Lo squalificato – Osamu Dazai

Rovistando tra le offerte stracciate delle case editrici a volte si scoprono delle perle, come questo romanzo di Osamu Dazai. Premesso che non sono appassionato di letteratura giapponese, l’ho preso perché invogliato dalla quarta di copertina e perché mi piace uscire ogni tanto dai sentieri letterari conosciuti (da me) e provare a leggere cose nuove.

In realtà questo libro, scritto nel 1948 e ambientato negli anni Trenta del Novecento, è un giapponese spurio, dato che l’influenza della letteratura occidentale è evidentissimo sia nello nello stile che nell’impianto. Ma è soprattutto la profondità psicologica a evocare certi romanzi otto-novecenteschi europei.

La trama è abbastanza semplice: la storia di un giovane di buona famiglia che, perso fra il rifiuto della società e il desiderio/bisogno di essere da questa accettato, finisce schiavo dell’alcol e del sesso (nel testo, delle donne: l’epoca impediva evidentemente all’autore di essere troppo esplicito), nel maldestro tentativo di esorcizzare la solitudine.

Più scorrevano le pagine, più mi salivano alla mente alcuni personaggi di Dostoevskij (soprattutto di Memorie del sottosuolo e Delitto e castigo). Sia per i tormenti di questi, sia per l’abilità dell’autore di descriverne gli stati d’animo con un’accuratezza tale da far pensare che descrivesse se stesso.
Andando poi a leggere la biografia di Dazai, ho scoperto che in effetti la sua storia ricalca perfettamente la trama del romanzo, epilogo compreso.

Anche se pressoché sconosciuto da noi (il fatto che sia offerto a 5 euro la dice lunga), in Giappone ha venduto qualcosa come dieci milioni di copie e ha ispirato alcune serie di manga, disponibili anche su Youtube: evidentemente le tematiche affrontate restano, dopo più di settant’anni, decisamente attuali.

Armi, acciaio e malattie – Jared Diamond

Un interessante saggio divulgativo che tenta di spiegare perché alcune civiltà si sono affermate prima, meglio, e a discapito di altre. Come recita il sottotitolo, la storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, letta in chiave socio-antropologica.

Liquidata come sciocca qualsiasi motivazione di carattere razziale basata sulla superiorità genetica di alcune popolazioni, l’autore, un biologo e antropologo americano, espone in modo chiaro e documentato le ragioni che hanno permesso all’uomo di evolversi, passando dalla condizione nomade di cacciatore-raccoglitore a quella stanziale di agricoltore-allevatore e poi successivamente di sviluppare conoscenze in campo metallurgico, scientifico, militare e culturale.

Ma soprattutto, perché in alcune aree del pianeta questo è avvenuto migliaia di anni fa mentre in altre solo da pochi decenni fa e unicamente in seguito al contatto con gli europei. In estrema sintesi, viene fatto risalire tutto alle condizioni geofisiche dei luoghi, alla disponibilità di risorse, la cui mancanza ha spesso stimolato gli individui, e soprattutto alla possibilità di interscambio con i vicini, cosa preclusa a molti popoli per questioni fisiche (orografiche o marine).

Quello che è certo, è che noi abitanti della terra siamo tutti mescolati fra noi, fin dalla preistoria, molto più di quanto certe teorie razziste sulla purezza del sangue vorrebbero far credere.
Forse eccessivamente lungo per un testo divulgativo, ma decisamente da leggere.

Mille anni che sto qui – Mariolina Venezia

Una saga familiare che, come spesso le saghe, vuole percorrere il doppio binario delle vicende familiari e di quelle storiche del luogo in cui è ambientata. La Basilicata in questo caso, una bella regione rimasta di frequente ai margini della Storia.

Molti i personaggi, troppi per le pagine che l’autrice ha concesso al suo romanzo, e che si accavallano senza che il lettore abbia avuto il tempo di familiarizzare sufficientemente con essi al punto da rimpiangerli o gioire quando escono di scena. Si fa un po’ di confusione, insomma, fra tutti loro.

