia elettrica nell’altra una scarpa pesante, pronto a lanciarla al primo avvistamento, sono immobile come un predatore, misuro il respiro, gli occhi e le orecchie sono gli unici organi che ho in attivita, 30 anni di pescasub mi hanno insegnato che la preda deve sentirsi sola e al sicuro. Passano lunghi, interminabili minuti, lo sento rosicchiare qualcosa, ma il suono arriva leggermente ovattato, segno che è ancora nel suo nascondiglio, ben scelto, nel punto più inaccessibile della barca e ricco di cavi con la guaina di plastica, tra il il quadro elettrico ed il tavolo da carteggio, un punto praticamente impossibile da raggiungere con le mani; sono tentato di alzarmi e fare rumore per farlo smettere, ho paura che in questo modo possa distruggere qualche cavo in brevissimo tempo, ma mantengo il sangue freddo e aspetto. Un’attesa che pare interminabile, è passata ormai più di mezzora quando ad un tratto sento dei piccoli passi, poi un leggero tramestio, poi il rumore inequivocabile di una bestia che si agita. Salto fuori dal letto, punto la torcia verso il basso, convinto che il topo si stia divincolando impastato di colla, invece lo trovo chiuso nella gabbia grande, assicurato da una rete metallica ed una molla che sembra resistere tranquillamente ai suoi assalti rabbiosi. Mi accerto bene che non possa scappare, poi mi siedo e lo guardo, è agitato, ha il respiro pesante, lo guardo meglio, è veramente grande, almeno 25 cm più 30 cm di coda, una pantegana di tutto rispetto, altro che il sorcetto che pensavo; meglio non averlo visto prima di averlo catturato, non so se sarei riuscito a dormire come ho fatto le notti precedenti o anche solo a starmente tranquillo sottocoperta.
 
Piazza Grande avanza nel caffellatte
E’ un topo il co-protagonista involontario di un bellissimo romanzo di Simone de Beauvoir, Tutti gli uomini sono mortali, da cui è stato tratto, liberamente quanto indegnamente, il pur bel film Highlander. Raimon Fosca è un uomo cui è stata data l’opportunità di diventare immortale bevendo una sorta di pozione magica e lui, per scongiurare l’inganno, la fa bere prima ad un topo accertandosi che sopravviva. Secoli dopo, la sua immortalità è diventata la sua condanna, nulla ha più senso, qualunque cosa egli provi a costruire è destinata a disfarsi prima di lui, anche amare una donna, perchè inevitabilmente dopo pochi decenni invecchierà e morirà lasciandolo solo: in pratica la sua immortalità si è trasformata in solitudine. Un pensiero mi ossessiona, dice ad un certo punto Raimon, l’idea di restare il topo ed io gli unici esseri viventi della terra e di rincorrerci l’uno con l’altro su un pianeta deserto; per  dirla più semplicemente, il senso della vita è viverla non allungarla, direi che l’esistenzialismo non aveva tutti i torti. Per un paio di giorni mi sono sentito come Fosca, il topo ed io soli sulla barca a rincorrerci, ma nè lui nè io siamo immortali, a lui soprattutto, è rimasto davverlo poco da vivere, a me chissà, ma lo guardo e penso che dei due sarà certamente lui a lasciare per primo questa terra, pardòn, barca. Lo prendo con tutta la gabbia, lo metto dentro una busta di plastica bella spessa e lo sbarco per sempre da Piazza Grande. Lascio tutto com’è e me ne vado a dormire molto rilassato, a pulire penserò domani, pulire e disinfettare bene tutto, prima con aceto come mi ha consigliato Roberto, veterinario velista conosciuto a Marsala qualche mese fa, perchè essendo acido annienta il pericolo della leptospirosi, poi con amuchina ed infine risciacquando tutto acqua e sapone. Per tutto intendo dire tutta la barca, un lavoraccio di una giornata intera. Ora però, mi prendo il mio meritato riposo, che profuma di colla per topi, profuma di vittoria, come il napalm del colonnello Kilgore di Apocalipse now.
 
Barche da pesca come fantasmi lungo il Guadalquivir
Siviglia era una delle mete di questo lungo viaggio e il Guadalquivir, il fiume che l’attraversa, è navigabile per decine di chilometri, larghissimo e ben dragato; ci entro dentro una sera e passo un paio di giorni all’ancora a riposare, avanzando poche miglia al suo interno. Poi una mattina salpo per risalirlo fino in città, tutte le fonti che ho consultato consigliano di farlo un paio d’ore prima dell’alta marea in modo da avere la corrente favorevole, ma la faccenda è piuttosto complessa. L’orario della marea differisce di circa 4 ore tra la foce e Siviglia, questo significa che navigando ad una velocità superiore a quella della corrente si può avere questa favorevole per un tempo maggiore delle 6 ore canoniche che intercorrono fra un’alta e una bassa, un po’ come quando in aereo si viaggia nella stessa direzione del sole, la giornata dura più di 24 ore. Questa la teoria, in pratica quando salpo ho la corrente contraria; ma và! Ho seguito le istruzioni che dicevano di salpare prima della fase di stanca ed ora Piazza Grande avanza col motore su di giri a meno di 4 nodi di GPS, sull’acqua devono essere parecchi di più dato che l’assetto è parecchio appoppato come se navigassi intorno ai 7 nodi, se funzionasse il log potrei verificarlo con più certezza. Speravo di essere aiutato dal vento, ma è davvero poco, riesco a far portare le vele solo nel primo tratto; come mi ha spiegato Lucky, un simpatico velista andaluso che ho conosciuto a Chipiona, la bassa altitudine di tutta l’Andalucia, Siviglia è a 10 metri slm, unita alle altissime temperature estive, normalmente intorno ai 40 gradi, produce una forte brezza termica che sovrasta l’aliseo, questo il motivo per cui dal primo pomeriggio soffia sempre da sudovest anzichè da nordovest; è sempre buona cosa ascoltare i locali per capire il meteo di una determinata zona.
 
Anche cinghiali selvatici a bordo fiume
Il fiume è praticamente deserto, ci sono solo io che avanzo lento, ogni tanto ai margini alcune barche da pesca alla fonda che hanno l’aria di essere lì da tempo immemorabile, fa molto caldo, mi metto in testa il cappello di paglia per proteggermi da un’insolazione, incrocio un barcone che porta a spasso i turisti, in coperta le signore hanno tutte in mano un ventaglio che agitano senza sosta, chissà se per avere un poco di refrigerio o per scacciare i numerosi insetti che ci sono; una libellula si posa sul paterazzo di Piazza Grande, ci resta per quasi mezzora, la guardo, la fotografo, tutta colorata e bella, mi piace che sia qui. Dopo un po’ incrocio un veloce motoscafo di non più di 4/5 metri con a bordo un numero esagerato di persone che cantano e ballano in piedi, uno agita una bottiglia di non so cosa, quando mi sono accanto mi salutano cantando, sorrido e ricambio il saluto, sembrano gradire, quello con la bottiglia in mano fa il gesto di offrirmi da bere, ringrazio e declino l’offerta anch’io a gesti, l’idea che si accostino ubriachi come sono non mi piace, c’è corrente e a fare danni ci vuole un attimo. La navigazione qui non ammette distrazioni minime, c’è il percorso dragato da seguire pedissequamente, appena se ne esce la profondità risale rapidamente, controllo continuamente l’ecoscandaglio, l’autopilota, le spie e lo scarico del motore per timore che surriscaldi per via dell’acqua torbida che potebbe intasare il filtro, il computer con il cartografico, la prua per schivare eventuali tronchi e rami, la stazione vento e i filetti delle vele; insomma, un bel da fare. La carta nautica avverte che i fondali potrebbero essere diversi da quelli segnati, modificati dalla forza del fiume, tanto per togliere anche quel minimo di certezza che l’aver studiato bene la rotta generalmente dà.
 
Là dove c’era l’erba ora c’è…
Però è bellissimo ed è tutto mio, lo divido solo con i tanti uccelli che nidificano ai suoi margini, attorno a me volano gabbiani, aironi e cicogne, in un ansa scorgo uno stormo di fenicotteri rosa intento ad abbeverarsi, il paesaggio è fantastico, rivedo il verde dopo tanto blu, lungo le sponde filari interminabili di eucalipti, calipsi come li chiamano nell’Agro Pontino; somiglia un po’ alla Camargue ma senza i francesi, alcuni cavalli selvaggi si rincorrono fra di loro, c’è un atmosfera di palude viva, piena di vita. Manca il triste spettacolo delle buste di plastica appese ai rami degli alberi come si vedono sul Tevere dopo ogni piena, segno evidente che certi fenomeni sono tutt’altro che ineluttabili. Il caldo comincia a diventare asfissiante, sottocoperta ci sono più di 35 gradi, il computer è rovente e non si può toccare, sopra il tek scotta e non ci si può camminare a piedi nudi, grondo sudore ad ogni minimo movimento malgrado l’igrometro sia piuttosto basso; un grosso yacht mi supera e quando la sua onda batte contro la riva tutte le canne si piegano al suo passaggio per poi risollevarsi e ridistendersi nella loro posizione naturale. Finalmente la corrente gira in senso favorevole, mi ritrovo a correre a oltre 8 nodi con un filo di gas al motore, dopo un po’ si cominciano a vedere i primi segni di urbanizzazione, qualche casa, un mulino ad acqua, una piccola chiusa, passo sotto dei cavi elettrici sospesi non segnalati dal portolano, ho un brivido visto che non ne conosco l’altezza, ma poi è finita, Puerto Gelves, il marina che ho scelto per la mia sosta sivigliana è a poche centinaia di metri, chiamo sul VHF per annunciare il mio arrivo poi entro nella piccola darsena e lancio le cime al marinaio che mi attende: Bienvenido en Sevilla!
 
Carrozzelle all’ombra della palma
Dico Siviglia ma in realtà sono a Gelves, un piccolo centro sull’altra sponda del fiume dove è stata costruita una piccola darsena dentro un comprensorio che ha palesemente fallito i suoi propositi mondani. Oltre a Piazza Grande, solo un paio di vele e qualche barchetta a motore incrostata di sporcizia, è tutto piuttosto squallido e quando c’è la bassa marea mezzo porto si insabbia completamente e gli scafi abbandonati sul lato più interno sprofondano nel fango. Ma costa 12 euro a notte ed è a 10 minuti di autobus dal centro, direi che va benissimo così; no, dico, trovate un porto in Italia, anche nel posto più sfigato, che costi ad agosto questa cifra. Sul mezzo pubblico che mi porta in città ascolto le chiacchiere della gente, una donna sulla sessantina parla con l’autista degli omicidi domestici che a suo dire imperversano nella zona: Ai tempi di Franco non succedeva!, dice convinta. Resto perplesso, sia che si rimpianga Franco 40 anni dopo la sua morte, sia che davvero qualcuno possa pensare che una dittatura sia un deterrente contro la violenza fra le mura di casa. Mah, deve essere come i treni che da noi arrivavano in orario, cosa che pare non sia neppure vera, ammesso che sia un merito ascrivibile al regime.
 
Statue romane in chiostro moresco
Siviglia potrebbe essere descritta con una sola parola: bellissima. Me l’aspettavo ma ne rimango piacevolmente sorpreso; andandomene a spasso per strade e vicoli, malgrado il caldo asfissiante che dal primo pomeriggio diventa davvero insopportabile, resto ammaliato dalla cattedrale e dalla Giralda, il campanile che in orgine era un minareto, dall’Alcazar, dalla Casa de Pilatos, dalla Torre dell’Oro, opere architettoniche dove lo stile moresco si fonde mirabilmente con elementi del rinascimento italiano. In alcuni cortili sembra di stare in Marocco, la dominazione araba ha lasciato un impronta indelebile, tanto per ricordare che le radici dell’Europa sono anche queste e che qui le esaltano giustamente con fierezza quale elemento costitutivo dell’identità andalusa. I toponimi non sono da meno, Alcazar viene dall’arabo Al csar, che significa la fortezza, Guadalquivir da Wadi al kabir, il grande fiume. Molte strade e piazze sono coperte con degli enormi teloni bianchi, servono a proteggere dal sole e dare un minimo di fruibilità a spazi altrimenti infrequentabili di giorno per diversi mesi l’anno. I lungofiume sono ordinati e puliti, piste ciclabili ovunque, poche le automobili in giro per il centro, soprattutto attorno agli edifici della pubblica amministrazione non si vede la selva di auto blu che c’è da noi, non ci sono motorini ad invedere qualunque marciapiede, in una piazzetta le famiglie con bambini si sono date appuntamento per scambiarsi le figurine degli album, un uomo cerca refrigerio tuffandosi nel fiume, in un angolo all’ombra un vetturino spazzola con acqua il suo cavallo, c’è silenzio, c’è quiete, non si avverte il rombo del traffico che riecheggia in qualunque parte di Roma, nei bar la gente mangia tapas mentre i nebulizzatori spruzzano incessantemente impercettibili gocce di frescura agli avventori accaldati.
 
Teloni a Plaza San Francisco
Il giorno dopo resto di nuovo a bocca aperta, stavolta davanti a Plaza de España, costruita per l’Expo del 1929, decisamente una della piazze più belle del mondo. E bella è anche la gente, i sivigliani sono socievoli e cortesi, mentre consulto la cartina un anziano signore con una paglietta di Panama in testa si avvicina e mi chiede dove devo andare. Da nessuna parte, rispondo, mi sto godendo la città, così a zonzo. Capisce ciò che voglio dire e mi saluta sorridendomi e augurandomi una buona permanenza. In un vicolo scovo un piccolo monastero di clausura che nel cortile ha ancora la ruota dove si lasciavano i bambini che le famiglie non potevano o non volevano accudire. Mi avvicino, sopra c’è un piccolo cartello, è il listino dei prodotti delle monache, nella ruota si mettono i soldi e quando gira vengono fuori i dolcetti, segno che per fortuna i bambini non si abbandonano più con tanta frequenza ed il meccanismo è stato riconvertito a nuovo e forse più prosaico uso. Passeggio anche per il barrio, il quartiere cioè, di Triana, quello da dove veniva il marinaio imbarcato con Colombo che per primo scorse terra, Rodrigo de Triana, diminutivo di Juan Rodriguez de Triana, come dire Giggetto de Trastevere. In un viale va in scena la varia umanità che per vivere si arrangia come può: due ragazze ballano il flamenco vestite di tutto punto, un uomo ricoperto completamente di vernice dorata fa la statua immobile, un sudamericano soffia nel suo flauto andino melodie della sua terra, un senzatetto chiede qualche spiccio puntando sull’ironia: per comprare, scrive sul suo cartello, una villa con piscina a Marbella e una Ferrari.
 
