Serotonina – Michel Houellebecq

Solita lucida, spietata, terribile disamina della società occidentale e degli effetti nefasti che ha sugli individui, per mano di uno scrittore che ha fatto di questo il tratto principale della sua opera.
La depressione quale fenomeno sociale, unica risposta possibile all’inevitabile sconfitta che attende la maggior parte delle persone in un mondo improntato sulla competizione estrema anziché sulla collaborazione.

Sociopatia e sessuomania, ovvero fuga e lenitivo, in un alternanza che vede la classe media schiacciata da una globalizzazione malgestita dai governi nazionali e sovranazionali.
L’individualismo come rassegnazione e non come obiettivo. In altre parole quello che molti di noi già sono o saremo, perché i romanzi di Houellebecq lasciano sempre pochissimo spazio alla speranza.

È il suo terzo libro che leggo, forse quello che mi ha appassionato meno: non per le vicende e le tematiche, interessantissime, ma per alcune parti meno profonde di come ero stato abituato – bene – da lui.
Comunque da leggere.

Piccola curiosità: un refuso piuttosto clamoroso. Il disco Ummagumma dei Pink Floyd viene definito “il disco della mucca” mentre quello “della mucca” è invece di Atom heart mother. Clamoroso perché è una delle copertine più famose della storia del rock e la mucca la occupa per intero. Ma glielo si perdona tranquillamente.

Il mito della rozza

Un giorno, mentre navigavo nelle acque bulgare del Mar Nero in rotta per Odessa, ho avuto un problema al motore di Piazza Grande, dovuto alla presenza di morchia nel serbatoio del carburante. Ho trovato rifugio all’interno del porto di Varna, al riparo di un vecchio molto di pietra, e ho iniziato a darmi da fare per risolverlo. Per svolgere il lavoro dovevo prima svuotare completamente il serbatoio e, per farlo, mi servivano due cose: delle taniche dove riversare un centinaio di litri di gasolio e una pompa per aspirarlo. A entrambe le necessità ha provveduto un ex-macchinista di navi mercantili che ho conosciuto casualmente e che, molto gentilmente, mi ha prestato tutto quello che mi serviva. Mi sono ritrovato per le mani una vecchia pompa piuttosto ingombrante e mezzo arrugginita e ho avuto un attimo di smarrimento in cui mi sono chiesto se e come funzionasse: era un lungo tubo di ferro con una manovella che agiva evidentemente su una girante interna. Mi colpì la scritta in cirillico sul corpo della pompa: chissà cosa diceva – la marca suppongo – ma mi evocò immediatamente il mito della tecnologia meccanica sovietica di cui si favoleggiava da ragazzi.

Mi venne in mente anche un amico di allora che, pregno di questo mito, si era comprato una macchina fotografica Zenit, di fabbricazione russa. Rozza, ma efficiente, mi spiegò fiero mostrandomela. A me parve solo rozza, e neanche lontanamente paragonabile alla mia Canon, certamente più costosa ma di tutto un altro pianeta, anche se elettronica e quindi schiava delle batterie. «Questa non la fermi mai» mi disse l’amico. Nemmeno la pompa si fermò, ma certamente nell’anno 2016, quello del mio viaggio in Ucraina, il mercato internazionale offriva pompe per liquidi più versatili e comode da usare. Quella, probabilmente, era roba degli anni Cinquanta del Novecento, quando la Russia era chiusa completamente agli scambi con l’Occidente e la sua tecnologia procedeva in modo del tutto autocratico. Sarà un reperto, pensai, oggi l’interazione planetaria avrà modificato il corso dello sviluppo tecnico-scientifico anche nei paesi ex-comunisti. Ci scrissi anche un pezzo, poi ripreso in un capitolo del libro La vela di Odessa intitolato La pompa comunista.