Il senso del libro è quello tipico di certe saghe letterarie: il mondo vecchio che si sgretola e quello nuovo che avanza fra le macerie lasciate dal vecchio, spesso a tentoni perché ha perso i riferimenti secolari del passato.
Un’aspirazione all’epicità che, malgrado la buona qualità del romanzo, non sembra essere stata raggiunta, se non, forse, per chi ha dimestichezza con quei luoghi e non ha bisogno quindi dell’universalità della narrazione.

La prosa è spesso evocativa più che descrittiva, decisamente di grande livello ma poco narrativa o affabulatoria, come forse si converrebbe a un racconto del genere. Ha comunque vinto un Campiello, direi meritatamente.

Serotonina – Michel Houellebecq

Solita lucida, spietata, terribile disamina della società occidentale e degli effetti nefasti che ha sugli individui, per mano di uno scrittore che ha fatto di questo il tratto principale della sua opera.
La depressione quale fenomeno sociale, unica risposta possibile all’inevitabile sconfitta che attende la maggior parte delle persone in un mondo improntato sulla competizione estrema anziché sulla collaborazione.

Sociopatia e sessuomania, ovvero fuga e lenitivo, in un alternanza che vede la classe media schiacciata da una globalizzazione malgestita dai governi nazionali e sovranazionali.
L’individualismo come rassegnazione e non come obiettivo. In altre parole quello che molti di noi già sono o saremo, perché i romanzi di Houellebecq lasciano sempre pochissimo spazio alla speranza.

È il suo terzo libro che leggo, forse quello che mi ha appassionato meno: non per le vicende e le tematiche, interessantissime, ma per alcune parti meno profonde di come ero stato abituato – bene – da lui.
Comunque da leggere.

Piccola curiosità: un refuso piuttosto clamoroso. Il disco Ummagumma dei Pink Floyd viene definito “il disco della mucca” mentre quello “della mucca” è invece di Atom heart mother. Clamoroso perché è una delle copertine più famose della storia del rock e la mucca la occupa per intero. Ma glielo si perdona tranquillamente.

L’era del singolo – Francesca Rigotti

Il concetto di individuo presenta una discreta ambivalenza: da un lato, quando si è affermato ha implicitamente dato il suo impulso alla determinazione dei diritti dell’essere umano in quanto tale. Sembra scontato, oggi, ma quello della responsabilità penale individuale è un principio giuridico relativamente recente: si pensi alle legislazioni su base etnica o religiosa che si sono avute nel corso della Storia e che imputavano le colpe collettivamente.

Dall’altro lato, negli ultimi decenni tale concetto si è esasperato al punto da smarcare, secondo l’autrice, l’essere umano dal consesso sociale in cui è inserito, creando di fatto una società, più che di individui, di monadi che operano ciascuno per il proprio fine e non organicamente tutti insieme.

Difficile darle torto: sia leggendo questo libro che semplicemente guardando le trasformazioni avvenute nella società e nel nostro modo di vivere. L’individuo è esaltato per la sua unicità e ritenuto meritevole (dal marketing, in primis) di qualcosa di speciale, creato esclusivamente per lui: si pensi al personal trainer, al private banking, alle diete personalizzate, ecc. Nulla viene più pensato e organizzato in modo collettivo.

Sicuramente Internet ha dato una grossa mano al processo nel momento in cui ha inserito l’individuo in una rete relazionale in cui ciascuno di noi rappresenta il centro, il fulcro unico centrale da cui tutto il resto arriva o si dipana. E quest’esaltazione dell’individuo si è affermata un po’ ovunque, politica compresa dove ai partiti si sono sostituiti i personalismi di grandi e piccoli leader le cui organizzazioni si chiamano spesso con il loro stesso nome, riportato anche sul simbolo.