Magari prima o poi ci riesce
Insomma, a Siviglia c’è di tutto, manca solo il barbiere, lo cerco ma trovo solo l’insegna di un acconciatore maschile di terz’ordine, probabilmente Rossini vedendolo avrebbe scelto di musicare altro. Torno in barca con qualche souvenir, compresa una trappola per topi nuova di zecca, vista l’esperienza fatta direi che farà parte stabilmente dell’attrezzatura di Piazza Grande, non oso pensare se mi fosse capitato in qualche posto sperduto di combattere senza armi quella sporca guerra che ho combattuto e vinto. Eliminando l’intruso ho ripreso pieno possesso di Piazza Grande, me ne ero sentito defraudato in qualche modo, come quando qualcuno entra in casa tua senza permesso, anche se non ruba nulla provi un fastidio terribile. E insieme ho ripreso quindi possesso della mia vita, che in questo momento è fatta di sole, di acqua e di vento. Alla via così!

Oceanici, lagunari e fiumaroli

 
Ponte Mollo,
io so’ romano fijo de ‘n fiumarolo,
sur fiume se pò di’ che ce so’ nato
e me ce cullerò fino a che nun moro.

(canzone romana)

Un cielo ammantato di stelle si stende a notte sopra l’ancoraggio di Piazza Grande lungo il Rio Guadiana, uno dei più importanti fiumi della penisola iberica la corrente ha disposto lo scafo nel suo corso malgrado un vento abbastanza sostenuto da nordovest, a poche decine di metri da me uno dei fanali rossi che segnano il percorso dragato, appena dietro la vegetazione bassa e fitta, sulla riva opposta, dove lampeggiano i fanali verdi, una fila di luci basse indica la sponda settentrionale del fiume. Il silenzio della notte è spezzato solo dal verso isolato di qualche uccello dei tanti che nel parco dell’estuario del fiume hanno la loro dimora, poi i grilli incessanti e lo sciabordio dell’acqua sulla carena.

Poco fa un tramonto di quelli che mozzano il fiato, il profilo della vegetazione sovrastato da un cielo di fuoco vivo, uno spettacolo di sconvolgente bellezza. E’ una rotta variegata questa che sto facendo ridiscendendo l’Atlantico dopo la lunga sosta a Lisbona, non è fatta di solo mare ma anche di lagune e fiumi navigabili. Ne avevo avuto un assaggio durante l’andata, ora, come m’ero ripromesso, sto approfondendo senza fretta le diverse opportunità che questo spicchio di mondo offre ad un giramondo di mare.
  
Delfini a portata di mano
A Lisbona mi hanno raggiunto Marta e Flavia, due care amiche che già hanno navigato con me in passato, anche per loro è il primo oceano, si fidano di me e la cosa mi fa piacere. Dopo una ricca cambusa in previsione di stare qualche giorno senza scendere a terra, andiamo a cena all’Alfama per un’ultima serata a base di sardinhas e poi l’indomani prendiamo il largo percorrendo a ritroso tutto l’estuario del fiume Tago. Mi tengo vicino alla riva settentrionale, voglio che godano della vista di Lisbona da una visuale che è sicuramente nuova per loro, il vento è al traverso lascio solo il genova per non correre troppo e gustare il panorama più a lungo. Poi il fiume termina, le sue acque si mescolano con quelle dell’Atlantico, l’aliseo è pronto a prenderci fra le sue braccia, accosto qualche decina di gradi a sinistra e inizia la discesa verso sud. Prima tappa, doppiato Cabo Espichel, è Sesimbra, un posto senza fascino, c’è un porticciolo ma ci guardiamo bene dall’entrare, troviamo uno spazio dove ancorarci, ce ne serve parecchio, ci sono circa 25 nodi di vento, abbiamo bisogno di abbondare con il calumo, la quantitò di catena cioè che deve essere calata con l’ancora. Il giorno dopo destinazione Sines, ci sono già passato all’andata, un porto piccolo e sicuro, di nuovo l’aliseo ci accompagna fedelmente lungo tutto il tragitto, una navigazione piacevole, almeno per Marta e me, Flavia invece la passa sdraiata in pozzetto verificando l’inefficacia su di sè di tutti i rimedi contro il mal di mare che ha sperimentato. Alla fine troverà un po’ di sollievo sbocconcellando qualche cracker con le alici: funziona veramente o potenza della convinzione dopo che le ho detto che è il rimedio dei vecchi lupi di mare?
 
Acque in entrata e in uscita che si scontrano
Proseguendo abbiamo il tappone fino a Cabo Sao Vicente, lo spauracchio dell’andata, stavolta è, come dire, in discesa, con vento a favore, e poi quando una navigazione l’hai già fatta la rispetti ma non ti spaventa più, divoriamo le 60 miglia nell’arco della giornata accompagnati per quasi tutto il tempo da branchi numerosissimi di delfini che sembrano trovare nel passo di Piazza Grande una vibrazione armonica con il loro volteggiare fra le onde, mentre a  sinistra ci scorre una costa fatta di lunghissime spiagge deserte e scogliere imponenti, esattamente il Portogallo che ti immagini. Appena doppiato il capo il mare si spiana ma il vento quasi raddoppia, non poteva essere altrimenti vista l’importante altezza del promontorio, non solo in Grecia c’è l’effetto catabatico. Diamo fondo nell’ampia baia di Praia da Mareta, alle spalle di Sagres, è l’imbrunire, l’aria fresca ci suggerisce di cenare sottocoperta, preparo la pasta con le melanzane, poi un goccio di Porto e via a nanna, riposo meritato per tutto l’equipaggio. Mi piace questa navigazione, questo ritmo serrato ma non stancante, a parte quest’ultima tappa non stiamo facendo lunghe tratte, non è un tour de force, insomma. A riprova di ciò, ci svegliamo con tutta traquillità e passiamo la mattina a chiacchierare in pozzetto, tra le cose belle della vela c’è che crea intimità fra le persone, ci si mette facilmente a nudo, si parla di sè senza troppi pudori, si sta tutti sulla stessa barca dopo tutto. Ci spostiamo ad Alvor, una piccola laguna che sul portolano sembra molto interessante, entriamo con la bassa marea, massima attenzione quindi, sto seguendo scrupolosamente la segnalazione delle boe quando da un barchino ancorato un tizio si sbraccia per farmi segno di non proseguire. Guardo l’ecoscandaglio, segna meno di 2 metri! Dietrofront immediato, ci ancoriamo in un ridosso alle nostre spalle e ci gustiamo lo spettacolo di dozzine di kite-surf coloratissimi che volteggiano all’interno della laguna dove, malgrado il forte vento, l’acqua è assolutamente piatta. Qualcuno ci passa ripetutamente un po’ troppo vicino, bravate che una raffica potrebbe trasformare in seri danni, lancio prima un’occhiata, poi un urlo, al prossimo giro lancerò qualcosa di contundente, il tizio però capisce e si allontana.
  
Laguna in bassa marea
Oggi alla traina ha abboccato un gabbiano, più che abboccato è rimasto impigliato nella lenza, volando a bassa quota ha agganciato il filo con un ala, poi un paio di giri su se stesso per tentare di sfuggire l’hanno tarpato inesorabilmente. Ho recuperato col mulinello fra gli urli stridenti della bestia, cercando di condurre l’operazione delicatamente, ma appena l’ho portato sottobordo ha inizia a dibattersi e tentare di beccare a destra e a manca, liberarlo è risultato praticamente impossibile. Qualcuno ha suggerito di  farlo con le patate, ma la carne di gabbiano è dura e stoppacciosa, perfino Moitessier, che voleva traversare l’Oceano Indiano mangiando biscotti per cani, lo riteneva un pasto da extrema ratio, figuriamoci noi che abbiamo ogni ben di dio in cambusa. Alla fine l’unica è stata tagliare la lenza, salvando almeno il rapala. Mentre lo lasciavo andare ho cercato di allentare la presa sull’ala, magari alla fine riuscirà a liberarsi da solo, chissà. Stasera quindi cous-cous esclisivamente vegetale, poi liquorino in pozzetto con tante stelle brillanti sopra di noi ed uno spicchio di luna a riflettersi sulla superficie del mare, pardòn, della laguna. Già, a volte dimentico che questo non è mare, è oceano, e che a volte l’oceano diventa laguna, e che mentre ci sei dentro bastano poche miglia per trasformare tutto in fiume. E’ sempre acqua del resto, acqua da navigare, per chi ne ha voglia, per chi sa amarla. A ricordarmi che è oceano pensano le parole che mi ha detto un ragazzo giorni fa: Quest’inverno abbiamo avuto un paio di mareggiate con onde di 15 metri. 15 metri, un palazzo di 5 piani, capisci perchè in spagnolo la scala Douglas, quella che misura lo stato del mare, alla forza 8, 1 meno della massima, (occhio a non confondere con la scala Beaufort, quella misura il vento e arriva a 12), porta la dicitura montañoso, un mare montagnoso, un termine decisamente azzeccato.
 
Oltre la barra, la pace
Ora ci aspettano due giorni di relax a Lagos, posto già visto all’andata, vado a colpo sicuro al Muelle de espera di fronte alla Capitanìa de puerto, parabordi ben posizionati, affido alle due donzelle una cima ciascuna, una a prua e una a poppa, accosto bene e, come da istruzioni, al mio segnale saltano giù all’unisono e assicurano Piazza Grande alle bitte del pontile: manovra pefetta, plauso all’equipaggio e plauso pure al comandante, va! Ce ne andiamo un po’ a zonzo per la città, facciamo i turisti, scegliamo un ristorantino per la cena, voglio qualcosa di diverso dalle solite sardinhas, Abbiamo pollo al barbecu, mi fa il cameriere, Lo prendo!, rispondo con entusiasmo. Ma la mia gioia si spegne quando arriva il piatto in tavola: due tristi fettine di petto di pollo alla piastra impiastricciate di salsa, quella salsa a base di aceto e non so che altro che si chiama appunto salsa barbecu. Tenere sempre a mente che le assonanze fra le lingue, i cosiddetti falsi amici, possono nascondere trappole ed insidie ad ogni angolo. Marta e Flavia ripartono, ci salutiamo con evidente dispiacere da parte di tutti, abbiamo passato dei bei giorni insieme, ma è un arrivederci, non certo un addio, Piazza Grande le accoglierà ancora volentieri. Torno in porto, ci sono diverse barche che hanno alla crocetta di  sinistra la bandiera dell’ARC, l’Atlantic Rally for Cruisers, la traversata atlantica in flottiglia che parte tutti gli anni dalle Canarie in autunno, torno ad interrogarmi su una simile eventualità, un anno fa avrei detto assolutamente no, non mi interessa passare 20 giorni in mare solo per dire ho fatto la traversata, oggi, dopo questo assaggio di oceano, dico che forse la cosa ha ragioni diverse che risiedono anche in quella ricerca interiore che è il navigare, forse non è un’idea poi così peregrina, forse…
  
Un airone in cerca della cena
Sono di nuovo un navigatore solitario, oceanico, lasciatemelo dire, e con una missione da compiere: andare a Tavira a recuperare il gennaker che un paio di settimane fa ho spedito in Galizia per farlo ricucire, ma prima voglio tornare nella laguna di Olhao, voglio starmene un giorno ad oziare, a leggere, ho le ultime pagine de I miserabili di Victor Hugo che mi aspettano, voglio gustarmi l’ancoraggio sicuro al riparo dell’Ilha da Culatra, l’isola che chiude la laguna a sudest. Strada facendo trovo vento da sudovest, contrariamente alle previsioni che davano il solito aliseo da nordovest, ma va bene lo stesso per la mia rotta, solo alza un filo d’onda in più, ma nulla di preoccupante. Preoccupano invece i segnali da pesca sparsi a tappeto sulla superficie del mare, una quantità veramente incredibile che mi costringe a non distogliere lo sguardo dalla prua per più di 3 o 4 minuti. Il fondale scarso consente ai pescatori di calare le loro attrezzatura anche a diverse miglia dalla costa, mi sento come uno sciatore alla prova di slalom gigante, non riesco a mantenere la stessa rotta per più di qualche centinaio di metri, tocco i tasti del pilota automatico come se stessi componendo un numero telefonico, la cosa è decisamente antipatica, impensabile navigare di notte da queste parti, già con la luce è difficile individuare le segnalazioni, spesso limitate ad una bottiglia di detersivo, magari blu e pure scolorito, senza alcuna bandierina. L’ingresso ad Olhao è non privo di emozione, la forte corrente all’imboccatura del canale sposta la prua di Piazza Grande anche di 30/40 gradi in modo improvviso, entro con il genova ed il motore allegrotto, ci vuole potenza, tutto è pronto nel caso qualcosa dovesse andare storto, anche l’ancora è libera e pronta ad essere calata in pochi istanti.
 