Quella pompa mi è tornata tristemente alla mente in questi giorni in cui la tecnologia russa viene dispiegata nel suo più terrificante e mortale aspetto. E insieme alla pompa mi sono tornati in mente i dubbi sull’efficacia di questa tecnologia. Certo, in tempi di guerra la verità è difficile da trovare, ma diversi analisti militari hanno denunciato un numero altissimo di bersagli mancati da bombe e missili di precisione e le immagini dei campi di battaglia hanno mostrato moltissimi mezzi russi, cupamente marcati dalla lettera Z, completamente distrutti. Quaranta giorni di guerra sanguinosa, senza nessun successo significativo sul campo, indicano inoltre un esercito ben lungi dall’essere una macchina da guerra rodata e funzionante.

La sensazione è che il sistema bellico russo sia ancora oggi come la pompa a manovella e come la reflex del mio amico: rozzo e basta. Il perno centrale sembra essere l’insensibilità verso l’essere umano in quanto tale, sia esso il civile ucraino o il giovane soldato di leva russo, considerati niente di più che carne da macello da sacrificare, senza alcuna remora, per conseguire la vittoria. Niente di nuovo, se vogliamo: il regime zarista era sanguinario e quello sovietico non era da meno. La Russia ha una storia fatta di atrocità incredibili e di uso smisurato della violenza (pogrom, rivolta del Pope Gapon, gulag, Holodomor, le prime che mi vengono in mente) che hanno provocato milioni di morti, trasversale alle forme di governo e che l’attuale sistema politico sta confermando nella forma e nella sostanza. Soldati mandati a mani nude a scavare a Chernobyl, come già i pompieri nel 1986.

Crudeltà a parte, l’unica cosa per cui la potenza militare russa è al momento temibile è l’atomica. Ma è anch’essa una cosa rozza, che distrugge tutto, rade al suolo città intere sterminando in un solo istante un numero impressionante di persone. Senza quella e senza le ripetute minacce di usarla nel caso l’Ucraina ricevesse un supporto militare estero, l’Occidente si sarebbe impegnato in modo diretto nel conflitto, risolvendolo probabilmente in tempi rapidi. Del resto, la Canon produce ancora macchine fotografiche mentre la Zenit ha chiuso da vent’anni; anche se la mentalità che l’ha generata sembra sopravvivere ancora, sfilacciando nel terzo millennio brandelli consunti del Novecento peggiore.
Come oggi a Bucha.

Arrendetevi!

Arrendetevi. Non siete circondati, come dicono nei film di terz’ordine, ma arrendetevi lo stesso, tanto comunque non avete scampo. Soccombere e morire è l’unica alternativa alla vostra resa. Il nemico è soverchiante, arrendetevi prima che vi distrugga. Arrendetevi e, in cambio di una decorosa sottomissione, avrete salva la vita. Forse. O forse no, ma che importa; voi arrendetevi a prescindere.

Arrendetevi, anche voi neri del Sudafrica dell’apartheid, accettate la superiorità dell’uomo bianco. Non sarà una superiorità genetica, come sostiene chi vi ha reso schiavi, ma una superiorità di forze sicuramente sì. Quindi accettate la vostra condizione di inferiori, una situazione tutto sommato auspicabile di fronte all’eventualità di essere annientati anche fisicamente. Avrete bagni e autobus solo per voi, un privilegio, no? In fondo vi si chiede solo di restare tranquilli e servire il vostro padrone, ossequiarlo, riverirlo.

Arrendetevi, voi ebrei degli anni Trenta e Quaranta del Novecento, senza alcuna possibilità di contrastare la forza bruta dei nazisti. Accettate il vostro destino, non complicate le cose ai vostri carnefici e non turbate la quiete delle famiglie europee, soprattutto quelle perbene. Incamminatevi disciplinatamente verso i campi di sterminio, fate quello che vi viene detto di fare. Certo, a Roma, Kappler vi aveva promesso la salvezza se aveste consegnato cinquanta chili d’oro entro tre giorni ma poi, intascato il prezioso carico, si è immediatamente rimangiato la parola deportandovi tutti. Ma tanto, per voi, cosa è cambiato? È comunque la camera a gas il vostro destino.