Ormai siamo convinti che tutto ciò che ci riguarda sia nelle nostre mani, che siamo gli artefici unici del nostro destino, che se ci impegniamo come si deve la vita ci darà quello che certamente meritiamo. L’altra faccia della medaglia è la frustrazione doppia in caso di insuccesso: al dolore del fallimento si aggiunge il senso di colpa di non sentirsi all’altezza.

Lo shtetl perduto – Max Gross

Un romanzo delizioso, nella pura tradizione della letteratura yiddish.

Gli shtetl erano i villaggi rurali dell’Europa orientale dove vivevano gli ebrei; una realtà sociale, antropologica e culturale completamente annientata dallo sterminio nazista. Per una serie di circostanze, fortuite e tutto sommato realistiche, uno di essi è scampato alla shoah ed è rimasto isolato dal resto del mondo fino ai nostri giorni, quando casualmente i suoi abitanti entrano in contatto con la realtà odierna.

Divertenti le reazioni di incredulità di entrambe le parti nello scoprire uno stile di vita che per ciascuno è inconcepibile, e abile l’autore a mostrarci i limiti etici, economici, politici e quant’altro di entrambi. Il racconto intreccia le vicende personali di alcuni protagonisti e le ricadute sulla vita degli abitanti dello sthetl e della Polonia, paese in cui la storia è ambientata.

Tutto il libro è scritto in una prosa meravigliosa e affabulatoria, semplice ma assolutamente coinvolgente. Rapisce dalle primissime pagine e si fatica a staccarsene. Unico piccolo neo, il finale, forse un po’ troppo ecumenico che però, al netto del significato religioso che non condivido, può essere letto come un trovare dentro di sé le energie per fronteggiare le avversità della vita.

Interessantissimo anche da un punto di vista antropologico, per capire un mondo purtroppo scomparso per sempre.

La macchina del vento – Wu Ming 1

Gli anni della guerra e della disfatta militare e politica italiana visti da un osservatorio particolare: l’isola di Ventotene, nel Tirreno centrale, residenza coatta per i confinati politici più invisi al regime. Pertini, Spinelli, Longo, Terracini, Secchia, Ravera, nomi di spicco dell’antifascismo e poi della vita repubblicana postfascista.

I divieti, le botte, le speranze, le trame clandestine, la fame, le bombe, le malattie, la detenzione, la morte. Ma anche un dibattito politico accesso malgrado l’impossibilità di assembrarsi e discutere, che portò a quello che ha poi preso il nome di Manifesto di Ventotene in cui viene teorizzata un’Europa federale quale strada per il superamento dei nazionalismi che stavano devastando il continente e il mondo intero.

Che scrivano in gruppo o singolarmente, come in questo caso, gli autori del collettivo denominato Wu Ming danno la certezza di qualità letteraria e di ricerca storica accurata e documentata. Come anche in Proletkult, le vicende hanno leggero sconfinamento nella fantascienza, per essere però, in entrambi i casi, ricondotte nell’alveo della spiegazione razionale.

Una macchina del tempo sembra alla base della scomparsa del fisico Ettore Majorana, avvenuta misteriosamente nel 1938, ma la macchina diventa poi metaforicamente l’isola di Ventotene, che si è portata avanti nel tempo prefigurando quella che poi è diventata l’Europa dei nostri giorni. La stessa isola dove oggi andiamo sereni in vacanza, grazie anche al sacrificio degli eroi che vi abitarono forzatamente ottanta anni fa.

Supereroi (film) – Paolo Genovese

La trasposizione cinematografica di un’opera letteraria è un’operazione molto comune; sono migliaia i libri, famosi e non, capolavori o meno, finiti sul grande schermo. Spesso si tratta di operazioni commerciali, e il lettore che ha apprezzato la carta resta deluso dalla celluloide (o dalla sua riproduzione digitale). Meno comune è il viceversa. Mi viene in mente Anonimo veneziano: Giuseppe Berto, che aveva partecipato alla sceneggiatura, visto il grosso successo del film pensò di ricavare un romanzo breve riadattando ciò che lui stesso aveva scritto. Ne uscì un’opera notevole che, fra l’altro, possiede un’incipit strepitoso, fra i più belli che mi sia mai capitato di leggere. Ma era Giuseppe Berto, appunto.