Le boe vanno sempre osservate alla base
Ancora più difficile l’ingresso nella laguna di Tavira, qui è il portolano stesso ad avvertire dell’eccezionale forza della corrente, ancorare è impensabile, troppo stretto e troppo trafficato, traghettini che fanno la spola fra le due sponde, centinaia di motoscafi e moto d’acqua che sfrecciano ovunque, vedo un gavitello libero e lo afferro, la marea è alta, calcolo quanto debba scendere e confronto con la lettura dell’ecoscandaglio valutando se sia o meno il caso di restare qui, dovrei farcela per un pelo. Il pelo invece si rivela troppo corto, quando comincio a vedere i bagnanti con l’acqua alla vita a 10 metri da me decido che non è il caso e mi sposto, mi avvicino al Clube Nautico, dove è stato spedito il mio gennaker, trovo un gavitello libero, ma è impossibile prenderlo, la corrente è troppo forte per manovrare da solo, chiedo aiuto ad un gommmone che passa e che gentilmente prende la cima che gli lancio e la fissa alla boa. Quando la marea è in fase di stanca, metto il tender in acqua e vado a terra, alla segreteria del Clube c’è un pacco per me, tutto a posto, operazione conclusa con successo, ringrazio me ne torno a bordo soddisfatto. Girare in barca da la possibilità di prendere il meglio nei vari posti che si visitano, a volte ci sono prezzi diversi per il medesimo lavoro senza ragioni valide, non c’entra il costo della mano d’opera o dei materiali, solo il mercato che per qualche sua ragione ha determinato uno status quo che le logiche economiche non sempre riescono a scardinare. In Turchia, ad esempio, lavorano il tek a prezzi più bassi che altrove, mentre invece l’elettronica ha costi proibitivi. Qui ho sperimentato come da Lisbona a Vigo la riparazione di una vela sia una fatto costoso o economico a distanza di poche centinaia di Km. Solo in Italia costa tutto caro, ma da noi, si sa, la nautica è cosiderata una cosa da ricchi ed i ricchi vanno spremuti, sempre e comunque. Poco importa se questo uccide il mercato, più semplice togliere 100 euro a 1 che 70 a 10, ma qualcuno spieghi agli artigiani nostrani che togliendo 70 a 10 si guadagna molto di più. Mollo il gavitello e scappo, questo posto è un delirio di traffico, si balla peggio che in navigazione ed io ho voglia di passare una notte tranquilla. Dove? In un fiume, ovviamente!
  
Cargo nel fiume
Il Rio Guadiana, che segna il confine tra Portogallo e Spagna, è perfetto al mio scopo ed è a sole 15 miglia da me. E’ uno dei tanti fiumi che sfociano in questo tratto di mare, diramandosi in tanti bracci, formando lagune, o ria, come le chiamano gli spagnoli. Una ria è un’estuario dove il mare entra nel fiume e viceversa e insieme si fondono con la terra, quando sei dentro sei ben ridossato dal vento, il fondale generalmente è fatto di fango, quindi è un ottimo tenitore, c’è solo da fare molta attenzione alle maree, ai bassifondi e a tronchi e rami semisommersi che possono costituire un insidia non da poco dopo alluvioni o piene. Per il resto, un’atmosfera particolare, l’aria è fresca, i profumi cambiano, non più l’odore resinoso della vegetazione ma quello di acque meno vivide del mare mischiato a quello dei pescherecci ormeggiati lungo le sponde. Qui ce ne sono davvero tanti, segno di un’attività florida, sono attrezzati con una quantità impressionante di luci sulla tuga e trainano un barchino di appoggio anch’esso dotato di molte luci, escono la sera e rientrano la mattina, chissà che tipo di pesca praticano così attrezzati, forse totani, notoriamente attratti dai bagliori in superficie, almeno quelli mediterranei. La presenza di tutti questi fiumi e lagune semplifica molto la navigazione da queste parti, se anche il vento dovesse girare inaspettatamente e alzare mare, ci sarà sempre a poche miglia un riparo. Il problema, tutt’al più, può essere l’ingresso, quando l’onda entrante si scontra con la marea uscente si formano onde molto corte e ripide, alte anche un paio di metri, che per giunta determinano il formarsi di una barra di sabbia e fango sul fondo, estesa anche parecchie decine di metri in senso longitudinale, ciò significa che quando si sta nell’insellatura dell’onda si rischia di insaccarsi violentemente e battere la chiglia con tutte le conseguenze disastrose del caso, meglio quindi evitare ed entrare con marea alta o crescente. Mi chiedo perchè in Italia tutto ciò non sia possibile, ancorarsi o navigare nei fiumi, voglio dire. D’accordo che l’unico fiume degno di questo nome che abbiamo è il Po, ma anche il Tevere è stato navigabile fino a non molti decenni fa, perchè ora non più? Perchè Fiumara Grande, la sua foce, l’unica di tutto il Tirreno, non viene dragata con regolarità come fanno qui che invece di fiumi ne hanno molti? Perchè dobbiamo scaricare le merci a Civitavecchia o Gioia Tauro e portare in camion fino a Roma quando tutte le città fluviali del mondo trasportano sull’acqua direttamente in centro?

E adesso sciogliti, come sai fare tu…
Me ne sto in pozzetto con questi pensieri, un peschereccio manovra attorniato da una nuvola di gabbiani, il sole cala tingendo il sole di rosso, alcuni aironi rovistano col becco la battigia fangosa scoperta dalla bassa marea, un pescatore mi passa accanto su una barchetta e mi fa un cenno di saluto, sorseggio un goccio di rum, basta poco in fondo per essere felici, almeno a me; scendo sottocoperta e mi distendo sereno in cuccetta. La mattina mi sveglio e dopo il consueto caffè recupero l’ancora. Sopresa: insieme all’ancora tiro su un bel pezzo di rete abbandonata ed incrostata di cozze, non è semplicissimo liberarla, un pezzo lo taglio un pezzo riesco a toglierlo con il mezzomarinaio. Una volta mollata, qualche istante di attesa prima di ingranare la marcia, non sia mai finisse nell’elica sarebbero veramente dolori, anche ammesso di riuscire a calare nuovamente l’ancora senza danni, immergersi in queste acque melmose e lavorare con una visibilità di 20 cm sarebbe veramente difficile e pericoloso. Ma tutto fila liscio, filo liscio anch’io verso la foce,a velocità ridotta e seguendo minuziosamente il percorso delle boe rosse e verdi, siamo in bassa marea, l’incaglio è in aguato. Riguadagno il mare aperto, ne respiro di nuovo la brezza, quante volte ho tracciato queste rotte sulla carta come fossero un sogno lontano, ora ci sono dentro e me le sto gustando in pieno, il resto, tutto il resto, può attendere.

Lisbona, fascino di mare e storia



L’aria fresca, quasi fredda, della notte lascia puntualmente spazio in tarda mattinata all’afa che con una cappa d’umido si posa sulla città, sulle costruizioni lungo l’estuario del Tago, nei vicoli dei quartieri più all’interno dove il vento non riesce a penetrare, deviato e frammentato dalle case in mille rivoli senza efficacia. Sono ormeggiato al Marina das Nacoes, l’aliseo portoghese soffia regolare in porto, ma basta allontanarsi un po’ per perderne qualunque traccia. Lisbona era la meta ed ora eccola qui, fra il mare ed il fiume sulla cui foce è stata edificata, adagiata sull’acqua insieme ai secoli che ne hanno accompagnato splendore e caduta.


Ha i crismi della capitale imperiale, tratteggiati dalle imponenti rua, le grandi arterie, ma anche l’aspetto di una
casbah araba definito dal dedalo delle travesse e dei beco, le stradine dove passeggiare ha il piacevole sapore del perdersi nella storia. I vicoli sono una delle cose più belle della città, dentro vi si scoprono angoli pittoreschi, aggraziate piazzette nascoste dove le automobili non riescono ad arrivare ed impedirne qualunque fruizione diversa dal parcheggio; i bambini giocano, gli anziani chiacchierano, fuori dai bar facce non sempre rassicuranti e sobrie discutono a volte animatamente, un cavo steso fra due palazzi contigui sostiene biancheria e abiti da lavoro, tutto attorno muri scrostati che parlano di vite vissute. Lo spettacolo umano contribuisce in modo determinante alla bellezza della città, il centro di Lisbona è abitato da persone normali, di tutti i ceti, i ricchi ai piani alti, dove troneggiano abbondanti gli abbaini, i poveri in basso, a volte a livello strada, in una mescolanza che da tempo si è persa nelle città italiane, fatte pochissime eccezioni. Tutti a sera escono a prendere il fresco, si incontrano, chiacchierano in quel l’idioma musicale e un po’ biascicato che è la lingua portoghese, i turisti osservano senza mischiarsi, chi sa quale dei due gruppi preferisce mantenere le distanze, i portoghesi sono cortesi ma anche riservati e non sempre brillano per cordialità.

Vicolo, persone e azulejos

Camminando per l’Alfama, per il Barrio Alto, per la Baixa, i sensi sono stimolati continuamente dall’odore della sardinhas asadas, le sardine arrosto, il piatto che è diventato un’icona della città, nonchè dalle note del fado, la musica tipica portoghese, melodica e straziante, nata intorno agli anni ’30 del ‘900; a volte, va detto, l’odore predominante è quello delle fogne, non sempre evidentemente ben funzionanti, ma forse è preferibile all’asetticità di certi centri storici che hanno sostituito una bottega di ciabattino con la boutique di qualche famoso stilista italiano, svendendo per sempre la propria anima. Lisbona, invece, la sua anima la conserva ancora, è un’anima che mischia atmosfere d’antica nobilità cristiana con frammenti di dominazione araba, fierezza di antichi navigatori con discendenze di schiavi trasferiti a forza dalle colonie d’oltremare. L’architettura mostra chiari i segni delle epoche succedutesi, il castello di Sao Jorge svetta sulle tante chiese ricoperte completamente di marmo bianco, a volte fin sopra la cupola, le quali a loro volta svettano tra gli edifici ricoperti di azulejos, le maioliche dipinte ed istoriate importate in Portogallo dagli arabi. Lo stile manuelino, dal nome del re che lo incoraggiò, sopravvive in pochi edifici risparmiati dal terribile terremoto del 1755, come la celeberrima Torre di Belem ed il Monastero dos Jerónimos. Il resto è case, a volte restaurate ed eleganti, altre, soprattutto all’Alfama, catapecchie diroccate non prive però di un loro fascino, inframezzate ogni tanto, in cima ai colli su cui poggia la città, da un miradhouro, un belvedere, da cui lo sguardo domina la valle del Tago, dal ponte Vasco da Gama fino al mare.


Praca do Comercio dal mare
Lisbona è anche una città di cultura, Pessoa e Saramago sono i due nomi di spicco della letteratura portoghese del XX secolo, entrambi hanno la loro fondazione ospitata in importanti edifici della città, ma la visita si è rivelata deludente in tutti e due i casi, poco o nullo il materiale esposto, didascalie solo in portoghese, più centro studi che mostra permanente, se ne esce senza aver aggiunto nulla a ciò che già si sapeva, un vero peccato vista l’importanza dei due scrittori. Molti i musei, abbondano quelli militari, lascito evidente della passata dittatura, molto bello quello della marina, non potrebbe essere altrimenti in un paese che dal mare ha tratto la propra gloria; un enorme hangar ospita molte barche importanti del passato fra cui alcune usate dal re e dalla sua corte, decorate a oro zecchino come una carrozza e spinte a braccia dalla forza di decine di rematori. La dittatura ha lasciato un forte nazionalismo, non è poi un male, il Portogallo si autocelebra perchè si ama, perchè è fiero della propria storia, forse noi italiani, che quanto a storia non ci manca nulla, dovremmo guardare a noi stessi con meno severità ed un po’ più di orgoglio. C’è una data che accomuna Italia e Portogallo, è il 25 aprile, giornata della liberazione, del ’45 per noi, del ’74 per loro, lo stesso giorno per celebrare la fine di due dittature che nel secolo scorso hanno flagellato in modo drammatico le rispettive popolazioni, la Storia per fortuna si è sbarazzata di entrambe.
 
Il Ponte 25 aprile
Passerò qui un paio di settimane, saranno di svago e riposo, ne ho bisogno dopo le circa 1500 miglia fatte un po’ di fretta per arrivare. La sera prima di entrare in città mi sono ancorato a Oeiras, proprio alla foce del Tago, volevo gustarmi le ultime miglia con la luce del giorno, farle con calma, lentamente, osservare la città dalla barca, entrarci dentro con delicatezza, assaporare il gusto piacevole della meta raggiunta dopo 1 mese e mezzo di navigazione. Il vento mi ha assistito, alternando durante la mattinata brezza a raffiche a 20 nodi ma sempre in senso favorevole mi ha spinto nel cuore di Lisbona, la torre di Belem era stata scelta come icona del traguardo, verdermela sfilare accanto è stata una grande emozione, mi sono avvicinato quanto più ho potuto, i tanti turisti che l’affollavano hanno avuto il loro panorama arricchito dalle vele bianche di Piazza Grande, scatto un milione di foto, poi vado avanti, il ponte sospeso di acciaio rosso che sembra il Golden Gate di San Francisco è l’altra icona della città, ci passo sotto nel frastuono di treni e macchine che lo percorrono in entrambe i sensi, poi ancora Praca do Comercio, spettacolare ed imponente più che mai vista da bordo, infine le ultimissime miglia di questo lungo viaggio, supero un paio di navi ormeggiate ai doca, i moli commerciali, infine entro nel marina che ho scelto, quello più tranquillo e finalmente passo le cime agli ormeggiatori per sugellare il mio arrivo. Davvero vieni da Roma?, mi chiedono increduli, Allora ti offriamo una birra! Quale migliore accoglienza da parte dello staff del marina.
 
Il monastero e l’immancabile fila
Mi raggiungono in aereo Camilla ed Alessandra, facciamo i turisti, visitiamo tutto il visitabile, ci mettiamo pazientemente in fila dovunque ci sia una fila, e ce ne sono tante; a Belem, dopo un attesa estenuante per entrare rinunciamo a salire tutti i piani, sono 5, ciascuno ha una coda di almeno 20 minuti, arrivati al secondo decidiamo che ci basta così, le nostre gambe, stanche di una giornata di incessante peregrinare, ringraziano. Il Monastero dos Jeronimos, invece, che lo gustiamo veramente tutto malgrado l’affollamento, il chiostro spettacolare, l’enorme refettorio e soprattutto la chiesa dove è sepolto, oltre a Manuel I, il grande navigatore Vasco da Gama. E’ uno dei momenti emozionanti di questo viaggio, dopo la visita a Palos de la Frontera, eccomi di nuovo davanti ad uno dei massimi giganti della storia della marineria, l’uomo che ha aperto le rotte verso l’Africa orientale e l’Oceano Indiano, regalando al Portogallo potenza e ricchezza sotto forma di dominio politico e commerciale. Mozambico, India, Malacca, Ceylon hanno costituito per secoli l’approvigionamento di oro e spezie poi scambiate con i mercanti del resto d’Europa. Non stupisce quindi il tributo che un po’ ovunque viene reso a questo grande uomo e alla sua epoca, quella dove il Portogallo ha la sua epopea; sulla riva del mare è stato eretto un enorme monumento agli scopritori, un altissima costruzione in marmo bianco dove sono scolpite le effigi degli uomini che oltre a Vasco da Gama hanno conquistato terre remote, vale la pena di salirci perchè la vista dall’alto è spettacolare.