Arrendetevi, voi indiani d’America, ricacciati sempre più a ovest dall’avanzata degli invasori europei. Sarete decimati dai fucili e dalle malattie sparse ad arte con coperte infette, imbrogliati da accordi che la controparte, con pretesti fasulli e cavilli che voi non potevate comprendere, non rispetterà mai; quindi arrendetevi. Alzate le mani in alto, anche se vi spareranno lo stesso: come a Wounded Knee, come sul Sand Creek. Fate risparmiare le pallottole ai cecchini che vi puntano, abbiate almeno la compiacenza di fare questo. Lo so, gli uomini saranno scalpati e le squaw violentate, ma un po’ di esuberanza da parte del vincitore va messa sempre in conto.

Arrendetevi, tutti voi che per secoli avete subito la dominazione delle potenze coloniali, la protervia di uomini ignoranti e rozzi che a casa propria contavano zero ma nella vostra diventavano improvvisamente qualcuno. Accettate le loro usanze, le loro leggi, le loro abitudini, la loro architettura, la loro cultura, il loro governo. Non sfidate mai il potere da essi costituito, rassegnatevi a fare ciò che vi viene ordinato di fare: con malagrazia, quando va bene, con violenza negli altri casi. Anche se vi umilieranno davanti ai vostri figli, se non rispetteranno la vostra età, la vostra educazione, il vostro ruolo sociale. Fate ciò che vi viene detto di fare, senza agitarvi, senza protestare. Senza ribellarvi mai. Sentitevi gratificati di essere il loro esotico zimbello.

Arrendetevi, voi popoli senza terra, schiacciati da assurdi nazionalismi, stritolati da un’idea di stato-nazione troppo ristretta per contenervi, messi a margine da altri popoli più numerosi, più ricchi, più forti, più organizzati a tracciare confini che vi comprendessero senza per questo riconoscervi per ciò che siete. Dimenticate la vostra lingua, le vostre tradizioni, il vostro passato. Scordate la vostra identità e fate vostra quella di chi detiene il potere. Ne va del vostra stessa sopravvivenza, anche se ne verrete fuori completamente snaturati.

Arrendetevi, voi che avete avuto la sfortuna di nascere in un paese debole, in un momento in cui il capo di un paese vicino, forte, aveva fame di potere, di ricchezza, di terra, di vanagloria. O anche solo voglia di distruggere le vostre case, le vostre vite. Rassegnatevi a essere insignificanti microbi di fronte all’avanzata inarrestabile di un nuovo impero: Romano, Barbaro, Cinese, Bizantino, Arabo, Ottomano, Mongolo, Spagnolo, Portoghese, Britannico, Austro-Ungarico, Russo, Sovietico, di nuovo Russo. Arrendetevi. La Storia non si arresta, la Storia si subisce e basta, non si fa.

Arrendetevi, perché da noi è quasi primavera e con la bella stagione ribellarsi e combattere non sta bene: il rumore degli spari è molesto e gli schizzi di sangue, anche se arrivano semplicemente dalla TV, sporcano i germogli sui rami degli alberi.
Arrendetevi all’ignavia, all’indifferenza, all’accidia: queste sì che vi circondano in modo inesorabile.

Ineluttabile destino

Ieri sera, tornando a casa, ho visto un gruppo di giovani che dava fastidio a una ragazza. La spintonavano, la insultavano, e sembravano in procinto di violentarla. Lei chiedeva aiuto ma io, nel timore di essere coinvolto, mi sono guardato dall’intervenire: erano almeno cinque o sei, tutti piuttosto grossi, le avrei prese sicuramente. Altre persone, come me, si sono fermate a guardare.