Questo però avveniva in un tempo in cui il mondo, anche quello della cultura e dell’intrattenimento, viveva a compartimenti stagni: chi faceva un mestiere, faceva quasi esclusivamente quello. Oggi, invece, siamo nell’era dell’interdisciplinarità e della multimedialità, e le opere dell’intelletto vengono spesso già pensate e create immaginandone la distribuzione capillare in ogni settore: libro, film, serie TV, videogiochi, merchandising, ecc. Nei casi estremi, viene proposto, anche se certo non dichiaratamente, uno stile di vita, un modello sociale di riferimento, per cui l’opera viene abbracciata a tutto tondo dai suoi fruitori più appassionati.

Ho letto Supereroi qualche mese fa restandone terribilmente deluso, trovandolo decisamente banale, troppo per un autore come Paolo Genovese dalla cui mente è stato partorito quel capolavoro di analisi delle interazioni umane che è Perfetti sconosciuti. Chiudendolo, alla sensazione di banalità si era aggiunta quella che si trattasse di un testo scritto già per farlo diventare un film, una via di mezzo fra un romanzo e una sceneggiatura. Poi, casualmente, ho scoperto che il film lo stava già girando e che la medesima operazione l’aveva fatta per Tutta colpa di Freud.

Ieri ho visto questo film, scelto perché non ho trovato nulla di meglio, e iniziato con l’opzione “dieci minuti poi mollo”. Invece sono rimasto attaccato allo schermo per due ore, ininterrottamente, preso dalle vicende dei protagonisti malgrado le conoscessi sia nello sviluppo che nell’epilogo, perché il ritmo narrativo era pressoché perfetto e i continui flashback non creavano il minimo disorientamento.

Quella che leggendola mi era sembrata una storia ordinaria mi è invece apparsa in tutta la sua profondità; o meglio, me ne è apparsa la profonda lettura che ne ha saputo darne l’autore e che nel libro non traspare come nel film. Insomma, non so se per tenere in vita una coppia per molti anni bisogna davvero essere dei supereroi come nei fumetti; le generazioni dei nostri genitori e nonni hanno sicuramente sopportato situazioni molto più pesanti. Ma a noi, esseri fragili del XXI secolo, basta poco per sentirci tali, e a volte, come il finale del film mostra, un po’ lo siamo davvero per il fatto stesso di restare vivi.

Per dieci minuti – Chiara Gamberale

Snobbata da molti, considerata un’esponente di una letteratura minore e di facile fruizione, la Gamberale si è rivelata invece, nei due o tre suoi libri che ho letto, un’autrice interessante e per nulla banale. Non è certo Dostoevskij ma neppure Paulo Coelho, e riesce a trattare temi importanti senza eccessiva pesantezza ma non per questo con superficialità.

Lo stile, purtroppo o per fortuna, è quello di moda oggi: assertivo, assiomatico, fatto di proposizioni principali, senza o con poche subordinate, sempre con l’aria di essere in procinto di fare una rivelazione incredibile che modificherà le sorti, se non dell’umanità, per lo meno del lettore. Uno stile che non amo, ma in questo caso siamo ampiamente nei limiti dell’accettabilità.

Per dieci minuti è un racconto autobiografico e narra un momento difficile della Gamberale, che perde, improvvisamente e contemporaneamente, il lavoro, il marito e, a causa di un trasloco, la casa dove ha vissuto l’intera sua vita. Ritrovatasi senza riferimenti, accoglie il suggerimento della sua psicoterapeuta di provare a fare, ogni giorno per trenta giorni, per dieci minuti una cosa che non ha mai fatto prima.