La tomba di Vasco da Gama
Prendiamo il tram, uno di quei vecchi tram che prendeva Pereira, il protagonista del famoso romanzo di Antonio Tabucchi ambientato nella Lisbona di fine anni ’30, e che sferragliano tutt’ora per le vie rasentando gli stretti marciapiedi dove le persone si assiepano per non esserne travolte, ci spostiamo da un capo all’altro della città, vedo Praca de Comercio da terra dopo averla vista dal mare, saliamo al castello di Sao Jorge confondendoci con le migliaia di turisti che l’assediano e che come formiche si dipanano disciplinatamente lungo i bastioni formando interminabili sciami che si intersecano fra loro in un moto apparentemente infinito. Non nascondo che tutto questo affollamento mi infastidisce, non pretendo certo di trovare luoghi così belli e famosi a mio uso esclusivo, ma un posto non è solo un elemento fisico, è anche l’atmosfera che lo ammanta e questa che troviamo è fatta di migliaia di persone assiepate l’una all’altra che brandiscono macchine fotografiche e cellulari per catturare l’immagine di quello che per troppa fretta non riescono a vedere con i loro occhi. La fotografia digitale ha dato la stura alla fotografia del nulla, si scatta a raffica, senza guardare, senza cercare l’inquadratura che possa dare personalità all’immagine, tanto è gratis, tanto si può eventualmente elaborare con Photoshop; mi chiedo a cosa serva, se si vuole una bella foto di un posto tanto vale scaricarla da Internet, sarà sicuramente meglio di uno scatto frettoloso che ha come unico effetto l’aver messo un filtro tra il turista e la realtà che ha davanti. Al tramonto ci mettiamo in fila anche per un dolce, il famoso pasteis di Belem, alla famosa pasteleria di Belem, pare ne sfornino circa 7000 al giorno, a 1 euro e 40 l’uno, un bell’incasso a fine mese, ma va detto che sono più saporiti di quelli comprati altrove, dove spesso la crema ha una dominante esagerata di uovo.
 
80 rematori per portare a spasso il re
Qui a Lisbona devo risolvere il problema del gennaker esploso giorni fa, sento un paio di velai, mi chiedono circa 300 euro per ripararlo. Eh, ma ci vogliono 8 ore per ricucirlo! Ah però, penso, mica male per una giornata di lavoro, avevo capito che in Portogallo il reddito medio è più basso che altrove in Europa. Mi aiuta Nito, lo spagnolo con cui ho navigato di conserva alcuni giorni, lui e Daniela vengono a cena in porto, mi consiglia di spedirlo al suo velaio di fiducia in Galizia, sono un po’ titubante, ci sono i costi di spedizione ed il rischio che qualcosa vada storto e si perda, il risparmio deve valere la pena. Alla fine mi convinco, impacchetto tutto e spedisco a Pontevedra, Spagna del nord, nel giro di un paio di settimane me lo rispediranno a Tavira, Portogallo del sud, al locale circolo nautico dove un amico di Nito cortesemente lo riceverà. Incrocio le dita e consegno il pacco all’impiegata delle poste.
 
Fate largo!
Torniamo in porto con un autobus diverso dal solito, passa per la periferia, poche centinaia di metri alle spalle del Parque das Nacoes, il modernissimo quartiere cosruito per l’Expo del 1998, tutt’altra atmosfera, l’autista è protetto da un gabbiotto di vetro, facce tristi e squallide affollano il mezzo pubblico, donne di colore grasse e piene di figli, pensionati senza espressione, ragazzine truccate in modo volgare che non staccano dita e occhi dall’ultimo modello di smartphone che hanno fra le mani. Un antico acquedotto, forse romano, è strangolato, ingoiato, schiacciato da una selva di palazzi alti e brutti, senza storia nè la possibilità di farsene una, si scrosteranno a breve ma non diventeranno affascinanti come le vecchie case dell’Alfama, così come gli uomini e le donne che li abitano invecchieranno e passeranno via senza lasciare traccia dopo un’esistenza che è facile immaginare strascinata e con poche gioie. Qui come dappertutto, le periferie anonime hanno il loro triste e spersonalizzato sapore di vacuità.
 
Tutto può diventare azulejos
Tornando ci fermiamo a visitare l’Oceanario, qualcosa in più di un semplice acquario, un vero monumento al mare e ai suoi abitanti, osserviamo le tante ed enormi vasche dove nuota ogni sorta di pesce e di mammiferi accquatici. Tento la vecchia battuta: Che pesci sono? Squali. Squelli!, ma Camilla me la cassa inesorabilmente, incomunicabilità generazionale, solo che una volta le battute sceme le facevano i figli, non i padri, tempi che cambiano. Faccio ciao con la mano ad una grossa cernia, fossimo in mare l’accoglierei con tutt’altro saluto, forse non esattamente un saluto cordiale, anche se l’inviterei volentieri a cena, riservandogli un posto caldo, il forno ovviamente.
 
L’avveniristico edificio dell’Oceanario
Due settimane in una città e alla fine ti senti un po’ di casa, hai imparato le fermate degli autobus, conosci gli orari e le abitudini degli abitanti, ti concedi il lusso di perdere un po’ di tempo al tavolino di un bar per sorseggiare una bibita e osservare la vita che ti scorre davanti. Lisbona mi ha preso, mi piace molto, è un’ottima sintesi dei tratti di altre città: è un po’ Napoli, ma meno caotica ed anarchica, è un po’ Roma ma meno artistica e sciatta, è un po’ Genova ma meno snaturata nel tessuto sociale, è un po’ Palermo ma meno provinciale, è un po’ Parigi ma meno nobile; è un po’ anche Istanbul, adagiata com’è sull’acqua, fra antichi fasti e frenesia moderna, non riesco a non paragonare queste due mete da me sognate e poi raggiunte insieme a Piazza Grande, due capitali alle due estremità del continente Europeo, distanti migliaia di miglia fra loro, ma unite da quel’elemento che da sempre attrae e respinge gli uomini, che lo amano e lo temono allo stesso tempo, quell’elemento che da un po’, a modo mio, ho deciso di sposare: il mare.

Oceano mare


Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà.

(A. Baricco, Oceano mare)

Il vento scende rafficato giù dalla piccola montagna che sovrasta l’ancoraggio che ho scelto per la notte nella baia di Setubal, per via del noto effetto catabatico che l’estate scorsa in Grecia ho sperimentato diffusamente. Anche l’atmosfera, le poche luci di un porticciolo, un ristorante e alcune case, ha un’aria vagamente ellenica. Ma sono in Portogallo e le raffiche non si limitano a distendere il calumo ma riportano la barca nel letto del vento da cui la corrente di marea l’aveva pochi istanti prima allontanata. Poi la raffica cessa, la corrente torna ad essere predominante e la barca si dispone di nuovo perpendicolarmente alla catena fino alla raffica successiva.

La marea, con il suo saliscendi, è senza dubbio uno degli aspetti salienti della navigazione fuori del Mediterraneo, l’elemento nuovo per noi abituati a navigare a est delle Colonne d’Ercole, in quello specchio acqueo che non ricordo chi ha definito, non senza un pizzico di spocchia, il porto naturale più grande del mondo. All’inizio ti intimorisce, ne studi gli effetti sulla navigazione e soprattutto sugli ormeggi con la timidezza del neofita, poi impari rapidamente a conoscerla, a sentirne il flusso potente della corrente che genera, a percepirne il cambio dal mutare dello sciabordio mentre sei alla fonda, la vedi alterare lo scorrere fluido delle onde sulla superficie del mare, incresparla e poi torcerla in mille piccoli vortici oppure spianarla in modo innaturale, farla ribollire come un enorme calderone e poi improvvisamente placarsi nei momenti di stanca; vedi le barche danzare all’ormeggio in modo scomposto, orientarsi ciascuna per proprio conto malgrado un vento evidente e sostenuto che dovrebbe disporle tutte nella stessa direzione, ma soprattutto impari a non contrastarla bensì ad assecondarla e sfruttarla a tuo favore, come si conviene con qualunque elemento del mare, della natura: la marea, se vogliamo, è anche una lezione di vita. Sono bastati pochi giorni in queste acque per passare dalla consultazione dei bollettini quotidiani al “fiuto”, ho ancora moltissimo da imparare su questo argomento, ma non mi sento più un profano assoluto. La lettura dell’ecoscandaglio è automaticamente valutata dalla mia mente secondo la formula: profondità_reale=fMarea(lettura_eco), l’ex-informatico che è in me ogni tanto fa capolino. fMarea è una funzione molto complicata, l’escursione fra alta e bassa non è sempre uguale e gli orari non sono tutti i giorni uguali, sennò sarebbe troppo facile. Non sto qui a tediare il lettore su come funziona, anche perché diverse questioni ancora devo digerirle bene, nella testa mi risuonano i concetti di sigiziali e quadre, spring e neap, come si legge sui portolani inglesi, ma la sostanza è: tutto si apprende, con tutto si impara a convivere, basta essere prudenti.

 

Olhao, il faro del 1930
Capita a volte, stando alla fonda, che la corrente spinga in direzione opposta al vento, con il risultato di avere la catena distesa e la barca con la poppa verso l’ancora; la conseguenza è che la catena raschia sullo scafo rischiando di provocare di danni notevoli. Quando vedo la malparata filo 4 o 5 metri della cima che normalmente lego alla catena per evitare strattoni al barbotin e metto parecchi metri di catena in bando legandola al musone con uno stroppo così da tenerla distante dalla carena; non risolve al 100% ma aiuta molto. Si potrebbe estendere il sistema con un tangone, ma dovendo salpare rapidamente, magari perché si è spedato, questo potrebbe costituire un ostacolo non indifferente. A proposito di spedare, Nito e Daniela, la simpatica coppia spagnola con cui da un paio di giorni navigo di conserva, proprio ieri mattina, mentre dormivano della grossa, si sono ritrovati appoggiati ad una barca olandese qualche centinaio di metri lontana da dove avevano ancorato la sera prima. Tutto si è risolto per fortuna senza danni, ma se non ci fosse stata la barca olandese a fermarli sarebbero finiti a scogli. Devo dire che sono molto soddisfatto dell’ancora che monto da un paio d’anni, non ho mai spedato e dormo sempre sonni tranquilli anche se ovviamente molto fa la scelta del fondale su cui calarla. Un’altro metodo che uso spesso per evitare che la barca si traversi al mare con conseguente rollio e notte insonne è quello di agganciare una cima alla catena dell’ancora e dargli volta a poppa. Si crea così un triangolo che ha come vertice un punto sommerso della catena e giocando un po’ con le lunghezze si riesce a mettere la prua dove si vuole, almeno fino a che il vento gira, facendo però molta attenzione che non vada ad incastrarsi nell’elica o nel timone sennò sono dolori.
 
Azulejos ad Olhao
Di ancoraggi facili e sicuri come si trovano frequentemente nelle piccole isole mediterranee da queste parti non ce ne sono molti, mancano le insenature profonde dove ridossarsi senza che il mare riesca ad entrare; ci sono molte lagune, in compenso, ma c’è da stare molto attenti ai bassifondi e soprattutto alla corrente che spesso è veramente forte. Tenendo presente tutto questo e con il pizzico di esperienza che mi sono fatto, entro in quella di Olhao, poche miglia a ovest del confine con la Spagna. All’ingresso, ben marcato da due grossi frangiflutti, vengo investito da un flusso d’acqua micidiale, affondo la manetta del gas per non esserne travolto e seguo attentamente il canale segnalato dalle boe rosse e verdi. Una volta dentro tutto si placa, la corrente diventa gestibile restituendo rilassatezza all’equipaggio. Lascio il timone a Tommaso, che sta con me da alcuni giorni e che, come sua consuetudine, è abbigliato con le sole mutande, la stessa tenuta con cui l’anno scorso ha governato Piazza Grande all’interno del Canale di Corinto. Tesoro, spero almeno che te le cambi ogni tanto. La sua risposta affermativa mi tranquillizza circa lo svolgimento dei miei compiti di genitore e vado a prua a preparare per l’ancoraggio con il cuore sollevato. Prima di dare fondo tentiamo l’ingresso in un piccolo marina proprio vicino al paese, ma appena entriamo una solerte guardia ci avverte che non si può ormeggiare: Privado, privado, mi dice dalla banchina, malagrado il portolano riportasse che alcune porzioni di pontile sono riservate al transito. Usciamo e caliamo l’ancora di fronte al mercato antico, fra barchini e moto d’acqua che sfrecciano ovunque e la puzza dello scarico fognario a poche decine di metri, poi andiamo a terra col tender per una passeggiata, il paese è carino e merita, i muri antichi sono spesso ricoperti di azulejos, le piastrelle decorate tipiche delle case portoghesi, la sera ce ne andiamo al ristorante e facciamo una scorpacciate di sarde arrosto che qui è praticamente un piatto nazionale, le vedi spesso preparare per la strada, fuori dagli usci, nei vicoli stretti dove la gente si piazza con la sedia com’è anche uso in molte zone del sud Italia.
 