“Chiamate la polizia!” urlava. Stavo per farlo ma poi ho pensato: magari sono armati e quando arriva la pattuglia loro gli sparano. Anche se non amo le divise, Dio non voglia che ci vada di mezzo un bravo ragazzo delle forze dell’ordine che non ha fatto nulla di male. Lui.

La ragazza, invece, è possibile che abbia provocato quei giovani: forse con l’abbigliamento, o qualche occhiata di troppo. E i giovani, si sa, sono reattivi, reagiscono alle provocazioni.

Ma poi, è proprio la famiglia di lei che non mi piace: i fratelli hanno idee politiche strane, normale che dopo capitino certe cose. Uno, tempo fa, l’ho visto scavalcare i tornelli della metro senza biglietto e poi imbrattare i treni con lo spray.

Quando l’hanno buttata a terra, con la mano ha cercato di afferrare un bastone per difendersi da sola, visto che nessuno l’aiutava. Non ci arrivava, e quando i nostri sguardi si sono incrociati, mi ha fatto capire che con il piede avrei potuto avvicinarglielo. Ma benedetta ragazza, ti rendi conto dell’escalation di violenza che si innescherebbe in questo modo? Tutto quello che otterresti è di incattivire ancora di più i tuoi aggressori!

I quali, nel frattempo, hanno cominciato a spogliarla e colpirla. Al ventre, in faccia, dappertutto. Sanguinava, poveretta. Pregavo per lei, per la pace sua e di tutti. Perché la pace è importante, viene prima di qualunque cosa. Infatti, a un certo punto, qualcuno si è affacciato dalla finestra, gridando: “Basta, piantatela, vogliamo stare in pace a casa nostra, è l’ora di cena e abbiamo il diritto di avere la nostra tranquillità”.

La stavano violentando a turno, lei piangeva, si dimenava, quando a un tratto, un uomo tra la folla ha detto: “Dobbiamo fare qualcosa! Io quei ragazzi li conosco, sono i proprietari del supermercato sul viale, da domani non andiamo più a fare la spesa da loro”.
“Sì, bravo”, ha risposto un altro, “così poi ci tocca andare al negozietto all’angolo che ha i prezzi più alti. Io sto risparmiando per fare le vacanze in Sardegna, mica posso andare a Ostia quest’estate”.
Alle mie spalle ho sentito più di uno dargli ragione.

Alla fine non ce l’ho fatta più, non ne potevo più di tutto quel sangue, tutta quella violenza. Mi sono avvicinato e le ho detto: “Perché ti ostini a fare resistenza? Sono più forti di te, lasciati andare e dagli quello che vogliono. Prima lo fai, prima ti libererai di loro. Del resto, in molti qui si stanno spazientendo con te che non vuoi accettare il tuo destino. Se non vuoi farlo per te, fallo almeno per noi. Noi siamo contro la violenza. Sempre.”

Un pugno sferrato da uno degli aggressori sul suo volto già tumefatto le ha fatto saltare due incisivi , poi ha perso conoscenza. A quel punto non c’era più nulla da salvare e ce ne siamo andati tutti a casa, anche se quelli non hanno smesso di accanirsi sul suo corpo ormai inerte.

Odessa nel cuore

L’arrivo, navigando in solitaria, a Odessa è stata una delle cose più emozionanti che abbia mai fatto in vita mia. Come scrissi allora, era il 2016, avevo l’impressione di entrare non in un porto ma nella Storia.

Odessa è una citta piuttosto giovane (è stata fondata nel Settecento), ma ha vissuto gli ultimi due secoli al centro degli eventi mondiali, da quelli del commercio, di cui divenne un importante snodo, ai primi moti rivoluzionari del Novecento (la corazzata Potëmkin si è ammutinata qui) al terribile sterminio della popolazione di religione ebraica che ammontava a trecentomila persone e costituiva un terzo degli abitanti.