È probabile che la scrittura stessa di questo libro, che nei fatti è un diario, abbia fatto parte del piano terapeutico e abbia dato il suo contributo significativo all’elaborazione del lutto per le perdite subite, ma leggerlo offre spunti di riflessione sul rapporto che si ha, nei momenti difficili della propria esistenza, con le persone e con il mondo in generale.

Il dolore dell’anima spinge generalmente a chiudersi in se stessi, a rintanarsi per proteggersi perché ci si percepisce fragili. Questo libro indica la via opposta, quella dell’apertura, mostrando come la vita si possa nascondere nelle pieghe delle esperienze più insospettabili. È un libro che apre la porta alla speranza, e di speranza c’è davvero un gran bisogno.

Estensione del dominio della lotta – Michel Houellebecq

Tra le cose che certamente colpiscono di questo romanzo, pubblicato quasi trenta anni fa, c’è quella di essere, quasi incredibilmente, l’opera di un esordiente. Spazia dall’analisi dell’essere umano a quella dei sistemi socio-economici, e il suo punto di vista sembra essere quello di chi ha toccato veramente il fondo del dolore e dell’emarginazione sociale e ne parla con cognizione.
Houellebecq scava in profondità nei meandri più reconditi dell’anima arrivando a frugare nell’inconfessabile di ciascuno, disvelandone le nevrosi, le paure, le fisime, l’incapacità di adattamento a una società fondamentalmente malata come quella in cui viviamo.

I suoi personaggi sono devianti semplicemente perché incapaci o indesiderosi di uniformarsi al consesso conformista e borghese che li vorrebbe inquadrati nel dualismo produzione-consumo.
La loro emarginazione a volte è volontaria, figlia del rifiuto e della denuncia di tutte le lacune e le pecche del sistema liberista occidentale, altre è la resa triste di chi non è all’altezza e soccombe di fronte a un mandato esistenziale alienato e alienante. Somigliano ai protagonisti dei romanzi di Philip Roth ma rispetto a questi sembrano possedere maggiormente i connotati del perdente. Il loro tormento non è solo dramma interiore ma vera e propria emarginazione, forse perché la società europea è più conformista e perbenista di quella americana e mal tollera chi non vi si adatta.

Alcune pagine, alcune riflessioni che l’autore fa esprimere al protagonista principale, un informatico trentenne insoddisfatto malgrado un buon lavoro, sono di una profondità e di un acume che affascina incredibilmente. La disamina del nostro vivere – nostro di occidentali di questa epoca – è impietosa: dolore e frustrazione ci lacerano ogni qual volta ci ritroviamo davanti a modelli e stili di vita inarrivabili per la stragrande maggioranza di noi. La felicità è un obiettivo irraggiungibile perché l’asticella del traguardo viene continuamente spostata un poco più avanti ogni volta che facciamo un passo nella sua direzione. L’appagamento esistenziale non è misurato solo in termini economici ma anche, ad esempio (e da qui l’estensione del dominio), sul metro del successo in ambito sessuale, ridotto anch’esso a mero oggetto di superficiale consumo.

Come anche Roth, Houellebecq sembra lasciare poco spazio alla speranza. Non si investe del compito di lenire il dolore, di rassicurare il lettore carezzandolo amorevolmente come un genitore di fronte al piccolo grande dramma di un figlio in età scolare. La sua letteratura si dà l’obiettivo di illustrare la realtà e spiegarla, di aiutare a prenderne coscienza e spingere a liberarsi da un giogo che strangola. In una delle ultime pagine lo dice chiaramente, riferendosi ai ricoverati di un manicomio: “A un certo punto ho cominciato a convincermi che tutte quelle persone non erano malate, avevano semplicemente bisogno d’amore”. La strada, è chiaramente indicata, la speranza pertanto è un privilegio per chi sceglie di reagire e quindi di agire.