Le cicogne della bassa marea
Quando cala la marea, molte persone inziano a raspare nella sabbia alla ricerca di non so cosa, forse molluschi, mentre alcune cicogne, che qui sono abbondanti da quando, pare, il riscaldamento globale gli evita la faticaccia di migrare in Marocco, razzolano anch’esse la battigia per procacciarsi la cena. Quando andiamo a recuperare il tender lo troviamo quasi impiccato davanti allo scarico della cloaca, stavolta la marea m’ha fregato, ho lasciato la cima troppo corta! Non senza fatica lo recupero e non senza fatica saliamo a bordo, districandoci fra il lippo che minaccia di farci scivolare rovinosamente ed i sassi che minacciano di bucare il gommone. Tornati a bordo ci facciamo la solita partita a briscola, dove regolarmente Tommaso me le suona di santa ragione. Ma dove hai imparato a giocare così bene?, chiedo. A scuola, facciamo sempre i tornei, mi risponde. E già, seguire le lezioni mai!
 

La laguna di Setubal, quasi un quadro di Hopper

Il giorno dopo ci spostiamo a Faro, seguendo sempre molto disciplinatamente il percorso dragato all’interno della laguna, le risalite sono spesso ripidissime quanto pericolose, qundi massima attenzione. A quanto pare questa laguna è tanto bella quanto inospitale per il diporto, non solo non c’è neanche qui possibilità di attracco, ma i bassifondi impediscono di avvicinarci con Piazza Grande e vento e corrente sconsigliano altamente di farlo con il tender. Che fare, visto che domani Tommaso deve per forza andare a terra per tornare a Roma? Prendiamo un gavitello, ce ne sono alcuni liberi, e meditiamo sul da farsi. Dopo qualche ora si avvicina un gommone con un tale che ci dice che il gavitello è suo, mi sembra di stare in Italia, dove ciascuno butta un secchio di cemento ed una cima in mare e subito diventa imprenditore turistico! Qui invece non funziona così, il tizio dice che sarebbero 5 euro ma che se stiamo una sola notte non importa; poi quando gli spiego il problema di andare a terra dice che penserà lui a prenotarmi un taxi-boat e se ne va. Non lo vediamo più e l’indomani mattina, Tommaso si prepara con larghissimo anticipo, nell’eventualità di doverci inventare qualcosa per sbarcare. Alle 7.30, puntuale come una cambiale, arriva un barchino con a bordo un tizio con in mano un bigliettino con su scritto Piazza Grande, è il tassista prenotato per noi! Un abbraccio per salutarci, Tommaso ed io, troppo pochi i giorni insieme, spero che torni presto, poi le vedo allontanarsi nella scia di spuma del fuoribordo e me ne vado sottocoperta a prepararmi un caffè per affrontare la giornata.
 

Siam tre piccoli porcellin…

Per uscire dalla laguna di Olhao ripercorro a ritroso il canale dragato, i segnali rosso e verde sono invertiti dato che sono sempre posati per chi entra, quindi stavolta lascio a dritta il rosso e non il verde come da regola. Fuori, l’oceano, da solo per la prima volta, mi guardo dentro e mi chiedo se ho paura. E’ la domanda che mi fanno spesso, la risposta, ancora una volta, è no, non ho paura, non mi è mai capitato di averne navigando da solo. Non vuol dire che sono impavido nè incosciente, solo che mi muovo con rischi calcolati, pur consapevole dell’imprevisto sempre in agguato, ma anche con un pizzico di fatalismo, perché tanto se tocca a te non ci sono santi, a pochi metri da casa mia qualche mese fa un ragazzino è morto mentre passeggiava con la mamma perché un vaso è caduto da un balcone e l’ha centrato in pieno. Ecco, questo mi intimorisce, sì, l’imponderabile quando sei con la guardia completamente abbassata, come appunto camminando per la strada facendo shopping. Mi intimoriscono anche, quando mi capita di leggerle su Internet, le notizie che arrivano dall’Italia e dal mondo, ma non quelle solite di guerre ed epidemie, terribili quanto lontane, quelle che arrivano dal mio quartiere, storie minute di gente che si ammazza per un posteggio o si accoltella per uno sguardo di troppo, situazioni banali che l’alienazione metropolitana fa spesso assurgere a questioni di vita o, appunto, di morte. A volte penso alla mia città, a come ci si vive oggi, ai tanti disagi quotidiani, a quanto sia difficile condurvi la propria esistenza. Lavori per pagare la macchina per andare al lavoro, ho letto su un muro tempo fa, la città offre molto, ma toglie tantissimo in termini di tempo, di spazio, di tranquillità e soprattutto di contatto con la natura. Alzo le vele e mi metto in rotta per scacciare i cattivi pensieri, un gabbiano scende in picchiata a pochi metri dalla prua di Piazza Grande poi plana velocemente quasi a sfiorare il mare ed infine si dilegua verso l’orizzonte con un rapido battere d’ali.
  

E’ mancata una legge Galassao in Portogallo

Entro nella rada di Portimao, importante città portoghese, da qui partiva la Global Ocean Race, una regata oceanica che si correva qualche anno fa, i grattacieli impiantati sulle scogliere a picco, già visibili a parecchie miglia di distanza, sono uno sfregio permanente che mi dicono a chiare lettere che non vale la pena fermarsi più che per una sosta tecnica. Faccio il pieno di nafta, scoprendo che costa molto meno che in Spagna e che il Volvo Penta che giace nelle viscere di Piazza Grande consuma veramente poco, meno di 1,5 litri l’ora, di che essere soddisfatti. Dirigo su Lagos, ex-capitale dell’Algarve, la regione meridionale del Portogallo, mi concedo un marina, non è economico ma non ho altra scelta se voglio visitare la città. Entrando nel canale incrocio una barca inglese che sta uscendo un po’ troppo allegrotta vista la bassa marea, quando siamo affiancati gli grido che la profondità è minima all’ingresso, poi lo vedo spaurito percorrere il punto dove gli ho segnalato la barra di sabbia, dove si rischia l’incaglio; insegnare qualcosa di mare ad un inglese da una certa soddisfazione! Vado un po’ a zonzo per i vicoli, forse mi allontano un po’ troppo dal centro, un tizio di colore, ce ne sono molti, per lo più discendenti degli abitanti delle ex-colonie, punta la macchina fotografica che ho al collo, quando si accorge che mi sono reso conto delle sue intenzioni fa finta di telefonare. Mi dileguo quando lo vedo riunirsi con un paio di compari e me ne torno nelle vie più turistiche; come dicevo prima, non è in mare che bisogna aver paura, spesso non è in mare che si nasconde l’insidia. Al pontile faccio la conoscenza di un portoghese in pensione che fa traina in modo serio, non come me che prendo pescetti di 10 chili. Sì, pescetti i miei, mi mostra le foto di tonni e marlin di oltre 100 chili e delle esche artificiali grosse come un pinnuto di 2 chili! Mi da un po’ di consigli, cosa che di solito i pescatori non fanno, gelosi come sono di chissà quali segreti. Io, ad esempio, non rivelerò mai che uso una preziosissima canna da 36 euro comprata da Decathlon ed un mulinello di plastica fintamente cromato. L’Atlantico però è stato finora piuttosto avaro con me, solo un paio di pesci, tra cui uno sgombro che ho subito ributtato in mare per sospetta presenza di anisakis, il terribile parassita che può provocare la morte se ingerito senza un congelamento non ottenibile con i mezzi di bordo. Peccato, spaghetto saltato e pesce morto inutilmente. Il trainista portoghese mi da anche alcuni consigli su come doppiare Cabo Sao Vicente, lo spauracchio, lo scoglio più duro di tutta questa lunga navigazione. E’ un punto cruciale, come tutti i capi tende a far aumentare vento e mare notevolmente e qui parliamo di un fetch di migliaia di miglia visto che la terra più vicina a nord-ovest, la direzione da cui soffia in estate l’aliseo portoghese, è la Groenlandia. Tieniti almeno 10 miglia al largo, mi dice, e se ci sono 3 metri d’onda vai tranquillo, di norma sono almeno 4 o 5. Che bella notizia, penso tra me e me!
  

Lagos

Per prepararmi ad affrontarlo mi ancoro nella piccola rada di Sagres, a 5 miglia dal promontorio, in attesa del momento favorevole per doppiarlo, studio e ristudio le previsioni da più fonti ed infine, quando ho adocchiato la finestra meteo buona, punto la sveglia alle 5 di mattina, la difficoltà supplementare è che dopo il capo non ci sono porti nè ridossi per circa 60 miglia, quindi la navigazione va fatta tutto d’un fiato per forza di cose. Quando mi sveglio, la sorpresa che non avrei mai voluto: la nebbia. E cavolo, proprio qui, proprio oggi! Mi faccio il caffè mentre mentalmente ragiono sul da farsi, fa anche freddo, quando esco in coperta sono tutto imbacuccato, con il pile pesante, la cerata completa e lo zuccotto di lana in testa. Mi guardo intorno, la nebbia non è fittissima, confido che col sorgere del sole la visibilità aumenti, salpo l’ancora e mi metto in rotta a velocità minima. Avvisto il faro avvolto nella foschia, oltre alla segnalazione luminosa emette quella sonora, il corno da nebbia, ad intervalli regolari, dando un tocco di ulteriore cupezza all’atmosfera. Incrocio un peschereccio, li saluto, ricambiano cordialmente, penso a quanto dura debba essere la vita del pescatore da queste parti, fa freddo ed è piena estate, non oso immaginare l’inverno. Il mare è abbastanza calmo, non ha senso allungare il percorso per tenermi distante dal Capo, sono ridossato il vento lo troverò subito dopo, continuo ad avanzare lentamente a motore, mentre la visibilità, come pensavo, gradualmente migliora. Calo la traina, attirando immediatamente un piccolo stormo di gabbiani che prende a volteggiare pericolosamente attorno all’esca, un pescetto finto ma incredibilmente realistico. Doppiato il capo, con una tranquillità che mai mi sarei aspettato, aggancio il vento previsto e prendo subito un bel passo, mentre un sole velato comincia a scaldare l’aria e la nebbia a diradarsi. Decido di lasciare solo il gennaker vista l’andatura al gran lasco, dell’aliseo portoghese per ora nessuna traccia.
  

L’antica fortezza di Lagos

La costa mi sfila a dritta, tutta la zona è una grande riserva naturale, niente palazzoni sulla spiaggia quindi, solo scogliere imponenti erose da tempeste protrattesi per milioni di anni. In mare un tappeto di segnali da pesca, zone intere immolate all’itticoltura, a volte ben segnalate con grosse boe gialle con la croce di Sant’Andrea, altre con galleggianti così piccoli che finchè non ci sei quasi sopra sono impossibili da scorgere. Poche le barche in giro, per lo più inglesi e francesi, qualche spagnolo ed un solo italiano, nelle vesti del sottoscritto. Dopo Gibilterra è cambiato lo scenario diportistico, sono spariti i charter e sono spariti gli italiani, anche a terra sono praticamente introvabili. Va detto che questo non è un mare per bagnanti e gli italiani, si sa, l’estate cercano soprattutto la caletta per fare il bagno. E’ un mare per chi ama navigare, per chi di mare ha voglia, come me, di fare una grande scorpacciata. Il vento aumenta ed io sono da solo in oceano, sotto gennaker a 7 nodi, i pannelli solari che caricano 10 ampere, mi cucino un piatto di peperoni e patate mentre dagli altoparlanti esce per intero Echoes dei Pink Floyd; la vita del navigatore solitario non è poi così male! Vado avanti così per qualche ora, col vento che aumenta ancora ed il mare che comincia a montare, tutto è sotto controllo quando improvvisamente sento un colpo e poi il rumore inconfondibile della vela che sbatte. Alzo gli occhi ma so già cosa è successo: il gennaker è esploso, non tanto per il vento, credo, quanto per l’onda che ha provocato qualche colpo di frusta. Non mi resta che ammainarlo mestamente, nella speranza che nelle mani di un buon velaio possa essere ricucito e tornare a svolgere il suo lavoro, il gennaker è una vela fondamentale, soprattutto alle andature portanti, soprattutto con venti deboli, quello cioè che non era il vento che l’ha fatto esplodere. Ecco ancora una volta una lezione di vita che viene dalla vela, i danni si fanno quando si diventa troppo sicuri di sè, in altri tempi avrei ammainato prima, stavolta me la stavo godendo, mi sentivo assolutamente tranquillo, non ho considerato che i limiti del gennaker fossero inferiori ai miei.
  

Il fattaccio
Proseguo con randa e fiocco, la velocità ovviamente quasi si dimezza, il danno mi ha un po’ intristito, mi rallegro osservando un branco enorme di delfini, diverse decine di esemplari,  che mi nuota attorno restando qualche minuto a giocare con la carena di Piazza Grande, lo prendo come un buon auspicio, alla vela rotta penserò quando sarò a Lisbona. Lascio quindi i miei pensieri volare liberi, verso la meta, ormai veramente vicina, li lascio andare lungo la scia lunghissima che ho tracciato da Marsala a qui, circa 1500 miglia, li lascio insieme alle paure che sempre tutti ci portiamo dentro, paura di vivere le cose che desideriamo fare, di non essere all’altezza, paura dell’oceano, come di qualcosa di infinito, ben più vasto del mare, ma solo fino a che non ci sei dentro e capisci che la paura è solo un fantasma, che l’infinito è dentro ciascuno di noi ed è ricchezza e che quando il mare chiama bisogna mollare gli ormeggi ed andare, senza timore, senza indugi. Oggi, per me, l’oceano è diventato mare.

L'Atlantico, un mare qualunque


La mia casa era sul porto i miei sogni in riva al mare
Diventavo marinaio ero pronto per partire
Sulla rotta di Cristoforo Colombo io volevo andare via
Ai confini del mio mare per scoprire un nuovo mondo
E scordare casa mia.

(L. Dalla, Sulla rotta di Cristoforo Colombo)

La decisione di venire in Atlantico è stata per certi versi casuale ed improvvisa, per altri ha risposto ad un desiderio antico, un bisogno interiore che mi porto dentro da sempre, quello di vedere cosa c’è più in là, oltre le mura di casa, non per banale curiosità ma per voglia di conoscere, gli altri ed il mondo, confrontarmi e soprattutto migliorarmi. L’anno scorso navigare fino ad Istanbul è stata la coronazione di un vecchio sogno, Lisbona invece era solo un’idea buttata là in qualche angolo remoto della mente, uno dei tanti “farò” rinviati sine die fino al momento in cui capisci che se non ti sbrighi diventerà presto un “avrei voluto fare” da aggiungere alla lista dei rimpianti.