Gli odessiti mi erano sembrati riservati ma comunque sempre gentili, e non ho mai avuto alcun problema nonostante le guide turistiche avvertissero dei pericoli in alcune zone della città. Percepivo solo una gran voglia di vivere, più che legittima dopo decenni di oppressione sovietica. Ma forse bisognerebbe dire russa, perché il regime comunista è stato un’oppressione non solo politica e militare ma nazionalistica.

Durante lo stalinismo l’Ucraina ha patito una terribile tragedia di cui fuori dai suoi confini non si parla molto: l’Holodomor. Stalin, con un pretesto, avviò un genocidio silenzioso degli ucraini sequestrando i raccolti, entrando nelle case a perquisire le dispense e uccidendo chi aveva anche un solo un uovo nascosto invece che consegnato alle autorità: russe, perché nei posti di comando erano stati messi i russi in tutte le repubbliche dell’Unione.

La Storia purtroppo si ripete e, come spesso accade, il nazionalismo, inteso come incapacità di convivenza pacifica con il diverso da sé, è alla radice del conflitto: se non come reale ragione, come foglia di fico per interessi economici. Che pena per chi sta patendo e patirà le terribile conseguenza di questa inutile guerra, che pena per la bella Odessa e i suoi abitanti!

Per approfondire: www.laveladiodessa.it

L’era del singolo – Francesca Rigotti

Il concetto di individuo presenta una discreta ambivalenza: da un lato, quando si è affermato ha implicitamente dato il suo impulso alla determinazione dei diritti dell’essere umano in quanto tale. Sembra scontato, oggi, ma quello della responsabilità penale individuale è un principio giuridico relativamente recente: si pensi alle legislazioni su base etnica o religiosa che si sono avute nel corso della Storia e che imputavano le colpe collettivamente.

Dall’altro lato, negli ultimi decenni tale concetto si è esasperato al punto da smarcare, secondo l’autrice, l’essere umano dal consesso sociale in cui è inserito, creando di fatto una società, più che di individui, di monadi che operano ciascuno per il proprio fine e non organicamente tutti insieme.

Difficile darle torto: sia leggendo questo libro che semplicemente guardando le trasformazioni avvenute nella società e nel nostro modo di vivere. L’individuo è esaltato per la sua unicità e ritenuto meritevole (dal marketing, in primis) di qualcosa di speciale, creato esclusivamente per lui: si pensi al personal trainer, al private banking, alle diete personalizzate, ecc. Nulla viene più pensato e organizzato in modo collettivo.

Sicuramente Internet ha dato una grossa mano al processo nel momento in cui ha inserito l’individuo in una rete relazionale in cui ciascuno di noi rappresenta il centro, il fulcro unico centrale da cui tutto il resto arriva o si dipana. E quest’esaltazione dell’individuo si è affermata un po’ ovunque, politica compresa dove ai partiti si sono sostituiti i personalismi di grandi e piccoli leader le cui organizzazioni si chiamano spesso con il loro stesso nome, riportato anche sul simbolo.

Ormai siamo convinti che tutto ciò che ci riguarda sia nelle nostre mani, che siamo gli artefici unici del nostro destino, che se ci impegniamo come si deve la vita ci darà quello che certamente meritiamo. L’altra faccia della medaglia è la frustrazione doppia in caso di insuccesso: al dolore del fallimento si aggiunge il senso di colpa di non sentirsi all’altezza.

Lo shtetl perduto – Max Gross

Un romanzo delizioso, nella pura tradizione della letteratura yiddish.

Gli shtetl erano i villaggi rurali dell’Europa orientale dove vivevano gli ebrei; una realtà sociale, antropologica e culturale completamente annientata dallo sterminio nazista. Per una serie di circostanze, fortuite e tutto sommato realistiche, uno di essi è scampato alla shoah ed è rimasto isolato dal resto del mondo fino ai nostri giorni, quando casualmente i suoi abitanti entrano in contatto con la realtà odierna.