Passare le Colonne d’Ercole, affrontare l’oceano, magari in solitario o con un equipaggio ridotto e poco esperto, risalire per quasi 300 miglia l’aliseo portoghese, certezza dell’estate da queste parti; basterebbe questo per scoraggiare la maggior parte dei velisti, non a caso, infatti, chi passa lo Stretto di Gibilterra dirige generalmente verso le Canarie per poi affrontare la traversata fino ai Caraibi. Non ci pensavo, fino a che una mattina mi son svegliato e bella ciao, bella ciao… mi sono detto, perchè no? Ho iniziato a cercare informazioni su libri a portolani, avevo a casa da anni un diario di navigazione di Piero Ottone, il giornalista, intitolato L’Aliseo portoghese, l’ho riletto, banale e stucchevole come i suoi articoli, scarsa la parte marinara ma un’idea me l’ha data. Poi su Internet i blog di altri velisti, tanti i consigli per Gibilterra, ma nessuno che sia poi risalito verso nord. Chiamo Paolo, amico velista giramondo e gli dico del mio progetto, gli chiedo come affrontare l’Atlantico visto che prima d’ora non ho mai navigato fuori del Mediterraneo. Affrontalo come fosse un mare qualunque, mi risponde lasciandomi un filino perplesso: mi sopravvaluta, penso, oppure sottovaluta, dall’alto della sua esperienza su tutti i mari, la navigazione che voglio intraprendere. Ascolto con attenzione le cose che mi dice e ne faccio tesoro. Ordinare le carte nautiche è stato divertente, quando compro qualcosa online dove c’è da scegliere la zona di navigazione clicco istintivamente sul Mediterraneo, stavolta invece clicco su Oceano Atlantico, mi fa un po’ effetto, un leggero timore, il dubbio sottile di fare o no la scelta giusta; ma dura un attimo, trasferisco telematicamente alcuni biglietti da 100 euro alla casa editrice e mi faccio spedire quelle che saranno le mie istruzioni di viaggio.
Corrente a Tarifa
Fin qui la teoria, fino qui a Gibilterra dove sono ora, poi, là oltre la rocca, il mare infinito, quello dei mostri marini delle letture dell’infanzia, dei pirati di quelle adolescenziali e dei racconti di Joshua Slocum, Bernard Moitessier, Vito Dumas e tutti gli altri velisti oceanici dai 20 anni in qua. Ho preso anche il libro di Paolo, La crociera oceanica,  lo leggo d’un fiato, mi conferma l’opinione di competenza e serietà che ho di lui e ne ricavo qualche buon suggerimento per la mia navigazione. Anni fa ricordo di aver sentito Luciano De Crescenzo raccontare di un’opera d’arte da lui vista in non so quale importante esposizione, intitolata Il sesso; un quadrato di legno con tanti buchi e sotto una didascalia che avvertiva: attenzione, forse in uno di questi buchi c’è un chiodo con la punta rivolta verso l’alto. Raccontava di aver esitato un attimo e poi di aver iniziato ad infilare un dito ad uno ad uno nei buchi dell’opera in un’emozione contrapposta di attrazione e dubbio. Del resto, ogni strada che intraprendiamo nella vita ha una componente di rischio che risiede nell’imponderabile se non nell’ignoto, ma non per questo rinunciamo ad andare. A proposito di ignoto, poco più a nord di Cadice c’è Palos de la Frontera, il luogo da cui è salpato Colombo per le Americhe, pardòn, per le Indie, alla ricerca, come tutti quelli che vanno per mare, di un altrove, una città, un’isola, un luogo anche metaforico in grado di dare le risposte che a casa propria non si riescono a trovare, come nella canzone di Dalla.
Tramonto magico sul Guadalquivir
Ma non è più il tempo del dubbio per me, accendo il motore, dico ad Andrea di mollare le cime di prua e lasciamo il marina Alcaidesa per affrontare, senza esitazione, uno dei buchi del quadro di De Crescenzo. Ho studiato il sistema di correnti dello stretto, il portolano consiglia di partire 3 ore prima dell’alta marea, così facciamo, ma l’impressione è che la corrente l’abbiamo contraria, anzi, certezza direi, lo attesta inequivocabilmente lo scarto fra la rotta bussola e quella al suolo indicata dal GPS che in alcuni punti arriva all’incredibile valore di 50 gradi! Ci sono circa 25 nodi di vento, ci vogliono alcuni bordi per uscire dalla Baia di Algeciras e per smarcarsi dall’intenso traffico di mercantili, poi prendiamo una buona bolina e corriamo a 7 nodi per qualche ora mentre continuamente gruppi di delfini ci volteggiano attorno e sotto la prua. Nel bordo con mure a dritta abbiamo la prua diretta sull’Africa settentrionale, ne vediamo chiaramente il profilo delle montagne, pochissime miglia ci separano, captiamo sul VHF alcune chiamate a Tangeri radio: Facciamo una capatina in Marocco?, dico scherzando ad Andrea. Lui sorride, io penso che al ritorno non è escluso. Nel mezzo dello stretto il vento molla improvvisamente, ammainiamo tutto e accendo il motore, la corrente è fortissima, si scontra formando mulinelli oppure ribollendo improvvisamente nella calma piatta, Scilla e Cariddi a confronto sono niente. La corrente nello Stretto di Gibilterra si forma per lo scambio di acqua fra l’oceano ed il Mediterraneo, pare dovuto ad una differente concentrazione di sale che porta il Mare Nostrum ad evaporare più rapidamente, in teoria è ciclica e regolare, in pratica è influenzata da molti fattori, fra cui il vento e le fasi lunari, per cui una cosa sono i disegnini delle previsioni dei flussi, un’altra quello che poi effettivamente si può trovare standoci nel mezzo. Aggiungiamoci che c’è un gran via vai di navi enormi e ce n’è a sufficienza per effettuare il passaggio con molta attenzione.
Ormeggi con la marea
Stiamo dirigendo a Tarifa, vogliamo passare la notte alla fonda e poi domani dirigerci a Cadice. Doppiamo il capo giusto in tempo, poco prima che cali la nebbia, diamo fondo all’ancora in pochi metri d’acqua ridossati dal piccolo promontorio sormontato da un’antico fortino militare, poi ci sommerge una cappa di umidità che ci isola visivamente dal mondo, ma sono certo del nostro ancoraggio e vado a dormire tranquillo. L’indomani ci svegliamo con il vento che è girato a sud-est, come previsto, è intorno ai 25 nodi, avremo quindi una bella spinta nella direzione giusta. Per qualche ora corriamo a oltre 7 nodi, malgrado il mare sia piuttosto formato, di certo è anche questo a spingerci. Incrociamo una barca che tenta di risalire il vento in direzione opposta alla nostra, la vediamo virare di 180 gradi e rinunciare, è impensabile andare verso sud con questo mare. A meta mattinata ascoltiamo un pan-pan, la chiamata a tutte le imbarcazioni, da Tarifa radio, segnalano dei naufraghi nei pressi di Gibilterra ma non si capisce se a est o ad ovest dello stretto, nel dubbio teniamo gli occhi aperti in tutte le direzioni fino a che, dopo un paio  d’ore, viene annunciato il cessato allarme, le persone sono state recuperate e tratte in salvo. Procediamo ancora qualche ora, doppiamo Cabo Trafalgar, quello della battaglia in cui ha perso la vita, pur vittorioso, Nelson, ci dà il piacevole senso di navigare dentro la storia, poi, verso le 6 di pomeriggio, entriamo nel Golfo di Cadice dove passiamo la notte all’ancora davanti a Puerto Sherry, dal nome del famoso vino liquoroso che si produce da queste parti. La mattina seguente, ci spostiamo a Puerto America dove, dopo una breve sosta al muelle de espera, il molo di attesa, ci assegnano un posto al pontile. Andrea sbarca e torna a casa, è stato quasi un mese con me, abbiamo condiviso più di 1100 miglia di mare, giorni e notti intere di navigazione, vedo che è molto contento di questa esperienza ed anch’io lo sono di averla fatta con lui, è un ottimo compagno di navigazione oltre che un caro amico. Siamo partiti da Marsala, siamo arrivati in Atlantico, solo due mesi fa non l’immaginavamo nessuno dei due. Ci guardiamo contenti, ci beviamo una birra alla nostra salute, poi ci abbracciamo fraternamente prima di salutarci, sappiamo che navigheremo ancora insieme, non è stata la prima volta, non sarà l’ultima.
La cattedrale di Cadice
Passeggio da solo per Cadice, vado a zonzo per i vicoli, fra le chiese e gli antichi palazzi, poi mi allungo verso il mare, cammino sugli imponenti bastioni che paiono voler fermare l’oceano più che gli invasori, il sole tramonta ammantando la città di luce calda, sullo sfondo spiccano i due enormi pilastri del ponte sospeso in costruzione che taglierà in due la laguna, contrasto fra antico e moderno, osservo le persone assorte nelle loro occupazioni, chi cammina, chi legge, chi accompagna un piccolo cane, chi fa jogging, chi suona la chitarra, chi pesca, chi, come me, guarda lontano verso l’infinito, forse come me pensado alle navigazioni da affrontare, al chiodo nel buco con la punta rivolta verso l’alto. L’indomani un po’ di pulizie, rabbocco dei serbatoi dell’acqua, cambusa, poi vado a prendere Tommaso alla stazione e la sera ci concediamo un ristorante per festeggiare il suo arrivo. Quando la mattina successiva molliamo le cime ho letto e riletto previsioni di vento e marea e studiato tutti i ridossi possibili, il segreto dell’andar per mare è in fondo tutto qua, avere sempre un Piano B pronto e già studiato; navigando in queste acque siamo esposti ai venti occidentali, ma ci sono diversi fiumi dove è possibile rifugiarsi in caso di maltempo. Il Piano B scatta la sera stessa, quando l’ancoraggio davanti a Chipiona diventa insostenibile e quindi  risaliamo un paio di miglia dentro il Guadalquivir costeggiando il parco nazionale di Coto Doñana e ci ancoriamo in uno spazio ristretto fra un molo che ospita diversi grossi pescherecci e la riva, valutando attentamente il saliscendi della marea per scongiurare di ritrovarci arenati. E’ incredibile la potenza della marea, riesce a contrastare anche un fiume di grossa portata come questo e far arrivare i suoi effetti ben all’interno di esso. La sera lo scenario è fantastico, il sole rosseggia fra gli alberi mentre alcuni aironi e delle cicogne volteggiano sopra di noi contendendo il cielo ai tanti gabbiani: capisco di essere nel posto giusto.
L’antica chiesa di Palos
Il giorno dopo, con un’altra bella veleggiata a circa 7 nodi, copriamo rapidamente le circa 30 miglia fino alla laguna di Huelva, un nome che ai più non dice granchè, in realtà è da qui che è salpato Colombo, Palos è all’interno della laguna, c’è un museo che celebra la sua spedizione, ci sono anche le tre caravelle ricostruite, Santa Maria, Pinta e Niña (si legge Nigna, non dite Nina, per favore, vuol dire bambina), impossibile mancare la visita. Mentre aspettiamo l’autobus che ci porterà al museo, un tizio alla fermata, dopo che gli ho chiesto un’informazione e ha scoperto che sono italiano e che parlo spagnolo, prende a raccontarmi la storia di Palos e di Colombo come se fosse possibile non conoscerla; I marinai, mi dice, erano tutti di queste parti e noi ne siamo i discendenti, prova ne è che ne portiamo ancora i cognomi. E’ vero, il grosso degli equipaggi fu reclutato qui, primo fra tutti Alonso Pinzòn, cui fu affidato il comando della Pinta e che a Palos è celebrato come un eroe più di Colombo, non si capisce se imbarcati per scelta, come suggeriscono le didascalie del museo, o con la forza e l’inganno, come sapevo io, vista l’incognita terribile che quel viaggio rappresentava. Già, il punto fondamentale per i marinai non era tanto la destinazione, Indie o quel che fosse, quanto il dubbio di trovare venti propizi per il ritorno. Va detto che le navi allora non erano in grado di bolinare dignitosamente, in pratica in assenza di venti portanti non sarebbero mai state in grado di tornare a casa; di che scoraggiare il più impavido dei marinai. Era invece di Siviglia il marinaio Rodrigo de Triana, colui che per primo avvistò terra dopo più di 60 giorni dalla partenza. Triste sorte la sua, pensava di incassare il premio che i reali di Spagna avevano promesso al primo appunto che avesse scorto la terra, ma Colombo scrisse sul diario di bordo che lui già qualche ora prima l’aveva avvistata e che aveva taciuto per attendere l’alba. Qualcuno insinua che abbia corretto il diario successivamente per intascare il premio, certo è che l’Almirante, l’Ammiraglio, è stato un personaggio controverso, più mercante che marinaio sotto certi punti di vista.

A bordo delle caravelle
Mi chiedo, guardando il tracciato del suo primo viaggio, quanto delle sue scelte sia stato dovute al caso e quanto al genio. La rotta di andata è stata perfetta, è quella che si fa ancora oggi, discesa fino alle Canarie poi verso i Caraibi trasportato dall’aliseo che all’epoca era ben conosciuto. Anche la rotta di ritorno è stata azzeccata, ma non il periodo, partendo infatti a gennaio Colombo si è ritrovato con forti venti contrari. Il problema è che allora si sapeva calcolare perfettamente la latitudine ma non la longitudine, la determinazione di questa è una scoperta del 1700, egli si portò quindi alla latitudine di Cabo Sao Vicente e poi navigò verso est a latitudine costante, come si usava allora. Che a condurlo a tale scelta sia stato proprio il problema della longitudine è una mia ipotesi, ma non ho trovato altra spiegazione cercando un po’ online. Consiglio un libro bellissimo: Longitudine, di Dava Sobel, che ho letto anni fa, è la storia dei tentativi, molti maldestri o addirittura ridicoli, di arrivare ad un suo calcolo certo. E bellissimo è anche il museo che ospita le riproduzioni delle tre caravelle, salire a bordo è emozionante, osservarle con l’occhio del marinaio moderno e toccare con mano quanto dura potesse essere la vita di mare allora. Palos è un vero santuario del mare, uno dei luoghi che hanno fatto la storia della marineria, l’altro che mi piacerebbe visitare è Cape Cod, in Massachusetts, il centro dell’antica pesca alle balene, chissà che un giorno Piazza Grande non mi ci porti. Il paese oggi è un insediamento moderno di ville e villette, tutte nuove e molto curate, dell’antico nucleo abitato restano solo la chiesa, la casa di Pinzòn e il monastero dove Colombo si recò per cercare l’appoggio della chiesa nel perorare la sua causa presso la corona di Spagna. La zona è ricca e si vede, pare che le fragole, coltivate qui un po’ ovunque, siano piuttosto redditizie.
Schema di prese di terzarolo a bordo della Santa Maria
La sera, a bordo, osservo sui frangiflutti del porto i segni della marea, una larga striscia scura li marchia indelebilmente indicando i livelli di alta e di bassa. Qualunque cosa si faccia qui, qualunque navigazione si intraprenda, fosse pure un giro col tender, occorre considerarne l’andamento. In Mediterraneo la marea praticamente non esiste, la media è di circa 30/40 cm, un’escursione assolutamente trascurabile, qui siamo intorno ai 2/3 metri, da questo punto di vista l’Atlantico non è un mare qualunque, negli ancoraggi; tanto per dirne una, la barca il più delle volte non si dispone al vento, quindi dare fondo presume ragionamenti diversi da quelli a cui siamo abituati, un’incognita in più, ma se navigare fosse sempre semplice, sempre uguale, sai che noia! Il bello è proprio questo, che ogni mare è diverso e proprio nella diversità ciascun mare diventa uguale, uguale perchè diverso, e allora, come diceva Paolo, va affrontato come un mare qualunque, che non significa con superficialità ma, al contrario, col rispetto e la prudenza che si devono a qualunque mare. Cabo Sao Vicente aspetta anche me, non ci arriverò navigando per latitudine come Colombo bensì da est, so che doppiarlo sarà dura, dietro c’è in agguato l’aliseo portoghese di prua e 50 miglia di mare senza porti o ridossi. C’è un chiodo in uno dei buchi, forse.

Gibilterra, sei giorni di navigazione d'un fiato


L’alba è ancora di là da venire mentre Piazza Grande avanza lenta nella notte in un’atmosfera sinistra, resa spettrale dalla fitta nebbia e dal suono cupo delle sirene delle tante navi che navigano in tutte le direzioni nei pressi di Gibilterra. Ne avvertiamo l’inquetante presenza, ma la nebbia ci rende ciechi e non riusciamo a scorgerne neanche una, siamo come insetti circondati da invisibili giganti che potrebbero schiacciarli in un istante. Ci aiuta l’AIS che visualizza sullo schermo del computer il traffico marittimo attorno a noi, ma il timore è sempre che ci siano in giro unità senza transpoder e perciò invisibili allo strumento.


Siamo in mare da 6 giorni, partiti una mattina da Minorca, senza un piano di navigazione preciso, col solo intento di andare verso ovest finchè ci va, siamo stanchi anche se la tensione dovuta alla situazione ci tiene svegli. Afferro il VHF e chiamo una petroliera che da più di un’ora ci tallona a neanche 2 miglia per sincerarmi che il loro radar ci abbia visti; non si sa mai, Piazza Grande è piccolina, mi rispondono affermativamente, mi tranquillizzo un attimo ma dura poco, nuove sirene echeggiano nel buio, l’attenzione richiesta è comunque massima. Quando sorge il sole ci illudiamo solo un attimo che la nebbia vada diradandosi rapidamente, in realtà i banchi si muovono in tutte le direzioni, a volte sembra scoprirsi la visuale a dritta altre a sinistra ma sostanzialmente non cambia nulla, se non il fatto che siamo quasi a destinazione, anche se a dircelo è il GPS; la rocca, la mitica rocca che segna il passaggio tra il Mar Mediterraneo e l’Atlantico, le Colonne d’Ercole che intimorivano i naviganti dell’antichità, è ancora invisibile a noi. Poi d’un tratto, a poche miglia dal faro di Punta Europa, ecco che la montagna si staglia maestosa verso l’alto rivelando appena la sua incombente presenza fra la foschia, ma è là, la vediamo, la qual cosa ci da serenità e anche un pizzico d’orgoglio per esserci arrivati navigando a vela, per oltre 1000 miglia, in circa 20 giorni dalla partenza da Marsala.

A Gibilterra c’è una nebbia che non si vede!

Passare d’un fiato dalle Baleari a Gibilterra non significa soltanto fare un salto spazio-temporale notevole ma anche passare da un posto dall’atmosfera vacanziera ed un luogo simbolico per i naviganti, porta sul mondo per noi mediterranei spesso intimoriti dal varcarne la soglia quanto un marinaio lacustre di solcare il mare. Essere nati sulle sponde del Mare Nostrum, culla della civiltà, ha indubbi vantaggi nella formazione di un individuo, ma inocula altresì l’immotivato pensiero che prima di andare oltre, di passare le Colonne, si debba avere un’adeguata esperienza e formazione nelle acque domestiche mentre per chi viceversa nasce sugli oceani il mare di casa ha già il sapore dell’infinito. Già, l’infinito, chi passa qui l’infinito l’ha già affrontato o è pronto a farlo, lo dicono anche le barche ormeggiate nei 3 marina della zona, sono attrezzate per lunghe navigazioni, per affrontare mari duri, per offrire confort e non far bella mostra di sè sulla banchina di qualche località alla moda. Del resto, Gibilterra è tutto fuorchè un posto chic, i caseggiati attorno al marina, pure molto curato ed elegante, sono squallide costruzioni in cemento che ricordano alcuni quartieri orribili della periferia romana, portici di cemento scrostato che sembrano appositamente progettati per una rapida fatiscenza e per ospitare un’umanità dall’aria sconfitta e quasi disperata. Tutt’altra cosa era Minorca!
 

Rifornimento in mare

Malgrado ciò, la grande baia prospicente pullula di navi alla fonda, di fronte a noi, sulla riva spagnola, Algeciras mostra una selva di gru per la movimentazione dei container, segno che la zona è viva, che le merci transitano, che l’area portuale funziona. E’ bello avanzare, dopo che la nebbia si è finalmente alzata, fra questi mostri lunghi anche più di 300 metri, qualcuno dall’aspetto trascurato, altri nuovi di zecca, chi in attesa di essere caricato o scaricato dei beni che trasporta, chi affiancato dalla nave cisterna che ne riempe gli enormi serbatoi, chi in manutenzione per mano di equipaggi orientali comandati da un ufficiale europeo. Fatte le debite proporzioni, la stessa atmosfera che ho trovato l’estate scorsa ad Istanbul, il porto come crocevia di un’economia su scala mondiale, vivido, attivo, la sensazione è che questa sia una delle tante attività dalle quali l’Italia è stata scalzata, con i nostri porti ridotti a vivere dell’attesa di qualche nave da crociera e degli spicci che i crocieristi lasceranno durante la loro breve sosta a terra. Genova, Napoli, Palermo, tanto per citarne alcuni, paiono addormentati sui fasti passati, stritolati forse dalla solita pessima amministrazione che ha nella tangente di oggi il solo obiettivo, incapace di vedere le possibilità del domani ed i benefici enormi per la collettività, presa com’è a litigare su dove smaltire la Concordia, dove cioè consumare risorse che arrivano dall’esterno anzichè immaginare di produrne per proprio conto con un sistema di distribuzione ben funzionante. Triste pensare che tutto questo avviene in una nazione che è una penisola, asfaltata quasi integralmente per trasportare le merci su gomma anzichè via mare come logica vorrebbe.
 

Ballando con una sconosciuta

Alla partenza da Minorca siamo stati presto accerchiati da un grosso branco di delfini, almeno una dozzina di esemplari, alcuni con un cucciolo che nuotava con perfetto sincronismo sotto il proprio ventre, è sempre uno spettacolo che emoziona, la vita nel mare, i salti e le piroette attorno alla prua di Piazza Grande ci regalano gioia. Una notte, mentre ero in cuccetta, ho chiamato Andrea che era di guardia: Dà un’occhiata fuori, gli dico, devono esserci i delfini. E’ vero, come hai fatto? La cabina ha fatto da cassa armonica, sentivo perfettamene i suoni sibilanti che emettono per comunicare tra loro. Dal mare a volte anche preleviamo, la traina quest’anno sta dando parecchie soddisfazioni, tiriamo su un tonno di circa 6 chili che provo ad essiccare sotto sale, il procedimento pare funzionare, ho già fatto con successo la bottarga nei giorni scorsi, putroppo però l’umidità della notte in alto mare riammorbisce quello che il sole ha seccato, impossibile farlo in navigazione, ci accontentiamo di consumarne il resto a carpaccio e con quello che è ormai il piatto forte di bordo quest’anno, il cous-cous con melanzane e dadini di tonno fresco. Abbondando con la cipolla rossa leggermente soffritta ed il risultato è veramente delizioso. Abbiamo il frigo pieno di tonno, quindi coscenziosamente riponiamo la canna e smettiamo di pescare fino a che non avremo consumato quello preso finora.

Passiamo un paio di giorni così, avanziamo placidi in un mare appena increspato, senza l’ossessione di controllare la rotta, anzi ad un certo punto spengo proprio il GPS per risparmiare energia, abbiamo i pannelli solari ma i miracoli non esistono, non possiamo sperperarla, ogni tanto un’occhiata alla bussola, un piccolo aggiustamento alle vele e via così, verso ovest, la navigazione è così liscia che alle 13 non ho scritto ancora nulla sul diario di bordo, veramente non c’è stato nulla di rilevante da appuntare. Ascoltiamo la musica, mando dagli altoparlanti in pozzetto alcuni pezzi di Pat Metheny, difficile immaginare una colonna sonora migliore per dei momenti così. Poi la notte del secondo giorno, come del resto era previsto, aumenta il vento e monta un po’ di mare, mi sveglio perchè sballottolato in cuccetta e decido di ridurre la velatura per ridare a Piazza Grande il suo giusto assetto. Indugio un momento in pozzetto, guardo avanti, gli spruzzi del mare frangono sulla prua ed esplodono riflettendosi sul rosso e verde dei fanali di via come fuochi d’artificio interminabili sparati da Madre Natura solo per noi, mentre a dritta ci sfila un grosso peschereccio le cui luci di poppa lasciano una scia bianca, brillante come tante piccole stelle.
 

Spettacolo serale quotidiano

All’alba del terzo giorno mi alzo piuttosto rimbambito mentre siamo completamente abbonacciati in vista di Formentera. Perchè non ti fermi alle Baleari?, mi hanno chiesto alcuni amici, sono belle anche se affollate. Non dubito siano belle, ma viaggiare è tralasciare, come ha scritto Saramago nel suo (illegibile) Viaggio in Portogallo, bisogna scegliere ed io quest’anno ho scelto l’oceano. Approfitto della bonaccia per ammainare tutte le vele e fare un bel bagno, sia nel senso di nuotata attorno alla barca sia di doccia saponata a poppa, siamo in navigazione da 48 ore, una passata di bagnoschiuma non ci sta male, rinvigorisce. Poi ci rimettiamo in rotta, a motore mancando il vento, poco male perchè manca anche il sole e perciò i pannelli non producono energia, quindi ne approfittiamo anche per ricaricare le batterie, scese parecchio nella notte. Passiamo nel canale segnato da mede rosse e verdi fra Formentera ed Ibiza, ci sfrecciano accanto mega yacht e traghetti, aliscafi e navi da crocera, gommoni e barchini; no, non credo che facciamo male a non fermarci. Poi si alza una bava di vento e allora spegniamo il motore ed alziamo il gennaker, bello, grande e colorato, con il quale avanziamo di nuovo senza il disturbo del rumore dell’entrobordo. Quando il vento cala nuovamente sbagliamo l’ammainata e la cimetta che regola l’apertura e la chiusura della calza si incattiva malamente sulla tromba fissata sotto il radar e tutti i tentativi per liberarla si rivelano infruttuosi. Dopo mezzora che proviamo ci restano solo due possibilità: tagliare la cimetta, che però è impiombata, mi dispiacerebbe tagliarla perchè non saprei rifare l’impiombatura, oppure salire su, fino alla seconda crocetta, per districare la faccenda. Andrea propende per la prima soluzione, io per la seconda, in qualità di comandante dell’unità decido di tentare di liberarla prima di risolverci a tagliare. Prendo il banzigo, una specie di imbracatura, lo lego ad una drizza ed inizio ad arrampicarmi mentre Andrea mi aiuta cazzando la drizza con un whinch. C’è un po’ d’onda, ho messo il motore al minimo per evitare che Piazza Grande si traversi, malgrado ciò un paio di rollate arrivano lassù moltiplicate dalla lunghezza dell’albero e devo tenermi con una certa forza per non mettermi a fare il pendolo d’alto mare. L’operazione è condotta rapidamente e senza danni per l’imbarcazione e l’equipaggio, riponiamo finalmente il gennaker e riprendiamo la nostra rotta.
 