Divertenti le reazioni di incredulità di entrambe le parti nello scoprire uno stile di vita che per ciascuno è inconcepibile, e abile l’autore a mostrarci i limiti etici, economici, politici e quant’altro di entrambi. Il racconto intreccia le vicende personali di alcuni protagonisti e le ricadute sulla vita degli abitanti dello sthetl e della Polonia, paese in cui la storia è ambientata.

Tutto il libro è scritto in una prosa meravigliosa e affabulatoria, semplice ma assolutamente coinvolgente. Rapisce dalle primissime pagine e si fatica a staccarsene. Unico piccolo neo, il finale, forse un po’ troppo ecumenico che però, al netto del significato religioso che non condivido, può essere letto come un trovare dentro di sé le energie per fronteggiare le avversità della vita.

Interessantissimo anche da un punto di vista antropologico, per capire un mondo purtroppo scomparso per sempre.

La macchina del vento – Wu Ming 1

Gli anni della guerra e della disfatta militare e politica italiana visti da un osservatorio particolare: l’isola di Ventotene, nel Tirreno centrale, residenza coatta per i confinati politici più invisi al regime. Pertini, Spinelli, Longo, Terracini, Secchia, Ravera, nomi di spicco dell’antifascismo e poi della vita repubblicana postfascista.

I divieti, le botte, le speranze, le trame clandestine, la fame, le bombe, le malattie, la detenzione, la morte. Ma anche un dibattito politico accesso malgrado l’impossibilità di assembrarsi e discutere, che portò a quello che ha poi preso il nome di Manifesto di Ventotene in cui viene teorizzata un’Europa federale quale strada per il superamento dei nazionalismi che stavano devastando il continente e il mondo intero.

Che scrivano in gruppo o singolarmente, come in questo caso, gli autori del collettivo denominato Wu Ming danno la certezza di qualità letteraria e di ricerca storica accurata e documentata. Come anche in Proletkult, le vicende hanno leggero sconfinamento nella fantascienza, per essere però, in entrambi i casi, ricondotte nell’alveo della spiegazione razionale.

Una macchina del tempo sembra alla base della scomparsa del fisico Ettore Majorana, avvenuta misteriosamente nel 1938, ma la macchina diventa poi metaforicamente l’isola di Ventotene, che si è portata avanti nel tempo prefigurando quella che poi è diventata l’Europa dei nostri giorni. La stessa isola dove oggi andiamo sereni in vacanza, grazie anche al sacrificio degli eroi che vi abitarono forzatamente ottanta anni fa.

Supereroi (film) – Paolo Genovese

La trasposizione cinematografica di un’opera letteraria è un’operazione molto comune; sono migliaia i libri, famosi e non, capolavori o meno, finiti sul grande schermo. Spesso si tratta di operazioni commerciali, e il lettore che ha apprezzato la carta resta deluso dalla celluloide (o dalla sua riproduzione digitale). Meno comune è il viceversa. Mi viene in mente Anonimo veneziano: Giuseppe Berto, che aveva partecipato alla sceneggiatura, visto il grosso successo del film pensò di ricavare un romanzo breve riadattando ciò che lui stesso aveva scritto. Ne uscì un’opera notevole che, fra l’altro, possiede un’incipit strepitoso, fra i più belli che mi sia mai capitato di leggere. Ma era Giuseppe Berto, appunto.

Questo però avveniva in un tempo in cui il mondo, anche quello della cultura e dell’intrattenimento, viveva a compartimenti stagni: chi faceva un mestiere, faceva quasi esclusivamente quello. Oggi, invece, siamo nell’era dell’interdisciplinarità e della multimedialità, e le opere dell’intelletto vengono spesso già pensate e create immaginandone la distribuzione capillare in ogni settore: libro, film, serie TV, videogiochi, merchandising, ecc. Nei casi estremi, viene proposto, anche se certo non dichiaratamente, uno stile di vita, un modello sociale di riferimento, per cui l’opera viene abbracciata a tutto tondo dai suoi fruitori più appassionati.