Liscia come un mare d’olio (L. Dalla)
Proseguiamo alternando vela e motore, ma c’è poco vento e molta onda, la situazione peggiore, la priorità diventa ridurre il rollio più che avanzare nella giusta direzione, ma non c’è nulla da fare, che sia vela o sia motore si rolla parecchio e dopo qualche ora la cosa diventa estenuante. Cucinare l’agognato cous-cous diventa un’opera di alta acrobazia, ma dopo la performance in testa d’albero sono un acrobata provetto ed è pronto in tavola senza che un singolo chicco di semola sia stato versato fuori dai piatti. Solo a notte inoltrata arriva finalmente il vento da sud che aspettavamo ed il ballo termina con nostra infinita gioia. Nel frattempo, zitti zitti, abbiamo passato il meridiano zero, quello di Greenwich, quello dell’ora UTC che una volta si chiamava GMT, quello oltre il quale il calcolo della longitudine diventa negativo, come ben sanno tutti quelli che hanno appena preso la patente nautica. Fra le tante semplificazioni del navigare nei nostri mari, oltre a venti senza fetch notevoli e all’assenza totale, a parte rare zone, di maree e relative correnti, c’è quella di essere nella zona del piano cartesiano delle carte di Mercatore in cui X e Y sono entrambe positive, cosa che riduce molto le possibilità di errori di calcolo, anche se, è onesto dirlo, oggi di carteggio se ne fa ben poco, delegando all’elettronica una serie di incombenze che nessun umano è in grado di svolgere con altrettanta rapidità e accuratezza. Alcuni sembrano rimpiangere questa cosa, paventano tempeste con strumenti fuori uso e sostengono la navigazione come si faceva fino a pochi decenni fa: stime, rilevamenti e, per i più sgamati, il sestante. Mi sono patentato quando l’elettronica era troppo costosa per il diporto, non rimpiango nulla, i calcoli su una barca di piccole dimensioni sono suscettibili di errori di dimensione così ampia che saperli fare non aiuterà poi molto in caso di black-out elettrico.

Avendo smaltito le scorte di tonno ricaliamo in mare la traina. Dopo poco abbocca qualcosa, siamo in poppa piena con il gennaker a circa 7 nodi, fermare la barca in queste condizioni non è cosa rapida, cerchiamo di fare in fretta mentre il mulinello della canna frulla all’impazzata, segno che la preda si sta tirando tutto il filo di nylon, ma la fretta è sempre deleteria, il pesce si slama ed una scotta del gennaker si incattiva sotto la chiglia. Filo da pruna una cima a cui tenermi ed entro in acqua, libero la scotta che si era avvolta attorno all’elica e nel mentre mi accordo che l’anodo di zinco che serve a proteggerla e proteggere il piede del motore si è allentato e balla fra questo e l’elica, vincolato in quanto anulare ma libero di muoversi. Per chi non è pratico, spiego che questa cosa può causare molti problemi, anche gravi. L’anodo serve ad evitare la corrosione galvanica dell’elica e del piede, senza di esso la corrente elettrolitica li corroderebbe rapidamente ed un piede motore costa 5/6mila euro! Anche a non voler essere catastrofisti, le due viti che tenevano lo zinco sono rimaste nella loro sede a ballare anch’esse, le vibrazioni del motore le porterebbero ad abradere rapidamente l’impanatura sul piede motore, il che vuol dire che non basterebbe riavvitarle ma occorrerebbe alare la barca ed intervenire in modo più pesante e costoso. Abbiamo due possibilità (di nuovo!), sistemare il problema da soli, ma per serrare le viti occorre smontare l’elica, farlo in acqua può essere pericoloso, basta perdere qualche vitarella per renderla inservibile, oppure andare nel primo porto ed alare, cercare un meccanico, ecc. con tutto ciò che ne consegue per la tasca e per la navigazione in corso.
 

Cabo de Gata
Proseguiamo intanto a vela in modo da non rischiare di fare danni, anche perchè è sera e non possiamo fare molto, domattina vedremo cosa fare. Nella notte espongo il problema su ADV, forum di velisti che frequento da anni e rapida e precisa mi arriva una risposta con tanto di foto dettagliate sullo smontaggio dell’elica. Si può fare, mi dicono, a patto di avere a bordo un bombolino, che non ho, ma da vecchio pescasub ho ancora un paio di polmoni discreti su cui fare affidamento. Alle 8 di mattina chiamo il meccanico di Marsala che in primavera ha smontato il piede del motore per rifare la frizione e la cuffia del sail drive, anche lui mi dice di provare e mi spiega come, anche se non sa spiegarsi perchè le viti si siano allentate così in fretta, del resto ero presente quando ha rimontato il tutto, se avessi notato negligenza gliel’avrei detto senza remore. La mattina del quinto giorno, diamo fondo a ridosso di Cabo de Gata, in 3 metri d’acqua, preparo tutti gli attrezzi che prevedo mi serviranno, indosso la muta ed entro in acqua come un chirurgo in sala operatoria per un intervento a cuore aperto, assistito dal fido anestesista Andrea. Tolgo un primo bullone, tolgo l’ogiva dell’elica, poi l’elica ed il suo dischetto di teflon, tolgo un altro pezzo la cui funzione mi risulta ignota, passando ad uno ad uno ad Andrea i pezzi che recupero perchè li disponga in modo sicuro in pozzetto ricordando il modo in cui erano montati. Arrivo infine allo zinco, lo serro meglio che posso, poi inizio l’operazione di rimontaggio, ripetendo pedissequamente ma in ordine inverso quanto fatto prima. Alla fine mi piazzo a pelo d’acqua mentre Andrea accende il motore ed ingrana per un istante la marcia avanti e poi la marcia indietro, tutto sembra funzionare perfettamente, l’operazione è andata a buon fine, il paziente può ridestarsi dall’anestesia e ricominciare la sua vita normale. Recuperiamo l’ancora e rapidamente alziamo le vele per riprendere il nostro cammino interrotto.
 
Appare a volte avvolta di foschia (F. Guccini)
Durante la sosta abbiamo involontariamente imbarcato parecchie mosche, piccole e fastidiose, non si riesce a scacciarle, il tiro a segno va avanti per ore fino a che l’ultima cade sotto l’implacabile mano assassina di Andrea. Sulla destra la costa spagnola scorre alternando montagna e lunghe spiagge spesso costellate di edifici grandi e brutti. Almeria, poi Malaga da cui però siamo troppo distante per coglierne qualunque aspetto. Nel frattempo avvistiamo le prime navi dirette o provenienti da Gibilterra, il Mediterraneo va stringendosi verso lo stretto ed il traffico marittimo concentrandosi. Controllo attentamente la carta nautica, questo posto che fino a pochissimo tempo fa aveva per me un’aura di remoto mi appare ora a portata di mano, calcolo distanze e ipotizzo tempi di percorrenza, leggo il portolano e mi leggo dentro, voglio sentire cosa si prova a stare per mare così a lungo, voglio percepire ogni minimo segno del mio corpo, le sue reazioni fisiologiche a qualcosa a cui non è abituato, almeno per così tanti giorni, circa 7 alla fine. Dopo un po’ arrivare non conta più, conta solo l’alternanza di giorno e notte, come nella vita terrestre, ci si organizza la giornata normalmente, la sera si pensa a cosa si farà l’indomani, si mangia, si riposa, si lavora, chè il da fare a bordo non manca mai.
 
Il faro di Punta Europa
Nel frattempo galoppiamo a 7 nodi verso la nostra meta, siamo nel pieno del Mar di Alboran, vi posso garantire che esiste veramente e non è un’invenzione degli estensori del bollettino del mare! Si chiama così per via della piccola isola, Alboran appunto, uno scoglio praticamernte, che sta nel mezzo, fra la Spagna e la costa africana. Abbiamo onda al giardinetto, si va che è una bellezza, l’acqua spumeggia attorno a noi, ad un tratto un piccolo pescespada balza fuori dall’acqua e ricade giù spanciando in un mare di spruzzi. Poi nel tardo pomeriggio il vento cala e purtroppo non lo rivedremo più fino all’arrivo. Accendiamo il motore ed ci organizziamo per la notte.
Ci risvegliamo nella calma piatta totale, pensando a quante volte il Meteomar ha annunciato burrasche terribili quanto lontane in questo specchio acqueo, meglio così, meglio il motore che una burrasca, magari di prua. La coperta è fradicia per l’umidità della notte e le bandiere di cortesia penzolano tristi dalle crocette come fossero morte, mi guardo attorno e mi godo lo spettacolo di una distesa azzurra ed infinita liscia come l’olio. E’ incredibile, guardo il mare da una vita e non mi stanco mai di farlo!
 
La rocca vista dal marina
Man mano che il sole sale, sale anche la temperatura e mancando il vento il caldo diventa asfissiante. A circa 70 miglia da Gibilterra agganciamo una corrente contraria di almeno 1,5 nodi, non credevo che gli effetti delle maree dello stretto arrivassero così lontano, ci ritroviamo cornuti e mazziati, andiamo a motore e per giunta lenti. Ma abbiamo raggiunto uno stato interiore di pace, arrivare domani o dopodomani non ci cambierebbe nulla. Ecco, questa è la vela veramente, senza orari prefissati o mete irrinunciabili, avanzare assecondando il vento ed il mare, con un obiettivo da centrare ma senza ossessione, la rocca è lì da sempre, ci aspetterà. Un elicottero militare arriva perpendicolarmente dalla costa, ci volteggia sopra e poi se ne ritorna da dove era venuto, chissà chi credevano che fossimimo, trafficanti di droga o di esseri umani, siamo invece solo due velisti tranquilli e felici. A sera spegniamo il motore e ci facciamo un bagno per rinfrescarci, poi ceniamo con il sole che muore lontano, davanti alla nostra prua.
 
Quando arriva la notte il traffico navale si intensifica notevolmente, l’umidità è fortissima e la corrente ci fa derivare di almeno 15 gradi, aggiusto quindi il pilota automatico per mantenere la rotta. Facciamo un paio di turni di riposo, poi l’umidità si trasforma in nebbia fitta, non si vede più la luna, non si vedono più le navi, non si vede più nulla. Solo si sentono le sirene, restiamo di guardia tutti e due, imbacuccati con felpe e cerate, ben vincolati con le cinture di sicurezza, pronti a manovrare in caso di pericolo. Dopo qualche ora che ci è parsa interminabile, diamo fondo sotto il versante est della rocca di Gibilterra, aspettiamo che si alzi la nebbia per entrare nella baia, siamo arrivati, all’alba del settimo giorno, ci meritiamo un po’ di riposo.
Il confine
Passiamo 3 giorni al Marina Alcaidesa, sul versante spagnolo, è il porto più economico, anzi è decisamente economico, è nuovissimo e molto curato, l’ideale per rinfrancarci tutti, Piazza Grande ed il suo equipaggio. Fuori dal marina si respira aria di frontiera, a 500 metri da noi c’è un confine vero e proprio, presidiato da poliziotti e doganieri di entrambi i paesi confinanti. E’ una delle tante situazioni paradossali create dalla storia, gente che si guarda dalla finestra ma per prendere un caffè insieme deve passare al controllo passaporti, un po’ come a Berlino durante la guerra fredda. Gli arabi prima, gli spagnoli poi ed infine gli inglesi hanno dominato su questa montagna, piccola ma strategica per posizione per il controllo del mare. Gli spagnoli la rivorrebbero, sono pochi chilometri quadrati, un’appendice della loro penisola, a loro pare assurdo che amministrativamente non gli appartenga. Non hanno tutti i torti, è come se in Italia porzioni di territorio non fossero sotto l’autorità nazionale ma, che so, di quella ecclesiastica o di qualche esercito straniero… no, mi sa che ho sbagliato esempio! Sia come sia, le ragioni degli spagnoli cadono tutte con due paroline magiche: Ceuta e Melilla. Già, perchè se gli inglesi si sono presi la sponda spagnola dello stretto, gli spagnoli si sono presi quella marocchina. Poveri marocchini, verrebbe da dire, se non ci fossero i Saharawi, quelli che abitano l’ex Sahara spagnolo, a sud del Marocco e da questi invasi in anni recenti. E’ la solita storia, non quella con la S maiuscola, più modestamente, o mestamente, quella della trave e della pagliuzza. Nel frattempo, la gente vive male, soffre e soccombe sotto i giochi del potere.
 

Angolo di Inghilterra in terra spagnola
All’autista del pulmino che ci porta in cima alla rocca chiedo come siano i rapporti con i vicini spagnoli: pessimi, mi dice, loro vorrebbero che diventassimo spagnoli, ma noi siamo inglesi da 300 anni, perchè dovremmo diventare spagnoli all’improvviso? Già, perchè? E poi, continua, la nostra economia è florida, il PIL in attivo, la disoccupazione all’1%, perchè dovremmo mischiarci con un paese in crisi? Verrebbe da dargli ragione, se non fosse che la floridità di questa piccola comunità di circa 27.000 persone si fonda sul turismo, sul commercio di prodotti duty free, sui proventi del casinò e sulla domiciliazione esentasse delle società di scommesse online, nonchè sulla vendita di carburante a prezzi stracciati alle tante navi di passaggio. Insomma, il solito paradiso fiscale che fa concorrenza ai vicini più propensi alla legalità, così sono capaci tutti ad avere il PIL in attivo. La cittadina inglese è comunque deliziosa, nulla a che vedere con la vicina ispanica, vicoli e casette basse che sembrano rubati ad una paesino britannico, pali stradali neri e dorati e cabine telefoniche rosse, tutto come da tradizione anglosassone.
 

Le scimmie della rocca

Sulla vetta, mentre siamo attorniati dalle scimmie che un sultano arabo importò qui e che poi gli spagnoli liberarono, lo sguardo spazia fino all’Africa, poi verso l’azzurro infinito dell’oceano. Quando avevo circa 7 o 8 anni, mio padre aveva un piccolo gommone sui cui avevo imparato a remare. Spesso piantava l’ancora sulla battigia, legava la cima al gommone e mi lasciava andare da solo, tranquillo di avermi vincolato a terra. Le prime volte ero elettrizzato da questo mio primo comando di imbarcazione, presto, però, la cima che mi vincolava andò in tiro con uno strattone ed io avvertii il desiderio di liberarmi da quel vincolo. Pregai mio padre di sciogliere la cima ma lui, saggiamente, non lo fece ed io restai solo a bordo con la mia frustrazione. Ma le catene, soprattutto quelle immaginarie, siamo spesso noi stessi a crearcele, con i nostri ingiustificati timori o con il rimandare sempre quello che desideriamo ad un futuro incerto ed indefinito, Gibilterra è il posto giusto per spezzarle, per andare oltre, per essere liberi. L’oceano mi chiama, oltre lo stretto, oltre quella cima che mio padre non ha voluto mollare.