Ho letto Supereroi qualche mese fa restandone terribilmente deluso, trovandolo decisamente banale, troppo per un autore come Paolo Genovese dalla cui mente è stato partorito quel capolavoro di analisi delle interazioni umane che è Perfetti sconosciuti. Chiudendolo, alla sensazione di banalità si era aggiunta quella che si trattasse di un testo scritto già per farlo diventare un film, una via di mezzo fra un romanzo e una sceneggiatura. Poi, casualmente, ho scoperto che il film lo stava già girando e che la medesima operazione l’aveva fatta per Tutta colpa di Freud.

Ieri ho visto questo film, scelto perché non ho trovato nulla di meglio, e iniziato con l’opzione “dieci minuti poi mollo”. Invece sono rimasto attaccato allo schermo per due ore, ininterrottamente, preso dalle vicende dei protagonisti malgrado le conoscessi sia nello sviluppo che nell’epilogo, perché il ritmo narrativo era pressoché perfetto e i continui flashback non creavano il minimo disorientamento.

Quella che leggendola mi era sembrata una storia ordinaria mi è invece apparsa in tutta la sua profondità; o meglio, me ne è apparsa la profonda lettura che ne ha saputo darne l’autore e che nel libro non traspare come nel film. Insomma, non so se per tenere in vita una coppia per molti anni bisogna davvero essere dei supereroi come nei fumetti; le generazioni dei nostri genitori e nonni hanno sicuramente sopportato situazioni molto più pesanti. Ma a noi, esseri fragili del XXI secolo, basta poco per sentirci tali, e a volte, come il finale del film mostra, un po’ lo siamo davvero per il fatto stesso di restare vivi.

Per dieci minuti – Chiara Gamberale

Snobbata da molti, considerata un’esponente di una letteratura minore e di facile fruizione, la Gamberale si è rivelata invece, nei due o tre suoi libri che ho letto, un’autrice interessante e per nulla banale. Non è certo Dostoevskij ma neppure Paulo Coelho, e riesce a trattare temi importanti senza eccessiva pesantezza ma non per questo con superficialità.

Lo stile, purtroppo o per fortuna, è quello di moda oggi: assertivo, assiomatico, fatto di proposizioni principali, senza o con poche subordinate, sempre con l’aria di essere in procinto di fare una rivelazione incredibile che modificherà le sorti, se non dell’umanità, per lo meno del lettore. Uno stile che non amo, ma in questo caso siamo ampiamente nei limiti dell’accettabilità.

Per dieci minuti è un racconto autobiografico e narra un momento difficile della Gamberale, che perde, improvvisamente e contemporaneamente, il lavoro, il marito e, a causa di un trasloco, la casa dove ha vissuto l’intera sua vita. Ritrovatasi senza riferimenti, accoglie il suggerimento della sua psicoterapeuta di provare a fare, ogni giorno per trenta giorni, per dieci minuti una cosa che non ha mai fatto prima.

È probabile che la scrittura stessa di questo libro, che nei fatti è un diario, abbia fatto parte del piano terapeutico e abbia dato il suo contributo significativo all’elaborazione del lutto per le perdite subite, ma leggerlo offre spunti di riflessione sul rapporto che si ha, nei momenti difficili della propria esistenza, con le persone e con il mondo in generale.

Il dolore dell’anima spinge generalmente a chiudersi in se stessi, a rintanarsi per proteggersi perché ci si percepisce fragili. Questo libro indica la via opposta, quella dell’apertura, mostrando come la vita si possa nascondere nelle pieghe delle esperienze più insospettabili. È un libro che apre la porta alla speranza, e di speranza c’è davvero un gran bisogno.